I libri della giovinezza

lig.jpg

Elisabetta Liguori ha scritto per Bibliosofia un pezzo su due giovani scrittori esordienti. Comincia così:

C’è chi dice che per i migliori sia oggettivamente riscontrabile un picco artistico creativo. Uno soltanto, intorno ai ventitré anni, mese più, mese meno. Dopo quel picco, quindi, le beautiful mind, i matematici, pittori, musicisti, poeti, scivolerebbero lentamente verso il declino. Questa brevità sembrerebbe connessa sia alla qualità delle energie fisiche e mentali, quanto alla leggerezza del cuore, o forse ad una specie di euforia psichica, o, chissà, al singolo momento casuale. Se così fosse la creatività dovrebbe essere avvicinata all’arte. Continua a leggere

Manifesto dei conservatori 1

scru.jpgRoger Scruton è un pensatore che a me piace molto. In parte per la mia anglofilia, in parte perché è un conservatore, in parte perché ha scritto un libro in difesa della caccia. Il suo Manifesto dei conservatori, che esce ora nella collana diretta da Giulio Giorello per Raffaello Cortina (trad. di D. Damiani – brutto titolo italiano, l’originale è A Political Philosophy), è un libro da leggere assolutamente. Qui esaminerò alcuni dei suoi passaggi fondamentali. Scruton è intanto un difensore dello Stato-Nazione, e sospettoso nei confronti degli organismi sovranazionali. Eccone un passo:

qualunque allargamento della giurisdizione oltre le frontiere dello stato-nazione conduce a un calo di responsabilità. Prendiamo l’esempio della Commissione Europea: dal momento della sua istituzione nessun contabile è stato in grado di far valere le sue relazioni e quando si permette di attirare l’attenzione pubblica su questo fatto può persino essere destituito dal (teoricamente responsabile) Commissario che lo considera incapace di ricoprire il suo ruolo. Lo scandalo che ne consegue dura per qualche giorno, ma il Commissario in causa – nel caso più recente Neil Kinnock – si limita a veleggiare nella tempesta con un sorriso, certo che nessuno sia autorizzato a destituire lui a causa di una così irrilevante interpretazione personale delle regole. Se si guarda ad altre istituzioni transnazionali, si scoprirà che prevale un analogo tipo di corruzione e gli organismi delle Nazioni Unite ne hanno data ampia dimostrazione – UNESCO, OMS, ILO (Organizzazione internazionale per il lavoro – OIL) in ugual misura.` Nessuno è autorizzato a fare la guardia a questi guardiani, visto che la catena di responsabilità che consente ai cittadini comuni di sollevarli dagli incarichi è stata efficacemente interrotta.
In poche parole, la responsabilità è un sottoprodotto naturale della sovranità nazionale messo in pericolo dall’autorità transnazionale. Anche se l’idea di diritti umani è associata alla Dichiarazione universale dei diritti umani, uno dei principi dello Statuto delle Nazioni Unite, questo universalismo va preso con un pizzico di buonsenso. I diritti non nascono solo perché si enunciano: nascono perché possano essere fatti rispettare; e possono essere fatti rispettare solo dove vi sia un principio di legalità. D’altra parte, si dà un principio di legalità solo dove esista una giurisdizione comune, grazie alla quale l’entità che applica la legge ne è anche soggetta. Al di fuori dello stato-nazione, in epoca moderna, queste condizioni non si sono mai prodotte. (p. 27)

Un mondo a parte

 1961983Un mondo a parte (1951, trad. it. G. Magi riveduta dall’aut., Feltrinelli, Milano 1994, 2003) è uno dei grandi libri sull’universo concentrazionario del totalitarismo novecentesco. Per intensità, durezza e altezza della scrittura sta con Levi, Solženicyn e Šalamov. In Italia è stato colpevolmente ignorato per decenni (anche in Francia, potenza dell’intellettualità filocomunista). Forse più ancora degli altri testi famosi, questo ha una misura ed un ritmo tali da farne un classico. Riporto un passo che riguarda la condizione delle donne nei lager sovietici.

