Ipazia, scene VI, VII e VIII

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Il prefetto Oreste getta uno sguardo sulla folla intorno. Gente di ogni risma, di ogni età. Molti cristiani, cristiani violenti, facinorosi. Lo hanno visto entrare nella casa di una donna pagana, di una maga. Non ha pregato in una chiesa, lui, prima di andare in tribunale a rendere giustizia ai poveri. No, è andato in casa di quella maledetta pagana, una strega, una che fa incantesimi.
Mentre il prefetto si sta sistemando sul cocchio, un uomo, giovane alto elegantissimo, si fa largo tra la folla e si avvicina. Rafael Aben-Ezra, mio eccellente amico, dice Oreste. Cosa mai ti porta ad Alessandria proprio nel momento in cui ho bisogno di te? Accomodati accanto a me, e parleremo, da qui al tribunale.
L’uomo sale lentamente. Parla a voce bassa: Per quale nobile intento il rappresentante del potere imperiale avrebbe bisogno del più umile dei suoi sudditi?
Niente paura, non mi serve denaro, ride il prefetto.
Felice di sentirtelo dire. In una famiglia basta un solo usuraio. Mio padre ha accumulato denaro. Io lo spendo, e così facendo mi realizzo come filosofo.
Il prefetto sorride e indica i suoi cavalli: Belli questi quattro nisei bianchi, vero? Solo uno di loro ha un po’ di grigio.
Sì sì, belli i cavalli, ma comincio a pensare che siano una scocciatura, come tutto il resto. Si feriscono, si ammalano, richiedono cure e attenzioni continue. A Cirene sono stato assillato da quel vescovo cacciatore, quell’autentico Nemrod, Sinesio, che mi asfissiava con continue richieste di procurargli cavalli, cani e archi.
Ah! Quell’uomo di valore è… esuberante come sempre?
Esuberante? In tre giorni mi ha portato alle soglie di una crisi nervosa. Quello si alza prima che il gallo canti, sempre in ottima salute e pieno di energia, va a caccia a cavallo e tira con l’arco alle gazzelle, insegue i predoni per valli e colline, poi va in chiesa a pregare, tesse trame politiche, si fa prestare denaro, battezza, scomunica, se la prende con quel pessimo soggetto di Andronico, conforta le vecchiette, mette insieme le doti per le fanciulle povere e graziose, trova il tempo per scribacchiare un po’ di filosofia e subito dopo di allevamento dei cavalli, sta sveglio tutta la notte a scrivere inni bevendo vino, e la mattina seguente all’alba balza in sella, e mentre cavalca è capace di parlare ai suoi accompagnatori del modo in cui un filosofo si astrae dalle tempeste del mondo. Il Cielo mi tenga lontano da uomini come lui! A proposito, nella stessa nave che mi ha portato qui c’era una graziosa ragazza del mio popolo con merce che potrebbe essere gradita all’eminente prefetto.
Ci sono tante ragazze carine, tra la tua gente, che potrebbero essermi gradite anche senza accompagnamento di merce, ride il prefetto.
Eh, quelle furbette ci hanno sempre sempre saputo fare, fin dai tempi di Geroboamo figlio di Nebat. Ma io intendevo la vecchia Miriam… Lei ha prestato denaro a Sinesio, per la sua lotta contro i predoni. Ed era tempo di fare finalmente qualcosa. Avevano bruciato ogni fattoria per miglia e miglia intorno a Cirene. Ma quella vecchia ragazza coraggiosa doveva pur fare qualche affare anche per se stessa. Così se ne è andata in mezzo a quei barbari, verso l’Atlante, ha comprato con denaro sonante tutte le donne che avevano rapite, e anche alcuni dei loro figli e delle loro figlie… Miriam è tornata con un bel gruppo di bellezze libiche, tra le quali il prefetto eccellentissimo, che ha un gusto raffinato, potrebbe fare la sua scelta per primo. E il prefetto potrebbe ringraziare per questo privilegio… me.
Naturalmente, io sarei il primo, ma dopo di te, vero? Mio astuto Rafael.
Ma no. Le donne sono solo una scocciatura, come Salomone scoprì secoli fa. Io lo imitai, mi circondai di donne, le più belle schiave di Alessandria. Ma litigavano fra loro tutto il giorno, strepitavano, e così le ho vendute tutte, tranne una. Ma era un’ebrea, e i rabbini obiettarono. Infine mi presi una donna come unica sposa, ma quella voleva che io stessi sempre con lei, non mi lasciava respirare, e così ho divorziato. Ora sono libero, come un filosofo, e sarò ben felice di concedere all’eccellente prefetto la possibilità di ottenere tutto ciò che come filosofo non mi interessa più.
Grazie, risponde Oreste. Sei un giudeo degno del massimo rispetto. Io non ho ancora raggiunto il tuo livello spirituale, e… già oggi nel pomeriggio manderò a chiamare quella Miriam, quella maga Eritone. Ora, però, ascoltami bene. Una questione urgente, molto seria, una faccenda politica grave. Cirillo mi ha scritto una lettera in cui dice che voi ebrei state complottando per uccidere tutti i cristiani di Alessandria.
