CARABO DORATO

CARABO

Solo nella tua casa 
notte e giorno confondi.
E palpita la selva dei non – io,
cacciatore di miriadi di mondi.

Resti seduto al fascio della luce,
breve luce nella stanza in ombra.
Aspetti il vento esterno che trascorre
e rende ad ogni cosa il suo fantasma.

Dorme il tuo cuore sotto una foresta
di eterno vento senza inizio e fine,
dorme inquieto nascosto da una pietra,
come il carabo dalle elitre d’oro.

Tante presenze e lo spazio di un mattino
per trovarci per caso, e forse è sogno,
come quando pareva di vedere
nel tuo silenzio il più alto serafino.

MUSA

musa

Dei mille uccelli se si leva il canto 
dalle tue rive lungo il fiume, vita
d’ogni parola che nasce poesia,
ci smarrisce la luce della via.

E sospende una luce severa
sulle strade deserte di luna
chi ricerca una mano: nessuna
testimone incosciente della sera.

Torna dell’usignolo il canto atroce
che ci dilania l’anima, sonante
da una riva del fiume. O l’atra foce
delle delizie, la tua vita persa!

Sebbene si allunghino i giorni
tu musa lunare non siedi
a suonare il tuo flauto oscuro
mentre sogno lontani ritorni.

E così ti si muta anche il mio lutto,
fatto sorriso dalla tua distanza,
nella distolta immagine che forma
me prigioniero dell’assiduo flutto.

Disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896)

NON PER SOGNARE

non per sognare

Non per sognare l’anima di un falco
o per vivere l’attimo del fuoco
che nella notte seguace ti sprofonda
o consumato ti abbandona esanime
là dove l’acqua in gorghi più profonda
attira a sé te, nel suo nerume,
ma per soffrire strade senza lume
ti sono date e ansia senza fine
e un desiderio che non placa il canto
di veraci sirene lungo il fiume.

L’ATTESA

L'attesa

Ho atteso di vederti nell’aurora
ma ti ho perduta perché tu non eri
un’ombra ma la stessa luce.

E non un segno a dire i tuoi contorni
di sapienza impossibile, inumana,
che irretisce la trama dei ritorni.

E ti conduce via la brezza lieve,
e io pesante al suolo come un sogno
dalle ali tarpate che si affanna
nel desiderio del momento breve.

Pesa sull’occhio che l’amore chiude
il solitario fuoco della tua condanna
e di un raggio di sole non ci illude,
delle attese sconfitte mia signora.

Alba

alba

L’alba dissolve la languente dea
che la notte affannata concreava
con la mia mente, pallida sovrana
dei sogni liquefatti dell’amore.
Non riconosco l’incosciente trama
dei desideri che l’oscuro gonfia
signore delle brame e dei possessi.
E mi trafigge la bruciante lama
del tuo ricordo, donna dell’istante
che urge al fondo delle inquiete soglie.

SIRENA

sirena

Forse nata dalla putredine del mare
una ignobile ma dolce sirena
sta su uno scoglio e sui liquidi inquinati
canta la solitudine e l’oblio.

Ma chiusi nei giardini senza vento
ci separano dai teneri colloqui
la nostalgia dei desolati inverni
e il piacere della nostra pena.

L’AMANTE

AMANTE

L’AMANTE

di Fabio Brotto​

Nell’alto cielo ai limiti di sera
l’inerzia che ogni giorno lo consuma
si fa corposa.
L’alta mancanza, spaziale frutto
già consumato ai limiti del giorno,
non lo riposa.
Brevi in silenzio sono andati gli anni.

Incomprensibile frutto di vita
prigioniero dei molti anni,
ora la carne è pronta a coglierti
ma lo spirito è vecchio, vecchio, vecchio.

Illuminazioni rapsodiche offendono
il limite corposo delle cose
che gli son care.
Offesa resta l’incapacità di dire
il tremendo profumo delle rose.

