L’Italia a piedi

Seume

È uscita da Longanesi nel 1973 col titolo di L’Italia a piedi, questa traduzione accuratissima di Spaziergang nach Syrakus, il libro in cui nel 1805 Johann Gottfried Seume narrò il suo viaggio di tre anni prima. Chiuso il libro, mi è venuto in mente un pensiero: che questo mondo del 1802, in cui si svolge la lunga passeggiata di Seume, è esattamente il mondo in cui, appena due anni dopo, nacque a Cortina d’Ampezzo Gaetano Ghedina, il padre del mio trisavolo materno. Cinque generazioni soltanto, dunque, mi separano da quell’Italia, e un abisso di differenza. Il libro l’ho trovato sulla bancarella di un mercatino. O meglio, lui mi ha chiamato e io l’ho comprato: e ho fatto benissimo, perché la narrazione di Seume è piacevolissima, e viaggiare con lui è un’avventura in tutti i sensi. Seume è uno spirito libero e indipendente, che nella vita ha fatto molte esperienze, tra le quali giovanissimo quella del reclutamento forzato da parte degli Inglesi e conseguente trasferimento in America per combattere contro i rivoluzionari, e poi quella di servire lo Zar al seguito dell’alto comando russo in Polonia. Uno che ne ha viste di cotte e di crude, possiamo dire. Uomo forte e coraggioso, ma anche buon letterato, e conoscitore dei classici, a 38 anni decide di andare a piedi da Lipsia a Siracusa, e tornare poi a casa passando per Parigi (avrà ancora ai piedi i suoi stivali, solo risuolati un paio di volte: ma quanto bene li facevano una volta!!!). Ha la bislacca ma affascinante idea di andare a leggere l’amato Teocrito nella patria di lui, e nello zaino di pelle di foca e di tasso tra le altre cose mette anche qualche volumetto da compagnia. Impugnando un nodoso bastone percorre Germania, Austria e tutta l’Italia fino a Napoli, da cui s’imbarca sul postale per Palermo (nave dotata di venti cannoni, perché il Mediterraneo di allora era infestato dai pirati barbareschi, un dettaglio oggi ampiamente dimenticato). Percorre infine tutta la Sicilia, la cui parte occidentale è del tutto priva di strade carrozzabili, percorribile solo a piedi o a dorso di mulo. Una delle impressioni più forti che rimangono al lettore è la quantità di pratiche, sempre abbastanza incerte, che si dovevano affrontare per passare le frontiere, tra visti, passaporti, lettere di accompagnamento e presentazione, arbitrii delle guardie, richiesta di denari per una vidimazione, ecc.. È anche un mondo, questo, in cui molte città hanno ancora le loro mura, con porte che vengono chiuse per la notte. Ed è anche un mondo in cui la sicurezza non è mai piena, soprattutto per un viaggiatore. Il testo è articolato come una serie di lunghe lettere indirizzate ad un amico, secondo il gusto del tempo, ma non dà l’impressione di essere un vero romanzo epistolare. La narrazione è vivace, contiene scene anche molto mosse, avventure e incontri di ogni sorta, analisi politiche, considerazioni sulla religione. L’Italia appare bella e infelicissima, impoverita dal malgoverno e soprattutto dalla Chiesa, che alimenta la superstizione e ostacola ogni progresso culturale e civile. Un’Italia in cui è già avvertibile la differenza tra il Nord e il Sud, che non appare agli occhi di Seume affatto come quel paradiso di cui sognano certi nostalgici dell’Italia pre-1861. Il Sud si mostra invece come un territorio dove l’economia è stagnante, l’ignoranza di massa è soffocante, e il brigantaggio pervasivo. Con l’eccezione della Lombardia, ovunque il Bel Paese è pieno di persone che in una forma più o meno educata, chiedono l’elemosina. Nonostante ciò, sono evidenti l’amore di Seume per la gente italiana, la sua totale apertura al dialogo con chiunque, a prescindere da status sociale e nazionalità (sale sull’Etna con un gruppo di ufficiali inglesi), e il suo spirito sostanzialmente democratico, che lo spinge a detestare ogni sorta di oppressione, da quella papale a quella napoleonica. Molte e diverse sono le avventure, come i giacigli sui quali l’autore passa le sue notti, da un comodo letto alla paglia al nudo pavimento. Ma il vero protagonista è la natura: varia, potente, serena e tremenda.