«A giudicare da quel che ho visto nel campo, gli uomini sop­portano la fame, sia fisica sia sessuale, molto meglio delle donne. Secondo gli elementari principi di etica del campo, coloro che giungevano a vincere la resistenza di una donna privandola del cibo, soddisfacevano i suoi due fondamentali bisogni, quando alla fine ella cedeva. Se, richiamando alla mente tutto ciò che è accaduto in Europa durante l’ultima guerra, si vuole intenderne il significato, occorre dimenticare i principi della morale corren­te nella seconda metà del XIX secolo e nelle prime decadi del XX, sui quali si fondava la vita dei nostri nonni e dei nostri padri: epoca quella che parve realizzare il mito positivistico del pro­gresso. Un marxista ortodosso direbbe che non esiste una mora­le in senso assoluto, perché l’esperienza individuale è condizionata dalle circostanze materiali: il che significa che ogni epoca, ogni paese e ogni classe sociale crea la morale propria, o che questi tre fattori uniti creano quella che potremmo chiamare la legge non scritta della condotta da seguire in determinate situa­zioni. Le esperienze degli ultimi vent’anni in Germania e nella Russia sovietica danno una notevole conferma a questa teoria. In questi due paesi si è sperimentato che, quando il fisico di un uomo ha raggiunto il limite estremo di resistenza, non si può più contare, come si riteneva prima, sulla forza di carattere e sul rispetto dei valori spirituali; non c’è nulla in realtà che l’uomo non possa esser indotto a fare dalla fame e dalla sofferenza fisi­ca. Questa “nuova morale” non è un codice di condotta onesta, poiché trova il suo fondamento nella convenienza delle azioni, e sebbene le sue zanne oggi siano cresciute aguzze e pericolose, le sue origini vanno riportate all’Inquisizione spagnola, che fece spuntare quei denti. Non dobbiamo respingere con leggerezza questo dato di fatto. L’antica morale della chiesa cattolica e la nuova morale del sistema sovietico hanno in comune la convin­zione fondamentale che l’uomo privo di fede — fede nel sistema rivelato dei valori spirituali nel primo caso, o nel sistema impo­sto dei valori materiali nel secondo — è un mucchio informe di rifiuti. La rivoluzione di Lysenko nel campo della genetica ha in­vertito radicalmente i principi basilari della chiesa cattolica. Per quest’ultima l’uomo si perde nel vortice del peccato e della dan­nazione se non viene salvato dalla luce della grazia soprannatu­rale; secondo il credo materialistico l’uomo è quello che foggia­no artificialmente le circostanze. Ma l’uno e l’altro sistema privano l’uomo della propria volontà; dalla formula adottata per stabilire la ragion d’essere di un uomo sulla terra, dipende se il mucchio dei rifiuti produrrà l’esemplare voluto dalla coltivazio­ne biologica, o il fiore benedetto dell’anima umana. Io non sono tra coloro che per l’esperienza degli orrori della guerra hanno fi­nito con l’ammettere la “nuova morale”, e nemmeno tra quelli che in tali orrori scorgono ancora una prova dell’impotenza umana di fronte al prevalere di Satana. Sono giunto al convinci­mento che l’uomo può essere umano solo in condizioni umane, e considero assurdo il giudicarlo severamente