Non un romanzo storico, ma un distillato per cui la storia fornisce una materia prima. Il re (De koning, 2011, trad. it. di E. Svaluto Moreolo, Iperborea 2012) è un romanzo con cui Kader Abdolah prosegue il suo discorso sulla Persia-Iran, la patria perduta fin nella lingua – poiché Abdolah scrive i suoi libri in nederlandese. La vicenda e i suoi attori sono insieme reali e fantastici, una personale rielaborazione e fusione di personaggi storici persiani dell’Ottocento e primo Novecento. Il principale è il re, lo scià Naser, irresoluto e incapace di fare fino in fondo i conti con la modernità che avanza, una figura complessa, ma nell’insieme non troppo gradevole, anche nei suoi rapporti con le donne: la potentissima e intrigante madre, l’amatissima figlia, la legione di concubine dell’harem. Potremmo dire, girardianamente, che Naser vive un rapporto di mediazione esterna rispetto alle grandi figure regali del passato persiano, modelli favolosi, e di mediazione interna rispetto ai suoi visir, nella misura in cui questi appaiano più brillanti politicamente e intelligenti di lui. Irraggiungibili, le figure mitiche del passato non possono costituirsi come rivali, mentre lo può fare, nella mente del sovrano, il suo ottimo visir Mirza Kabir, destinato perciò ad essere liquidato. Sullo sfondo, ma non tanto, l’islam sciita coi suoi aiatollah, nube nera sul futuro.
Bergoglio
Benedettini, Francescani, Domenicani e Gesuiti: quattro colonne. Un papa gesuita che si impone il nome di Francesco: mirabile! Un gesuita che ha fatto voto di totale obbedienza al papa e, divenuto papa, nel suo primo discorso non pronuncia mai la parola “papa”, ma insiste sul concetto del vescovo di Roma: mirabile! E chiede la benedizione dei fedeli prima di impartire la sua: mirabile! Poiché la semplicità di un gesuita è una semplicità di secondo grado, che deriva dalla complessità, esattamente come quella di Francesco d’Assisi non derivava da ingenuità primitiva, ma da un’ascesi della complessità culturale. Premesso ciò, è evidente che il messaggio del nome scelto è anzitutto: povertà evangelica. Vedremo.
Sono le mie prime impressioni di papa Bergoglio. Noto anzitutto che il nuovo papa ha ripetuto più volte di essere il vescovo di Roma, e ha chiamato il predecessore “vescovo emerito”. Dalle sue prime parole da papa sembrerebbe di poter cogliere un’apertura nuova alla collegialità, ad un modo di intendere il ministero petrino più in sintonia con le indicazioni del Concilio Vaticano II, senza i timori degli ultimi pontefici. Questo potrebbe avere anche una forte valenza ecumenica. Continua a leggere
In tempore eligendi Pontificis
Ogni grande parola, messa alle strette, rivela la propria inconsistenza, il proprio essere sospesa sul vuoto. Necessita di garanzie, e tra gli umani le garanzie possono essere a loro volta solo segni (gesti, ecc.), che essi incessantemente si scambiano. E anche questi segni vengono tradotti in parole scambiabili, o, proiettati nella sfera personale e nell’indicibile, non partecipano dell’esperienza comune. Ma su ciò che non rientra nell’esperienza comune, per quanto elitaria, grava il sospetto di illusione. E tuttavia anche queste parole che ho scritto possono avere un senso solo all’interno di una condivisa convinzione del darsi della verità. Se verità non vi fosse, non fosse pensata essente, nessuna discussione avrebbe luogo, nemmeno quella sullo stesso concetto di verità. La grande parola che ho davanti è Spirito Santo (che procede dal Padre e dal Figlio – e non solo dal Padre come pensano gli Ortodossi – e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato), del quale nella Chiesa Cattolica si parla molto soprattutto in tempo di Conclave. Infatti il Pontefice è scelto dai cardinali solo nel senso che essi individuano colui che è stato scelto da Dio, la dottrina in soldoni è questa. L’investitura del Papa è dall’alto. Interessante, dunque, vedere come sia all’opera la romanitas legislatrice della Chiesa nella Costituzione Eligendo Pontifici, che potrebbe dar l’impressione di uno sforzo umano di ingabbiare lo Spirito: ovviamente non è così, e lo Spirito soffia dove vuole. Infine dovrei pensare che siano stati scelti da Dio anche Alessandro VI Borgia, di cui si sa quali fossero gli interessi principali, e Albino Luciani, che non si era rivelato atto neppure al governo della Chiesa di Venezia. Dal tempo di Luciani, in verità, i miei dubbi sui Conclavi sono profondissimi. So però che dai tempi di Gesù il divino e l’umano-troppo umano non sono scindibili con un colpo di spada, e che solo un approccio dialettico può mantenere insieme fede e ragione.
