Micronote 46

images1. Dico che, prima di scagliarci contro gli altri accusandoli di fabbricare capri espiatori, dobbiamo sottoporci ad un severo auto-esame per scoprire i nostri.

2. Mi ricordo nel porto di Venezia, negli anni Sessanta, i caccia della marina militare italiana Indomito, Intrepido, Impavido e Impetuoso. Forse c’era anche l’Impresentabile, ma non l’ho mai visto.

3. Oggi nel mondo occidentale si registra una chiara frattura, che vede da un lato coloro che sostengono le ragioni dell’identificazione e della differenziazione, dall’altro coloro che difendono quelle dell’unità e dell’indifferenziazione. Con una generale incapacità di cogliere la vera complessità, e le ragioni dell’altro. Ma bisognerebbe pensare, non abbandonarsi a slogan e sentimentalismi. Rispondere anche, in modo convincente, a domande come: perché dovrei preferire una società multietnica e multiculturale ad una culturalmente omogenea?

4. Il gatto mi guarda, e mi dice: “tu sei un re”. Il cane mi guarda, e mi dice: “tu sei il mio re”. Io mi guardo allo specchio e mi dico: “sono il re di me stesso, ma sto per abdicare”.

5. Non ho mai amato Pasolini: né come scrittore, né come regista, né come altro… Niente mi ha mai detto, niente mi dice. Non è un mio autore, punto. Del resto, chi può segua il suo sentiero. Il mio non ha mai intersecato PPP.

6. Mancuso e Recalcati: bella coppia di forgiatori di banalità che paiono profonde. Hanno capito che la chiave del successo per loro è quella di far in modo che il loro lettore si senta intelligente anche quando non sia tale.

7. Litania. Corrotto, corruzione, corrotti, corruzioni, corrompere corrotti, comprare corruzioni,corrompere comprati, comprare corrotti. Amen.

8. Gli umani sono esseri simbolici. I simboli per essi sono più importanti di qualsiasi cosa, ne vivono a tutti i livelli della loro vita, anche quando non lo sanno. E anche ne muoiono, ne sono morti e ne moriranno.  I simboli hanno molto a che fare con l’appartenenza, l’unità del gruppo, la gerarchia e la differenziazione, senza le quali gli umani non possono vivere. Essi devono identificare se stessi, e non possono farlo se non escludendo ciò che non sono. Imitano gli altri in ciò che includono ed escludono. Io imparo quello che sono anche escludendo quello che non sono. Il “tu non sei” per il bambino è importante quanto il “tu sei”. Epica del negativo, del privativo.

9. Da un lato vi è la necessità di incanalare il risentimento sociale crescente, dall’altro disponibilità decrescente di mezzi per poterlo fare. Necessità, contemporaneamente, pena il collasso sistemico, di alimentare il desiderio nella sfera immaginale-mediatica, mentre alla maggioranza della popolazione è del tutto impossibile accedere alla realizzazione del desiderio instillato, e ne consegue una pesantissima frustrazione.

10. Lo sport è dopato, il calcio è corrotto, Il tifo è ridicolo.

11. “Perché non devo rubare, se lo fanno tutti?”. Me lo son sentito dire una volta, dal mio preside, che parlava di se stesso. La risposta a questa semplice domanda non è affatto semplice, a meno di non appellarsi alla legge divina, al Corano, ecc.

12. La verità è che i luoghi in cui appaiono entità femminili-divine sono luoghi di culto pagano.

13. Dall’entrata dell’Italia nella I GM è trascorsa 1 vita di centenario. Fu ieri. Da Waterloo sono trascorse 2 vite di centenari. Fu l’altroieri.

14. Quei meschini, gli italini,
ben si meritan Salvini.

15. Chi per meriti propri, o di altri, o per l’onnipotente sorte, abbia potuto occupare una posizione centrale, un Centro piccolo o grande da cui sia ben visibile, e percepire quindi come reale il suo valore, e ben guadagnato il luogo da cui si rivolge alle popolatissime periferie dei senza nome, dei non-riconosciuti, dei reietti che pullulano e sgomitano sui media, e sciamano per ogni dove nella società tecnotronica, disperatamente tentando di emergere a loro volta, e di essere riconosciuti, e di penetrare nel Centro e di stabilirvisi a loro volta, costui, come Eco e come ogni altro Autore, Maestro o maestrino, guarderà con stizza, rabbia o aperta ira, o con sarcasmo e ironia, la moltitudine di quelli che restano confinati nelle periferie e parlano e tessono infiniti vani discorsi, e si auto-propongono come scrittori, opinionisti e sapienti, non accettando di riconoscere la propria nullità. [Cavolo, che periodo, che bravo che sono!]

16. Un tempo le persone colte disputavano tra loro, ora si sputano addosso a vicenda. E sui social media non avvengono dispute ma scambi di sputi.

17. Stato contro Stato, Nazione contro Nazione, Stato contro Regione, Regione contro Comune, Regione contro Regione, ma tutti nell’Unione.

18. Ho sempre pensato che Vito Mancuso fosse portatore di un pensiero fortemente claudicante. Il suo punto debole è sempre stato il concetto di natura. Ascoltandolo parlare del suo ennesimo libro, emetto su di lui un giudizio definitivo: è un teologo da salotto radical-chic frequentato da signore di mezza cultura. Va bene per Repubblica, sì.

19. Patteggiamo, patteggiamo,
ed un gruzzolo teniamo,
ed il culo ci salviamo,
e fra un poco ritorniamo!

20. “Se Dio ha potuto creare l’universo dal nulla, può anche intervenire in questo mondo e vincere ogni forma di male. Dunque, l’ingiustizia non è invincibile” dice il papa nell’enciclica appena uscita. Chiunque affermi questo, dico io, deve pensarlo pensandosi contemporaneamente nei panni di un ebreo a Buchenwald.

21. Enciclica : “Per questo è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti”. (193). Questa la vedo un po’ dura.

22. Enciclica, 204: “…l’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca”. Né in Bosnia, né in Iraq, né in Ruanda il massacro è nato dall’ossessione consumistica. Alle letture di Francesco e collaboratori manca Girard, senza dubbio.

23. Per la preda e il predatore,
per chi uccide e per chi muore,
per chi mangia e per chi è mangiato,
per chi prospera e per chi è malato,
per chi infetta e per chi è infettato.

24. “La mia libertà finisce dove inizia la tua”: così me l’hanno scritta nei temi centinaia di alunni. E io detesto questa frase per la sua indeterminatezza, tanto quanto l’altrettanto abusata “l’indifferenza è peggiore dell’odio”.

25. Ex comunisti ed ex fascisti uniti nell’infiammata difesa dei diritti civili e delle nozze gay: è questo il più interessante fenomeno dell’Italia di oggi.

26. Chiese il Maestro ai suoi discepoli: “Che cos’è l’uguale? Che cos’è il diverso? Quali uguali ami tu? Quali diversi? Quali differenze ami ugualmente? Quali uguaglianze ami differentemente?”

27. Favoletta rozza e reazionaria per spiegare ai bambini la differenza essenziale tra eterosessuale e omosessuale.
Tre barche in mezzo all’oceano: sulla prima tre coppie di giovani omosessuali maschi, sulla seconda tre coppie omosessuali femminili, sulla terza tre coppie di giovani eterosessuali, maschi e femmine.
I tre gruppi sbarcano su tre differenti grandi isole, molto lontane tra loro.
Dopo 50 anni, su ciascuna delle prime due isole ci sono sei scheletri, sulla terza c’è un popolo.

