I mondi si intersecano, si sovrappongono, spesso si oscurano a vicenda. C’è una grande ignoranza, ormai, una ignoranza di massa sulla natura e sugli animali. Tanto più si dilata la coscienza animalista tanto più la realtà animale viene sepolta nell’oblio o mistificata. Questo sta insieme alla dilagante antropizzazione del pianeta, che sottrae terreno alla natura, confinandola nelle riserve e nei parchi. In Italia la cosa presenta un aspetto contraddittorio, ovviamente. Da un lato le pianure sono sempre più simili a formicai di cemento e asfalto, in cui si concentra la popolazione umana; dall’altro le montagne perdono ogni traccia di coltivazione, e avanza la foresta coi suoi abitanti animali. La Terra è infinitamente meno varia e interessante di un secolo fa. E’ anche per questo che ci si rifugia nel mondo piccolo. Continua a leggere
Jünger
Cacce sottili 5
Avere tempo è più importante che avere spazio. Lo spazio, il potere, il denaro, diventano catene se non ci lasciano tempo. La libertà è riposta nel tempo; il singolo individuo può ricavarne un potere straordinario – e può perfino farlo crescere. La lotta per la sovranità che egli combatte con la società raggiunge la tensione massima quando si tratta di conquistare la disponibilità del proprio tempo, e molte sono le tragedie, i sacrifici, i soprusi, i trionfi, gli stratagemmi che ne derivano. Con ogni nuovo orologio la cerchia che ci stringe si fa sempre più stretta e la sacra fuga diventa sempre più difficile. Ma tutto questo non accade invano. Alle domande che contano davvero non si può dare una sola risposta, le risposte sono sempre più d’una. (99) Continua a leggere
Cacce sottili 4
Vi sono due specie fondamentali di bei ricordi: quelli che puoi condividere con altri, per cui soffri una tremenda pena quando le persone con cui potevi evocarli in comunione spariscono, per una causa o per l’altra, definitivamente dal tuo orizzonte; e quelli che sono solo tuoi. In verità, sono questi i ricordi che si ammantano di uno splendore più intenso. In Cacce sottili ritrovo questo, riconosco ciò che ho conosciuto, in varianti che non contraddicono l’omogeneità dell’esperienza. I ricordi più luminosi di momenti di suprema intensità sono collegati alla sfera dell’ estetica naturale, della percezione della vita nella sua totalità in un singolo particolare momento, in cui si è attuato un contatto con entità determinate in una determinata scena. Come dire: una rivelazione dell’essere oltre i rapporti umani, anche se non separato da essi, perché disponibile ad essere accolto nella sfera del linguaggio. Rimane nella mente come visioni. Nel mio caso, ad esempio, la prima visione dei funghi come macchie d’oro sul muschio (erano finferli); di una salamandra gialla e nera in quella stessa scena; delle grosse trote fario che nuotano nel Brenta; dei frosoni multicolori illuminati dai raggi del sole sui rami di un ciliegio; di una schiera di rosse myrmica ruginodis schierate militarmente di fronte a nere ordinate schiere di formica fusca; di una donnola che si alza dall’erba e mi fissa, e così via. L’occhio del cacciatore è l’occhio di chi scruta l’ambiente naturale con una intensità superiore, che genera continuamente scene. Ancor più se è un cacciatore sottile. Continua a leggere
Cacce sottili 3
Viaggia molto Jünger, e uno dei suoi viaggi lo porta in Libano, terra dei Fenici. Terra di antiche pratiche sacrificali, anche. E Jünger mostra di sapere quello che Girard ampiamente spiegherà: che il vero sacrificio è quello umano, e che l’animale è una vittima sostitutiva; che mortalità e immortalità umano-divina sono legate insieme e indissolubili (nel sacrificio che genera uomo e dio). Continua a leggere
Cacce sottili 2
