Due volte la cometa

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Energia: alcuni esseri umani ne possiedono in misura sovrabbondante. Ernst Jünger, che combatté per anni sul fronte occidentale nel 1915-18, all’età di 91 anni va in Indonesia e Malesia, a caccia di farfalle e coleotteri nella giungla… Energia.

MUSA

musa

Dei mille uccelli se si leva il canto 
dalle tue rive lungo il fiume, vita
d’ogni parola che nasce poesia,
ci smarrisce la luce della via.

E sospende una luce severa
sulle strade deserte di luna
chi ricerca una mano: nessuna
testimone incosciente della sera.

Torna dell’usignolo il canto atroce
che ci dilania l’anima, sonante
da una riva del fiume. O l’atra foce
delle delizie, la tua vita persa!

Sebbene si allunghino i giorni
tu musa lunare non siedi
a suonare il tuo flauto oscuro
mentre sogno lontani ritorni.

E così ti si muta anche il mio lutto,
fatto sorriso dalla tua distanza,
nella distolta immagine che forma
me prigioniero dell’assiduo flutto.

Disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896)

Catalogna

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Fioca appare sui media la voce dei Catalani che non vogliono l’indipendenza e che non condividono l’avventurismo del loro governo regionale. In queste situazioni pre-caotiche la voce più forte è sempre quella degli estremisti e dei semplificatori a oltranza. Chi è deciso trionfa, anche se è in minoranza, hanno sempre pensato fascisti e comunisti. Anche perché – eredità romantica ancora attiva nelle menti europee – chi è deciso per dono divino interpreta ed esprime la volontà del popolo. E il popolo catalano vorrebbe l’indipendenza, anche se al referendum ha partecipato solo il 38% degli elettori… Qui la democrazia formale è andata a farsi benedire, insieme alla sostanza. Perché la sostanza della democrazia sta nella forma in cui viene esercitata, e non nella mistica del popolo. Quando si irride alle forme e alle garanzie dello stato liberale, si apre la strada alle baionette.

Sorgo rosso

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Se uno dei caratteri fondamentali dell’epica è la smisuratezza dei personaggi, la presenza di eroi che sono tali non per l’elemento morale ma per il loro oltrepassare le dimensioni consuete dell’umano, Sorgo rosso di Mo Yan (scritto nel 1988) è un grande testo epico. Questa sua natura epica emerge anche nei particolari minimi, non solo nelle battaglie tra cinesi e “diavoli” giapponesi invasori, ma anche in quelle tra ragazzi armati di bombe a mano e legioni di cani mangiatori di cadaveri, e in molto altro. Tutto qui è smisurato, a cominciare dall’oceano di sorgo, pianta semi-divina che offre cibo, vino, materiale da costruzione, e il cui colore richiama quello del sangue, che nel racconto scorre copioso. L’epos emerge negli aspetti minimi, ed un esempio formidabile è quello della cena dell’eroe centrale, Yu Zhan’ao, in una bettola in cui lui, affamatissimo, vorrebbe mangiarsi una bella porzione di quell’animale che sta bollendo in una pentola, spargendo intorno un invitante profumo: un cane. Ma l’oste gli vuol dare solo la testa, perché il resto è già prenotato dal grande bandito Collo Macchiato. Quindi:

“Yu Zhan’ao, seppure a malincuore, dovette piegarsi. Afferrò con una mano la tazza e con l’altra la testa del cane, bevve un sorso di vino e diede un’occhiata agli occhi della bestia che, sebbene cotti, apparivano ancora furbi e feroci, poi con l’animo di chi è stato trattato ingiustamente diede un morso mirando al naso: l’aroma era delizioso. Affamato com’era, non poteva certo fare il difficile, inghiottì gli occhi del cane, ne succhiò il cervello, masticò la lingua, e mangiò la carne del muso vuotando la tazza del vino. Fissò poi l’ossuto cranio della bestia, si alzò e ruttò”. (p.131)

È un libro per spiriti forti, non per mammole, diciamo.

 

VERITÀ DEL POST

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POST VERITÀ, VERITÀ DEL POST. Pseudo-concetto ridotto ad etichetta che si può appiccicare ovunque, quello di “post-verità” sfiora il ridicolo. Quasi tutti quelli che ne discettano nei media non hanno mai affrontato quello della verità. Dunque, al massimo potrebbero affrontare il tema della verità dei POST. E quello della verità dei post è connesso alla loro brevità. Oggi nessuno legge un post se è lungo. Ma “lungo” significa eccedente le due righe. E anche due righe possono veicolare un concetto troppo arduo per la maggioranza degli abitatori dello spazio virtuale. Il POST di per sé, come forma comunicativa, tende dunque a distruggere la stessa percezione della brevità e della lunghezza su cui è stato costruito il tessuto delle relazioni che chiamiamo DEMOCRAZIA, che si fonda sul confronto delle opposte ragioni e sulla loro mediazione dialettica, che come sede principale ha i PARLAMENTI. Quello italiano sta diventando sempre più un luogo in cui non si parla, ma si abbaia. In questo processo distruttivo il fratello minore del post, il TWEET, è ancora più efficace.
La verità del post è la mimesi conflittuale radicalizzata e scatenata.