28. Nella nostra società l’accusa di razzismo, l’appiattimento delle argomentazioni dell’oppositore sul format razzista, è uno strumento di liquidazione dell’avversario che ha un indubbio carattere di violenza, e per dirla girardianamente, di scapegoating. Quando tu esprimi una critica all’idea di matrimonio omosessuale, puoi star certo che prima o poi, e più prima che poi, tu riceverai accuse di razzismo, gli impelagati nella psicoanalisi ti diranno che invidii il superiore piacere degli omosessuali, altri che sei preda di isterie protonaziste, ecc. ecc. Scontato che tu sia etichettato come fanatico, retrivo, ecc. E il bello è ricevere siffatte accuse, in difesa della coppia come istanza ultima, anche da quelli che negli anni Settanta erano i più accaniti smantellatori e decostruttori della coppia, del matrimonio, della stabilità affettiva, eccetera. Vedere la sinistra europea e italiana modellarsi sul radicalismo borghese che un tempo rigettava schifata è peraltro una grande soddisfazione, un piacere sublime.  

29. Cantando il loro inno nazionale gli Italiani mentono. Fin da bambini. Cantano infatti una menzogna. “Siam pronti alla morte”, cantano, e non lo sono.

30. Teoria brottiana del gender (chi ha orecchi da intendere intenda): spada, genere femminile; spadone, genere maschile; daga, genere femminile; giavellotto, genere maschile; lancia, genere femminile; fioretto, genere maschile; scimitarra, genere femminile; pugnale, genere maschile; mitragliatrice, genere femminile; mitragliatore, genere maschile; arma, genere femminile, fucile, genere maschile; pistola, genere femminile; revolver, genere maschile.

 

Casamonica

casamonica-alemanno-2401Dunque occorre farla finita col pregiudizio per cui la Destra italiana sarebbe razzista, e in particolare ostile agli Zingari. La foto, risalente ad una famosa cena del 2010 in un centro di accoglienza, organizzata da Salvatore Buzzi, numero uno della cooperativa “29 giugno”, cena alla quale partecipò anche Giuliano Poletti, mostra un sorridente Alemanno in compagnia di Luciano Casamonica, cugino del boss Vittorio, del quale sono stati celebrati in gran pompa i funerali. Confermando tutto il mondo nell’altro pregiudizio, quello per cui in Italia tutto sarebbe mafia, e lo Stato nella sua essenza solo un conglomerato di altre mafie, tutte più o meno dialoganti tra loro. La mafia zingaro-romana dei Casamonica con la sua fastosa esibizione di forza ha dimostrato che al ritrarsi dello Stato moderno, o di quel che ne rimane, non corrisponde da noi l’emergere di una realtà sociale post-moderna, ma il precipitare nella socialità pre-moderna, in cui il rapporto essenziale non è quello tra l’individuo e lo Stato, ma quello tra il soggetto e il gruppo, con una serie di obbligazioni personali, riposanti in ultima istanza sul criterio del prestigio e della forza.

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Ipazia, scene XX e XXI

91eZc+mnoCL._SL1500_E  così Filemone entra nelle file dei parabolani, un’organizzazione al servizio della Chiesa di Alessandria. E in loro compagnia passa quel pomeriggio, e vede il lato oscuro di quel mondo, dopo averne contemplato il lato luminoso presso il porto e il mare. La massa della popolazione greca vive nella più squallida miseria, tra la sporcizia, l’abbandono, la violenza, completamente trascurata dalle autorità civili, preoccupate solo di reprimere le frequenti sollevazioni. Accanto al più ricco porto del Mediterraneo, che esporta cibo ovunque, quella gente muore di fame e di malattia. E in mezzo a quella gente– fanatici sì ma solleciti e generosi – i parabolani si prodigano notte e giorno per aiutare e soccorrere i bisognosi. E così Filemone fatica con loro, portando cibo e vestiario ai poveri e ai malati, seppellendo morti, disinfettando le case contaminate in quei quartieri dove la febbre è endemica, e confortando i morenti con la buona novella del perdono. Fino a quando la maggioranza dei parabolani torna indietro per i servizi divini della sera. Lui, invece, riceve dal suo superiore l’ordine di rimanere al capezzale di un malato, e può tornare indietro solo a notte fonda. A Pietro il Lettore viene riferito che il giovane si è dimostrato un uomo di Dio: come sicuramente, essendo un monaco, lui ha fatto, senza pensare minimamente di acquistare per questo grandi meriti. Filemone infine entra in una delle molte celle che si aprono su un lungo corridoio, si getta su un pagliericcio, e si addormenta all’istante.