Ehm, perché no? Io davvero vorrei che fosse vero, ma penso che in verità siano tutte fandonie.
Vorresti che fosse vero? Tu che ascolti Ipazia? Per gli immortali… santi del cielo!
Ma, non è una faccenda che mi riguardi, dice Rafael. Posso dire che molti tra la mia gente sono pazzi, come accade negli altri popoli. Ci sarà anche qualcuno che ha progetti omicidi. Ma non ci riusciranno, è evidente. Non penso che ci sia niente di serio, voci infondate. Ma se sei davvero preoccupato, fra qualche giorno potresti andare alla sinagoga e parlare con qualche rabbino, chiedergli cosa pensa.
Fra qualche giorno? Sbotta il prefetto. Io devo dare una risposta a Cirillo oggi.
Una ragione in più per non investigare sulla mia gente. Ora come ora, tu puoi dire in tutta sincerità che di questa faccenda non sai nulla.
La sincerità ben usata può essere una dote politica, amico mio. E l’ignoranza può essere il bastione di un uomo di stato in difficoltà… Quindi anche tu sei libero dalla necessità di affrettarti.
Ti assicuro, eccellente prefetto, che non mi affretterò.
Diciamo dunque, di qui a dieci giorni.
Diciamo così, certo, quando tutto sarà finito, scandisce Rafael.
E non c’è nulla da fare. Vi è sempre un certo conforto nell’idea che non ci sia nulla da fare…
In fondo questa è la radice e il nucleo della filosofia. Voi uomini impegnati nelle faccende mondane siete sempre lì ad aiutare questo e quell’altro, li tormentate con consigli di ogni tipo, gli offrite prospettive, gli suggerite cautele, li mettete in guardia. Il filosofo, invece, tranquillamente dice: non c’è da fare nulla, nulla. Ciò che deve accadere accadrà. Il mondo non lo abbiamo fatto noi, e noi non ne siamo responsabili. In questo è riassunta la vera saggezza. Questo è il compendio di tutto quello che è stato detto e scritto, da Filone l’Ebreo a Ipazia la Pagana. Ma guarda là, che caso! Cirillo che proprio ora sta scendendo i gradini del Cesareo. Sembra un cane da combattimento.
Alla testa di una muta ringhiante, sì, mormora Oreste. Guarda quel diacono, o quel lettore, o non so che cosa sia, che faccia da galera ha…
Stanno parlottando. Che il Cielo gli dia pensieri gradevoli, e facce ancora più gradevoli!
Amen, dice Oreste con una smorfia.

Dalla casa di Ipazia, tu dici? Sta mormorando il vescovo al suo diacono. Strano, il prefetto è tornato in città solo stamane.
Ho visto poco fa il cocchio di Oreste fermo davanti alla sua porta.
E suppongo che ci fossero altri venti carri.
Sì, bloccavano il traffico. Carri, lettighe, schiavi, e bellimbusti… Ma quando vedremo un affollamento del genere là dove dovrebbe essere? Cirillo non risponde. Il diacono prosegue: Dove dovrebbe essere, padre… davanti alla tua porta, al Serapeo.
Il mondo, la carne e il diavolo conoscono bene i loro amici, mio caro Pietro, e finché avranno i loro da cui andare, non possiamo aspettarci che vengano da noi.
Ma cosa accadrebbe se i loro amici fossero tolti di mezzo? chiede il diacono.
Potrebbero venire da noi per spassarsela meglio… il diavolo e tutto il resto. Ecco, se io potessi prendere saldamente il controllo della carne e del mondo qui in Alessandria, potrei vedermela col diavolo, e metterlo con le spalle al muro. Ma non potrà accadere, finché continuano a esistere quelle scuole di filosofia, quelle sale piene di immagini idolatriche, quei teatri di Satana… teatri dove il diavolo si traveste da angelo di luce. Scimmia della virtù cristiana. Adorna i suoi ministri come ministri di giustizia. Ti dico che finché starà in piedi quella sala in cui Ipazia insegna, finché i grandi e i potenti vi si affolleranno come pecore, per farsi ammaestrare da lei, per imparare a giustificarsi delle loro sopraffazioni e del loro ateismo, finché questo continuerà, ad Alessandria il Regno di Dio verrà calpestato. I poveri verranno calpestati. Finché Ipazia continuerà ad essere ascoltata, qui non comanderanno i vescovi e i sacerdoti del Dio vivente, comanderanno ancora i principi di questo mondo, coi loro gladiatori parassiti e usurai. Ora basta parlare di questo, Pietro, dobbiamo pensare ai poveri e alle vedove dei pescatori. Pensiamo a quali famiglie dobbiamo visitare.
Il diacono Pietro rimane silenzioso. I due si allontanano con il loro piccolo seguito. Tutti portano cesti pieni di pane per gli affamati.

Intanto il prefetto continua a conversare con Rafael: Spira un bel venticello fuori del porto… ottimo per le navi cariche di cereali.
Sono già partite? chiede Rafael.
Sì, sono partite. Perché? Il primo gruppo di navi l’ho inviato tre giorni fa. E il secondo sta salpando ora.