La mia religione 10
Ὀψίας δὲ γενομένης, ὅτε ἔδυ ὁ ἥλιος, ἔφερον πρὸς αὐτὸν πάντας τοὺς κακῶς ἔχοντας καὶ τοὺς δαιμονιζομένους· καὶ ἦν ὅλη ἡ πόλις ἐπισυνηγμένη πρὸς τὴν θύραν. καὶ ἐθεράπευσεν πολλοὺς κακῶς ἔχοντας ποικίλαις νόσοις καὶ δαιμόνια πολλὰ ἐξέβαλεν καὶ οὐκ ἤφιεν λαλεῖν τὰ δαιμόνια, ὅτι ᾔδεισαν αὐτόν.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Continua a leggere
La mia religione 9
ἡ δὲ πενθερὰ Σίμωνος κατέκειτο πυρέσσουσα, καὶ εὐθὺς λέγουσιν αὐτῷ περὶ αὐτῆς. καὶ προσελθὼν ἤγειρεν αὐτὴν κρατήσας τῆς χειρός· καὶ ἀφῆκεν αὐτὴν ὁ πυρετός, καὶ διηκόνει αὐτοῖς.
La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.
Simone Pietro ha una suocera, quindi è sposato. Gesù fonda la sua Chiesa su di un uomo sposato. È del tutto evidente come il celibato ecclesiastico appartenga alla storia della Chiesa cattolica occidentale come un accidens (se pur di forte spessore, e ricchissimo di implicazioni socio-culturali) e non come elemento essenziale della fede. Degli altri apostoli nulla emerge dal Nuovo Testamento circa il loro essere sposati o meno. E non emerge per il semplice fatto che, di fronte a Gesù, essere sposati o no non ha alcuna importanza. La cosa evidente, infatti, è la relativizzazione dei rapporti familiari che Gesù compie, in un contesto storico-culturale in cui la famiglia è ben più importante del suo singolo membro, e l’autorità patriarcale determinante, Gesù antepone la fedeltà al vangelo a qualsiasi legame di appartenenza. E il primo legame di appartenenza è quello alla propria famiglia. Continua a leggere
Modernismo. Un secolo dopo
Modernismo. Un secolo dopo, a cura di L. Vaccaro e M. Vergottini, edito da Morcelliana nel 2010, è una bella raccolta di saggi tra storia e teologia. Mi conferma nella mia idea che i temi posti dal movimento modernista nella Chiesa cattolica siano ancora tutti qui. Come scrive Alberto Cozzi nel suo saggio, la crisi modernista «rimane emblematica della fatica della mediazione antropologica delle verità rivelate nella modernità» (p. 41). Mi ha colpito in particolare la figura di George Tyrrel, di cui poco conosco. Di lui scrive nel suo saggio Fabrizio Chiappetti che «pensa […] che il sacerdotalismo sia vicino al tramonto, incalzato dalle conquiste democratiche in campo politico che hanno reso ormai inaccettabile il modello gerarchico basato sull’autorità del papa e della curia romana. Saranno i laici a trasformare la Chiesa, recuperando quel ruolo attivo che avevano prima che prendesse piede il sacerdotalismo. Il laicato rappresenta “non tutta, ma di gran lunga la maggior parte di quella comunità che è ugualmente penetrata dallo spirito di Cristo”. Considerata l’incapacità del clero di lottare per il superamento dei propri privilegi, il laicato diventa agli occhi di Tyrrel l’unico soggetto su cui puntare affinché la Chiesa ritrovi la sua vera indole spirituale.» (p. 97)
Micronote 24
- Preferisco coloro che si prostituiscono per denaro a coloro che nel nome del loro ideale di umanità calpestano l’umanità reale.