Tremano i vetri delle grandi case
carezzati dal sole del tramonto
pallido e strano
e sui prati si destano miriadi
e aprono le orecchie della sera.
Per questo stesso istante ti lasciavo
molti anni fa, né più ti ho vista, amica,
e ancora resta il tremore del futuro
che incarnava i fantasmi che amavo.

Come dell’usignolo il canto atroce
si spande dagli alberi del fiume,
così trapassa l’anima fugace
velata dai residui della luce.
E passa accanto il tuo ricordo, donna
del tempo oscuro, della lontananza.

Tace la stanza e tutto mi ricorda
questa tua assenza, tu — sparita — amante.
Sole riflesso su pareti bianche,
voci di fuori, le mie membra stanche,
l’anima vuota, vi filtrano bagliori
di speranze e d’attese incenerite.
E tanti libri, posati alle pareti,
non hanno dato la felicità:
l’angoscia nera qui stende le reti
e vuol regnare e si pretende eterna.

Tace la stanza e la piccola sapienza
accattata negli anni è fatta esangue.
L’idea finale ancora si presenta,
solitario veleno, ghiaccia il sangue.
A riscaldarlo manca il tuo calore.

Ecco il vuoto fa corpo intorno a me
e mi devasta l’attimo del sonno
che più non viene: ti ho veduta e dunque
s’incarna nel mio cuore il tuo fantasma.

Turbinare d’immagini rifrante
plasma il terrore della solitudine
in una sempre più feroce danza.
E tiene ancora l’anima sospesa
il vano amore della tua sembianza.

Canto di solitudine e di oblio
nella notte affannata ci rimbalza
il misterioso uccello che lontano
lamenta la distanza della luna.
E ancora in alto la lucente sfera
illumina il tuo volto di fantasma
nato da questo grembo della sera.

Ma luce d’occidente non dilegua,
anche se dolce la speranza muore
desiderata, l’immagine del fiore
che coltivavi una volta per me.
E non so ancora se il frutto dell’assenza,
la piaga, la piaga inespiabile,
sia uno sterile seme del nulla
o la speranza di una vita nuova.

Tutta l’angoscia che la terra chiude
mi hai rivelato in questo alef di pianto
nascosto nel sorriso della donna.
Ti ho qui davanti, il dio che tutti illude,
e vorrei che l’uccello di Minerva
rispiccasse il suo volo nell’aurora.

Il sessantottino

sessantottino

Ritmo più ampio batteva, più calda vibrava la mente
al tempo dei giovani cuori, dei sogni addestrati a mentire.
Il sessantotto era l’anno, il secolo a te si inchinava.
Si inorbitava la Storia al sole del tuo desiderio.
A tutti si offriva la chiave di comprensione del mondo
che costava poco, e alleviava la dura fatica di intendere.
Abbattere un grande nemico, e generare un felice
immenso ed eterno avvenire per tutti, uomini e donne.
E ora che è chiusa la porta e trepida il curvo Occidente,
tu sei nella nebbia dei vecchi a cercare quell’ultima luna.

Serpente del nulla

serpente del nulla

Come letture soavi
nel cuore ti prendono molto,
dimentichi il tempo che corre,
parole che grave ti fanno.

Ecco parole di Dio,
il suono che nulla conosce,
riprende a volare quel canto,
invano si spande sul volto.

Parole che vengono e vanno,
miriadi intessono tele.
E tu resti chiuso nel sonno,
il corpo richiede piacere.

Oltre il nulla che dice parola
sta la soglia del nulla profondo.
La parola serpente del nulla
cade in trappole, spegne il silenzio.

IL RESPIRO

RESPIRO

Sta nella vita breve
un piccolo respiro.
Come una piuma lieve
come una bolla, neve.

L’odore della sposa
la luce di zaffìro
sugli occhi si posa
che tremano, la rosa.

Poi, tu lo sai che viene
come l’ignota runa
dopo la sera bruna
la notte senza luna