Fabio Brotto

Contro il fanatismo

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Contro il fanatismo (The Tubingen Lectures. Three Lectures, 2002, trad. it. di E. Loewenthal, Feltrinelli, Milano 2004) contiene le conferenze tenute da Amos Oz sul tema del rapporto tra Israeliani e Palestinesi. Dovrebbero leggerlo tutti coloro che pensano di aver capito tutto della questione mediorientale. Ma si sa che la saggezza è per pochi, e che il fanatismo è per molti. È un virus dal quale solo la pratica della saggezza può rendere immuni. Essendo saggio, Oz è ovviamente anticonformista, e la sua idea del compromesso nella divisione fra i due popoli può apparire impraticabile. Il problema della Palestina è che tutti hanno ragione e tutti torto, e che bisogna iniziare dalla rinuncia ad una parte della propria ragione e dalla comprensione dell’opposta ragione dell’altro.

Gli europei benpensanti, gli europei di sinistra, gli intellettuali europei, gli europei liberali, com’è no­to, hanno sempre bisogno di sapere per prima cosa…

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Mimetic Politics

far

L’antropologia mimetica di René Girard è alla base di questo brillante saggio di Roberto Farneti (Michigan State University Press, 2015), Mimetic Politics, che reca come sottotitolo Dyadic Patterns in Global Politics.  La prospettiva di Farneti, pur saldamente ancorata all’idea girardiana di mimesi, è altamente innovativa, e non manca di elementi critici nei confronti dello stesso Girard, in particolare alla sua escatologia, a quella che l’autore definisce pseudo-teologia. L’assunto di base è espresso da Farneti a p.4: «Mimetic theorists believe that mimesis is the inherent rationality of agency, that social dynamics are neither individuals nor collectives, but doubles».  A partire da questo, Farneti esamina la genesi degli imperi del passato. «The historical rationales used to explain the rise and agency of empires are biased by the assumption of the originality of the intentions that spur historical events. I will show how polities, unfainlingly, arise out of a process of harsh polarization in which two rival political entities set out to grow in size and political ambition by modulating one’s own patterns of agency on the patterns exhibited by the rival. It is  a reciprocal dynamic, in which it is difficult to track a beginning, a primal spur of the pattern». (p. 9) Noi viviamo in un contesto globale in cui è in atto un processo di radicalizzazione delle identità. Ma questo processo, secondo Farneti, non è la causa dei conflitti ma la loro conseguenza. Infatti si può osservare facilmente come i conflitti siano tanto più devastanti quanto più i rivali si assomigliano (Dal Rwanda alla Bosnia al Sudan all’Iraq), e come la rivalità porti ad una disperata accentuazione dell’identità. La ragione politica classica, secondo Farneti, non riesce a cogliere pienamente la realtà perché parte da un presupposto razionalistico e individualistico, e da una ontologia fallace: esisterebbe un soggetto autonomo, un individuo desiderante, che desidera questo o quell’oggetto per una spinta originaria, ovvero per una ragione. Il conflitto scaturirebbe dal convergere di desideri autonomi su risorse limitate e non disponibili per tutti. «We fail to capture the mimetic outlook of human discord because we are inextricably wedded to the classical belief that “we cannot have a desire except for a reason”». (p.83) Davvero molto interessanti, nella seconda parte del libro, l’analisi del pensiero di Hobbes in connessione con una teologia politica della Tomba Vuota, in cui l’Ascensione al cielo di Gesù, il suo sparire dal mondo, apre all’umano  uno spazio libero dal sacro, ma proprio per questo estremamente problematico. In ogni caso, uno spazio che si pone in opposizione alle tendenze a chiudere il gap tra la Terra e il Cielo che si intravedono un po’ ovunque oggi nel mondo.