dalle azioni che egli compie in condizioni disumane, come sarebbe assurdo mi­surare l’acqua dal fuoco, e la terra dall’inferno. E la difficoltà, per uno scrittore che intenda descrivere obiettivamente un cam­po di lavoro sovietico, è ch’egli è costretto a scendere nelle profondità dell’inferno dove non è possibile trovare ragioni umane che spieghino azioni disumane. E di laggiù i volti dei suoi compagni morti e di quelli forse ancora in vita guardano a lui, e le loro labbra, livide di fame e di freddo, sussurrano: “Rac­conta tutta la verità su di noi, di’ che cosa siamo stati costretti a fare”.
In difesa delle donne va detto che la morale del campo, co­me ogni altro sistema di valori, aveva la sua ipocrisia. Così, per esempio, a nessuno sarebbe passato per la mente di biasimare un giovane se, per migliorare la sua situazione, diventava l’amante dell’anziana dottoressa dell’ospedale, ma la graziosa ra­gazza che si dava per fame al vecchio ripugnante addetto al de­posito del pane, era naturalmente una prostituta. Non furono mai considerate immorali le regolari denunzie mensili alla terza sezione alle quali quasi tutti i brigadieri e i periti tecnici ricorre­vano per fare le proprie vendette personali; ma una donna che lasciava di notte il recinto per andare a letto col comandante del campo era considerata una prostituta, e della peggior specie, per aver infranto la solidarietà dei prigionieri contro gli uomini libe­ri. Era normale che un prigioniero appena arrivato consegnasse al suo brigadiere gli ultimi resti dei suoi abiti borghesi per otte­nere una buona classifica di rendimento nel lavoro (su questa base si stabilivano le razioni quotidiane per ogni prigioniero); ma c’era chi si scandalizzava se una ragazza senza un soldo, cur­va sotto il peso di un’ascia nella foresta, dava a quello stesso bri­gadiere la prima o la seconda sera del suo arrivo nel campo l’unica proprietà terrena che le restasse: il suo corpo. Un prigio­niero colto in flagrante nell’atto di rubare il pane a un a1tro, sa­rebbe con ogni probabilità morto in conseguenza della punizio­ne inflittagli dagli “urka”, che erano i supremi legislatori e giudi­ci della morale del campo; ma tra i polacchi c’era un certo prete che occultava la dignità pastorale sotto gli stracci di prigioniero e che per confessare e dare l’assoluzione fissava il prezzo di 200 grammi di pane (100 grammi di meno del vecchio uzbeco che leggeva la fortuna sulle mani), eppure viveva tra i suoi fedeli in odore di santità.
L’origine di questo fenomeno complesso e oscuro è nel desi­derio inconscio, che esiste in ogni vasta comunità, di esporre alla censura della “pubblica opinione” i trasgressori colti sul fatto, per poter imbiancare la propria coscienza a poco prezzo. Le donne si prestavano benissimo a servire da capri espiatori, non solo perché di rado avevano da vendere qualcos’altro che il pro­prio corpo, ma anche perché persino nel campo portavano su di sé il peso della morale convenzionale vigente nel mondo ester­no, secondo la quale l’uomo che possiede una donna dopo un breve corteggiamento è un brillante seduttore, ma la donna che si dà a un uomo appena conosciuto è di facili costumi.» (p.151 sgg.)