Oh! Ah! Mmmmh! Allora tu non sai le nuove di Eracliano?
Eracliano? E che cosa mai ha a che fare il conte d’Africa col mio grano?
Oh, nulla… Non è una faccenda che mi riguardi… Solo, lui è pronto a ribellarsi. Ah, siamo arrivati.
Pronto a cosa? balbetta il prefetto inorridito.
A ribellarsi, ad attaccare Ravenna, dice con calma Rafael.
O numi! O Dio! Un nuovo problema, un macigno sul mio capo! Il prefetto scende dal cocchio, seguito da Rafael, e scuotendo la testa sale in fretta la scalinata. Vieni dentro con me, andiamo nella stanza delle conversazioni segrete, dice all’ebreo, e parla piano. Nessuno deve sentire queste cose.
Oreste raggiunge una piccola stanza isolata, fa entrare l’ospite e sbarra la porta. Ci sono due sgabelli, li avvicina, si siede e fa accomodare Rafael. Si protende verso di lui, negli occhi perplessità e angoscia: Dimmi cosa sta accadendo. Dimmelo immediatamente!
Ti ho detto tutto quel poco che so, dice lentamente Rafael. E intanto da una piega della veste esce un piccolo pugnale col fodero ingemmato. Aggiunge: naturalmente, ho pensato che tu ne fossi al corrente. Altrimenti non avrei detto nulla. Sai, è una faccenda che non mi riguarda.
Oreste esplode: per tutte le Furie dell’Inferno! Tu insolente usuraio di provincia… tu sei andato troppo oltre. Ti prendi troppa libertà con me, maledetto giudeo! Non sai chi sono? Dimmi tutta la verità, oppure te la farò cavar fuori con tenaglie arroventate. Per la vita dell’imperatore!
Il volto di Rafael si indurisce, non resta alcuna traccia della sua maschera di filosofo neoplatonico. Sogghigna e risponde: Allora, mio caro eccellente prefetto, tu saresti il primo uomo sulla terra a riuscire nell’impresa di forzare un ebreo a dire o fare ciò che non vuole.
La vedremo! Guardie! E il prefetto si alza gridando.
L’eccellente prefetto si calmi, dice Rafael mentre si alza a sua volta. La porta è sbarrata, e questo pugnale ha la lama avvelenata. E se mi capitasse qualcosa, tutti gli ebrei che prestano denaro in Alessandria si sentirebbero gravemente offesi, mentre tu moriresti in tre giorni tra terribili sofferenze… Perduto l’incontro con la nostra vecchia Miriam, perduta la fanciulla… E lasciate le finanze tue e quelle della provincia in una condizione alquanto difficile. Molto meglio che tu ti risegga, e ascolti tutto quello che ho da dirti, filosoficamente, come un vero allievo di Ipazia. E che non ti aspetti che un uomo ti dica quello che realmente non sa.
Il prefetto si controlla. Una guardia bussa: Ordina, prefetto!
Mandatemi qui Ipocorisma col mio vino. Voi ebrei! dice il prefetto cercando di buttarla in ridere. Siete sempre gli stessi irriducibili che ha combattuto il grande Tito!
Sempre gli stessi, prefetto eccellentissimo. Ma tornando a quella faccenda, che in realtà è importante… almeno per i gentili: Eracliano sicuramente si ribellerà. Sinesio me l’ha fatto intendere chiaramente. Ha bloccato ogni invio di grano a Ostia e ti scriverà di tenere ferme anche le tue navi. Mmmh… ridurre alla fame Roma, Ravenna, Goti, senato, imperatore, e tutti quanti. Se rispondere positivamente o no a questa sua piccola richiesta dipende solo da te…
E anche questo rientra nei suoi piani, mormora il prefetto.
Naturalmente.
Il prefetto alza la mano destra, socchiude gli occhi, e riflette. Un silenzio profondo scende tra i due uomini.
Ma, si limita infine a proferire Oreste. Con Sinesio… Improvviso terrore di legarsi mani e piedi, di finire in un vicolo cieco. Rivolge a Rafael uno sguardo feroce. E come faccio a sapere che non si tratta di una delle tue trappole infernali? Dimmi come hai fatto a scoprire tutto questo, oppure, per Ercole! Per Ercole e per i Dodici Dei, io…
Eccellentissimo prefetto, non dovresti usare espressioni indegne di un filosofo. La mia fonte di informazioni è molto semplice e molto sicura. È uno che ha negoziato un prestito dai rabbini di Cartagine. Loro erano spaventati, o fedeli all’Impero, o entrambe le cose, e si sono tirati indietro. E lui sapeva, come sanno tutti i governatori saggi, che non serve a nulla intimidire noi ebrei. Io non presto mai denaro… è un’attività non-filosofica. Ma gli ho presentato la vecchia Miriam, che farebbe affari col diavolo in persona. Non so se alla fine lui abbia avuto il denaro, non lo posso dire, però posso dire questo: io e lei conosciamo il suo segreto, e ora lo conosci anche tu. Se poi desideri altre informazioni, la vecchia te le fornirà. Lai ama gli intrighi tanto quanto ama il buon vino.
