Giorno di silenzio a Tangeri

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Giorno di silenzio a Tangeri di Tahar Ben Jelloun (Une journée de silence à Tanger, 1989, trad. it E. Volterrani, Einaudi, Torino 1994) è il ritratto di un vecchio – mi piace usare, anche per me stesso, questa parola oggi presso di noi rifiutata da tutti – alle soglie della morte. Un personaggio complesso, contraddittorio e affascinante proprio perché pienamente umano, con lati simpatici anche, ma pure con aspetti piuttosto scostanti. Una grande prova dei livelli cui può giungere Ben Jelloun quando controlla la sua eccessiva tendenza alla liricità, all’impasto linguistico da poeta, e si mantiene prosatore, romanziere creatore di caratteri. Riporto un brevissimo passo che parla degli ospizi.

Laggiù i vecchi li ricoverano in una casa pulita, con un piccolo giardino pulito e delle infermiere pulite. Da noi il personale di assistenza mastica chewing-gum e puzza di sudore. Al momento dell’iniezione, quando si china su di me, mi turo il naso. Da noi non sarebbe una casa di riposo, una casa de déscanso, ma un pollaio per vecchi stupidi ancora pieni di illusioni sul genere umano. Per fortuna che da noi i ricchi non hanno ancora scoperto il ricovero per anziani. Può darsi che sia per questo che i nostri cimiteri sono più belli di quelli degli Europei. Sono aperti come campi di grano selvatico. Generalmente si seppelliscono i morti in una collina che guarda verso la città. Si dice persino che i morti vegliano su di noi. Che sia una collina soleggiata e piantata ad ulivi, oppure un parking lastricato di marmo, la terra è la stessa. Ha lo stesso sapore, trattiene la stessa umidità, gli stessi insetti, gli stessi vermi e le stesse radici. Cosa importa il posto? Il sole non è che un’illusione. Provate a domandare alle pietre se preferiscono essere battute dalla pioggia o da un sole cocente. (90-91)

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