In un sogno confuso è immerso Filemone: Goti che danzano insieme ai parabolani; Pelagia in veste d’angelo, con ali di pavone; Ipazia con corna e zoccoli di cervo, che cavalca tre ippopotami nel teatro; Cirillo che dall’alto di un palazzo lo maledice spaventosamente e gli scaglia contro vasi di fiori. Le impressioni del giorno precedente rimescolate nel sonno. Ma ecco rumori di gente che corre, un tumulto indistinto che lo sveglia, e mentre lui riprende coscienza si va precisando in parole gridate: La Chiesa di Alessandro brucia! Aiuto! Cristiani! Fuoco! Aiuto!
Filemone si mette a sedere sul pagliericcio, cerca di capire dove si trova e con un po’ di fatica ci riesce. Si riveste della sua pelle di pecora. Il corridoio è pieno di diaconi e monaci che corrono. Chiede a un diacono cosa sta succedendo.
La chiesa di Alessandro sta bruciando!
Si riversano per le scale, attraversano il cortile, escono in strada, l’alta figura di Pietro avanti a tutti, il loro stendardo. Mentre sta oltrepassando il cancello, Filemone è colpito dalla luce della luna e delle stelle che inonda la strada, i muri e i tetti, e si ferma un attimo. E questo forse gli salva la vita, perché dall’ombra balza una nera figura, e balena una lunga lama, e con un gemito il diacono che lo precede cade al suolo, mentre l’assassino sparisce nella tenebra. Monaci e parabolani lo inseguono urlando, Pietro davanti a tutti. Lungo inseguimento. Filemone corre come uno struzzo del deserto, supera tutti e si avvicina a Pietro. In quel mentre, da porte e angoli altre nere figure escono fuori e si uniscono all’inseguimento, correndo davanti a tutti. Ma all’improvviso si fermano all’altezza di una strada laterale e anche l’assassino, lontano, si ferma.
Pietro sospetta qualcosa, e rallenta la corsa, e afferra il braccio di Filemone. Vedi quegli uomini là?
Ma prima che Filemone possa rispondere, altre trenta o quaranta figure appaiono in mezzo alla strada, lame scintillanti alla luce della luna. Che senso ha questo? Ecco un piacevole assaggio della vita nella città più cristiana e civile dell’Impero! Bene, riesce a pensare il giovane, io sono venuto qua per vedere il mondo, e se continua così ne vedrò moltissimo.
Pietro all’istante si gira e fugge con la stessa velocità con cui ha inseguito, Filemone lo segue e senza fiato i due si ricongiungono al loro gruppo. C’è una folla armata là, ansima Pietro.
Si leva una babele di voci: Assassini! Giudei! Cospirazione! Ma i nemici avanzano si vedono le loro nere figure. Monaci e parabolani fuggono, seguendo Pietro, velocissimo con le sue lunghe gambe.
Filemone li segue, perplesso e malcontento, senza correre. Ma non ha fatto molti passi che sente una voce piangente, da terra: Aiuto! Pietà! Non lasciarmi qui, ché mi uccidono! Sono una cristiana io! Una cristiana sono!
A terra giace una donna etiope, che piange e trema, con le vesti stracciate. Filemone si china e la solleva. Sono fuggita fuori quando ho visto che la chiesa stava prendendo fuoco, singhiozza la poveretta, e i Giudei mi hanno bastonato e ferito. Prima che potessi scappare da loro mi hanno strappato scialle e tunica… poi anche la folla dei nostri che fuggiva mi ha investito e calpestato… e adesso se mai riesco a tornare a casa mio marito mi batterà. Presto, giriamo per questa stradina qui, o ci ammazzeranno!
Ormai gli uomini armati, chiunque siano, stanno arrivando. Non c’è tempo da perdere. Filemone dice alla donna che non la abbandonerà, e la trascina per la piccola via che lei ha indicato. Ma gli inseguitori li hanno visti, e mentre il grosso continua per la strada principale, tre o quattro uomini se ne distaccano per dare loro la caccia. La povera donna può solo zoppicare, Filemone è disarmato: si volge indietro e vede i riflessi della luce lunare sulle lame, e si prepara a morire da monaco. Ma è anche giovane, e bramoso di vita. Spinge l’etiope dentro un andito oscuro, rendendola quasi invisibile, e si apposta dietro una colonna. Il primo inseguitore arriva, lui trattiene il respiro. Non morirà come un agnello, senza lotta. No, il figuro continua a correre ansimando, passa oltre. Ma quasi subito ne arriva un altro, e di colpo lo vede, si spaventa, e arretra di un passo. Quell’attimo di paura è la salvezza di Filemone. Felino, il giovane gli salta addosso, e con un solo pugno lo stende al suolo, e gli strappa dalle mani la daga. Balza di nuovo in piedi giusto in tempo per colpire in pieno volto il terzo inseguitore con la sua nuova arma. L’uomo si stringe il volto con le mani, arretra, e finisce addosso ad un compagno che gli stava alle costole. Filemone, preso dalla furia, li tempesta di colpi, mal indirizzati perché lui è nuovo all’uso delle armi, ma tali da volgerli in fuga. Li sente imprecare in una lingua sconosciuta, e si ritrova vittorioso, con la povera etiope scossa da tremiti, e uno dei figuri che giace al suolo privo di sensi. Tutto è durato pochi istanti. La donna etiope ora in ginocchio ringrazia il Cielo per averla salvata. Anche Filemone sta per inginocchiarsi a pregare, ma un nuovo pensiero lo colpisce, e lui toglie al caduto il suo mantello e lo porge alla povera donna. Pensa che in fondo quel mantello è suo per diritto di conquista, una spoglia strappata al nemico. La donna lo sommerge di ringraziamenti. Ma in quel momento ecco in fondo alla strada una nuova folla che accorre veloce. Un momento di terrore, e poi gioia quando Filemone scorge, alla luce delle torce e della luna, vesti di monaci. Davanti a tutti Pietro il Lettore, aria impavida ora che il pericolo è passato, ansioso di parlare per primo prevenendo qualsiasi domanda.
Ah! Ragazzo! Tutto bene? Ti davamo per morto ormai, ma sei salvo, per intercessione dei santi! Chi tieni là? Un prigioniero? Noi ne abbiamo preso un’altro di quei bastardi, il Signore ce lo ha dato nelle nostre mani.
Sì, è andata così, dice Filemone trascinando il suo uomo, ed ecco qua un suo compagno. Subito i due individui vengono legati insieme per i polsi, e il gruppo dei monaci e parabolani si rimette in marcia verso la chiesa di Alessandro in fiamme.
Filemone si guarda intorno cercando la donna etiope, ma è svanita. Di lei non dice nulla agli altri, perché si vergogna profondamente alla sola idea che possano sapere che lui è stato in compagnia di una donna da solo . E tuttavia sente di desiderare di essere ancora con lei, con quella dolce creatura che lui ha salvato dalla morte. Non la giudica ingrata perché non è rimasta là, per raccontare a tutti quello che aveva fatto per lei. Al contrario, le è grato. Se fosse rimasta, lui sarebbe sprofondato in un imbarazzo colmo di vergogna. Sparendo, lei lo ha salvato. E lui vorrebbe tanto dirglielo. Vorrebbe sapere come sta, se è ferita. E pensa a tutte le donne con cui è entrato in contatto da quando ha lasciato la laura. In ogni caso, il Signore ha creato l’uomo maschio e femmina, ed è logico che nel mondo si incontrino entrambi i sessi: non è mica colpa sua! E la Provvidenza si è servita spesso di donne… Inutile arrovellarsi. Corri, Filemone. C’è una chiesa che brucia!

Educazione di genere

0,,1499302_4,00Si intitola Introduzione  all’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università il disegno di legge N. 1680, sul quale il dibattito in corso mi pare stralunato, e connotato da un violento scontro tra cattolicesimo integralista e cultura progressista (ovvero radical-borghese-progressista). Da conservatore razionale, del tutto estraneo al politicamente corretto e alla logica progressista-vittimaria corrente, ma anche lontano dall’integralismo cattolico, mi limito qui a qualche annotazione sul testo del ddl. E in particolare sull’ introduzione, dove si legge:

La cronaca quotidiana dei rapporti conflittuali, e finanche violenti, che spesso connotano le relazioni di genere, anche tra i più giovani, impone di riconsiderare i percorsi formativi offerti dalla scuola, nell’ottica di promuovere il superamento degli stereotipi di genere, educando le nuove generazioni, lungo tutte le fasi del loro apprendimento scolastico, al rispetto della differenza di genere. (sottolineature mie)

Evidentemente il legislatore ritiene che la scuola italiana, nella quale da decenni allieve e allievi si trovano su un piano di assoluta eguaglianza, e nella quale il numero delle donne docenti è superiore a quello dei colleghi maschi, e che vede nelle scuola dell’infanzia e nella primaria l’assenza totale di personale maschile, l’educazione di genere sia quasi assente. In effetti, nei primi anni della scuola anche l’allievo maschio riceve una educazione al femminile, e questa tendenza attuale mi sembra davvero grave in un’ottica di uguaglianza, perché priva tutti gli studenti, maschi come femmine, di un confronto con modelli adulti di ambo i sessi. Questo è tuttavia un problema che l’attuale cultura dominante ritiene del tutto secondario. Ma che cosa intende, esattamente, il testo come educazione di genere? Non lo chiarisce affatto, e in questo modo porta alcuni a pensare che dietro vi sia un’impostazione ideologica, ovvero la cosiddetta ideologia gender. Esiste, o non esiste, questa ideologia? A mio parere esiste una ideologia, ma non nel senso che le attribuiscono i negatori della sua esistenza, che poi sono anche i sostenitori e difensori del progetto di legge in questione. Non esiste come formalizzata, nel senso in cui lo era l’ideologia marxista-leninista nei paesi del socialismo reale. Ma esiste nel senso in cui esisteva, e in parte esiste ancora,  l’ideologia borghese, che non si trova in un libro, ma è qualcosa di diffuso e pervasivo. L’ideologia che pervade il progetto di legge non è nemmeno ciò che pensano le Sentinelle in piedi o altre figure o figuri del genere: essa è un’articolazione della concezione vittimaria che sta dando forma all’Occidente attuale. Cioè una articolazione della vittimocrazia. Infatti la presentazione inizia, non a caso, dalla denuncia dei «rapporti conflittuali, e finanche violenti, che spesso connotano le relazioni di genere», assumendo quindi l’ottica della vittima e generalizzandola. Ma questo porre la violenza all’inizio non è neutrale: diviene un fattore determinante che innerva profondamente l’intero discorso pedagogico e la sua normazione. Questo aspetto è sfuggito, mi pare, a tutti gli oppositori della legge.
La scuola dunque dovrebbe promuovere il superamento degli stereotipi di genere. Naturalmente, non si dice quali siano. In una scuola frequentata sempre più massicciamente da allievi e allieve di religione musulmana, ad esempio, in cui le famiglie iniziassero a pretendere il diritto delle loro figlie di indossare il velo, famiglie in cui la tradizione dei rapporti di genere è assai differente dalla nostra, e da quella degli estensori della proposta di legge, quali conflitti potrebbero aprirsi? Ma la mancata indicazione di quali siano gli stereotipi che dovrebbero essere superati rende problematica anche l’educazione al rispetto della differenza di genere. Perché a me, ragazzo italiano dalle idee un po’ confuse, abituato fin dall’asilo al buonismo, alla tolleranza e all’indifferenziazione, da un lato una insegnante spiegherà che l’obbligo di indossare veli e coprire la propria femminilità è uno stereotipo religioso, dall’altro una seconda insegnante inculcherà l’idea che bisogna rispettare tutte le differenze culturali, compreso il niqab. La questione è altamente complessa e problematica, ma le ideologie semplificano sempre, e la semplificazione, comunque ammantata, è sempre un segno che le disvela come tali.