Forse sei un buon amico, dopo tutto, mormora Oreste.
Ma certo che lo sono. E dunque vedi che potevi arrivare alla verità facilmente, con un’elegante conversazione. Se tu mi avessi fatto torturare, per me sarebbe stato un punto d’onore inventarmi un sacco di fandonie e fartele prendere per vere. Ma ecco che arriva il tuo Ganimede col vino, giusto in tempo per calmare i tuoi nervi e riempirli dello spirito della divinazione. Parlo con un mezzo pagano, ammiccò Rafael.
Bevono. Ottimo vino, dice Rafael. Siriano?
Vero vino di Siria. Ben invecchiato: fuoco e miele. Fuori di qui, Ipocorisma! Vedi che non mi ascolta. Mascalzone impudente! Duemila pezzi d’oro l’ho pagato due anni fa. Mi dicevano che aveva meno di tredici anni, era così carino… E da allora è il tormento della mia vita. E già gli spunta la barba… E ora dimmi: che cosa sta sognando di fare il conte?
Di ottenere la sua ricompensa per aver eliminato Stilicone.
Che? Non gli basta essere conte d’Africa?
Lui potrebbe rispondere citando i servizi resi negli ultimi tre anni.
Be’, in fondo lui ha salvato l’Africa, dice Oreste pensoso.
E di conseguenza anche l’Egitto… E forse tu, e lo stesso imperatore, potreste essere considerati in debito con lui.
Caro amico, i miei debiti sono così tanti, che non posso pensare ad alcun pagamento. Ma veniamo al dunque: qual è esattamente la ricompensa che chiede?
La porpora, risponde Rafael.
Oreste sobbalza, sta per dire qualcosa ma si trattiene, riflette a lungo. Rafael lo guarda senza aggiungere una sillaba. Ad un certo punto, dice: nobilissimo prefetto, mi daresti licenza di andare? Ti ho detto tutto quello che dovevo dirti. Se non vado subito a casa a mangiare qualcosa, difficilmente poi avrò il tempo di trovarti la vecchia Miriam, e procedere al nostro piccolo affare con lei prima del tramonto.
Un attimo ancora: di quanti uomini dispone?
Dicono che siano già quarantamila. E se solo potesse tramutare i bastoni di quei ruffiani di donatisti in spade, il suo esercito crescerebbe a dismisura.
Bene, amico, va’ pure. Col tuo Dio, se ce l’hai.
Rafael fa un inchino ed esce. Il prefetto appoggia il mento sui pugni chiusi e medita. Al conte ne servirebbero centomila. Non riuscirà mai ad arruolarne così tanti. Ma, non lo so… quell’uomo ha una mente da Giulio Cesare. Quel pazzo di Attalo parlava di ricongiungere l’Egitto all’Impero di Occidente. Forse non è un’idea così malsana… Qualunque cosa è meglio che essere governati da un ragazzino idiota e tre monache salmodianti. Io mi aspetto di essere scomunicato da un giorno all’altro per qualche supposta offesa alla bigotteria di Pulcheria… Eracliano imperatore a Ravenna, e … io signore e padrone di Africa e d’Egitto. Non più Cirillo a spiarmi e a mandare denunce contro di me a Costantinopoli. Lasciare che i cristiani, ortodossi e donatisti, si sgozzino a vicenda in santa pace… Prospettiva allettante… Ma quanti problemi, quante fatiche, quanti rischi…
Oreste si alza e si dirige verso l’aula delle udienze, pensando ad un bagno tiepido e profumato.

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Ipazia, scena V

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Alessandria. Una piccola stanza sotto il tetto di un alto edificio, stile ateniese, vicino al Museo. Non è per la tranquillità che è stata scelta da chi vi abita. È vero che il baccano delle schiave che lavorano, chiacchierano e litigano nel cortile delle donne vi giunge attutito, ma ben si odono le voci dei passanti e lo sferragliare dei carri dalla strada affollata, e i versi degli animali dal Serraglio, là oltre la strada. No, la stanza è stata scelta per la vista che dona. Oltre il muro dei giardini del Museo si offrono agli occhi fiori, fontane, statue, cespugli, viali. Settecento anni di filosofi e poeti alessandrini. Qui c’è la celebre Biblioteca, dove sono raccolti secoli di pensiero e di bellezza.