Via delle Botteghe Oscure

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Modiano va letto con un accompagnamento musicale. E secondo me la musica ideale per i suoi romanzi è quella per viola da gamba di Marin Marais. Deve essere infatti una musica sobria ma avvolgente, precisa ma melanconica, a tratti struggente, una musica che canta l’illanguidirsi dei ricordi, la loro fragilità, la loro evanescenza, e la necessaria ma vana lotta per farli restare presso di noi. O per recuperarli, come è nel romanzo Via delle Botteghe Oscure ( Rue de Boutiques Obscures, 1978, trad. it. G. Buzzi, Bompiani 2014). Perché senza ricordi noi non siamo noi, perché gli umani vivono in tre dimensioni temporali, e nessuna di queste può essere loro sottratta, altrimenti l’abisso si spalanca sotto di loro. L’abisso minaccia seriamente il protagonista e voce narrante del romanzo, un investigatore privato che da alcuni anni ha perso tutti i ricordi della vita precedente, ha lavorato per un’agenzia investigativa sulle vite di altri senza conoscere la sua. Non sa chi lui stesso realmente sia. Quando il suo principale va in pensione e l’agenzia chiude, a partire da una foto in cui gli pare di riconoscersi inizia una ricerca, che lo porta a ricostruire un’esistenza, a frammenti, a successive illuminazioni. Una vicenda umana che, come accade sempre in Modiano, rimanda agli anni della guerra e dell’occupazione tedesca. Agli anni della caccia agli ebrei. Tutti i libri di Modiano declinano il tema dell’identità, della transitorietà, dell’estrema precarietà della condizione umana. La sua cifra fondamentale è la malinconia. Come succede nella musica, le atmosfere melanconiche e struggenti sono anche quelle in cui si attinge  il massimo livello della percezione estetica. “Bello sì, ma bello come sole che muore”, per citare Pascoli. Perché la bellezza è nella perdita, per citare CormacMcCarthy. Recupera infine il suo nome Pedro McAvoy Stern, il protagonista, ma a noi resta un dubbio: quello che ha ritrovato è davvero se stesso, quella che ricorda ora come la sua giovane moglie perduta è stata davvero sua moglie? Oppure la sua indagine e le tante tracce seguite lo hanno spinto ad identificarsi in un uomo e in una vicenda che semplicemente potrebbe essere stata la sua?

Il Primo Ministro

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Scritto nel 1876, Il Primo Ministro (The Prime Minister, trad. R. Cazzullo, Sellerio 2014) di Anthony Trollope dipinge una situazione politica che appare di grande attualità: un governo di coalizione tra conservatori e progressisti, necessario ma molto problematico, perché, come dice a p. 1126 il signor Monk, un politico navigato, «Non sto biasimando nessuno ora, ma uomini che sono stati allevati con opinioni completamente diverse, persino con diversi istinti quanto alla politica, che dal latte materno sono stati nutriti con codici di pensiero del tutto antitetici, non riescono a lavorare insieme con fiducia anche se possono desiderare la stessa cosa. Le stesse idee che sono dolci come il miele per gli uni sono amare come il fiele per gli altri». Viene subito in mente l’Italia di oggi. Ma solo per questo aspetto, perché tutto qui, nell’Inghilterra vittoriana, è differente. Almeno in superficie, perché nel profondo i moventi degli umani sono sempre i medesimi, e il primum movens è sempre il potere. Come dice la moglie del protagonista, lady Glencora Palliser, rivolta al marito:  «Guardate indietro e ditemi quale Primo Ministro ha finito per essere disgustato dal potere? Sono disgustati dalla mancanza di potere quando lo perdono – e allora simulano disprezzo e mettono da parte ciò di cui non posson più godere. L’amore per il potere è un genere di sentimento che si sviluppa nell’uomo quando invecchia». Il protagonista è Plantagenet Palliser, Duca di Omnium, ricchissimo e potentissimo, che ascende quasi suo malgrado, spinto da eventi che non controlla, al vertice del potere politico, e che per tre anni manterrà la carica di Primo Ministro d’Inghilterra: uomo timido, moralmente però d’acciaio, e insieme sensibilissimo, scrupoloso, sempre timoroso di urtare gli altri, cui appare freddo e distaccato mentre non o è affatto. In perenne lotta con se stesso, continuamente divorato dal dubbio, anzitutto sulle proprie capacità. Uomo di pelle sottile, come gli rinfaccia la moglie, che invece ce l’ha grossa, e se non soffrisse dei limiti imposti dalla condizione femminile nella società vittoriana scenderebbe nell’agone politico direttamente. Lo può fare solo indirettamente, appoggiando in tutti i modi il marito, aiutandolo anche in modi che lui non approverebbe, ma mai riuscendo a determinarlo in un modo o nell’altro, perché l’apparentemente fragile duca è in realtà interiormente adamantino. Trollope disegna un rapporto di coppia eccezionale per la letteratura di tutti i tempi: una coppia di spiriti forti, che spesso si scontrano ma in realtà si amano. La loro vicenda è iniziata in uno dei sei romanzi del ciclo Palliser e non finisce in questo romanzo, che la svolge in parallelo (con momenti di intreccio) con quella del matrimonio infelice tra la brava ragazza Emily Wharton e l’avventuriero della finanza Ferdinand Lopez.
Emily si innamora dell’astuto Lopez, che vede nel matrimonio con una giovane di buona e ricca famiglia un mezzo per lanciarsi in una carriera di speculatore finanziario nella City, e lo sposa contro il volere del padre. Lopez si presenta per quello che non è, ricco, mentre non ha il becco di un quattrino e può utilizzare solo il denaro altrui. Spera che il suocero dia alla figlia, e quindi a lui, almeno ventimila sterline per poter avere una base per i suoi progetti finanziari, ma il padre di Emily lo detesta, e gliene dà solo duemila. La figura di Lopez, per vari aspetti spregevole, come sempre accade in Trollope non è monocolore. È complessa: a modo suo, lui ama Emily, e possiamo azzardare che se l’avvocato Wharton gli avesse dato quelle ventimila sterline forse il suo sarebbe stato un matrimonio come tanti. Ma la cifra di tutto il romanzo è forse l’ostinazione: declinata in forme differenti, essa caratterizza tutti i personaggi, ciascuno dei quali appare fedele alla propria natura fino all’estremo, essendo però questa natura non semplice, e certo molto più complessa di quella dei personaggi dickensiani.
Come in altri romanzi di Trollope, ne Il Primo Ministro si palesa lo scontro tra due tipi di ricchezza: quella antica dei proprietari terrieri e quella moderna degli uomini della City. Il cuore dello scrittore è con i primi, ma il suo lucido intelletto vede bene dove sta andando il mondo: in una direzione nichilista, come la fine di Lopez in qualche modo profetizza.

