Se il cielo adesso è vuoto

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Mi è sembrato di respirare per qualche ora l’atmosfera delle comunità di base degli anni Settanta leggendo il libro di Gilberto Squizzato Se il cielo adesso è vuoto. È possibile credere in Gesù nell’età post-religiosa? (Il Segno dei Gabrielli editori, 2017). Un’atmosfera di radicalità cristiana (o meglio gesuana), di anti-capitalismo, di aspirazione ad una possibile Liberazione. Si tratta di una visione molto radicale, che condivido totalmente, come spesso mi accade per molti dei libri che leggo, nella sua pars destruens, molto meno in quella construens. Squizzato è in parte assimilabile, nella sua visione del cristianesimo come religione, a John Shelby Spong: «Per noi che abbiamo archiviato definitivamente una descrizione astronomica dei cieli sovrannaturali Gesù può essere vero solo di una verità esistenziale che ci aiuti a leggere la nostra stessa vita in una luce rivelatrice di nuove impensabili possibilità di significato senza bisogno di popolare il cielo di angeli e l’inferno di diavoli […] Per me personalmente Gesù può essere vero oggi, qui, come lo è l’amore di mia moglie e dei miei figli, come l’amicizia delle persone che mi sono più care, perché non sto parlando di una verità astratta, concettuale, dogmatica, ma di verità concrete, quotidiane, esistenziali». (p. 78) Come per Spong, anche per Squizzato il linguaggio e la concettualità metafisici, con cui la casta sacerdotale ha mediato la fede in questi duemila anni, vanno abbandonati. Lo stesso Simbolo di Nicea, il Credo, ordinato da Costantino per fini politici di governo dell’impero, non ha più senso nel mondo di oggi. Può rimanere solo un gesuanesimo orizzontale, intra-mondano: ovvero la memoria operante dell’uomo di Nazaret come colui che ha realizzato nel modo più pieno l’umanità. L’uomo perfetto, Gesù di Nazaret, che porta la sua totale dedizione agli altri, storicamente da lui incarnata nell’Israele di duemila anni fa, dominato dai Romani, fino alla morte sulla croce. Tutto il resto non può che essere rigorosamente demitizzato. «Ogni uomo di fede diventa come Gesù di Nazaret sacerdote nel momento in cui riconosce e onora il sacro che si manifesta nell’altro». (p. 85) Una totalmente laica e immanente pienezza di vita si attua nel donare sé stessi agli altri. (E per Squizzato l’altro per eccellenza oggi è il migrante). Questo, e solo questo, è il nucleo del cristianesimo (ammesso che sia ancora lecito chiamarlo così) perché anche chiamare Cristo il Gesù puro e perfetto uomo non è forse più possibile. L’eredità metafisico-platonica del cristianesimo, imperante per due millenni, con la sua svalutazione di questo mondo di fronte all’altro mondo, è annientata: «Ciò che conta per l’uomo di  fede che vuol credere a Gesù di Nazaret, il laico, il non sacerdote, il sovversivo, il politico della tenerezza, non è dunque la devozione religiosa, ma la metànoia (il cambiamento di prospettiva esistenziale) che porta a trasformare radicalmente il proprio modo di vivere, mettendosi al servizio dell’amore fraterno» (p.119) Poiché la trascendenza «è, semplicemente, la possibilità che ci è data di andare oltre noi stessi» (p. 168). Dio, come è nei catechismi e nella predicazione ecclesiastica, semplicemente non esiste e «Il “dio” di Gesù è un dio per atei, non quel Dio teista che appartenne all’antichità e che fu usato da ogni forma di potere per imporre la propria Verità e il proprio dominio» (p. 173). E la misericordia, che ricorre sulla bocca e negli scritti dell’attuale pontefice, ha oggi due nomi: assistenza e politica (p. 187).