La stanza è arredata con elegante semplicità. Una donna seduta sta leggendo un manoscritto. Semplice eleganza anche nel suo vestito. Espressione pensosa e triste. Solleva lo sguardo e contempla i giardini del Museo. E mormora a se stessa: Sì, le statue vengono distrutte. Le biblioteche vengono saccheggiate. Nessuno più discute di filosofia e di scienza. Gli oracoli sono muti. E tuttavia… L’antica fede degli eroi e dei sapienti è morta? Ma no! La bellezza non può mai morire. Mai. Se il divino ha abbandonato le forme della religione antica, non ha abbandonato le anime di quelli che apirano al divino. Gli Dei non guidano più l’Impero… ma la Divinità non ha smesso di parlare alle anime elette. Si è allontanata dalla massa del popolo. Ignoranza e superstizione dappertutto… Io la Divinità la sento ovunque, la sento in me. La Divinità non ha abbandonato Ipazia. Io sono legata al mondo passato. Ma per me non è passato! Gli dèi sono simboli, i miti sono cifre della sapienza. Tutti se ne sono allontanati. Resto io sola… quasi sola. Credere a dispetto di ogni delusione… Sperare contro ogni speranza. Mostrarsi superiore alla massa dei mortali, vedendo profondi abissi di gloria vivente in quei miti che ai loro occhi sono diventati oscuri. Anzi, morti. Non vedono più nulla, sono ciechi. Questa epoca in cui tutto va in rovina produce nuova superstizione. Credenze vili, una umanità sordida avanza. E io sono chiamata a combattere contro tutto questo. Per gli antichi dèi, gli antichi eroi, per la filosofia che li ha interpretati scoprendone il senso razionale, mentre sondava i misteri della terra e del cielo. Luce di conoscenza! Per questa lotta riceverò un ricompensa… Salire attraverso i cieli, dove sono le anime immortali, le Potenze, attraverso gli Eoni, fino alla casa eterna, fino allo splendore del Senza Nome, fino all’assoluto Uno…
Tace. Estasi. Continua a leggere

Ipazia, scene III e IV

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Nella laura non c’è nessuno che non onori Aufugus. La sua santità ha un alone di mistero, lui è umile e dolce come un bambino. Tra i monaci qualcuno sussurra che un tempo sia stato un uomo importante, che sia venuto da una grande città. Forse dalla stessa Roma. Orgoglio di pensare che tra loro ci sia un uomo che ha visto Roma. Il padre Pambo manifesta rispetto per lui: non gli ha mai dato una bastonata, mai un rimprovero. Lo tratta diversamente dagli altri. Quella volta che Teofilo mandò un messaggero da Alessandria, con la notizia che Alarico aveva saccheggiato Roma, quando in ogni laura tutti furono sconvolti, quella volta Pambo condusse subito l’inviato alla cella di Aufugus, e là rimasero chiusi per tre ore a consultarsi segretamente, e soltanto dopo la notizia mostruosa fu comunicata agli altri monaci. E tutti sanno che allora Aufugus consegnò al messaggero una lettera, scritta di suo pugno. E molti pensano che contenesse segreti della politica mondiale, conosciuti solo da lui. I monaci intenti al lavoro dalle loro celle vedono Pambo che dopo la sfuriata va da Aufugus. Sentono che c’è qualcosa di strano, una faccenda delicata. Confidano che i due santi uomini la risolveranno con saggezza. Rimangono a colloquio più di un’ora, parlano intensamente a voce bassa. Poi si sente un suono più alto, come se i due anziani stessero pregando tra lacrime e singhiozzi. Ogni fratello china la testa, sussurra una preghiera all’Altissimo: possa Colui che essi servono guidarli, vegli Lui sui suoi servi della laura, provveda alla Sua Chiesa, e al grande mondo che ancora è pagano. Filemone sempre in ginocchio, immobile, aspetta la sentenza. «Il cuore conosce la propria amarezza e alla sua gioia non partecipa l’estraneo». Continua a leggere

Ipazia, scena II

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Prende la strada del ritorno, il ragazzo senza guida. Strada piena di domande infantili. Vaghe, inarticolate, paurose. Giunge al margine dell’altura sotto cui giace la sua casa. Vista piacevole, quella laura solitaria, quella fila di celle di pietra, sotto la perpetua ombra di quel muro di rocce a sud, tra quei vecchi palmeti. Là c’è una caverna che si dirama: cappella, deposito, ospedale. Vicino risplende al sole il verde degli orti dei monaci: miglio, fagioli, prodotti della terra che l’acqua con cura amministrata e il duro fraterno lavoro strappano alle sabbie. Sono proprietà comune, gioia e cura di tutti, quegli orti, come ogni cosa nella laura. Tranne i sette piedi della cella per dormire. Per il bene comune hanno faticato tanto, i monaci. Portando fango nero dalle rive del Nilo in canestri di palma. Liberando gli spazi dalla sabbia. Seminando il suolo artificiale per un raccolto da spartire tra fratelli. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, ognuno di loro lavora a intrecciare canestri, la mente ripiena di pensieri alti, divini. Un anziano monaco porta i canestri ai monasteri dell’altra riva, più grandi e più ricchi. Là li scambia con vesti, libri e oggetti che servono per il culto e lo studio. È il ragazzo che porta laggiù l’anziano, una settimana dopo l’altra, con una barchetta di papiro. E allora pesca, seduto, mentre lo aspetta per il pasto comune. Vita di semplicità e letizia, nella laura. Tutto è metodico e ordinato. Venerabile quasi quanto la Scrittura a cui si ispira. A ciascuno sono dati cibo e vestiario, un ricovero, amici e consiglieri. E una speranza vivente nella provvidenza di Dio Onnipotente. Splende davanti ai loro occhi la speranza di una felicità eterna, indicibile. Splende davanti ai loro occhi questa speranza. Notte e giorno, sempre. Quasi tutti i monaci si sono rifugiati nella laura fuggendo dalle loro città corrotte, violente, mondo di tiranni e di schiavi. Da un mondo in decadenza ad un luogo tranquillo, in cui si medita sulla verità e la giustizia, in cui si prega, in cui tutto è messo in comune, un mondo di fratelli. Ma sono fuggiti… dal mondo in cui Dio li ha posti, sono fuggiti nel deserto. Al fondo di tutto c’è sempre un enigma.