Tra gli obiettivi nazionali dell’insegnamento nella scuola italiana è divenuto, pertanto, indifferibile porre espressamente, come elemento portante e costante, sia la promozione del rispetto delle identità di genere sia il superamento di stereotipi sessisti.

Questo passo dell’introduzione rivela l’intento dei legislatori di lanciare una vera e propria Kulturkampf, la cui violenza latente è ammantata del suo contrario. Chi decide dove si pone il discrimine tra idea, tradizione, visione del mondo, e stereotipo? Anche l’aggettivo sessista pone un problema, come tutte le parole che possono venire usate come clave contro gli avversari, spesso utilizzando straw-man arguments, cioè attribuendo all’interlocutore idee che non ha, magari rozze, per poterlo più facilmente liquidare. Qui davvero sono in gioco princìpi fondamentali di un ordinamento liberale, come quello del diritto alla libera espressione delle idee, che deve riguardare anche le insegnanti. Perché si sa da sempre che l’educazione ha come suo pilastro fondamentale l’esempio, e l’insegnante obbligata ad insegnare una dottrina di Stato non è una persona libera. Perché se per sessismo intendiamo una posizione per cui si giudica inferiore una persona a causa del suo sesso, allora si deve riconoscere che nella scuola italiana, in cui le insegnanti sono la maggioranza, questa posizione non alligna. Se invece per sessismo si intendesse l’atteggiamento di tutti coloro che, come me, sono contrari alle nozze gay, o a ritenere perfettamente equivalenti sotto ogni profilo tutte le forme di espressione della sessualità, allora davvero sprofonderemmo nel pensiero unico e in una sorta di totalitarismo soffice.

E veniamo, per non farla troppo lunga, al comma 2 dell’Art. 1, che recita:
  In attuazione di quanto disposto dal comma 1, i piani dell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado adottano misure educative volte alla promozione di cambiamenti nei modelli comportamentali al fine di eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza e sopprimere gli ostacoli che limitano di fatto la complementarità tra i sessi nella società.

Scuole che cambiano i modelli comportamentali degli allievi. Quali modelli? Da dove provengono? Chi li ha promossi? Perché se i modelli sono quelli vigenti nella parte maggioritaria della società stessa e nei suoi mass media, la scuola è impotente nei loro confronti, come sempre è stata. Se invece sono modelli comportamentali legati ad appartenenze minoritarie, allora tutto si fa molto pericoloso, non solo perché ci sono in gioco i cattolici, ma anche perché la maggior parte degli immigrati è portatore di costumi e tradizioni di differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza. Noto, anche, che parole come eliminare e sopprimere sono intrinsecamente cariche di violenza, e che la complementarietà di ciò che è uguale non ha senso. Possono essere complementari solo realtà tra loro differenti. Ma dove si colloca dunque questa differenza estranea allo stereotipo? La realtà è che la cultura progressista può accettare solo la diversità omologata, mentre la diversità autentica le fa solo orrore. La sua divisa è: accetto il diverso che mi appare uguale. In ogni caso, lo Stato che non vuole limitarsi ad istruire, ma pretende di educare, di creare sudditi buoni, questo Leviatano zuccherato, è il peggior nemico di libertà e dignità.

Can We Survive Our Origins?

untitledCan We Survive Our Origins? reca come sottotitolo Readings in René Girard’s Theory of Violence and the Sacred. Le origini a cui è difficile per l’umanità sopravvivere sono quelle violente dell’umanità stessa, che ne hanno sempre condizionato gli sviluppi. Pubblicato da Michigan State University Press nel 2015 per la cura di Pierpaolo Antonello e Paul Gifford, il libro è una raccolta di saggi incentrati sulla curvatura apocalittica dell’ultimo Girard, il cui testo capitale è Portando Clausewitz all’estremo. I saggi non hanno tutti lo stesso orientamento: ve ne sono di critici o molto critici verso idee girardiane fondamentali, come quello di Jean-Pierre Dupuy, che si conclude con l’affermazione che «deve essere detto e ripetuto che la teoria di Girard conduce inevitabilmente al relativismo politico e perfino al nichilismo politico». (p.264) Il nodo centrale è individuato  nella prefazione di Rowan Williams: «Il contenimento della spirale del desiderio competitivo mediante violenza sacrificale/sacralizzata costituisce il punto di intersezione tra “natura” e “cultura”». (p.xii) Si tratta di un punto di intersezione altamente problematico, che costituisce anche il discrimine su cui si infrangono molti tentativi di dare un tenore scientifico a quello che è un discorso che si è andato sempre più impregnando di valenze religiose, essenzialmente cristiane, o addirittura cattoliche (la ricezione di Girard in ambiente cristiano è del resto sensibilmente più elevata che altrove, e anche la lettura di questi saggi lo prova). La messe in questo libro è abbondante, gli spunti di riflessione sono numerosi. Quella che mi è sorta spontanea riguarda l’ambiguità inerente all’idea del capro espiatorio. L’universalizzazione di questo principio nella nostra società occidentale vittimistico-vittimaria si presta infatti ad un suo uso massiccio in termini nuovi: nel senso che ognuno può rinfacciare a singoli, gruppi, o addirittura nazioni, di praticare lo scapegoating su scala più o meno vasta, fino a concepire, come fa Michael Northcott nel suo saggio Girard, Climate Change, and Apocalypse, la stessa Madre Terra come vittima innocente, e i negatori dei cambiamenti climatici come quelli che della natura fanno un capro espiatorio. Qui la disponibilità del principio del capro espiatorio ad una pluralità di interpretazioni e di usi conflittuali è evidente, perché seguendo il Leopardi della Ginestra si potrebbe rinfacciare ai sostenitori più accesi dei cambiamenti climatici come causati dal capitalismo di fare dei loro oppositori, del sistema industriale ecc. il più grande capro espiatorio umano della storia. La natura non essendo umana, e nemmeno animale, fatica non poco a rivestire il ruolo che originariamente svolge il capro espiatorio nella teoria girardiana, e inevitabilmente saranno esseri umani a prenderne il posto .