Trovo ammirevole la passione che anima il testo di Squizzato, oltre a condividerne, come ho già accennato, la demolizione del cristianesimo religioso-metafisico. E tuttavia, lasciando da parte la questione economico-politica, che necessariamente la sua prospettiva apre, mi chiedo se la sua immagine di Gesù sia davvero solidamente fondata, anzitutto dal punto di vista storico. Perché quando affermiamo che la vita di Gesù si è orientata in questo modo o in quest’altro, su che fondamenti si basano le affermazioni che facciamo? Se gli unici documenti sulla vita e sulle idee di Gesù sono gli Evangeli, scritti decine di anni dopo la sua morte, differenti tra loro, e con una evidentissima costruzione teologica del personaggio, sicché quelle che sicuramente possono essere definite parole effettivamente pronunciate da lui sono pochissime, e le azioni effettivamente compiute nelle modalità narrate pochissime anch’esse, è evidente che anche la figura di Gesù uomo perfetto è una elaborazione a posteriori, la cui garanzia di verità sta solo in un atto di fede. In sostanza, occorre tanta fede e tanta fuoruscita dalla ragione per affermare l’umana perfezione di Gesù quanta ne occorre per proclamare la sua nascita da una vergine. Poiché una perfezione umana non è meno religiosa di una discesa dal cielo né meno metafisica di un essere perfettissimo.

 

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Oltre le religioni

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«Il sistema religioso che ci è stato tramandato rimanda a un concetto antiquato di mondo» scrive a p. 121 María López Vigil, uno degli autori di questo libro a più voci (le altre sono quelle di John Shelby Spong – la più interessante – , di Roger Lenaers e di José María Vigil). Oltre le religioni (a cura di C. Fanti e F. Sudati, Il Segno dei Gabrielli editori, 2016) si inscrive in quella corrente di pensiero che, volendo tuttavia continuare a dirsi cristiana, si rende conto dell’impossibilità di continuare ad usare quelle categorie teologiche che sono nate e cresciute in un mondo culturale che non esiste più. La questione è, a mio giudizio ed esposta nei suoi minimi termini, la seguente: può il cristianesimo sopravvivere alla (necessaria e inevitabile e già in gran parte compiuta) distruzione dei suoi presupposti mitologici? E se sì, in quali termini? Ai miei occhi di oggi, quelli di uno che nel corso dei decenni, a partire dal Danielou dell’adolescenza, ha incontrato il pensiero di quasi tutti i massimi teologi del Novecento, da von Balthasar a Ratzinger, da Rahner a Barth, alla teologia della liberazione, ecc. ecc., questo pensiero appare insufficiente, circolare, e aporetico. Mentre gli studi biblici hanno fatto passi da gigante, mostrando la costruzione storico-culturale di tutti i libri antico e neotestamentari, relativizzandone i contenuti. In questo senso, le migliaia di pagine del poderoso e rigorosissimo studio su Gesù del cattolico John P. Meier, Un Ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, che pur ha ricevuto l’imprimatur, è una carica di dinamite della quale pochi ancora si sono pienamente accorti. Oltre le religioni è un libro dall’argomentazione un po’ garibaldina e largamente insoddisfacente, ma stimola la riflessione critica, e in questo – e soltanto in questo – senso l’ho letto volentieri.

Galassie e teologia

galassiecIn questa foto della NASA si vedono due galassie a spirale in fase di collisione, un evento cosmico di proporzioni incommensurabili, visto che ogni galassia è composta da decine di migliaia di stelle (con sistemi solari annessi), e di una distruttività che eccede la capacità umana di rappresentazione. Quando vedo immagini di tal genere penso sempre a come il cristianesimo si sia fondato, come gli altri due monoteismi, su una idea di cosmo (che in greco significa ordine, figurarsi stelle che si distruggono) limitato – sole e pianeti con la Terra al centro – in cui il tempo scorreva uguale ovunque, un mondo che tra l’altro era concepito come vecchio di qualche migliaio di anni. Un mondo per il quale l’inizio e la fine potevano avere un senso comprensibile per tutti.
Ora, è assolutamente evidente come la teologia cattolica, e cristiana in generale, non disponga più da secoli di una fisica in grado di affiancarla, così come era per i Padri della Chiesa, per Agostino e Tommaso, ecc. La visione del mondo fisico oggi è totalmente altra, il pensiero teologico evita la questione o balbetta, oppure produce gli sproloqui di pensatori come Vito Mancuso. Ma è una questione decisiva. Anche teologi di valore hanno parlato di un Dio che cambia, accompagnando la storia degli uomini, quasi fosse ancora il Dio del nostro misero sistema solare, e basta. Pensiamo all’ascensione di Gesù, e al suo ricongiungimento al Padre. Dopo quell’evento in Dio c’è anche il corpo (glorificato) di un uomo, come Dante vede nel Paradiso. Dunque, prima del 33 d.C (più o meno) a Dio mancava qualcosa, la componente umana, che poi ha accolto in sé, come se Dio fosse uno per cui passano gli anni, che attende certi eventi e li causa e provvede, vede il futuro dalla sua eternità, ma nello stesso tempo muta, perché prova sentimenti, ecc. Qui occorrerebbero alla Chiesa dei veri titani del pensiero, adeguati ai tempi. Ma non ci sono, e restano solo buoni sentimenti, azione sociale di promozione e assistenza, o cupo risentimento reazionario, che nei suoi esponenti più rozzi arriva a concepire i terremoti come conseguenze dei peccati. Il pensiero autentico non c’è, i teologi appaiono solo, nei casi migliori, come eruditi commentatori, e l’abisso tra Chiesa e cultura, che era una delle massime angustie di Paolo VI, continua ad allargarsi.

