La misura delle cose

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Può capitare che leggendo un libro ti si illumini la ragione del tuo amore per un altro libro, per la scrittura di un altro autore. Mi è capitato così, leggendo La misura delle cose di Eduardo Rebulla (Sellerio 2008), di capire perché io ami tanto l’opera di Cormac McCarthy. Uno dei motivi è senz’altro nel fatto che nei romanzi del grande scrittore americano l’interiorità dei personaggi è assente, non vi compaiono i loro pensieri, ma il senso sta e si manifesta in quel che i personaggi fanno e in quel che dicono. L’accesso diretto al pensiero del personaggio pone il narratore come onnisciente, posizione oggi rifiutata dalla maggioranza degli scrittori. Ma poiché quasi tutti gli scrittori con ambizioni artistiche pensano di dover mettere in scena l’interiorità, ecco il prevalere degli io narranti nella narrativa contemporanea. Perché se l’interior homo è quello di chi narra, la questione dell’onniscienza non si…

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Tutto scorre

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È un romanzo-saggio Tutto scorre… di Vasilij Grossman (1963, trad. it. di G. Venturi, Adelphi 1987). La storia di un anziano prigioniero politico che alla morte di Stalin torna alla vita civile dopo 27 anni di gulag serve a rivelare la natura dello stato sovietico e la condizione della Russia, sempre priva di ciò che per gli esseri umani è la cosa più importante, la libertà. Sono poco più di duecento pagine, ma di che densità e problematicità! Bellissimo il ritratto delle molte facce di Lenin, tragica la descrizione della persecuzione dei contadini e della morte per fame imposta agli Ucraini. Il tutto sospeso tra il ricordo infantile delle terre del sud dove il protagonista ragazzo, vagando tra boschi e radure, scorgeva le tracce lasciate dalla popolazione che abitava quei luoghi un secolo prima, i Circassi annientati dalla colonizzazione russa dell’Ottocento, e la contemplazione dei luoghi ove si è abbattuto il furore dello…

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Liberazione

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La diciottesima notte dopo capodanno—il ventiquattresimo giorno dell’assedio di Budapest—, una giovane donna decise di abbandonare il rifugio in un grande edificio accerchiato nel cuore della città, di attraversare la strada trasformata in campo di battaglia e di raggiungere, in ogni modo e a qualsiasi costo, l’uomo che quattro settimane prima era stato murato, insieme a cinque compagni, in un angusto scantinato dell’edificio di fronte. Quell’uomo era suo padre, e la polizia politica si ostinava, pur nel culmine del caos e dello sfacelo, a cercarlo con un zelante e puntiglioso accanimento.
Quello di Liberazione di Sandor Marai (Szabadulás, 1945, trad. it. di L. Sgarioto, Adelphi 2008) è un incipit in cui è contenuto un romanzo intero, uno di quegli incipit che promettono una lettura forte. Scritto nei mesi immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando il destino dell’Ungheria si stava delineando agli occhi attoniti dei suoi figli, Liberazione

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Da Nasser a Sadat

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Da Nasser a Sadat. Questo libro di Gennaro Gervasio (Jouvence 2007) reca come sottotitolo Il dissenso laico in Egitto. In realtà, il libro, che è un testo accademico per rigore e documentazione—ma anche per natura, derivando da una tesi di dottorato—si occupa dell’opposizione marxista nel periodo indicato dal titolo, ma in sostanza nell’intero Novecento.
È la storia del fallimento dei comunisti egiziani e di tutta la sinistra marxista, determinato da una complessità di fattori, fra i quali il più rilevante è senz’altro l’intellettualismo della sinistra stessa, la sua incapacità di cogliere le tendenze profonde del popolo e delle masse contadine in particolare. Qualcosa che, pur nelle differenze, non è privo di legami con quanto è avvenuto in Italia. Il frazionismo della sinistra, il suo eterno perseguire le analisi corrette che dovrebbero garantire il successo e si scontrano con altre analisi corrette in una lotta senza fine. Mentre nelle…