All’interno di una grande passione ci si deve scavare una nicchia, che poi diviene un luogo d’incontro con gli adepti, con coloro che se ne sono ritagliata una uguale nello stesso luogo. Così avviene in tutte le grandi scelte di gratuite passioni. Così, tra coloro che si dilettano di pesca ci sono i trotaioli, o quelli che si dedicano al persico-trota o al luccio, e così via. Così nella caccia, c’è chi è fanatico di quella al cinghiale o alla lepre, chi adora la beccaccia, o chi come me rinuncerebbe a tutte le prede per un beccaccino. Così è anche tra gli entomofili (entomologo è freddo, e non dà conto della passione). V’è chi come Jünger si dedica ai coleotteri, e dentro i coleotteri elegge i carabidi, e tra i carabidi le cicindele. Poiché ogni passione è tendenzialmente monoteistica, per così dire. Pure, il cacciatore-collezionista è con la morte che ha a che fare fin dall’inizio. E non quella degli insetti, che eternizza nella “camera a gas” rappresentata da una bottiglietta con un battuffolo imbevuto d’etere, bensì quella degli umani, il senso dello sparire di chi abbiamo conosciuto, che fa pensare al proprio futuro sparire e risveglia il desiderio di lasciare di sé qualcosa di permanente, come il proprio nome legato ad un insetto da noi scoperto, secondo il sistema di catalogazione di Linneo. Il padre di Jünger era un appassionato di scacchi, la cui casa era molto frequentata da altri appassionati. Uno era un certo Rotlevi, che ad un certo punto scomparve.
Le sue tracce scomparvero persino dagli annali che riportano le più belle partite di scacchi.
Questa scomparsa, in seguito, mi ha sempre lasciato in ansia, un’inquietudine che si ridestava anche ogni volta che cercavo di leggere i nomi sulle lapidi mezzo ricoperte di muschio. La strada scorre via veloce sotto le barche e sotto le navi. Spesso siamo gli unici a serbare memoria dell’ospite fugace; con noi egli muore una seconda volta, e si infrange l’ultima stele sulla quale era inciso il suo nome. Ecco perché i morti ritornano sempre, perfino i vecchi nemici, e bussano alla nostra porta. (14-15)
Cacce sottili 1
Cacce sottili (Subtile Jagden, 1980, trad. it di A. Iadicicco, Guanda 1997) è un libro fatto per piacermi sin dal titolo. Si tratta di uno di quei (pochi) libri in cui uno vede rispecchiato se stesso nelle proprie attitudini più profonde. E la mia attitudine essenziale è quella del cacciatore. Il cacciatore e il collezionista hanno molto in comune, e non è un caso che entrambi siano espressione dello spirito maschile (la donna raccoglie, non caccia – si tratta di due espressioni differenti). Quando la caccia è rivolta al mondo degli insetti, come nella caccia sottile di Ernst Jünger, essa tende a coincidere con il collezionismo quasi totalmente – quasi, non del tutto.
Fin da giovane, Jünger sviluppò un appassionato interesse per il mondo degli insetti, e soprattutto dei coleotteri. Ma le sue cacce si concentrarono, come sempre accade, su un limitato numero di specie. Tra tutti i coleotteri, quelli che lo affascinarono furono i carabidi, e in particolare la cicindela. E il libro parla molto degli incontri con questo insetto, in giro per il mondo. 
A me è accaduta la stessa cosa, alla fine degli anni Cinquanta. Prima le farfalle, di cui feci collezione, poi i coleotteri. Il mio interesse si polarizzò sui carabi e sulle cicindele. Come Jünger – ed è questo che mi fa leggere il libro con un’ adesione intima, con una partecipazione delle viscere – ho ammirato i carabi come animali ctonii, del regno delle pietre e del muschio, degli angoli oscuri dei boschi; e nelle cicindele ho visto l’aspetto etereo, il loro essere più del cielo che della terra, la loro velocità. Ma carabi e cicindele hanno una cosa in comune, che è il loro essere predatori instancabili. Come sempre, in ogni regno animale l’uomo è attratto da chi preda e uccide. Lì va spontaneamente la sua ammirata contemplazione.