 

Migrazioni

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Migrazioni di Miloš Crnjanski (Ceoбe, 1929-1962, la prima parte e la seconda sono rese in romanzi autonomi, Migrazioni I e Migrazioni II, pubblicati in Italia da Adelphi nella traduzione di L. Costantini) è un opus complesso e stratificato, in cui si intrecciano motivi diversi, e la storia si congiunge al mito e alla metafisica. Qui siamo lontani le mille miglia da una letteratura immediata e leggera, del tipo oggi più diffuso, e si respira la tremenda serietà dello scrittore investito da un’ispirazione che lo trascende, che pesa su di lui. In Migrazioni I il vagabondare del reggimento Slavonia-Danubio al servizio dell’Impero Asburgico nelle guerre europee del Settecento, tra marce estenuanti, fango, battaglie e saccheggi, è reso mirabilmente: questi rozzi soldati serbi, strappati alle loro case di fango e ad una patria provvisoria in cui si sono stabiliti pur sempre agognando un ritorno nelle terre strappate loro dai…

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Due romanzi

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L’archivio segreto di Annarosa Mattei (Mondadori 2008 ) e L’amore necessario di Nadia Fusini (Mondadori 2008 ) sono due romanzi molto diversi, ma qualcosa li unisce. Non tanto il calligrafismo, che pure si nota subito – la cura della forma è molto superiore a quella del romanzo medio di oggi -, quanto, in ciò che dicono, la crisi della differenza, ovvero l’aspetto fondamentale, insieme alla cultura vittimaria, del nostro mondo.
Il romanzo della Mattei ha un respiro più ampio, la giornata della protagonista-voce narrante a spasso per Roma la porta a contatto con uomini e donne del passato, monumenti, persone conosciute e sconosciute, molti personaggi appena tratteggiati, e soprattutto gente della borghesia intellettuale della sua cerchia, quasi tutti presi da irrisolti problemi d’amore. Ma l’interlocutore più importante è un gatto, saggio e parlante, che guida la protagonista nel mistero dell’essere (addirittura). Nel romanzo della Mattei vediamo un disperato tentativo di…