- La tentacolare amministrazione dello Stato chiede al cittadino la totale trasparenza, mentre dal canto suo essa è totalmente opaca.
- Gli scontri televisivi tra politici sono inguardabili-inudibili: slogan contro slogan, aria fritta contro aria fritta. Eccezioni rarissime.
- La ricerca di capri espiatori si fa frenetica. Ma il meccanismo si è inceppato, si avvolge su se stesso.
- Avere idee chiare ed avere idee giuste. Non è necessariamente la stessa cosa. Continua a leggere
Plausibilità
Nel 1978 accadde un episodio che mi illuminò sulla presenza di differenti orizzonti di pausibilità anche tra persone dello stesso ambiente, professione e livello culturale. La rivista satirica Il Male in quel periodo pubblicava dei falsi dei principali quotidiani italiani, assai divertenti. Quando uscì la prima pagina del Corriere con le notizie sull’atterraggio di un’ astronave aliena, la portai nella sala insegnanti della scuola in cui allora lavoravo, l’istituto magistrale Tommaseo di Venezia, e in sala insegnanti ci furono le reazioni più varie. Ricordo in particolare un collega entusiasta, che si mise ad esclamare «Sublime! Sublime! Lo sapevo che sarebbero arrivati!». Ci credeva davvero, nel suo orizzonte di plausibilità era compreso un evento del genere. Nel mio no. Dunque, se differenze abissali sussistono tra popoli di cultura differente, e ciò che per un azteco era plausibile (come la necessità di sacrifici umani per sorreggere l’ordine del mondo), non lo è per noi, nella pluralistica società occidentale di oggi si scorgono orizzonti di plausibilità multiformi, stratificati e differenziati, e non solo tra gruppi e singole persone, ma anche nel singolo. Ad esempio, per il sig. Rossi, di professione medico, è del tutto non plausibile l’idea che i vaccini causino l’autismo, ma plausibile che la Madonna appaia a Medjugorje. E di esempi del genere se ne potrebbero addurre infiniti.
Letteratura canadese e altre culture 3,3
Esce il N.3 della terza serie di Bibliosofia Canada – Letteratura canadese e altre culture, a cura di Elettra Bedon e Giulia De Gasperi.
La perdita dell’Eldorado
V.S. Naipaul, La perdita dell’Eldorado (The Loss of El Dorado. A Colonial History, 1969 e 2001, trad. it. di F. Cavagnoli, Adelphi 2012). Di coloro che abitavano l’isola di Trinidad prima dell’arrivo dei colonizzatori europei, gli indios delle varie tribù Arawak, non è rimasta traccia alcuna, nessun ricordo. Cancellati. Nessun ricordo nemmeno di coloro che dettero il nome al Mar dei Caraibi, i temutissimi Caribi mangiatori di uomini. Ma nemmeno dei neri importati come schiavi, e delle loro sofferenze, e del regime disumano cui furono sottoposti, rimangono molti ricordi. V.S. Naipaul può apparire in qualche modo scostante per un pessimismo antropologico radicale, ma questa sua opera è preziosa per chi voglia alzare qualche velo. C’è forse una scrittura eccessivamente secca, che a tratti rende difficoltosa al lettore una piena comprensione degli eventi. Ma non è un testo di storiografia, è un testo di pietas quasi nichilista, si potrebbe dire, ma non del tutto nichilista alla resa finale dei conti. Riaffiorano nomi perduti, si recuperano vicende politico-amministrative, di processi civili e penali, di violenza e di soprusi. Luce ferrigna, con lampi improvvisi. Il lettore viene afferrato da mani rapinose che lo trascinano indietro nel tempo: in epoche culturalmente lontanissime, ma così vicine, troppo vicine.