Avvicinamenti
Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza di Ernst Jünger (Annäherungen. Drogen und Rausch, 1970, trad. it. di C. Sandrin e U. Ugazio, Guanda, Parma 2006) è un libro sull’ampiamento della coscienza ed il superamento della condizione normale, nel senso dell’eccitazione e/o dello stordimento, che lo stesso autore in vari momenti della sua vita ha voluto sperimentare. In realtà, si tratta di una ricerca antropologica, entro la quale mi sembra che si possano cogliere, più che in altri testi, il fondamentale paganesimo jungeriano e i suoi legami essenziali con la visione romantico-tedesca della Natura e della Totalità.
Si veda questo passo sul suolo e la notte.
È singolare che vi sia più vita sottoterra che alla luce del giorno, vita più delicata, più fine. Tutti questi germi, fibre, miceli, uova, nematodi appaiono solo quando un colpo di vanga li porta alla luce, che rapidamente li distrugge. Eppure è la radice ad alimentare il fogliame, il mito ad alimentare la storia, il poeta ad alimentare il pensatore, il sogno ad alimentare i nostri giorni e le nostre opere.
“La notte è fonda, più fonda di quanto pensi il giorno.” “Più luce”—queste parole contengono anche un riferimento segreto all’oscurità. Chiunque sia la donna con cui dividiamo il letto, in lei vogliamo tornare alla madre. A lei, non ad Afrodite, appartiene l’altare su cui celebriamo il sacrificio. Afrodite dà solo la forma, come tutti gli dèi danno la forma. C’è chi la prende troppo sul serio, e chi la sottovaluta. Su questo si concentra ogni disputa degna di questo nome. (p. 190)
Che l’umano abbia origine dalla caccia è una mia profonda convinzione. Per questo la connessione originaria tra caccia e poesia, che qui viene individuata, mi risulta particolarmente suggestiva.
Ancora a questo proposito, dice Raffaello: « Comprendere significa farsi uguale ». Si può qui includere l’animale; i vecchi cacciatori l’hanno sempre saputo. Questo vale tanto per le forme cruente della caccia, quanto per quelle più elevate, dove il possesso cercato è spirituale e definitivo. Anche in questo le religioni dell’Estremo Oriente si distinguono da quelle del Vicino Oriente. Molte epoche, anche le più antiche, sono state più vicine all’animale della nostra; l’hanno compreso più profondamente, nonostante tutta la raffinatezza della moderna zoologia. E mai gli animali hanno subito trattamenti più infami di quelli odierni. Anche il poeta conosce il mistero della caccia superiore. Come il cacciatore arcaico evocava l’animale con la danza e le maschere, il poeta lo evoca con la parola, che non si limita a impressioni di movimento e a macchie di colore. Che tra fratelli non ci si debba lodare, non significa che io debba tenere nascosto che a mio fratello Friedrich Georg quest’evocazione sia riuscita, con il pavone, la civetta, il serpente, la lepre e altri animali. Risaliamo qui a tempi remoti, anteriori al mito—ai tempi della metamorfosi di cui è capace la Grande Madre. Le sue vesti seguono tante fogge, tante pieghe, eppure sono fatte di una sola stoffa. Quest’unità diventa visibile nella fiaba; sono i poeti a ricordarcela, in generale gli artisti. Più importante di quel che ci fanno udire vedere è quel che ci fanno dimenticare. Se solo riescono in questo loro intento, tutto il resto rimane sullo sfondo: il particolare, il controverso, l’oggetto—il tempo con le sue sfumature. (p. 97)
Visita a Godenholm
Sono due i racconti di Ernst Jünger tradotti da A. Vigliani e pubblicati sotto il titolo del più lungo di essi, Visita a Godenholm (Adelphi 2008). Quest’ultimo è dello Jünger che mi piace meno, il narratore esoterico cui dell’autentico narratore manca la forza di creare personaggi vivi, veri caratteri.
Quello che davvero è bello, nella sua concentrata brevità, è il racconto più breve, un pugno di pagine: La caccia al cinghiale, di algida perfezione. Narra di un giovane che ha sempre bramato diventare un cacciatore perché si è innamorato di un fucile, e lo ha quasi ipostatizzato. La prima volta però che si trova fra cacciatori autentici, e ha la ventura di abbattere, fortuitamente, un poderoso verro, viene spiritualmente a sua volta abbattuto dal gesto compiuto, dall’uccisione di un essere così vitale, e dallo squartamento che, secondo il rito, ne fanno gli uomini.