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Autismo insignificante

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Qualcuno ha affermato che autismo e Internet sono due realtà fortemente connesse. Non solo perché nella Silicon Valley sono numerosi i tecnici e gli ingegneri informatici che sono nello Spettro, come si usa dire, ma anche perché la consapevolezza mondiale dell’autismo non sarebbe quella che è, e forse semplicemente non sarebbe, senza il potente motore del Web, l’acceleratore dei processi mediante i quali le famiglie e i singoli hanno stretto legami, creato e sostenuto associazioni e movimenti d’opinione, difeso interessi (talvolta contraddittori) e combattuto battaglie spesso feroci: contro i pregiudizi, contro le discriminazioni, contro la politica insensibile e le istituzioni arretrate e disumane; ma anche a favore di metodi discutibili, di personaggi equivoci, di ciarlatani e di impostazioni pseudo-scientifiche. Poiché autismo si dice autismo anche in spagnolo, se si digita in Google autismo o l’anglo autism la marea di pagine, link e documenti vari che emerge è sconfinata, schiacciante, una dimostrazione che il termine autismo è pervasivo e, ad un’attenta analisi, utilizzato in una vasta gamma di significati, dei quali quello connesso alla sindrome classificata nel DSM e nell’ICD è il più presente, ma non l’unico.
Il significante autismo è oggi—questo è un mio chiodo fisso, perché a mio giudizio si tratta di un’evidenza cui non si attribuisce la rilevanza che le spetta—dilatato al punto di diventare fonte di ambiguità, incertezza, equivoco, e di produrre non autentica consapevolezza ma confusione, e infine seri problemi anche nella vita quotidiana: nell’informazione che circola e nella gestione dei gravi problemi delle famiglie che debbono sopportare il peso della convivenza con una persona con autismo.
Lo Spettro, infatti è immenso, smisurato. Se al suo interno vengono collocati mio figlio Guido, averbale e con grave ritardo mentale che compromette la sua capacità di eseguire i compiti più semplici e riduce al minimo la sua autonomia, e ugualmente un soggetto Asperger come il dott. Mario Rossi, che ha avuto una diagnosi tardiva, che lavora e ha due figli, allora uno non capisce più nulla. Perché indubbiamente Mario Rossi sul piano della realtà è molto più vicino a me neurotipico che a  mio figlio autistico. Perché Mario Rossi e io possiamo parlare, discutere di vari argomenti tra cui l’autismo, delle prospettive dei nostri figli, di politica ecc., ma né io né lui possiamo far questo con mio figlio. Pure, Mario Rossi è nello Spettro, come Guido, e io no, io ne sono fuori. A buon diritto, sembra, Mario Rossi e Guido Brotto possono essere chiamati autistici, e io no…
Ma allora, io mi domando e dico, autismo significa qualcosa che possa essere compreso dall’opinione pubblica, o è diventato una notte dentro la quale tutte le vacche sono grigie?

Vita e destino

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Vita e destino (trad. it. di C. Zonghetti, Adelphi 2008) è del 1960, ma Vasilij Grossman non vide mai la pubblicazione del suo capolavoro, perché la polizia politica sovietica lo sequestrò. Mi viene da chiedermi quanti libri di grande valore siano abortiti, per così dire, nelle grandi società totalitarie, non avendo la fortuna postuma di questo. E questo è un romanzo per cui è difficile trovare aggettivi, tanto è, in tutti i sensi, grande. Forse l’aggettivo che più gli si addice è poderoso. L’hanno chiamato il Guerra e pace del XX secolo, ed è così per vari motivi. È fortemente russo e nello stesso tempo universale; è immenso e ricchissimo di personaggi, e questi hanno una vita intensa anche quando appaiono per qualche riga, come avviene in Tolstoij; la guerra vi è dipinta nella sua verità, come orrore e come fascino, come annientamento e come riscatto. E vi sono tutti…