NON PER SOGNARE

non per sognare

Non per sognare l’anima di un falco
o per vivere l’attimo del fuoco
che nella notte seguace ti sprofonda
o consumato ti abbandona esanime
là dove l’acqua in gorghi più profonda
attira a sé te, nel suo nerume,
ma per soffrire strade senza lume
ti sono date e ansia senza fine
e un desiderio che non placa il canto
di veraci sirene lungo il fiume.

L’ATTESA

L'attesa

Ho atteso di vederti nell’aurora
ma ti ho perduta perché tu non eri
un’ombra ma la stessa luce.

E non un segno a dire i tuoi contorni
di sapienza impossibile, inumana,
che irretisce la trama dei ritorni.

E ti conduce via la brezza lieve,
e io pesante al suolo come un sogno
dalle ali tarpate che si affanna
nel desiderio del momento breve.

Pesa sull’occhio che l’amore chiude
il solitario fuoco della tua condanna
e di un raggio di sole non ci illude,
delle attese sconfitte mia signora.

Alba

alba

L’alba dissolve la languente dea
che la notte affannata concreava
con la mia mente, pallida sovrana
dei sogni liquefatti dell’amore.
Non riconosco l’incosciente trama
dei desideri che l’oscuro gonfia
signore delle brame e dei possessi.
E mi trafigge la bruciante lama
del tuo ricordo, donna dell’istante
che urge al fondo delle inquiete soglie.

SIRENA

sirena

Forse nata dalla putredine del mare
una ignobile ma dolce sirena
sta su uno scoglio e sui liquidi inquinati
canta la solitudine e l’oblio.

Ma chiusi nei giardini senza vento
ci separano dai teneri colloqui
la nostalgia dei desolati inverni
e il piacere della nostra pena.

L’AMANTE

AMANTE

L’AMANTE

di Fabio Brotto​

Nell’alto cielo ai limiti di sera
l’inerzia che ogni giorno lo consuma
si fa corposa.
L’alta mancanza, spaziale frutto
già consumato ai limiti del giorno,
non lo riposa.
Brevi in silenzio sono andati gli anni.

Incomprensibile frutto di vita
prigioniero dei molti anni,
ora la carne è pronta a coglierti
ma lo spirito è vecchio, vecchio, vecchio.

Illuminazioni rapsodiche offendono
il limite corposo delle cose
che gli son care.
Offesa resta l’incapacità di dire
il tremendo profumo delle rose.

Tremano i vetri delle grandi case
carezzati dal sole del tramonto
pallido e strano
e sui prati si destano miriadi
e aprono le orecchie della sera.
Per questo stesso istante ti lasciavo
molti anni fa, né più ti ho vista, amica,
e ancora resta il tremore del futuro
che incarnava i fantasmi che amavo.

Come dell’usignolo il canto atroce
si spande dagli alberi del fiume,
così trapassa l’anima fugace
velata dai residui della luce.
E passa accanto il tuo ricordo, donna
del tempo oscuro, della lontananza.

Tace la stanza e tutto mi ricorda
questa tua assenza, tu — sparita — amante.
Sole riflesso su pareti bianche,
voci di fuori, le mie membra stanche,
l’anima vuota, vi filtrano bagliori
di speranze e d’attese incenerite.
E tanti libri, posati alle pareti,
non hanno dato la felicità:
l’angoscia nera qui stende le reti
e vuol regnare e si pretende eterna.

Tace la stanza e la piccola sapienza
accattata negli anni è fatta esangue.
L’idea finale ancora si presenta,
solitario veleno, ghiaccia il sangue.
A riscaldarlo manca il tuo calore.

Ecco il vuoto fa corpo intorno a me
e mi devasta l’attimo del sonno
che più non viene: ti ho veduta e dunque
s’incarna nel mio cuore il tuo fantasma.

Turbinare d’immagini rifrante
plasma il terrore della solitudine
in una sempre più feroce danza.
E tiene ancora l’anima sospesa
il vano amore della tua sembianza.

Canto di solitudine e di oblio
nella notte affannata ci rimbalza
il misterioso uccello che lontano
lamenta la distanza della luna.
E ancora in alto la lucente sfera
illumina il tuo volto di fantasma
nato da questo grembo della sera.

Ma luce d’occidente non dilegua,
anche se dolce la speranza muore
desiderata, l’immagine del fiore
che coltivavi una volta per me.
E non so ancora se il frutto dell’assenza,
la piaga, la piaga inespiabile,
sia uno sterile seme del nulla
o la speranza di una vita nuova.

Tutta l’angoscia che la terra chiude
mi hai rivelato in questo alef di pianto
nascosto nel sorriso della donna.
Ti ho qui davanti, il dio che tutti illude,
e vorrei che l’uccello di Minerva
rispiccasse il suo volo nell’aurora.