«Quella fu la prima sera in cui Richard si addormentò senza aver pensato al fucile, e fu il cinghiale a prenderne da allora il posto nei suoi sogni» (p. 23). In verità, è malsano l’approdo alla caccia che viene dall’innamoramento per le armi. Solo il cammino opposto, dall’innamoramento per gli animali alla loro caccia è saggio e divino.
Il libro dell’orologio a polvere
Il libro dell’orologio a polvere (Das Sanduhrbuch, 1954, trad. it. di A. La Rocca e G. Russo, Adelphi, Milano 1994) è senz’altro uno dei più suggestivi libri di Ernst Jünger. Richiede lettori meditativi, portati alla contemplazione e ad una certa, moderata, dose di melanconia. In ogni caso, lettori disposti a rileggere le pagine e le singole frasi, perché in Jünger c’è sempre qualcosa che sfugge al primo passaggio, e il lettore veloce non può apprezzare la scrittura di questo tedesco dalla lunga vita.
Molte riproduzioni di stampe e immagini varie costellano questo testo, che segue le trasformazioni della misura del tempo nel passare delle civiltà e delle culture e dei variati modi di segnare e concepire il trascorrere. (Nell’iconografia non manca la Melancholia di Dürer, icona del mio sito Bibliosofia). L’orologio a polvere è un misuratore del tempo che ha una grande forza di rappresentazione ed una carica simbolica potente. La clessidra sul mio tavolo mi mostra anzitutto un flusso, e intanto mi ricorda che anch’io sono polvere. L’orologio meccanico è altra cosa, legato com’è alla ragione dominatrice e alla potenza, e sul tempo meccanizzato e sulla sua genesi Jünger scrive pagine molto belle. Ovviamente, Jünger non ha potuto riflettere sul tempo digitale.
Anche la misura del tempo ha tuttavia un’origine. E come tutte le origini essa è sacrificale. Impossibile scendere negli abissi del rapporto tra gli umani e il tempo senza imbattersi nelle antiche potenze e nelle pratiche umane da loro governate.
L’orologio meccanico non è né un orologio tellurico né un orologio cosmico. È una terza cosa, una creazione dell’intelletto che non indica né il tempo astronomico né il tempo terreno. Quello che ci viene dispensato è tempo astratto, tempo intellettuale. Non è un tempo che ci venga offerto in dono, come la luce del sole o gli elementi naturali, ma un tempo che l’uomo elargisce a se stesso e di cui dispone. Ciò comporta una perdita ma anche un guadagno. E, insieme, suscita nell’uomo il suo dubbio più radicale, se cioè egli dimori in una prigione o in un palazzo. Il quadrante viene privato della sua pregnanza oroscopica. La forza di gravità viene assoggettata. Nel frattempo proliferano nuove opere. Addomesticando e imprigionando il tempo si acquisisce maggior potere. Ma le antiche potenze del tempo sono sempre presenti ed esigono vittime sacrificali. Non dobbiamo dimenticarlo. (p. 75)
In effetti, si può essere condotti al sacrificio attraverso le porte di una prigione, ma anche attraverso quelle di un palazzo, edifici sovente tra loro non lontani.
Quando sorgono dubbi sulla rotazione e il suo progresso, lo sguardo ritorna a ciò che ruota e che si muove. Quali versetti, quali rune saranno mai incise sulle nostre ruote? O forse la ruota in sé appartiene agli antichi ordinamenti? Allora anche nel nostro lavoro potrebbe nascondersi una vittima sacrificale. (p. 84)
Sulle scogliere di marmo
La felicità perduta è un tema assolutamente originario. Declinato in mille modi consimili dall’alba dell’arte consapevole, questo tema del “nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria” riappare continuamente nel corso dei secoli in tutte le culture, il più delle volte connesso con una melanconica contemplazione della caducità. Continua a leggere