 

All’ultimo papa (excerpta)

13256067_1011911035511163_3951748239080752597_nBenedetto XVI si è trovato stretto nella contraddizione tra la necessità di difendere la credenza tradizionale, soprattutto tra le masse popolari, e il doveroso rigetto di una religione ridotta a mitologia, cui è ignota l’esperienza dello spirito. (p.14)

In realtà, della scomparsa dello spirito è responsabile soprattutto la Chiesa, che ha imboccato la strada di una fede come credenza esteriore, storica, sociale, scartando quella dell’interiorità, del distacco, del vuoto, senza la quale non vi è spirito. (p.30)

Si è fatto di Gesù un Dio per inserirlo in un mito cosmico di caduta e di redenzione, quando il suo messaggio è stato preso in senso messianico, ovvero relativo all’instaurazione di un regno di Dio nella storia, alla salvezza di un popolo o di singole persone, una salvezza intesa come conservazione di vita. Così si è finiti nella superstizione, perché la cosiddetta « storia della salvezza» è una mera invenzione, dato che il vangelo insegna solo il distacco, il regno di Dio dentro di noi, la pace del cuore e quella vita assolutamente nuova che è la vita dello spirito. (p.80)

…si deve parlare della Divinità di Cristo, non in quanto uomo storicamente determinato nel tempo e nello spazio, ma in quanto Logos, in quanto spirito. Allora la «divinità» di Cristo vale identicamente per ogni uomo, e l’incarnazione del Logos, l’umanità di Dio, significa appunto la divinità dell’uomo: la natura umana viene riconosciuta divina, e assurda la distinzione naturale-soprannaturale, creata per difendere la gestione di quel preteso «soprannaturale», che sta in effetti a disposizione nostra, in quanto lo conosciamo e gestiamo solo noi – puro strumento di potere. (pp. 80-81)

Il vero Cristo, infatti, è lo spirito, presente in tutti gli uomini buoni e giusti, di ogni tempo e di ogni religione, o anche senza religione. (p.83)

«Salvezza» non significa affatto una qualche prosecuzione di questa esistenza fisica in un tempo senza fine, bensì il trovarsi in patria, in pace, nella luce, qui e ora – nel presente, che è l’unico tempo vero. (pp. 89-90)

La fine del giudicare, la fine del pensiero malvagio del male, è di per se stessa la fine del dualismo biblico e di ogni religione nel senso usuale del termine: questo è l’insegnamento di Cristo. (p.141)

Appare chiaro come, al contrario, il giudizio, il pensiero del male, sia nutrito dalla Bibbia ebraica, non tanto per le pagine di violenza che contiene, quanto perché costruita tutta sull’ego e quindi sul principio del male che lo segue come un’ombra. Essa ha sparso l’incomprensione, l’odio ovunque è arrivata, e così anche i cristiani hanno spesso dimenticato l’insegnamento evangelico e sono rimasti vittima del pensiero del male – dunque dell’irrazionalità. (p.145)

La domanda di Giobbe – perché Dio manda i mali? – ha perciò senso solo in un contesto idolatrico come quello biblico, dove Dio è l’Altro che serve all’uomo-altro, entrembi connotati necessariamente nell’ordine della potenza. Di fronte a questo Altro Potente, e solo di fronte ad esso, ha senso chiedersi perché mi «manda» questo o quello – e in questo «mandare» è già tutta contenuta la risposta. Ma perché si deve pensare che qualcuno «mandi»? (p. 146)

