Galassie e teologia

galassiecIn questa foto della NASA si vedono due galassie a spirale in fase di collisione, un evento cosmico di proporzioni incommensurabili, visto che ogni galassia è composta da decine di migliaia di stelle (con sistemi solari annessi), e di una distruttività che eccede la capacità umana di rappresentazione. Quando vedo immagini di tal genere penso sempre a come il cristianesimo si sia fondato, come gli altri due monoteismi, su una idea di cosmo (che in greco significa ordine, figurarsi stelle che si distruggono) limitato – sole e pianeti con la Terra al centro – in cui il tempo scorreva uguale ovunque, un mondo che tra l’altro era concepito come vecchio di qualche migliaio di anni. Un mondo per il quale l’inizio e la fine potevano avere un senso comprensibile per tutti.
Ora, è assolutamente evidente come la teologia cattolica, e cristiana in generale, non disponga più da secoli di una fisica in grado di affiancarla, così come era per i Padri della Chiesa, per Agostino e Tommaso, ecc. La visione del mondo fisico oggi è totalmente altra, il pensiero teologico evita la questione o balbetta, oppure produce gli sproloqui di pensatori come Vito Mancuso. Ma è una questione decisiva. Anche teologi di valore hanno parlato di un Dio che cambia, accompagnando la storia degli uomini, quasi fosse ancora il Dio del nostro misero sistema solare, e basta. Pensiamo all’ascensione di Gesù, e al suo ricongiungimento al Padre. Dopo quell’evento in Dio c’è anche il corpo (glorificato) di un uomo, come Dante vede nel Paradiso. Dunque, prima del 33 d.C (più o meno) a Dio mancava qualcosa, la componente umana, che poi ha accolto in sé, come se Dio fosse uno per cui passano gli anni, che attende certi eventi e li causa e provvede, vede il futuro dalla sua eternità, ma nello stesso tempo muta, perché prova sentimenti, ecc. Qui occorrerebbero alla Chiesa dei veri titani del pensiero, adeguati ai tempi. Ma non ci sono, e restano solo buoni sentimenti, azione sociale di promozione e assistenza, o cupo risentimento reazionario, che nei suoi esponenti più rozzi arriva a concepire i terremoti come conseguenze dei peccati. Il pensiero autentico non c’è, i teologi appaiono solo, nei casi migliori, come eruditi commentatori, e l’abisso tra Chiesa e cultura, che era una delle massime angustie di Paolo VI, continua ad allargarsi.

 

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