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Una parete sottile

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Mi sono sempre piaciuti quelli che iniziano a narrare dopo aver vissuto, come il grande Theodor Fontane. Così mi sono accostato con preventiva simpatia a Una parete sottile di Enrico Regazzoni, classe 1948 (Neri Pozza 2014). Un romanzo in grado di riconciliare con la narrativa italiana contemporanea anche quelli che non ne sono entusiasti. Storia di una formazione, di un bambino che si fa adolescente e conosce la musica, l’eros, la perdita, l’incanto del mondo e il dolore, libro della ricostruzione di una memoria sensata, Una parete sottile è un testo elegiaco e riflessivo, tessuto sapientemente con una scrittura davvero solida e insieme delicata. C’è una voce narrante, un io maturo che rivisita il suo passato con un’alta consapevolezza. «Chissà se ci sono le parole, se esiste un incastro di frasi che renda l’idea di quello scatto di conoscenza, o di riconoscimento, che ben poche volte ci si presenta nel corso di una vita intera. Siamo avvezzi ad accumulare il sapere e l’esperienza in totale assenza di consapevolezza, un pulviscolo di dati sensibili che si depositano dentro di noi come strati geologici e nel tempo restituiscono segnali più o meno misteriosi. Ma può accadere, molto raramente, che questa conoscenza interiore si palesi come tale nel preciso istante del suo accadimento: d’un tratto, allora, sappiamo di sapere e sappiamo anche che quanto abbiamo appreso non dipende da noi e dunque non sarà mai modificabile, è come un pezzo della nostra identità che ci è apparso» (p. 38). L’identità del narrante coincide con quella del protagonista giovane. Coincide? Il rapporto al tempo è uno dei cardini dell’identità personale, che è tale, e insieme una non-identità. «Allora non avrei saputo dare queste parole alle mie sensazioni, ma oggi so che erano queste. Del resto, qual è il lascito dell’esperienza se non le parole per le emozioni del passato? » (p. 75).  Privo da sempre del padre, morto in un incidente, il protagonista cresce con la madre, che riempie il vuoto con un’insonne attività di traduttrice. Oltre la sottile parete della sua cameretta, il bambino percepisce la vita dei vicini: una famiglia felice. Ad un certo punto, anche quel padre muore, lasciando ai quattro figli e alla moglie il vuoto della sua assenza. E anche questa donna affronta l’assenza con un’azione: suonare il piano. Ogni sera, per anni, il bambino che diventa ragazzo ascolta quelle musiche, e ne è stregato. Sublimazione del dolore, lotta col vuoto, ricordo di una felicità che sarebbe stata possibile e di una felicità che fu piena e non è più: un intreccio che oscilla tra aperture e chiusure di senso. Infine, dopo una stagione d’amore tra l’ormai diciassettenne e una vitalissima assistente della madre nel lavoro di traduzione, una risposta alla domanda che il ragazzo si pone sulla natura della felicità amorosa, sul perché una coppia evidentemente così eterogenea come quella dei vicini sia stata con tutta evidenza così felice. «Mi sono spesso domandato, in seguito, perché li immaginai così e l’unica risposta che ho trovato è che la vicinanza è di certo una buona misura dell’amore ma in certi casi anche la lontananza lo è. Il più delle volte un legame sentimentale esprime un bisogno di rassicurazione ed è normale che si finisca per vivere accanto a una persona in cui ci sembra di ritrovare noi stessi, come uno specchio che ci fa apparire migliori. Però esistono animi, forse più intrepidi o forse soltanto più infantili, che affidano alla loro ricerca la mancanza di ciò che non sapranno e non saranno mai, persone che dall’amore si aspettano il fascino delle cose ignote più che il tepore di quelle note e che preferiscono vivere accanto a una stella che a uno specchio. Costoro, forse, avvertono la necessità di essere completati più che capiti e negli anni l’inconoscibilità dell’altro tiene in vita una sottile mancanza e si trasforma in qualcosa di simile ad un sogno mai compiuto. Quei due mi erano sempre sembrati molto diversi fra loro, al punto che se fosse toccato a me lanciare i dadi del caso mai avrei scommesso su un loro incontro. E invece nel dramma della loro storia spezzata era leggibile il segno di un legame reso fortissimo dalla distanza di due identità, dalla loro capacità di impersonare ciascuno la mitologia dell’altro» (p.164)