Sui fatti di Quinto di Treviso

Ciò-che-resta-delle-suppellettili-destinate-ai-profughi-e-bruciate-dai-residenti-di-Quintodi-TrevisoLa visione di roghi di materassi e suppellettili è una visione che desta sentimenti forti: di angoscia anzitutto, perché ogni rogo è sempre evocatore di violenza, e non di violenza individuale: evoca violenza di massa, come ben sapeva Elias Canetti, che ne parla in modo insuperato in Mass und Macht. Ma quel che è avvenuto nei giorni scorsi a Quinto di Treviso andrebbe analizzato con sobrietà, senza cedere a moti di pancia, e senza utilizzare la categoria di razzismo come una clava. Nel tessuto sociale della provincia di Treviso, infatti, le manifestazioni autentiche di razzismo virulento sono estremamente rare, e la violenza di bianchi contro neri, nordafricani o cinesi è quasi del tutto inesistente. D’altra parte, il fondarsi sulla propria percezione e sulla propria personale esperienza può essere fuorviante, come è fuorviante la convinzione di conoscere a fondo quella realtà imponderabile e sfuggente che è l’anima profonda di una popolazione, ammesso che esista. La presenza di formazioni di estrema destra in Veneto è paragonabile a quella di altre parti d’Italia, e ha carattere parassitario: si manifesta solo là dove viene offerta una occasione su piatto d’argento, come una piaga che attira le mosche carnarie. In questo senso, la decisione della prefetta Maria Augusta Marrosu di collocare 101 giovani uomini non identificati negli appartamenti sfitti di un condominio nella periferia di Quinto è stata una manifestazione di pura insensatezza. E non a caso ho scritto 101 giovani uomini non identificati e non 101 neri. Qui infatti non abbiamo un caso di semplice razzismo anti-africano. Un vero razzista è quello che non accetta che nell’appartamento accanto al suo viva una famiglia di neri. Qui, invece, se gli appartamenti fossero stati comprati o presi in affitto da famiglie di persone africane, come accade in vari condominii della provincia, non sarebbe accaduto assolutamente nulla. Lo stesso allarme, di contro, sarebbe stato generato dalla collocazione in quegli appartamenti, con le stesse modalità, di 101, che so, ucraini biondi e aitanti ma senza documenti di identità. Perché sono il numero alto di giovani maschi adulti e la loro identità sconosciuta anche allo Stato i due fattori di allarme dei residenti, nei confronti dei quali lo Stato stesso dimostra il massimo disprezzo. E questo è un elemento altamente destabilizzante, in un territorio in cui il sentimento antiromano è molto forte. Uno dunque è portato a chiedersi se a Roma siano idioti, e a rispondere di sì. Perché questo è sicuramente vero, che nelle periferie delle nostre città vi è un forte senso di insicurezza, avvertito particolarmente dai ceti medio-bassi, che una classe politica avveduta non lascerebbe mai nelle mani di forze eversive o para-eversive. Ma la gestione della cosiddetta emergenza immigrati dimostra, già solo con la denominazione emergenza, che la nostra classe politica avveduta non è.

L’eco di uno sparo

eco«Di mio nonno, due sole cose possedevo: il nome, Ulisse, che io porto come secondo, e che sempre ho dovuto considerare come un intruso, una parte sconosciuta di me; e una giacca, un tessuto ruvido di lana, il nero orbace della sua divisa autarchica. Niente di più, prima di questo libro». (p. 6). L’eco del titolo del libro di Massimo Zamboni (Einaudi 2015) è quella dei colpi che nel 1944 uccisero il gerarca fascista che era il nonno materno dell’autore. Altri spari nel 1961: il capo partigiano Rino Soragni, “Muso”, autore di quella esecuzione, viene ammazzato dal suo compagno di allora, il compagno Alfredo Casoli, “Robinson”, anche lui capo partigiano, dopo una vicenda di risentimento e di odio intrecciatasi per anni con quelle del partito comunista emiliano. Una indagine sofferta tra memorie pericolose, quella di Zamboni. Memorie della famiglia materna, soprattutto, una famiglia di possidenti di fede fascista. Questo libro è testimonianza di quanto sia ancora difficile, soprattutto in alcune zone del nostro Paese, costruire una memoria storica condivisibile, placata. L’odio non muore facilmente, in Italia, e trova sempre nuove vie per trasmettersi e rivivere. Zamboni restituisce la memoria anzitutto di una vecchia Reggio Emilia che non c’è più: odori, colori, usanze, modi di vivere e intendere la vita, famiglie contadine povere e ricche, contadini mezzadri ed ex contadini imborghesiti, famiglie dai molti figli, terra grassa e produttiva, fonte di un possibile benessere collettivo, su cui si innescano lotte di classe feroci. Poi, descrive con realismo gli anni della guerra, di privazioni e violenza. Come altrove nel nostro Paese, anche a Reggio la resistenza armata contro i nazi-fascisti fu anche un catalizzatore di antichi odii, una occasione di vendette private e collettive. Le ragioni degli uni non sono certo messe da Zamboni sullo stesso piano di quelle degli altri: lui è sempre stato uomo di sinistra e antifascista, ma entrambi i rami della sua famiglia, e in particolar modo quello materno, furono fascistissimi. Pure, Zamboni non può negare a quegli uomini e a quelle donne di essere stati umani, e questo è uno degli ingredienti che contribuiscono al tono dolente del libro. Dolente per la vecchia Reggio contadina scomparsa, dolente per la ferocia degli umani, i fratricidi, e per le atroci sofferenze e i lutti che colpiscono alcuni e non altri. Un singolare parallelo innerva il libro: quello tra i sette fratelli B* della famiglia materna e i sette fratelli Cervi. Due famiglie, due destini, due levature morali differenti, ma stesse facce, stessa terra, stessa lingua. Mi vengono in mente due cose: in primis, le esecuzioni di funzionari e gerarchi fascisti da parte dei GAP descritte nel libro mi ricordano terribilmente quelle che saranno operate dalle BR negli anni Settanta. I brigatisti, in effetti, si pensavano come combattenti. E qualcuno in quegli anni di piombo, ad alto livello politico, propose anche di considerarli tali per trattare con loro. In secondo luogo, ancora una volta si ha qui la prova del fatto che l’odio è proporzionale al grado di somiglianza dell’altro a noi: tanto più lo si odia quanto più ci assomiglia. In quella reggio i fascisti e i partigiani sono uguali: stesse espressioni, stesse facce, stesse corporature, stesse biciclette, stessi tabarri. E l’odio è mortale, e i suoi residui giungono per rivoli e rivoletti fino ai nostri giorni. Mi vengono poi in mente le parole di Ives Bizzi, un partigiano comunista e autore di una vastissima ricerca storica sulla Resistenza nel Trevigiano, che durante un colloquio che ebbi con lui nel 1999, mi raccontò di vendette private fatte passare per esecuzioni politiche, sulle quali stava indagando, e delle minacce di morte che per questo suo lavoro continuava a ricevere. Lui si professava tuttora comunista, ma la verità storica prima di tutto, diceva. Anche Zamboni mi pare sfiorare a volte qualcosa che giace sepolto ma inquieto.
«Distesa tra il fiume e i monti, questa da sempre è terra di sopraffazione e di conquiste. Terra generosa, fertile per antico mare e susseguenti inondazioni, profonda, livellata, grassa. La gente si ammazza per una terra così. Strappato alla palude o al bosco, difeso a oltranza, ogni nostro campo è sacro, e contiene un nome che non deve essere pronunciato». (p. 158)

Micronote 45

images1. Nel paradosso la verità: la Turchia nega la storicità della espulsione-genocidio degli armeni. Perciò minaccia di espellere gli ultimi 100.000 armeni rimanenti.