Pambo depone il canestro che sta intrecciando e lo guarda.
Filemone, figlio mio, sei in ritardo, dice.
Si trova poca legna in giro, e ho dovuto andare lontano.
Un monaco, dice Pambo, non dovrebbe rispondere prima che gli sia fatta una domanda.
Davanti al tempio, lassù nella valle…
Nel tempio! Cos’hai veduto là?
Nessuna risposta. Lo sguardo di Pambo fisso, nero. Non sarai entrato? Le abominazioni pagane non avranno destato in te… la concupiscenza?
Io… io non sono entrato… ma… ho guardato.
E che cosa hai visto? Donne?
Filemone cerca parole, non le trova.
Ira del padre. Non ti ho forse ordinato di non guardare mai le donne in faccia? Loro non sono forse le primizie del demonio, da cui ci sono venuti tutti i mali? Non sono la sua trappola più sottile? Non sono maledette per sempre, a causa della colpa della prima di tutte loro, per cui il peccato è entrato nel mondo? Le porte dell’inferno le ha aperte una donna. E da allora fino ad oggi là sono loro le portinaie. Ragazzo sventurato! Che cosa hai fatto!
Ma erano solo dipinte sui muri…
Ah! Dice Pambo con un sospiro. Ma come hai potuto riconoscerle come donne, se non ne hai ancora vista una in faccia? Una di quelle figlie di Eva. A meno che tu non mi abbia mentito in precedenza. Ma no, non credo.
Filemone ha un’ispirazione. Forse… forse erano soltanto diavoli. Sì sì, penso che dovevano essere diavoli. Perché erano così belle.
Ah! E come puoi sapere tu che i diavoli sono belli?
Ecco, una settimana fa stavo facendo scendere in acqua la barca, insieme al padre Aufugus. Sulla riva, non molto vicino, là c’erano due creature… Con lunghi capelli… Nero rosso e giallo sui loro corpi, in basso… e stavano raccogliendo fiori sulla riva. Il padre Aufugus non le ha guardate, ha girato la testa. Ma io… Io non ho potuto fare a meno di pensare che quelle erano le cose più belle che io avessi mai visto. E così gli ho chiesto perché non le avesse guardate. Lui mi ha detto che erano proprio quel genere di diavoli che tentarono il benedetto Antonio, il santo. Allora mi sono ricordato di aver sentito leggere di Antonio. Di come Satana si presentò ad Antonio sotto le sembianze di una donna bellissima, per tentarlo. E così… così… quelle figure sul muro potevano essere… sembravano… E ho pensato che potessero essere…
Vergognoso peccato, mortale. Filemone rosso in volto, balbetta, tace.
E tu avresti pensato che erano belle? Oh, profonda corruzione della carne! Oh, perfida sottigliezza di Satana! Che Dio ti perdoni, povero figliolino mio, come ti perdono io. Di qui in avanti tu non oltrepasserai il muro dell’orto.
Disperato il ragazzo. Non riesce a trattenersi, e gli esce un torrente di parole. Rimanere al di qua, non uscire! Impossibile! Come faccio! Sei mio padre… Se non fossi mio padre ti direi che non ti obbedirò. Devo avere la mia libertà! Devo arrangiarmi da solo… devo giudicare da me che cos’è questo mondo di cui tutti voi parlate così male. Non desidero ricchezze e vanità. Se tu vuoi, qui e ora ti prometto che non entrerò mai più in un tempio pagano. Che quando mi passerà accanto una donna nasconderò la faccia nella polvere. Ma devo vedere il mondo. Devo! Devo vedere Alessandria, la grande chiesa madre che è là. E il patriarca, e il suo clero. Se loro possono servire Dio nella città, perché io no? Per il Signore là potrei fare di più di quello che faccio qui… No, non disprezzo questo lavoro. Non sono un ingrato, padre mio… no, no, non ti sarò mai ingrato. Ma io spasimo per andare a combattere. Lasciami andare. Non sono scontento di te, sono scontento di me. Lo so che l’obbedienza è nobile, ma il rischio è più nobile ancora. Se tu il mondo l’hai visto, perché io non dovrei vederlo? Tu sei fuggito dal mondo perché non potevi vivere in mezzo a tutto quel male. E io non potrei fare la stessa esperienza? Di mia volontà allora ritornerei qui per non lasciarti mai più… E tuttavia Cirillo e il suo clero non sono mica fuggiti dal mondo… Il ragazzo adesso ansima in ginocchio. Aspetta le bastonate del buon padre. Le riceverà sottomesso. Come le avrebbe ricevute qualsiasi altro monaco della laura, per quanto venerabile.  Perché Pambo è stato eletto padre di tutti i monaci della laura non a caso, ma dopo un lungo periodo di vita comune: nella preghiera, nello studio e nel lavoro. Ed è giusto obbedirlo. E sempre viene obbedito in tutto, secondo ragione e amore. Ed è nello stesso tempo anche un’obbedienza da soldati, più rigorosa di quella che si deve a re e conquistatori. Forse i monaci sono schiavi e vigliacchi? Basta chiederlo ai legionari romani. Risponderebbero che nessun barbaro armato, goto o vandalo, è più tremendo del monaco della Tebaide disarmato.
