Gli emigrati

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C’è qualcosa di profondamente pio nei libri di W. G. Sebald, e in particolare ne Gli emigrati (Die Ausgewanderten, 1992, trad. it. di A. Vigliani, Adelphi, Milano 2007). Qualcosa di religioso che mi ricorda l’atteggiamento di quegli israeliti ortodossi che si vedevano, al tempo degli attentati sugli autobus in Israele—ora fortunatamente cessati anche grazie al Muro, ricercare i minimi frammenti del corpo dei morti per rendere loro l’onore di una conveniente sepoltura. Sebald ricerca vite perdute, raccoglie i loro frammenti, per preservare un tesoro disperso, che va ricostituito. Vi è qui una malinconia profonda, e quello stile che molti hanno chiamato ipnotico è la conseguenza di una impostazione dell’esistenza: è quindi un grande stile, un grande stile sommesso, strumento per il disseppellimento di destini, di vite, di persone. Il lettore potrebbe pensare che alcuni di questi destini, o forse tutti, non siano neppure reali, ma pure invenzioni dello scrittore. In tal caso, egli sarebbe ancora più grande. Ma è il dubbio che instilla nel lettore stesso, la sensazione che essi potrebbero essere e non essere stati, che fa pensare al senso che, nella nostra società, viene attribuito all’esser stati, all’esser passati, per un periodo breve o lungo, sulla scena di questo mondo.

Ad un certo punto del libro, Sebald racconta di essere andato nella piccola città di Kissingen, per visitare il locale cimitero ebraico. Abbandonato e chiuso:

Mi arrampicai dunque sul muro di cinta. La scena, che mi si offrì di lassù, non al cancello, risultò che nessuna della due chiavi entrava nella serratura. Mi arrampicai dunque sul muro di cinta. La scena, che mi si offrì di lassù, non
corrispondeva alle immagini normalmente connesse alla parola «cimitero»; quanto vidi fu piuttosto una necropoli che, abbandonata da parecchi anni, si disgregava a poco a poco e andava sprofondando; e, lì attorno, erba alta, fiori di campo; di tanto in tanto l’ombra di un albero nell’aria che si muoveva appena. Solo qua e là un sasso su una tomba rivelava che qualcuno aveva forse fatto visita a un defunto, ma quando? Non riuscii a decifrare tutti i caratteri incisi sulle lapidi, anche se i nomi ancora leggibili – Hamburger, Kissinger, Wertheimer, Friedländer, Arnsberg, Frank, Auerbach, Grunwald, Leuthold, Seeligmann, Hertz, Goldstaub, Baumblatt e Blumenthal – mi indussero a pensare che nulla suscitava forse nei tedeschi maggior risentimento nei confronti degli ebrei quanto i loro bei nomi, così legati alla Germania e alla lingua nella quale essi vivevano. Un brivido, una sorta di agnizione mi colse di fronte alla tomba di un certo Meier Stern, morto il 18 maggio, giorno del mio compleanno; e anche il simbolo della penna d’oca sulla stele di Friederike Halbleib, passata a miglior vita il 28 marzo del 1912, mi pervase di una commozione che, come dovetti confessare a me stesso, non sarei mai riuscito a scandagliare sino in fondo. Me la immaginai scrittrice china sul proprio lavoro – sola e febbrile -, e adesso, mentre scrivo queste parole, ho l’impressione di essere io colui che l’ha perduta e di non poter trovare conforto al mio dolore, nonostante sia passato tanto tempo dalla sua dipartita. Restai nel cimitero ebraico fin verso mezzogiorno, vagando tra le file di tombe e leggendo i nomi dei morti, ma solo da ultimo scoprii, non lontano dal cancello chiuso a chiave, una stele abbastanza recente, dove, sotto i nomi di Lily e Lazarus Lanzberg, c’erano anche quelli di Fritz e Luisa Ferber. Immagino sia stato zio Leo a farla erigere. Di Lazarus Lanzberg l’iscrizione dice che morì nel 1942 a Theresienstadt, e di Fritz e Luisa che furono deportati nel novembre del 1941 e di loro non si seppe più nulla. Restai parecchio tempo di fronte a questa tomba, nella quale ebbe la ventura di giacere soltanto Lily, che si era tolta la vita. Non sapevo che cosa pensare, ma prima di allontanarmi, posai una pietra sulla lapide, com’è consuetudine.

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