2. «Io sono diverso da questa merda umana che mi circonda» dicono quasi tutti, «io sono migliore degli altri» pensa ciascuno, imitando in questo ogni altro essere umano, a esclusione di quella ridotta minoranza di auto-fustigatori che del proprio fallimento non incolpa società, politica, o potenze trascendenti.

3. Che la religione pura sia sempre soltanto un puro fattore di pace, e per sé non sia mai connessa alla violenza, è un grave fraintendimento della natura della religione. Basta leggere senza pregiudizi teologici e ideologici Giosuè, il Libro dei Giudici, i Libri dei Re, i Maccabei nella Bibbia, o il Corano, e vedere le spade attribuite a Muhammad, per uscire dall’illusione. E Gesù? Nella mia visione, lui non ha fondato alcuna religione, e molti papi invece hanno benedetto spade e lance brandite a difesa della fede…

4. Agli idioti ho chiuso la porta. Non sarà più riaperta fino alla consumazione dei secoli.

5. È saggio chi preferisce essere governato da gente corruttibile e corrotta anziché da puri e inflessibili paranoici. Perché la corruzione causa problemi e non giova al Paese, ma la paranoia è sempre causa di disastri e di distruzione. Perché il corrotto può prendere atto e pentirsi della sua corruzione, ma il paranoico non guarirà mai della sua paranoia, e anzi sarà sempre più convinto di essere puro, si circonderà di suoi simili, vorrà purificare il mondo, e non si renderà mai conto della sua follia.

6. «Mamma, cos’è un arciprete?»
«È un prete che ha tutti tutti i difetti dei preti».

7. Dalla terra Dio trasse l’uomo, dalla creta il cretino.

8. C’è chi usa gli –ismi come clave per colpire i nemici, i nemici di cui anche quelli che identificano se stessi come amanti della pace hanno un disperato bisogno.

9. Più che la l’ipocrisia che taluno imputa ai cosiddetti opinionisti, che pure è grande, opino io, la questione è quella della casualità che sta alla base del divenire un opinionista. Ovvero produttore di opinioni che avrebbero un peso superiore a quello, irrilevante, delle opinioni espresse dalla maggioranza dei concittadini, anche su questioni che non hanno il minimo rapporto con la carriera, la preparazione e il linguaggio del produttore di opinione. Per cui un oncologo discetta di costumi, un architetto di filosofia, un critico televisivo di antropologia, e così via. E cresce, naturalmente, il risentimento della massa di coloro che si sentono privati a torto di un analogo peso, e non vedono perché la loro opinione debba valere meno di quella di coloro che il caso ha impancato a opinionisti.

10. Memoria storico-familiare. Il mio bisnonno materno Gaetano Ghedina fu un fervido irredentista cortinese prima del 1918, e poi fascista. Mio nonno materno Gino Ghedina fu anche lui convintissimo irredentista, e nel 1915 rischiò la vita arruolandosi volontario negli alpini. Poi fu fascista. Suo figlio Gaetano, fratello di mia mamma, si arruolò nelle camicie nere nel 1945, e pochi giorni dopo la fine della guerra fu ammazzato dai partigiani, senza alcun processo. Il fratello di mia nonna materna, Cecco Rezzani, comandava un sottomarino che fu affondato presso Gibilterra. Per la perdita del fratello e del figlio, mia nonna Carolina morì di crepacuore. Il mio nonno paterno Elpino fu fascista fin dal 1922. Mio padre Nino non fu né fascista né antifascista, ma piuttosto un anarcoide, fu tenente di fanteria, prigioniero dei tedeschi in Polonia, si arruolò nell’esercito repubblichino e nello stesso tempo fece la talpa per i partigiani, ma più che altro fece l’italiano individualista.

11. Attualizzare la Resistenza è molto pericoloso. Ricordo i discorsi di attualizzazione che circolavano all’inizio degli anni Settanta, e i loro esiti funesti. Le resistenze sono sempre state forme di lotta armata contro eserciti occupanti. Invocare oggi una nuova Resistenza significa ignorare la differenza tra opposizione disarmata in uno Stato moderno e guerra irregolare contro una forza di occupazione. Ma si sa che oggi tutto tende a confondersi, anzitutto nel linguaggio.

12. Circolano moltissimi filosofi e filosofe, che in realtà sono solo studiosi di filosofia o filosofanti. Se la Marzano è una filosofa io sono un ornitorinco.

13. Hybris dell’umiltà conclamata, hybris della kenosi estrema: spaventose, nauseanti.

14. Tutti in Paradiso! I cani come forme animali care all’uomo, o anche gatti, cavalli, canarini, pappagalli, falchi, e tutti gli esseri che gli umani hanno amato? E quelli che hanno mangiato? E gli agnelli che Gesù stesso ha mangiato? E il vitello grasso fatto uccidere dal padre amorevole? E i pesci che Pietro pescava? E le fiere che hanno mangiato gli umani? E tutti gli altri animali, quelli che gli umani hanno combattuto, e odiato, come coccodrilli, leopardi, tigri, topi, predatori e parassiti vari? E te lo immagini l’animale in un paradiso in cui non può manifestare e realizzare la sua essenza, non può fare ciò che massimamente gli dava piacere: il cavallo che non può correre, il predatore che non può più cacciare, il leone in uno zoo spirituale? La verità è che un paradiso puramente spirituale è qualcosa per contemplativi, monaci e teologi, se lo sono pensato loro, per se stessi.

15. La mediocrità non può auto-analizzare brillantemente se stessa, altrimenti non sarebbe mediocrità. Dunque, i personaggi veramente mediocri della letteratura debbono essere esposti in terza persona, e se sono la voce narrante non scaveranno in alcuna profondità, né in se stessi né in altri. Ma proprio questo, a volte, può essere il sentiero della verità.

16. Appartengo alla piccola schiera di coloro che non amano il Piccolo Principe. Non solo non lo amo. Non mi dice niente.

17. Matrimonio omosessuale: qui sta implodendo una struttura antropica profondissima, ma la cosa viene trattata con una superficialità che sgomenta e imbarazza. Ed è significativo come una cultura che esalta il diverso in tutti i luoghi e tempi – nello stesso tempo in cui canta la lode del meticciato e ne condanna l’origine, ovvero la globalizzazione – veda il massimo (positivo) di diversità nell’amore omosessuale, là dove la differenza è più radicalmente negata, là dove non è amato il differente, ma l’uguale, quello che è sessualmente costituito nello stesso modo dell’amante.

18. È assolutamente evidente che la grande crisi che sta portando alla diffusione (in Occidente) della legalizzazione del matrimonio omosessuale è legata ad una profonda svolta culturale. Ripeto, culturale. Ad un lavorio intenso e continuo da due secoli almeno sul desiderio e sul matrimonio, il cui segno primo è stato il romanzo Le affinità elettive di Goethe, un lavorio al quale hanno contribuito, prima della saggistica, il romanzo e il cinema. Sarebbe molto interessante esaminare le origini del discorso poetico, letterario e filosofico su amore e matrimonio, che inizia nel medioevo con i trovatori, con l’assoluta negazione di ogni possibilità di coesistenza tra matrimonio e amore. Si potrebbe fare una infinità di citazioni in materia. Si pensi che anche nel Dolce Stil Novo e nella poesia cortese la donna amata non è mai né la fidanzata né tanto meno la moglie. È sempre la donna di un altro, anche per Dante. Per il semplice fatto che l’identificazione tra amore e desiderio implica che si possa amare solo ciò che non si ha, e che una volta avutolo in possesso non lo si desideri più, ergo non lo si ami più. I movimenti di una cultura non sono affatto così veloci come oggi pare, nemmeno oggi: si raccolgono i frutti di semine lontanissime. Diciamo che ci sono molti strati, e se si colgono, come si tende a fare di solito, quelli più superficiali secondo le parole di Leopardi, si erra dal vero. La liberazione del desiderio avvenuta nel secolo scorso, e la liberazione dell’amore inteso come passione avvenuta molti secoli fa, sono ancora una volta la stessa cosa: l’instabilità delle famiglie che vengono fondate sul desiderio-amore è una logica conseguenza. Intendere l’amore-desiderio come fondatore di realtà sociali quali la famiglia implica ovviamente che qualunque sia l’amore-desiderio esso sia ugualmente fondante, perché la passione non può essere discriminata, altrimenti si discrimina il soggetto amante e lo si vittimizza. Dunque anche quello omosessuale deve, per la cultura contemporanea, apparire come fondante e costitutivo di famiglie.