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La strada di Smirne

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Smirne come Troia, come Corinto, come Cartagine: una città splendida data alle fiamme, cancellata nella sua parte antica, nella memoria di una convivenza tra stirpi, lingue e religioni differenti. Bisogna ammetterlo: l’Oriente antico e medievale, fino ai primi del Novecento, era infinitamente più variegato e tollerante culturalmente e religiosamente di quanto sia oggi. E ciò che ne ha cambiato il volto è stato il nazionalismo, la peste del mondo.
La lettura del romanzo di Antonia Arslan La strada di Smirne (Mondadori 2009), compimento del precedente La masseria delle allodole (di cui qui) genera in me due pensieri. Il primo riguarda gli imperi. Essi si creano mediante la forza, e la loro costruzione esige sangue e vittime. Una volta costruiti, però, solitamente garantiscono pace e tolleranza, a causa del loro fondamento nella molteplicità. Così il sogno della pace universale è sempre un sogno imperiale. Quando un impero si dissolve, la…

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La filosofia delle università

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Volgiamo lo sguardo intorno a noi. Quello che Schopenhauer chiama dappochezza, cioè il non valore (e per non valore intendo i gruppi umani concreti in cui prevalgono i bassi istinti e l’utilitarismo ad essi collegato) che instaura il suo potere mediante la mistificazione, per consolidarla ed estenderla, perché può sussistere e soggiogare le masse solo attraverso di essa, questo non valore oggi trionfa ovunque, mediato socialmente dai media. Ma la cosa più rilevante in ciò è questa: mentre nella prima fase dello sviluppo mediatico occidentale i media si autoconcepivano come mediatori di qualcosa che aveva la sua origine e il suo fondamento in altro, e non nel medium stesso (da ciò il nome), ora i media si intendono come la fonte stessa del valore, ovvero il medium media se stesso.
È anche per questo che l’informazione è caduta così in basso, non informa più su nulla, o quasi. Di…

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Paleologo

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Bellissima edizione delle memorie di Giorgio Sfranze, col testo greco a fronte, splendidamente curata da Riccardo Maisano, questo Paleologo. Grandezza e caduta di Bisanzio, Sellerio 2008. Giorgio Sfranze ha vissuto al servizio della casata imperiale dei Paleologo gli ultimi anni di Bisanzio, in posizione di grande responsabilità diplomatica. Questo suo diario, questo commentario asciutto e tragico, si legge con un senso di stupefazione e di angoscia, come sempre quando si entra in contatto ravvicinato con uno spirito consapevole, e travolto dai tempi e dalla tragedia della storia. Sfranze, che ebbe una vita ricca di imprese e di sventure, tra le quali quella di un figlio quattordicenne fatto prigioniero e ucciso dal sultano di sua propria mano, finì i suoi giorni poveramente in un monastero, dopo aver bevuto fino all’ultima goccia l’amaro calice.
Impossibile resistere (almeno per me) ad un incipit di questo genere:

Questo racconto delle mie sventure e…

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Phineas Finn

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Devo l’interesse per l’opera complessiva di Anthony Trollope, che mi ha portato a leggerne l’Autobiografia e alcuni romanzi, ad un capitolo del libro di Robert Polhemus Erotic Faith. Si tratta di un capitolo intitolato The Mirror of Desire: Anthony Trollope’s Phineas Finn / Phineas Redux (1869-74) (pp. 196 – 222). Le pagine di Polhemus mi hanno indicato in Trollope un fine analista della dinamica del desiderio, e dei rapporti tra eros, società e politica. Del resto Trollope, che vide da vicino la vita politica e parlamentare inglese, vi dedicò un ciclo di romanzi, detti i romanzi Palliser dal cognome di uno dei personaggi principali (con la sua consorte). In questo ciclo, e soprattutto nei due romanzi il cui protagonista è l’irlandese Phineas Finn, un giovane affascinante, ambizioso, e anche moralmente retto, si delineano perfettamente l’idea di Trollope romanziere che il romanzo in quanto tale debba sempre avere al suo…

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