Gli emigrati

emi1.jpg

C’è qualcosa di profondamente pio nei libri di W. G. Sebald, e in particolare ne Gli emigrati (Die Ausgewanderten, 1992, trad. it. di A. Vigliani, Adelphi, Milano 2007). Qualcosa di religioso che mi ricorda l’atteggiamento di quegli israeliti ortodossi che si vedevano, al tempo degli attentati sugli autobus in Israele—ora fortunatamente cessati anche grazie al Muro, ricercare i minimi frammenti del corpo dei morti per rendere loro l’onore di una conveniente sepoltura. Sebald ricerca vite perdute, raccoglie i loro frammenti, per preservare un tesoro disperso, che va ricostituito. Continua a leggere

Il risveglio

$_12

Ho letto il romanzo di Kate Chopin Il risveglio (The Awakening, 1899, trad. C. Costa, Marsilio, Venezia 1993, ma si trova in altre edizioni) sollecitato dal testo di Peter Koper sulle immagini di Afrodite, La ragazza presso l’acqua http://www.bibliosofia.net/files/Aphrodite.htm ).

Il risveglio è la storia di una giovane (e ovviamente bellissima, c’è poco spazio in letteratura per le donne men che belle, e su questo bisogna sviluppare una ulteriore riflessione) moglie di uomo ricco, indaffarato, banale e soddisfatto. Continua a leggere

Onore al sapere

ex-libris_thumbnail2.jpg

Tutti quelli che blaterano di scuola dovrebbero leggersi la parte finale (almeno quella, chi blatera di scuola non legge poi molto, o legge solo masturbazioni intellettuali) de La lingua salvata di Elias Canetti. Il giovane Canetti interveniva molto, durante le lezioni, diceva la sua, si metteva in mostra, e a diversi insegnanti ciò dava fastidio, per non parlare dei compagni. Ma alcuni insegnanti, invece, lo amavano per questo, perché avevano capito che lui così facendo voleva rendere onore al sapere, e alla loro opera. E io, nel mio piccolo, rendo onore a Canetti, che amo. Continua a leggere

Storia naturale della distruzione

seb.jpg

I Tedeschi sono stati “…finora incapaci di far emergere gli orrori della guerra aerea nella coscienza collettiva attraverso raffigurazioni storiche o letterarie”. Questa, sintetizzata a p. 95, è la tesi centrale del libro di W.G. Sebald Storia naturale della distruzione (Luftkrieg und Literatur, 2001, trad. it. di A. Vigliani, Adelphi, Milano 2004). Un libro bellissimo, scritto da una persona che non distoglie lo sguardo, così che esso possa cogliere le altezze e le profondità, e la tragicità del quotidiano, e la significazione contenuta nei piccoli oggetti. Continua a leggere

Austerlitz

aus.jpg

Il romanzo di W.G. Sebald Austerlitz (Austerlitz, 2001, trad. it. di A. Vigliani, Adelphi, Milano 2002) appare davvero altro rispetto al comune romanzo corrente (che deve anche subire la pressione dell’editing, sovente introiettato dagli autori al punto da diventare un auto-editing preventivo, qualcosa di non molto diverso da quel che accade con la censura nei paesi con regimi totalitari). Non è diviso in capitoli, sono 315 pagine di narrazione continua, inframmezzata da molte immagini, per lo più fotografie, tutte in bianco e nero, col nero che prevale sul bianco, e molto grigio. Le immagini sono intessute alla prosa, per così dire, ne sono dunque parte essenziale. Continua a leggere

Pellegrino sul mare

Mi viene in mente un concetto di T. S. Eliot, secondo cui la poesia “is not a turning loose of emotion, but an escape from emotion; it is not the expression of personality, but an escape from personality” (sta in Tradition and the Individual Talent, che apre la raccolta dei Selected Essays 1917-1932, Harcourt, Brace and Company, New York 1932, a pag.10 – ci sono arrivato grazie ad una segnalazione del prof. Thomas F. Bertonneau, che mi faceva presente come Tradition and the Individual Talent anticipi alcune intuizioni di René Girard). Continua a leggere

Giorno di silenzio a Tangeri

jellll.jpg

Giorno di silenzio a Tangeri di Tahar Ben Jelloun (Une journée de silence à Tanger, 1989, trad. it E. Volterrani, Einaudi, Torino 1994) è il ritratto di un vecchio – mi piace usare, anche per me stesso, questa parola oggi presso di noi rifiutata da tutti – alle soglie della morte. Un personaggio complesso, contraddittorio e affascinante proprio perché pienamente umano, con lati simpatici anche, ma pure con aspetti piuttosto scostanti. Una grande prova dei livelli cui può giungere Ben Jelloun quando controlla la sua eccessiva tendenza alla liricità, all’impasto linguistico da poeta, e si mantiene prosatore, romanziere creatore di caratteri. Continua a leggere