Maxima-Minima

Maxima-Minima

Come un cielo oscurato in cui balenano luci che possono illuminare o accecare: questo è il libretto Maxima-Minima di Ernst  Jünger (Maxima-Minima. Adnoten zum «Arbeiter», 1964, trad. A. Iadicicco, Guanda 2012). Tre citazioni:

Sarà bene tener d’occhio il tipo di persecutore, non il genere di divisione tra i partiti. I partiti cambiano, la persecuzione rimane. La giustizia segue la politica come gli avvoltoi le campagne degli eserciti. Tutti sono coraggiosi rispetto a colui che giace al suolo. [p. 13] Continua a leggere

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La capanna nella vigna 8

La buona intelligenza politica, il giudizio su peso ed equilibri nelle regioni politiche, è altrettanto raro quanto la giusta comprensione del conflitto tragico. Ecco perché un buon dramma è altrettanto infrequente che una autentica concezione politica. (p.204)

Che il singolo, il debole, il perseguitato, nella sua cameretta, nel suo nascondiglio, nella cella della sua prigione possa opporre resistenza al Leviatano, che possa perfino citarlo sugli scranni della corte, e che tale forza gli sia conferita proprio dalla paura è un pensiero grandioso. È dunque soffrendo che si riesce a sopravvivere. (p. 215)

Poiché non possiamo vivere senza errore, dobbiamo solo sperare che i nostri errori non si avvicendino troppo rapidamente. Ci auguriamo pertanto che si avvicendino a lunghe ondate. Solcandole, le navi raggiungono sicure il porto: le chiese navigano sui millenni, gli stati sui secoli, gli individui su ondate di sette, dieci anni. (ibid.)

La capanna nella vigna 7

Come l’armonia invisibile è, secondo Eraclito, più importante di quella manifesta, così un atto di violenza segreto è più tremendo di uno aperto. (p. 136)

La diffidenza nei confronti di chiunque si accosti al proprio oggetto al di là degli apparati è uno dei segni dell’epoca della tecnica e del suo progresso. Risulta sospetto, per esempio, il tale che, leggendo la Bibbia, aggiunga una nuova osservazione senza essere un professore di teologia. Ma, anche se lo fosse, ci sarebbe da fare una distinzione ulteriore tra studiosi dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Ciò significa però rovesciare le cose, perché questo tipo di conoscenza specialistica costituisce una delle ragioni per cui si è esclusi dalla ricchezza originaria degli oggetti. Mosè e Cristo si sono rivolti a spiriti di ben altra natura e continuano a farlo anche oggi. Un sarto, un giardiniere, un contadino, un pescatore possono essere più vicini al testo e attingere alle sue sorgenti più profonde, non certo in virtù della loro professione, bensì della loro ingenua freschezza. Ci leggeranno qualcosa di nuovo, ne ricaveranno un’acqua vitale, e quella novità verrà a coincidere con il testo antico, con il testo sacro originario che ancora si rivela nella Parola. La fatica di Sisifo degli eruditi della Scrittura, invece, che porta nel vuoto su strade sempre più sottili, andrà dispersa. (p. 194)

La capanna nella vigna 5

I tibetani, costruendo i loro monasteri, devono evitare i disegni simmetrici che attraggono i demoni. Il perché di un simile divieto si capisce già solo pensando alla specularità. Una delle tendenze vitali primarie punta a sottrarsi con sempre crescente libertà all’obbligo della simmetria: è un fenomeno che possiamo osservare sia nella genealogia degli animali sia nell’arte. La tecnica invece è essenzialmente incline a creare figure non solo simmetriche, bensì addirittura congruenti e dovrebbe dunque – se si vuole dar credito ai tibetani – predisporre delle vere e proprie piste di atterraggio per i demoni. La cosa non è improbabile, visti i suoi successi. Ne è indizio tutto ciò che va al di là delle intenzioni (p. 114)

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Da un punto di vista girardiano, il senso è trasparente. Dietro ogni simmetria si celano i demoni della mimesi violenta.

La capanna nella vigna 4

La grandezza di san Martino non sta tanto nel fatto che egli porga aiuto, quanto nel fatto che egli porga aiuto immediatamente al prossimo sulla via. È questa la virtù che sfiora il miracolo. (pp. 51-52)

L’umanità faziosa è più spregevole della barbarie. (p.76)

Fintanto che c’è un libro a portata di mano e il tempo di leggerlo, nessuna condizione potrà mai essere disperata, né del tutto priva di libertà. (p. 99)

[Per questo nei gulag comunisti di solito non ci sono né libri né tempo. – F.B]