La Bibbia ebraica non è il canale attraverso cui arriva la verità, ma la matrice prima di quella finzione che chiude la porta alla verità. (p.150)

Gesù dice: «In verità, prima che Abramo fosse, io sono. Questo ego sum, al presente, indipendentemente da ogni passato e futuro, non si riferisce a una egoità determinata, ma a quell’universale, impersonale Io che compare proprio quando l’egoità determinata scompare: quando si è, evangelicamente, rinunciato a se stessi, abbandonando il proprio volere, l’«io» e il «mio». (p.155)

Così l’apocalittica si mostra frutto del desiderio di vendetta; la resurrezione dai morti frutto dell’avidità per la vita terrena e, comunque, più in generale, gli aldilà appaiono compensazioni per una vita incompiuta, infelice – cosa comprensibile, assolutamente umana, se non fosse per le menzogne cui conduce. Di fronte alle speranze dell’aldilà, alle attese di Gerusalemmi celesti e simili, giova ricordare il terribile detto evangelico: «A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». (pp.156-157)

La vita eterna è qui: non speranza, non attesa, non desiderio. Non si desidera ciò che si sa reale, scriveva giustamente Simone Weil. E perciò non si danno descrizioni di vite eterne diverse dalla nostra vita: la vita eterna non è una vita speciale, con fatti eccezionali, ma la vita quotidiana, presente. Non sono diversi i contenuti, ma diversa è la forma, ovvero lo sguardo con cui guardiamo la vita stessa e i suoi fatti: li guardiamo con distacco, sub specie aeternitatis, in quella sospensione del tempo, in quella estasi del quotidiano, ove tutte le cose, immerse nella luce dell’eterno, sono infinitamente belle, senza perché, come la rosa dei versi silesiani. (p.163)

Orrida appare l’idea della resurrezione dei corpi e di una «vita eterna» con la prosecuzione dello psichismo, e non per disprezzo del corpo o insoddisfazione dello psichico, ma perché questi miti nascono dal timore della morte, ossia da una vita falsa e quindi, come diceva Wittgenstein, cattiva. (p.164)

La teologia cristiana risponde [all’evidente iato tra Nuovo e Antico Testamento] parlando di un unico «piano salvifico» di Dio, che si sviluppa dai profeti biblici fino a Cristo, di una «pedagogia divina» che conduce dalla durezza del messaggio vetero- alla dolcezza di quello neotestamentario. Il cristianesimo ha infatti acquisito l’idea di un «Nuovo Testamento» che succede a una Antica Alleanza, e questa idea è diventata tanto familiare che molti non si rendono conto come essa non sia affatto ovvia, ma, al contrario, sia un parto di una fantasia teologica, sorta in un preciso momento, con scopi altrettanto precisi. (p.173)

Si può perciò dire che la Chiesa di oggi porti in certo modo a compimento il processo iniziato alla sua origine – un processo di costituzione di una religione molto simile a quella ebraica, in cui viene ribadita l’alterità di Dio e così si annulla la novità assoluta del vangelo. (p.177)

Noi siamo soli, con la nostra ragione, di fronte al mistero, e anche di fronte a un Gesù Cristo che onestà vuole non sia piegato dentro teologie-mitologie. Questa consapevolezza emerge chiara dal bellissimo discorso che hai tenuto a Ratisbona il 12 settembre 2006, nel quale hai tessuto l’elogio del Logos, della razionalità. Un discorso che non è stato capito, non è stato recepito dai teologi, dai vescovi, che pure ne erano i principali destinatari, perché in esso hanno intravisto, confusamente ma correttamente, la fine del biblicismo, la fine della religione come superstizione, e con ciò la fine stessa del loro ruolo – anzi, del loro essere.
Credo di comprendere il tuo dramma di studioso e uomo onesto, nell’esserti trovato a capo di una Chiesa che rifiuta il Logos e sempre più vuole fondarsi su miti, come le varie chiese valentiniane, ofite, naassene, carpocraziane ecc., delle quali i più non conoscono nemmeno il nome. Abbandonata, o messa in secondo piano, con una funzione solo strumentale, la razionalità, il cristianesimo è oggi nella stessa condizione di quello che aveva chiamato paganesimo – anzi, si potrebbe dire che pagani, in senso etimologico di abitanti non delle città ma dei villaggi, ovvero, nel nostro caso, delle periferie del mondo, sono i cristiani stessi, sparuta minoranza nelle città dell’Occidente. Costituiscono in effetti una religione che si fonda su miti, più o meno belli, ma sicuramente falsi, proprio come quelli delle divinità olimpie, o di Eracle, o di Odisseo, o di Prometeo. Su questi racconti una teologia che è pura retorica lavora senza fine, e così pasce i fedeli, tenendoli in una sorta di minorità intellettuale, in un mondo artificioso, falso. (pp. 183-184)