Il Grande Califfato

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Contiene un messaggio, anzi un avvertimento fondamentale, Il Grande Califfato di Domenico Quirico (Neri Pozza 2015): l’Occidente, prigioniero di una visione puramente economicista della realtà, non possiede oggi categorie interpretative adeguate per gli eventi che si stanno verificando all’interno del mondo musulmano sotto il segno del totalitarismo islamico globale (p.13). Quirico negli ultimi vent’anni ha percorso campi di battaglia e luoghi di violenza scatenata in cui protagonista, in un modo o nell’altro, è l’Islam in una delle sue declinazioni. Dalla Bosnia all’Algeria, dalla Siria all’Iraq alla Libia, il suo sguardo instancabile coglie i particolari e l’insieme, mentre lui incontra persone, interroga, ascolta, e infine compone un quadro che possiamo soltanto definire estremamente inquietante. Diciamo che Quirico, come mostra anche la sua tesissima prosa, porta la missione di corrispondente di guerra al suo estremo, fino al famoso episodio della sua prigionia di cinque mesi in mano a fanatici che avrebbero potuto ucciderlo da un minuto all’altro, per i quali una vita umana vale meno di nulla, fino al suo a rincorrere la violenza scatenata in ogni angolo del mondo arabo e musulmano per poter dare un senso al tutto, per trovare il bandolo di una matassa della cui esistenza i più, da noi, sembrano non accorgersi. Poiché «Non c’è da sperare soccorso dai nostri luoghi comuni ordinari. Non avendo osservato nel fondamentalismo islamico che l’esteriorità e il transitorio, non comprendiamo assolutamente nulla dei gesti nuovi e di sovrumana parvenza che non trovano l’analogo in alcun passato prossimo e che sembrano già appartenere a qualche indiscernibile futuro» (p. 48). La non comprensione occidentale secondo Quirico è anche una conseguenza della diversa velocità con cui scorre il tempo in Occidente e nelle terre in cui sta germinando lo stato islamico totalitario. Colà lo scorrere è molto più lento, e maggiori la pazienza e la capacità di attesa. Così, noi pensiamo che in Algeria tutto sia sistemato, che l’islamismo sia debellato, e invece così non è: ha solo rallentato, per il momento, il passo. E Quirico è stato il primo a capire che stava nascendo l’ISIS.
Similmente, noi non capiamo l’impulso che muove tanti giovani foreign fighters a marciare sotto le bandiere nere. Vi è, per Quirico, un cuore di luminosa tenebra pervasivo: la netta separazione tra puri e impuri tracciata da Dio, la condanna assoluta degli impuri alla distruzione, l’innocenza dello sterminatore agente di Dio. Essere portatori di una violenza illimitata e innocente, semplificata e semplificatrice, una violenza divina, questo è il primum movens, ciò che attrae chi si fa combattente dell’ISIS: «Che cosa governa un cuore? Il medico, il rapper, lo spacciatore lasciano come un vestito vecchio tutto ciò che noi crediamo fondamentale e attraente, la scienza che salva, la musica, il malaffare redditizio; e vanno a uccidere e morire per un Assoluto così crudele, in un Paese che non è il loro, neppure quello dei padri o nonni, dove aleggia l’alito dei luoghi infausti. C’è di che scoraggiare i settatori delle magnifiche sorti e dei fatali progressi.» (p. 90)
L’Occidente guarda, inorridisce e non vuole comprendere, il suo sguardo si ferma alla superficie. L’Algeria, ad esempio, è vicinissima, è legatissima alla Francia, e tuttavia chi ricorda più i tragici eventi di pochi anni fa? I lotofagi occidentali sembrano desiderosi solo dell’oblio… «La guerra sporca dei décideurs algerini ha solo impedito che il primo stato islamista nascesse all’inizio degli anni Novanta, invece che nel 2014. Abbiamo, grazie alle decine di migliaia di martiri algerini, guadagnato vent’anni. Che abbiamo dilapidato senza fare nulla» (p.117).

 

 

Eros e amicizia

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Ho appena terminato di leggere due libri che sembrano avere poco in comune: il romanzo di Anthony Trollope Il dottor Thorne, edito da Sellerio, e il Carteggio Cristina Campo – Alessandro Spina, edito da Morcelliana. Ma questi libri mi hanno fatto riflettere su molte cose, e in particolare sulla questione del rapporto tra eros e amicizia, e soprattutto sulla differenza tra i due.
Il dottor Thorne fa parte del ciclo del Barsetshire, questa contea immaginaria ma verosimile, e un primo motivo di godimento nella sua lettura sta proprio nella ciclicità come costruzione di un mondo parallelo, con numerosissimi personaggi che l’arte di Trollope rende vivi. Ma qui come sempre l’intreccio si fonda su una storia d’amore che le convenzioni sociali ostacolano in quanto l’amore richiede il matrimonio, e l’aristocrazia inglese non accetta un connubio tra sangue nobile e ignobile (a meno che questo non sia assistito da Mammona)…

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