Il vecchio solleva il bastone, per due volte. E per due volte lo abbassa. Poi si alza lentamente. Lascia Filemone lì, in ginocchio. Si allontana a capo chino, pieno di pensieri, verso la cella del fratello Aufugus.

Ipazia, scena I

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A trecento miglia da Alessandria. Sulle basse colline dell’entroterra, dove la sabbia continuamente si muove. Là è seduto un giovane monaco. Alle sue spalle il deserto immensa distesa, senza vita senza misura, abbacinante riflesso sull’orizzonte della volta senza nuvole di blu. Non sta ferma ai suoi piedi la sabbia, rivoletti gialli che scendono, mulinelli di fumo giallo dietro di lui, brezze dell’estate potente.
In basso c’è una stretta valle, e sulla parete di pietra che sta di fronte si vedono caverne che sono tombe, e grandi cave antiche, con colonne e obelischi incompiuti, abbandonati dagli operai dei secoli passati. La sabbia scende e si accumula intorno ad essi, le loro cime sono coperte di arida neve. Ovunque silenzio. Desolazione. La tomba di una nazione morta in una terra che muore.
E là lui sta seduto, gioioso, sopra tutto questo, pieno di vita giovinezza e salute e bellezza. Un giovane Apollo del deserto. Indossa una logora pelle di pecora stretta da una cintura di cuoio. Splendono sotto il sole i suoi lunghi capelli neri, sulle guance scure vedi la primavera di una sana virilità. Membra forti e abbronzate, resistenti alla fatica del lavoro, mani dure. Occhi scintillanti rivelano fantasia, passione, pensiero audace: nulla a che fare con questo luogo. Tra le tombe. Che cosa sta facendo là questa splendida giovane vita?
Se lo chiede anche lui, e si passa la mano sulla fronte, a scacciare un sogno. Si alza con un sospiro, si incammina lungo le rocce scrutando il terreno. Cerca legna da ardere per la sua comunità. Deve accontentarsi di sterpi, ma ogni tanto trova frammenti di antiche travi, da una cava o da una rovina. Il legno sta diventando di giorno in giorno più scarso intorno alla laura di Pambo, a Scetis. Prima di aver raccolto la sua quantità giornaliera il ragazzo si trova molto lontano da casa. Lontano come mai prima.
Di colpo, dove la valle stretta piega, una visione ai suoi occhi, nuova. Un tempio, scavato nella parete di arenaria. Una piattaforma cosparsa di travi e di attrezzi che stanno andando in polvere. E qua e là nella sabbia biancheggia un cranio. Forse di qualche operaio massacrato mentre lavorava, in una delle infinite guerre dei tempi lontani.
Pambo è il suo padre spirituale. Il solo padre che lui abbia conosciuto, perché i suoi primi ricordi sono della laura e della cella del vecchio. Pambo gli ha detto che in giro ci sono tanti resti dell’antica idolatria. Gli ha proibito di entrare nei templi – non devi nemmeno avvicinarti! – Ma dall’altura è facile scendere alla piattaforma. Una tentazione tutto quel legno, una bella provvista. Il ragazzo pensa di scendere, raccogliere qualche pezzo e tornare indietro. Dirà a Pambo del tesoro che ha scoperto. Gli chiederà il permesso di ritornare a prendere legna in questo luogo.
Scende. Cerca di tenere gli occhi bassi, e vede e non vede. Blu e cremisi le antiche immagini dipinte impure e attraenti. Splendono ancora nella desolazione, l’aria secca non le offende. Giovane è, e curioso. E il diavolo sulle menti giovani lavora. Il diavolo, che lui sente continua minaccia, da cui invoca liberazione notte e giorno. Si fa il segno della croce e prega: «O Signore, distogli il mio sguardo, che non si posi sulle vanità!». Così prega, ma guarda. E chi potrebbe non guardare quei quattro re colossali? Siedono corrucciati, sulle ginocchia immense mani, il loro riposo senza fine sostiene la montagna sulle loro teste. I loro grandi occhi fissi su di lui: come potrebbe chinarsi a raccogliere la legna sotto quegli sguardi?