Uccidere in nome di Dio

p111_0_01_04 (2)Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace.  Se accetta la pace e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà.  Ma se non vuol far pace con te e vorrà la guerra, allora l’assedierai.  Quando il Signore tuo Dio l’avrà data nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi;  ma le donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda; mangerai il bottino dei tuoi nemici, che il Signore tuo Dio ti avrà dato.  Così farai per tutte le città che sono molto lontane da te e che non sono città di queste nazioni. Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché essi non v’insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dei e voi non pecchiate contro il Signore vostro Dio. (Deuteronomio 20, 10-18)

Quanti pronunciano oggi e scrivono le parole «non si può uccidere in nome di Dio»! Un’affermazione assoluta di questo principio, tuttavia, non si trova in tutta la Bibbia, e nemmeno nella tradizione cristiana maggioritaria. Gesù, del resto, non l’ha mai pronunciata. E infatti i cristiani delle diverse confessioni nel corso di duemila anni di storia hanno spessissimo ucciso nel nome di Dio, bruciato eretici, ecc. ecc. E in molte pagine dell’Antico Testamento Dio comanda espressamente ai suoi fedeli di uccidere. La Bibbia contiene passi non meno violenti di quelli che da parte di alcuni  vengono estrapolati dal Corano per denunciare l’Islam come religione di guerra di contro agli altri due monoteismi, che sarebbero (attualmente) di natura pacifica. Da un certo punto di vista, non vi è nulla di più divertente dei salti mortali spiccati da ermeneuti, commentatori e teologi per giustificare, con criteri storicisti e dunque relativisti, l’esistenza nella Bibbia di passi di violenza inaudita, in cui Dio ordina stermini ed esecuzioni capitali. La questione è dunque una questione di lettura e di interpretazione: la lettera uccide. Ma riguarda anche l’attualmente. Perché se una religione come il cattolicesimo appare oggi di natura pacifica, tale non appariva  una volta: e si rivela quindi come soggetta ad evoluzioni, e involuzioni: dunque alla storia e al flusso temporale: al divenire. E, se la lettera uccide, ogni interpretazione necessariamente la de-assolutizza, e apre le porte al relativismo, bestia nera del cattolicesimo. Qui si incontra una contraddizione che per essere pensata radicalmente e rigorosamente richiederebbe una riflessione teologica di una potenza e di una profondità tale per la quale nessuno dei teologi di questi tempi mi sembra avere le penne.

La preghiera di Bergoglio (integrata)

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L’enciclica Laudato si‘ è un grande minestrone, come quasi tutte le encicliche papali, anche se in essa sono chiaramente delineati alcuni temi di fondo. La questione principale è esattamente quella di cui non parlerà nessuno, o pochissimi, ed è quella della visione della natura sostanzialmente irenica, edulcorata e dolciastra, che espunge quasi totalmente l’aspetto terribile e conflittuale della natura stessa, quasi che essa fosse di per sé un Eden in cui l’elemento perturbatore unico è l’umano. Io certo non sottovaluto la drammaticità del problema ecologico, sul quale giustamente il papa richiama l’attenzione, ma vorrei che la natura fosse vista per quello che è. Essa, di per sé, a prescindere dagli umani, è un luogo di grandi catastrofi, di estinzioni di massa, di lotta per la vita. Guardiamo i denti di un tirannosauro, poi rimoduliamo il concetto di armonia in relazione alla natura. Mi sono permesso dunque, nello spirito di Giobbe, di integrare la preghiera con cui si conclude l’enciclica, unico modo che ho per farla mia.

