Telline

Esseri viventi semplici, perfetti, sotto poche dita d’acqua, nella sabbia. Restano tra le dita che le cercano. Invece che nella pancia di un’orata frantumatrice di gusci, finiscono nel pomodoro, in mezzo agli spaghetti di grano duro. Sia lode ad Allah che le ha create! E io…

Io ricordo gli ultimi giorni al mare, prima che lo sviluppo problematico di Guido, il mio figliolo autistico, rendesse impossibile ogni vacanza.

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Bellezza

Gli esseri umani non possono immaginare una creatura più bella di quelle che già esistono e che riconosciamo come belle. Nessun essere immaginario partorito dalla fantasia di un umano è 1) totalmente diverso da esseri esistenti su questa terra, 2) più bello senza che questo sia una semplice intensificazione della bellezza conosciuta sotto specie umana o animale. Così l’angelo non può essere raffigurato altrimenti che come un bellissimo giovinetto, nessun alieno della fantascienza è bello, e gli Elfi tolkieniani possono essere immaginati solo come umani superbelli (e superbuoni). Questo significa che la mente umana non è creatrice, ma solo capace di invenzioni, cioè di ritrovamenti. Possiamo solo riconoscere la bellezza dove esiste, non crearla dal nulla. Come ben argomenta Alessandro Manzoni nel suo Dialogo dell’invenzione

Con Marx

Con Marx sono a buon punto. Anche se ancora non allevo bestiame, vado però a caccia, a pesca, ed esercito l’intelligenza critica. Quindi sono un quasi-comunista…

“E infine la divisione del lavoro offre anche il primo esempio del fatto che fin tanto che gli uomini si trovano nella società naturale, fin tanto che esiste, quindi, la scissione fra interesse particolare e interesse comune, fin tanto che l’attività, quindi, è divisa non volontariamente ma naturalmente, l’azione propria dell’uomo diventa una potenza a lui estranea, che lo sovrasta, che lo soggioga, invece di essere da lui dominata. Cioè appena il lavoro comincia ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosí come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico”.

 K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1972, pag. 24

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Galileo, Chiesa

Le questioni principali posti dalla condanna di Galileo sono due: quella della natura ipotetica e sperimentale della scienza moderna (circa l’aspetto ipotetico anche il Bellarmino aveva le sue ragioni e Galileo le sue debolezze), e quella dell’esercizio del potere da parte della Chiesa, ovvero del fatto che la sua autorità si è declinata nella realtà anche, e talvolta prevalentemente, come potere. Non la condanna di Galileo di per sé è stata la sventura della Chiesa cattolica, ma il fatto stesso che la Chiesa lo potesse sottoporre a processo e giudicare. Ma questo è dipeso dalla sua romanità, dal fatto che ha mutuato alcuni caratteri dell’impero romano, dal suo essersi costituita come struttura di amministrazione dl sacro, con tutte le necessarie conseguenze. E io non intendo certo sostenere che queste conseguenze non siano state storicamente necessarie. La necessità storica può benissimo essere, almeno per alcuni versi, una sventura.

Sepolto è in mar

Esultate!
L’orgoglio musulmano
sepolto è in mar;
nostra e del cielo è gloria!
Dopo l’armi lo vinse l’uragano.

Obama si è ispirato all’Otello di Verdi!

Radici

 

L’idea di radicalità si presenta sempre come una forma della semplificazione. Il termine, applicato alla politica, è radicalmente sbagliato. Le radici sono intricate, sono spesso un groviglio, e il loro essere profondo è nascosto alla vista, nelle viscere della terra. Così è delle radici storiche, delle radici delle cose grandi. Le ideologie le fanno rettilinee, esse vedono solo il fittone, la carota, le cose piccole. E mostrano la carota alla gente.

Desiderio, nulla

Il desiderio crea il suo oggetto, da un lato, e dall’altro ha una dimensione ineludibilmente sociale. Infatti la bellezza che Narciso scopre nella propria immagine, per essere riconosciuta come tale, richiede un canone. La bellezza non è immediata. Il desiderio di Narciso è anzitutto in potenza. Dovrebbe passare in atto nel momento in cui egli scorgesse un essere desiderabile. Ma la desiderabilità dell’altro da sé non è un prodotto totalmente autonomo del sé. Narciso attribuisce esistenza e alterità a quello che vede riflesso nelle acque. Il suo dunque è un errore di interpretazione, vede l’altro dove c’è l’identico.
Don Giovanni è solo in parte Narciso. Narciso seduce inconsapevolmente e incolpevolmente Eco, mentre l’amore di sé in Don Giovanni coesiste col più alto grado di consapevolezza. Infatti egli non è amante, ma seduttore. La figura che dovrebbe essere evocata come espressione dell’impossibile fusione dei due in uno è quella di Tristano.
L’avaro che nasconde il suo tesoro per possederlo pienamente è paradossale, nel senso che il possesso e il desiderio sono alternativi. Non si può desiderare ciò che si possiede: su questa massima si è costruita la visione occidentale dell’amore. Perciò, se amore e desiderio sono la stessa cosa, è sensato che l’amante allontani da sé l’amato, qualunque cosa questo sia, al fine di poter perpetuare il desiderio. Proiettare l’amato nella non esistenza potrebbe rappresentare il massimo di esasperazione del desiderio stesso e il compimento della logica del desiderio-amore.

Religione, filosofia

Penso che la ripulitura filosofica di una religione sia radicalmente impossibile, tranne che riducendola a filosofia, ovvero negandola come religione. E non v’è dubbio che nella storia della Chiesa i rapporti con la filosofia siano stati ambigui, di necessità. Da un lato la volontà di Dio, espressione che è impossibile tradurre in linguaggio coerentemente filosofico senza cadere in paralogismi, contraddizioni e antropomorfismi di diverso ordine e grado. Dall’altra i miracoli, tema essenziale della pietà cattolica (oggi ridotto a quello di rare guarigioni da qualche forma di tumore e totalmente privato dell’aspetto storico-fattuale del mirum). Torna sempre di nuovo la questione dell’unità del reale, dell’olismo su cui annaspa anche il pensiero di Mancuso, e della possibilità di pensare la trascendenza. Tra una fede infantile e ingenua da un lato, e la riduzione alla mera simbolica sospetta di insignificanza dall’altro, una via mediana si presenta oggi impossibile ma inevitabile.

Semidio e semidemonio

Nel suo La vita oggi, che sto leggendo da giorni con la mia lettura lenta, Anthony Trollope ci presenta la figura di Augustus Melmotte, un potente finanziere che domina la borsa di Londra negli anni Settanta dell’Ottocento, essendo riuscito a costruirsi un impero sul nulla. Melmotte ad un certo punto decide di passare dalla finanza alla politica, come candidato del partito conservatore, e nel far questo l’elemento più importante, in cui si gioca la partita, è  quello mediatico (allora rappresentato solo dalla stampa). E il suo avversario principale, che entra anche lui nell’arena politica, candidato dei progressisti, è un direttore di giornale. Potenza anticipatrice del romanzo! Trollope individua anche i caratteri sacrificali degli eventi: Continua a leggere