Taccuino di prigionia (20)

Con mia grande sorpresa ho trovato un secondo taccuino di mio padre, con annotazioni dell’anno 1944. Non c’è molto ordine, e il materiale è vario. Alcune note sono senza data completa, e si riferiscono al periodo in cui il tenente Nino Brotto è stato curato nel Lazaret di Przemysl in Polonia, nel febbraio 1944. Altre note riprendono più puntuali dal 3 marzo 1944. Le note senza indicazione del giorno riportano anche ricordi degli anni della fanciullezza, ai quali mio padre prigioniero e malato si attaccava con tutte le sue forze.

Przemysl. Lazaret. Febbraio 44. Ancora ansanti, col fiato mozzo per le corse fatte, ci sedevamo la sera sui gradini della Chiesa. Eravamo molti: ragazzi e ragazze ed ascoltavamo, rapiti, le storie paurose che raccontava Giovannin. Storie di morti che tornavano in vita, di fantasmi che uscivano dai sepolcri a mezzanotte. La Ida aveva una paura matta e batteva i denti e sgranava gli occhi quasi vedesse avanzarsi qualche scheletro sghignazzante. Poi tremando piagnucolava: Maria Santa! stanotte mi sogno. E pur restava tremante ad ascoltare. Qualcuno di noi, invece, cercava di dimostrare il suo coraggio con qualche risatina o con parole scherzose. Ma dentro si sentiva pure lui fremere il cuore. E forse per arrivare a casa, attraversando quel tratto più buio, correva forte senza voltarsi indietro, o cantando magari a squarciagola.
Io ammiravo quei ragazzi che abitavano di là del cimitero e rincasavano, a volte, soli e a sera tarda.
Se capitava invece a noi di dover passare davanti al cimitero di sera, ognuno cercava, senza averne l’aria, di lasciare i compagni ai lati della strada. E tutti assieme cantavamo, lanciando furtivamente qualche occhiata di sfuggita al cancello di ferro. E un sospiro di sollievo, mandavamo, appena oltrepassato l’oratorio di Barbazza.
Quasi fosse quello un segnale di Zona Pericolosa.

Przemysl. Lazaret. Febbraio 44. Potessi girovagare solingo in su la sera per quelle remote stradicciole del mio Zero; potessi respirare l’aria libera della incipiente primavera e sentirmi commuovere come un dì, nel rimirare le stelle e soffrire di vaga intima nostalgia e pregare sommessamente in cerca di conforto per dolori indistinti ed ignoti! E lacrimare pensando a mamma!
Oh! Quanto darei! Quanto darei per inginocchiarmi nella panca e pregare a mani giunte davanti a quell’oratorio piccolo e sgretolato di Franzin! Forse la Madonna, laggiù, non avrà più i ceri accesi alla sera e forse neppure mazzi di fiori campestri. E chissà se i bambini passando diranno l’Ave Maria.
Ma ci sarà pur sempre il profumo delle gaggie fiorite che fanno siepe all’intorno, e la luce delle stelle e il gorgolio sommesso dello Zero che pare preghiera.

Ecco, io sono venuto per la “stradella”. Il fragore delle acque turbinose, spumanti che escono dalla bocca del mulino, mi ha accompagnato fin laggiù all’altezza della casa di Santo Comin. Poi ho udito soltanto un leggero fruscio continuo: forse lo Zero mi ha riconosciuto e mormorava i suoi saluti e la sua meraviglia nel rivedermi. Un cane latrò furiosamente più volte nel percepire i miei passi. Poi tacque. Il canto lontano e monotono di un cucù. Poi silenzio. Le vecchie gaggie frondose mi toglievano, di quando in quando, la luna ed erano nere ed immobili. Il ponte di legno è diventato vecchio. Scricchiolò lamentoso. Io studiai i passi. Qui un buco, qui una tavola schiodata, qui un’altra tavola schiodata, lì la spalliera rotta da tanto tempo.
Chi l’ha rotta? Certamente qualcuno nel tuffarsi. Pensai chi. Inutilmente però. Eccomi arrivato.

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