Preghiera cristiana con il creato

Ti lodiamo, Padre, con tutte le tue creature,
che sono uscite dalla tua mano potente.
Sono tue, e sono colme della tua presenza
e della tua tenerezza.
Il passerotto e la zecca,
il coccodrillo e la lumaca,
la vipera e la scolopendra,
l’usignolo e la zanzara.
Laudato si’!

Figlio di Dio, Gesù,
da te sono state create tutte le cose.
Hai preso forma nel seno materno di Maria,
ti sei fatto parte di questa terra,
e hai guardato questo mondo con occhi umani.
Oggi sei vivo in ogni creatura
con la tua gloria di risorto.
Nel batterio e nel virus,
nell’agnello e nel lupo
nella gazzella e nel leone,
nella vespa e nello scorpione.
Laudato si’!

Spirito Santo, che con la tua luce
orienti questo mondo verso l’amore del Padre
e accompagni il gemito della creazione,
tu pure vivi nei nostri cuori
per spingerci al bene.
Laudato si’!

Signore Dio, Uno e Trino,
comunità stupenda di amore infinito,
insegnaci a contemplarti
nella bellezza dell’universo,
dove tutto ci parla di te.
Risveglia la nostra lode e la nostra gratitudine
per ogni essere che hai creato.
Per la preda e il predatore,
per chi uccide e per chi muore,
per chi mangia e per chi è mangiato,
per chi prospera e per chi è malato,
per chi infetta e per chi è infettato.
Donaci la grazia di sentirci intimamente uniti
con tutto ciò che esiste.
Con lo sciacallo e con la iena,
con chi soffre e con chi dà pena.
Dio d’amore, mostraci il nostro posto in questo mondo
come strumenti del tuo affetto
per tutti gli esseri di questa terra,
perché nemmeno uno di essi è dimenticato da te.
Nemmeno i pulcini divorati
dai predatori che tu hai creati,
nemmeno il coniglio soffocato
dal pitone che tu hai formato.
Illumina i padroni del potere e del denaro
perché non cadano nel peccato dell’indifferenza,
amino il bene comune, promuovano i deboli,
e abbiano cura di questo mondo che abitiamo.
I poveri e la terra stanno gridando:
Signore, prendi noi col tuo potere e la tua luce,
per proteggere ogni vita,
quella dei mangiatori di erba
quella dei bevitori di sangue,
per preparare un futuro migliore,
affinché venga il tuo Regno
di giustizia, di pace, di amore e di bellezza.
Laudato si’!
Amen.

Religione e scienza

sweReligione è un termine molto ampio, con cui spesso si intendono realtà sociali, personali e spirituali molto distanti tra loro.  Nel libro di Brendan Sweetman Religione e scienza. Un’introduzione (Religion and Science. An Introduction, 2010, trad. it. di A. Aguti, Queriniana 2014) forse è chiaro cosa l’autore intenda per scienza, ma un po’ meno lo statuto della religione, che mi pare un po’ ondeggiante, e non privo di approssimazioni, anche se sicuramente confinato al solo Cristianesimo.
La posizione di Sweetman, che ha come sfondo la situazione nordamericana in cui si scontrano scientismo radicale e fondamentalismo religioso con un accanimento ignoto agli Europei odierni, è conciliante e favorevole ad un dialogo aperto, basato però su una idea di auto-comprensione dello scienziato che forse è oggi minoritaria: «Gli scienziati possono proporre spiegazioni empiriche, mostrarci come raggiungere un risultato, darci fatti e dati, ma non possono in quanto scienziati offrire giudizi di valore basati sul loro lavoro, dirci se i risultati di esso siano moralmente buoni o cattivi e mostrarne le implicazioni etiche per la specie umana» (p. 12) La scienza secondo l’autore dovrebbe fondarsi su un naturalismo metodologico, mentre sovente gli scienziati debordano, sconfinando nel naturalismo metafisico, che non è scienza, ma una visione del mondo. Questa posizione la condivido, mentre trovo difficilmente sostenibile l’idea della realtà cosmica come ordine, ordine intrinsecamente buono, tradizionale nella metafisica cattolica, ma che non dà conto degli evidenti elementi di disordine e radicale sofferenza intrinseci alla natura e ai rapporti tra le specie. Sweetman infine sviluppa una vera apologia della posizione cattolica, interessante, ma non convincente in tutti i passaggi. Alcuni punti sono molto stimolanti e richiedono approfondimento. Come quando Sweetman dice che «… gli scienziati devono essere consapevoli dei pregiudizi naturalistici o secolaristici che stanno dietro a molte delle loro discipline, prendere le misure e superarli, esattamente come farebbero con i pregiudizi religiosi» (p. 252)