19. «Penso che se la moralità in Italia è tanto vulgatamente spregiata che la parola stessa moralista da noi costituisce anche per le migliori penne un quasi-insulto, allora ogni sdegno e financo ogni fremito davanti alla corruzione ovunque evidente è cosa risibile e vana», disse il Maestro.

20. Quando il concetto giuridico-istituzionale e quello comune-popolare di giustizia si allontano molto l’uno dall’altro, e il secondo non si riconosce più nel primo, allora si determina una crisi, nel senso originario del termine. Come tra Renzo e l’avvocato Azzeccagarbugli, si confrontano senza dialogo due modi di intendere la giustizia.

La differenza del denaro

middle clPenso che senza forme di differenziazione non possa esistere società umana. La cultura oggi maggioritaria (e di molto) in Occidente, l’erede della cultura borghese-liberale nel mondo globalizzato, ha deciso di promuovere in ogni campo e su tutti i piani l’indifferenziazione (con i suoi correlati di relativismo ed equivalenza di ogni posizione e scelta, la cui icona è ora il matrimonio gay). Ma poiché nessuna società umana può sopravvivere senza differenza, in Occidente compaiono qua e là tentativi di ripristinarla su alcuni piani (contro gli immigrati, contro questo o quello). Tentativi destinati al fallimento. Prevarrà la volontà unica della cultura maggioritaria, tuttavia, e l’unica reale differenziazione si darà – come sta avvenendo ovunque – sul piano del censo: diritti formali uguali per tutti, ricchezza distribuita in modo sempre più diseguale (la condizione di quelle che erano un tempo le classi medie è davanti agli occhi di tutti). Da un lato vi è la necessità di incanalare il risentimento sociale crescente, dall’altro disponibilità decrescente di mezzi per poterlo fare. Necessità, contemporaneamente, pena il collasso sistemico, di alimentare il desiderio nella sfera immaginale-mediatica, mentre alla maggioranza della popolazione è del tutto impossibile  accedere alla realizzazione del desiderio instillato, e ne consegue una pesantissima frustrazione. Il capitalismo tecnotronico-finanziario non è interessato alla famiglia, al ruolo della donna e dell’uomo, alle religioni, alle nazionalità, alle razze o stirpi o varietà umane, ecc. Per esso conta solo il denaro, le cui forme appaiono peraltro sempre più astratte, e contano le differenze quantitative nel suo possesso, che inevitabilmente trapassano in qualitative e materiali. Tutto sarà determinato solo dal denaro: è evidente ovunque in tutto l’Occidente, con contraddizioni che sono destinate a farsi sempre più spaventose su scala globale, e con contraccolpi violenti.

Micronote 44

zab

1. Ogni Paese ha la sua feccia, la feccia non è mai un Paese.

2. Un grave problema nelle attuali democrazie, e massimamente in quelle del Sud Europa, è che anche essendo informati su quello che i candidati dicono non si è assolutamente informati su quello che effettivamente faranno.

3. Nessuna riforma della scuola, ammesso che sia realmente tale (e la Buona Scuola renziana tale non mi sembra) funzionerà mai senza il convinto sostegno di coloro sulle cui spalle dovrà marciare, ovvero gli insegnanti. Io dico solo una cosa, ovvero prima di riformare chiedetevi: tutti questi ricercatori italiani, che riescono a lavorare solo all’estero, cui si aprono le porte dei laboratori e delle università di mezzo mondo, che scuole hanno frequentato in Italia? Trovatele e premiatele, e fatene il vostro modello.

4. Gli Italiani recitano. Sempre. Tutti, come splendidamente spiegò Leopardi: e ognuno di loro è ben cosciente del fatto che tutti recitano, che tutto è teatro. Mattarella, lui, recita la parte del presidente-asceta. Salvini quella dell’energumeno. E così via, nella nostra eterna commedia dell’arte.

5. Solo idee politiche adatte a cervelli infantili ed espresse da energumeni potranno avere successo.

6. La Sinistra di tutti i paesi appare convinta che la violenza sia intimamente legata alla differenza, all’ineguaglianza e alla non-conoscenza reciproca, e che rendendo gli umani sempre più simili tra loro, con un meticciamento universale, si otterrà la pace. Una forma di accecamento illuministico radicale di fronte alla storia e al presente, che ci dicono invece che le guerre peggiori sono quelle civili, che l’odio più intenso è quello tra fratelli e parenti, che il cristiano detesta l’eretico ben più che il pagano, il vicino ben più che il lontano… Forse sciiti e sunniti non si conoscono benissimo? Forse che Russi e Ucraini sono due popoli che ignorano tutto l’uno dell’altro, e hanno religioni e costumi diversissimi? No, cari miei, quanto più due entità si assomigliano, quanto più si approssimano le loro auto-comprensioni, quanto più le loro pretese tendono ad essere la medesima, tanto maggiore la possibilità di uno scontro micidiale.

7. C’è un gravissimo complotto contro di noi. I Poteri Forti vogliono tenerci nascoste le prove del fatto che siamo idioti.

8. Dai grillini ai militanti dell’ISIS l’ossessione della purezza costituisce un continuum, con gradi diversi, senza salti.

9. Pensare che il conflitto tra umani sia sempre generato dalla scarsità delle risorse, e che un’equa distribuzione delle stesse scongiuri la violenza, è una grande ingenuità. Il desiderio umano, infatti, è infinito, e nessun oggetto finito lo può saziare. Ma ciò che gli umani bramano più degli oggetti è il potere, e il potere tende per sua natura alla non-condivisione: tende, viceversa, ad infinitizzarsi. E mentre io non posso godere se non in piccolissima parte di una ricchezza smisurata, nondimeno la ricerco: non per se stessa dunque, ma per il potere e il prestigio che mi conferisce, e dunque per una forma di relazione agli altri umani. Di contro, il potere è goduto tutto, per quanto grande sia, perché è insieme, dialetticamente, tutto nella relazione e tutto nella immediata presenza. Ed è questo anche il motivo per cui l’umano con molta maggior pena rinuncia al potere, e molto più facilmente alla ricchezza, e messo di fronte ad un’alternativa radicale, sceglierebbe quello. Perché Dio non è onniricco, ma onnipotente.

10. Il filosofo che fa il filologo è un’aquila che si spenna col suo becco.

11. Temo che molti pensino che l’unica Buona Scuola sia una scuola morta.

12. L’isteria collettiva sui social media: passa senza sosta da un oggetto all’altro. Dalle scie chimiche all’olio di palma. Moderno il mezzo, arcaico il terrore del maleficio, dell’avvelenamento, degli untori che si aggirano tra noi.