Intorno alle ginocchia e ai troni mistici caratteri incisi. Simboli, righe di simboli. L’antica sapienza d’Egitto. Se l’uomo di Dio Mosè l’aveva conosciuta allora, perché lui ora no? Ma cosa conosce lui del grande mondo, del passato del presente del futuro? Solo un misero frammento, una briciola. Quei re seduti, grandi, loro devono aver saputo tutto. Le loro labbra sottili si stanno aprendo per parlargli. Ditemi! Ditemi! Il loro sorriso diviene un ghigno, scende su di lui da quelle altezze di potere e di sapienza. Un tranquillo disprezzo per un giovane straccione che sta lì, a raccogliere i resti della loro maestà. Lui non osa più sollevare lo sguardo ai loro volti. Guarda al di là di loro, dentro gli spazi vuoti del tempio. Un abisso di verde ombra fresca, pilastro dopo pilastro, sempre più profondo, una notte. Ma da muri e colonne si rivelano ai suoi occhi arabeschi stupendi lunghe linee di storie dipinte: trionfi e opere, file di prigionieri dalle vesti straniere strane, e strani animali, e tributi da terre lontanissime. E schiere di dame alle feste, la testa coronata di fiori, in ogni mano fiori di loto, e schiavi con vino e profumi. Bambini seduti in grembo alle donne, e a fianco i loro mariti. E fanciulle danzanti vestite di nulla, cinte d’oro, in mezzo alla folla le membra sinuose.
Che significa tutto questo? Perché tutto questo è accaduto? Perché per secoli e millenni il grande mondo è andato avanti così? Bere, mangiare, sposarsi, senza conoscere nulla di meglio… Ma come potevano conoscere che c’è qualcosa di meglio? I loro antenati avevano perduto la luce. Tanto tempo prima che loro nascessero. E Cristo è venuto tanto tempo dopo la loro morte. Come potevano conoscere? E adesso tutti loro sono nell’inferno, tutti. Ognuna di quelle dame che si vedono là, coi loro riccioli, le ghirlande, i collari spendenti e i fiori di loto e le vesti diafane. E quella là che mostra il suo corpo snello, che da viva sorrideva dolcemente e si muoveva con grazia e ha avuto amore e bambini e amiche, e mai nemmeno una volta ha potuto pensare a quello che le sarebbe accaduto alla fine. Quello che doveva accaderle. Lei, quella, lei ora è all’inferno, tra le fiamme per sempre, per tutta l’eternità, là nell’inferno abisso sotto i suoi piedi. Fissa le pietre del pavimento. Vorrebbe passarle con lo sguardo. Se l’occhio della fede potesse arrivare laggiù… Eccola nelle fiamme divoranti, che si contorce, che brucia come un tizzone. Una agonia che non finisce mai. Provarla per un momento, per sapere… E trema. Una volta si è scottato col fuoco le mani. Ricorda il bruciore, ricorda bene cosa è stato. E lei sta sopportando un dolore diecimila volte maggiore, e per sempre. Lei grida, che gli diano una goccia d’acqua per raffreddare la lingua. Un grido. Un urlo che non ha mai sentito da un essere umano. Tranne una volta. Quando un ragazzino che faceva il bagno nel Nilo è stato tirato giù da un coccodrillo. Era lontano, presso la riva opposta del fiume. Gli è giunto debole quell’urlo, ma terribile, intollerabile per giorni e giorni risuonando nelle orecchie. E che orrore risuonerà per sempre per quelle volte di fuoco. Lui non regge il pensiero. Ma come può essere? Per il peccato di Adamo milioni di esseri umani bruciano per sempre. Dio fa questo, Dio è giusto?
Dio mio, è stata una tentazione del Nemico? Sono entrato nello spazio proibito, dove ci sono i demoni. Sono qua, loro, intorno ai loro antichi santuari… Ho permesso ai miei occhi di godere le abominazioni dei pagani! Ho concesso uno spazio al demonio! Devo scappare a casa, confessare tutto al padre. Mi punirà come merito, pregherà per me. Mi perdonerà. Ma potrò dirgli tutto? Oserò confessargli la verità intera? Questa fame di conoscenza che mi divora… Vedere il grande mondo. La mia fame è cresciuta lentamente, giorno dopo giorno. Adesso fa spavento. Non potrò più restare nel deserto. Ma questo mondo che ha mandato tutte queste anime nell’inferno, questo mondo davvero è così cattivo come dicono i monaci? Deve essere cattivo, altrimenti come potrebbero essere questi i suoi frutti. Ma è un pensiero tremendo, troppo per poter essere accettato così semplicemente sulla parola… No! No! Devo andare. Devo vedere.

Hypatia

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La traduzione mia lentissima e non fedele inizia oggi così:

A trecento miglia da Alessandria. Sulle basse colline dell’entroterra, dove la sabbia continuamente si muove. Là è seduto un giovane monaco. Alle sue spalle il deserto immensa distesa, senza vita senza misura, abbacinante riflesso sull’orizzonte della volta senza nuvole di blu. Non sta ferma ai suoi piedi la sabbia, rivoletti gialli che scendono, mulinelli di fumo giallo dietro di lui, brezze dell’estate potente.
In basso c’è una stretta valle, e sulla parete di pietra che sta di fronte si vedono caverne che sono tombe, e grandi cave antiche, con colonne e obelischi incompiuti, abbandonati dagli operai dei secoli passati. La sabbia scende e si accumula intorno ad essi, le loro cime sono coperte di arida neve. Ovunque silenzio. Desolazione. La tomba di una nazione morta in una terra che muore.
E là lui sta seduto, gioioso, sopra tutto questo, pieno di vita giovinezza e salute e bellezza. Un giovane Apollo del deserto.