Un ebreo marginale 2

La lettura dell’immensa opera di John P. Meier Un ebreo marginale richiede molta dedizione e impegno. Il secondo volume di questa fondamentale opera di ripensamento del Gesù storico reca come sottotitolo  Mentore, messaggio e miracoli (Queriniana, quarta edizione 2012): 1300 pagine di testo e apparato critico. La rigorosa ricostruzione meieriana fa risaltare in questo secondo volume soprattutto un elemento. Sul rapporto tra Gesù e Giovanni il Battista (il mentore del sottotitolo), sul messaggio di Gesù e sui suoi miracoli ciò che possiamo determinare storicamente, oltrepassando l’elaborazione teologica delle prime generazioni cristiane, è pochissimo. Da quel poco che si può fondatamente sapere di Gesù, emerge una figura non solo marginale nella società del tempo, ma anche molto fortemente caratterizzata. Potremmo dire che il marginale e diverso di allora rimane diverso anche rispetto a società in cui il suo stesso culto e secoli di teologia lo hanno posto al centro. Mi limito a citare un passo.

Effettivamente, questa percezione di Gesù come un tipo singolare o bizzarro è quantomai salutare. Ci rende coscienti del divario religioso e culturale che separa il Gesù storico dai moderni occidentali, siano essi cristiani, ebrei o atei. Poiché, se è lampante l’abisso che si spalanca tra il Gesù storico e i cattolici o protestanti della fine del XX secolo, il vessillo trionfante di ‘Gesù l’ebreo’ — sicuramente una preziosa intuizione degli studiosi del XX secolo — può impedirci di vedere che è altrettanto grande il divario tra Gesù e ogni ebreo — osservante o no  — che deve affrontare la modernità. Con questo voglio dire che una valutazione ponderata ed obiettiva dello strano carattere del personaggio che etichettiamo come il «Gesù storico» smentisce subito la semplicistica attualità che alcuni gli attribuiscono. Se questo Gesù storico ha qualche attinenza con la modernità occidentale, tale attinenza si può cogliere soltanto dopo una riflessione ermeneutica che prende sul serio l’abisso tra lui e noi. Sebbene questa valutazione della singolarità di Gesù possa deludere alcuni che hanno già deciso quali usi farne, è un vantaggio per gli studiosi, ai quali si deve continuamente ricordare di non proiettare i loro vari pallini teologici su una legittimante figura di Gesù. (p. 146)

Paradiso per gatti

Ascolto oggi alla radio in auto, mentre ritorno a casa dall’Orto di San Francesco, dove ho portato il mio figliolo autistico, nella trasmissione Uomini e profeti di Gabriella Caramore, la fanta-teologia animalistica di Paolo De Benedetti, che farnetica, tra le altre cose, di un paradiso per cani e gatti. C’è da restar basiti. Mi viene da pensare che ascoltando le bambinate teologiche di De Benedetti un uomo adulto razionale potrebbe avvertire tutto il fascino dell’ateismo e dello scientismo. Un paradiso solo per cani e gatti? Un Pet-Paradise? Per i coccodrilli e i cobra niente? E come sarebbe il paradiso dei gatti? Il solito umano-troppo umano, animalista-troppo animalista. De Benedetti proietta l’umano (il suo) nell’animale, stravolgendone e violentandone la natura, ma seraficamente, senza nemmeno accorgersene. Il gatto come pacifico umanoide a quattro zampe che mangia solo crocchette vegetali. La morte che entra nel mondo col peccato di Adamo, dunque portata dagli umani, coinvolgendo gli animali innocenti, che prima dell’avvento degli umani dunque non morivano? Erano tutti erbivori, anche quelli dotati di unghie e zanne? E gli squali si nutrivano di alghe… Ma io lo so come sarebbe il paradiso gattesco (me l’ha detto la gatta del vicino): sarebbe pieno di topi da cacciare, che felicità.