13. Insopportabile retorica degli uomini che l’8 marzo scrivono cose dolciastre per compiacere le donne: miseria dello spirito, spirito della miseria.

14. Gli Italiani sono un popolo debole, e per questo sono affascinati da un tipo di uomo politico che le nazioni civili disprezzano: l’energumeno.

15. In Europa i popoli si dividono in due categorie: quelli che possono vantare nella propria storia una grande vittoria militare in una decisiva battaglia contro un forte nemico, e quelli che non la possono vantare. I primi sono orgogliosi di sé, i secondi di sé hanno una bassa stima, e la mascherano in vari modi. Noi italiani apparteniamo alla seconda categoria.

16. Da un lato l’Imbonitore da mercato all’aperto, col suo codazzo di Garzoni e Ancelle saputelli e arroganti, dall’altra il giovane Energumeno, l’anziano Maniaco Sessuale, e la coppia di Esaltati dalle arruffate chiome. Questa, in breve, è la situazione politica italiana.

17. In Italia le forme superficiali sono eternamente mutevoli, mentre la sostanza reale permane, sempre identica a sé stessa. Così la scuola, così le tasse, così tutto. Res manet, nomina semper mutantur.

18. Il bene tende alla contemplazione più che all’azione, il male all’azione più che alla contemplazione. I malvagi sono più operosi dei buoni.

19. «E oggi l’ortodossia gay è una delle ideologie più soffocanti e feroci». In un certo senso quanto scrive Loquenzi è vero, ma isolare la questione omosessuale è fuorviante. Sempre gli umani hanno bisogno di capri espiatori e di feticci. Al massimo possono invertire le parti, e il perseguitato diventa persecutore. Oggi, se affermi di essere contrario ai matrimoni gay negli ambienti culturalmente alti rischi il linciaggio. In ogni caso, la ideologia gay va compresa in un quadro più ampio: Politicamente Corretto, animalismo, antisionismo, anti-occidentalismo, antiamericanismo, vegetarismo ecc. ecc., pur essendo fenomeni diversi fra loro e spesso conflittuali, si possono capire nella loro essenza solo all’interno della cultura vittimaria-vittimista che si è stabilmente radicata in Occidente, per la quale sempre e ovunque esiste una spaccatura netta tra carnefici e vittime. E la Vittima si sposta: dall’ebreo al nero al palestinese all’islamico alla donna al gay all’animale alla pianta alla natura… Solo il maschio occidentale eterosessuale adulto non di sinistra non viene annoverato tra le vittime, di conseguenza viene collocato tra i carnefici, almeno potenziali. Figurarsi uno come me, che è anche cacciatore, e che mangia agnelli e capretti.

20. Se il bullismo su vasta scala è legato a particolari condizioni sociali e culturali, e se—come penso—queste condizioni andranno accentuandosi nei prossimi anni, insieme al crescente risentimento sociale che circola mediante i social media, il bullismo crescerà inesorabilmente. Nessun intervento pedagogico potrà fermarlo, perché la pedagogia dominante è parte del problema, e perché i suoi stessi presupposti sono erronei, come dimostra ampiamente la condizione della scuola italiana contemporanea.

21. Noi Italiani siamo l’unica nazione coinvolta nella Seconda Guerra Mondiale che pensi di averla perso-vinta.

22. Un uomo sposa un uomo e vuole diventare padre. Questa per me è follia. Ce ne sono molte altre di follie al mondo, tu dici? Vero, ma il fatto di avere compagni nella follia non ti rende meno folle. Non sei d’accordo con me? Pazienza, io la penso così, e non posso altrimenti: è l’individualismo moderno, bellezza.

23. È un grave errore pensare che si possa “insegnare a pensare” ai ragazzi delle scuole prescindendo da quello che è pensato. È la solita fede tecnicista dei contemporanei, in simbiosi col terrore di un indottrinamento da parte dei docenti (l’unica forma di manipolazione delle menti temuta da una società nemica del pensiero critico). Si può apprendere a pensare solo mediante il contatto con un pensiero, che non esiste al di fuori del suo contenuto. C’è un unico metodo per insegnare a pensare: mostrare ai discenti il proprio pensiero in atto. L’illusione di una metodologia pura è una pura illusione.

24. I libri sono milioni, i romanzi da leggere sono una moltitudine che si accresce di anno in anno. Il tempo è poco. Non ho mai letto un libro di Baricco, e non ne leggerò mai. Mi basta averlo sentito parlare una volta in TV per escluderlo dalla mia casa. Vale per molti altri scriventi, del resto.

25. L’abbassamento costante del livello intellettuale e culturale della classe politica italiana è del tutto evidente. Un Faraone sottosegretario all’Istruzione è quasi un’oscenità. E tuttavia, se il livello culturale del PD renziano è basso (una Picerno nel vecchio PCI sarebbe stata impensabile, se non come valletta alle feste di partito), quello degli oppositori è scoraggiante. Quello dei 5 Stelle e della loro base, poi, è vicino al semi-analfabetismo. Questi decenni di smantellamento della scuola italiana non sono passati invano.

26. Nichilismo e desiderio smodato di fama danzano spesso insieme. Ogni umano è definito umano dalla sua spinta verso il Centro, che è sempre già occupato e respinge gli aspiranti verso la periferia. Qualcuno il Centro lo vede vuoto, occupato dal nulla, e vi si precipita, per farne parte. Ma solo perché quel nulla è il Centro. E l’atto dell’annullamento garantisce fama, il tuo nome irradiato dal vuoto centrale alla più lontana periferia. Come fece Erostrato, annichilendo il grande tempio di Efeso nel 356 AC, perché il suo nome risuonasse nel mondo. La cancellazione della sua memoria, che i giudici greci decretarono, per lui non funzionò, e il suo nome è pronunciato ancora. Tutti quelli che annientano se stessi in modo clamoroso hanno Erostrato in una delle camere segrete e impenetrabili della loro mente.

27. Poiché ci è impossibile appurare come stiano veramente le cose nei molti diversi campi in cui ci muoviamo dentro questa società complessa, dalla scienza all’informazione, dalla politica alla vita quotidiana, non ci resta che compiere continui atti di fiducia, nei confronti di coloro – istituzioni e persone – che ci sembrano esserne più degni. L’uno si affiderà a quelli, l’altro a questi, in base alla propria personalità e cultura. Un criterio assoluto di veridicità non lo abbiamo, e le passioni e gli istinti ottenebrano e dirigono i nostri giudizi. Scegliamo il verosimile, ma questo varia da te a me. Perché il nostro non è un mondo di pure pulsioni, ma di rappresentazioni: infinite, scambiabili, falsificabili e menzognere. Questo ci rende umani. Per questo tu credi che le Due Torri se le siano buttate giù gli Americani, e io no, per questo tu odi Israele, e io no.

28. Dunque, poiché tra le nostre leggi manca il crimine di tortura, ci sono solo quello di lesioni gravi, tentato omicidio, ecc., allora un poliziotto potrebbe massacrarmi impunemente? Ma massacrare una persona è tortura? Pensavo che la tortura fosse una cosa più raffinata.

29. Infine era necessario che i mostri concepiti fossero anche partoriti, e così è avvenuto, secondo necessità. Il generante guarda con orrore il generato, ma non comprende la causa del parto, non riconosce l’origine del seme.

30. Da bambini credevano a Babbo Natale, da adolescenti all’esistenza degli alieni, da adulti alle scie chimiche e relativi complotti: Sono fra noi, sono i Babbei.