Austerlitz

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Il romanzo di W.G. Sebald Austerlitz (Austerlitz, 2001, trad. it. di A. Vigliani, Adelphi, Milano 2002) appare davvero altro rispetto al comune romanzo corrente (che deve anche subire la pressione dell’editing, sovente introiettato dagli autori al punto da diventare un auto-editing preventivo, qualcosa di non molto diverso da quel che accade con la censura nei paesi con regimi totalitari). Non è diviso in capitoli, sono 315 pagine di narrazione continua, inframmezzata da molte immagini, per lo più fotografie, tutte in bianco e nero, col nero che prevale sul bianco, e molto grigio. Le immagini sono intessute alla prosa, per così dire, ne sono dunque parte essenziale. È un racconto di parole e immagini in bianco e nero. Anche la prosa, direi, è in bianco e nero, ma è splendida come una sinfonia di Mahler, al quale irresistibilmente essa mi riconduce. L’io narrante riporta continuamente le parole del suo amico Austerlitz, che ha ricercato le proprie origini, e le ha ritrovate infine, dopo tanti anni, nella voragine vertiginosa del mondo ebraico dell’Europa centrale all’alba dell’orrore nazista. Austerlitz, il secondo è più ampio io, narrato e narrante insieme, sapientissimo conoscitore ed esploratore dell’architettura nei suoi aspetti socialmente più rilevanti e rivelatori (splendide le sue considerazioni sulle fortezze, e sull’insensatezza che ha governato il loro mostruoso e affascinante proliferare e crescere su se stesse a dismisura) è certo una vittima. Una vittima che non odia, ma sperimenta una desolazione infinita, che la porta alle soglie della follia. Vi è in lui un vuoto tale che gli risulta impossibile ricambiare pienamente l’amore della generosa Marie de Vermeuil. Questo è un romanzo senza eros.

La raffinata scrittura di Sebald è ricca di apparenti digressioni, che in realtà sono tutte anelli necessari di una catena: è richiesto un lettore pensante, che sia disposto a procedere con lentezza, a soffermarsi sulle immagini, a mettere in relazione i concetti, che sappia ritornare indietro, a volte, in questo splendido labirinto. Ecco qui, ad esempio, alcune righe sulle fortificazioni. Quello che Sebald qui ci dice, però, come ben può intendere il lettore di questa nota, può benissimo essere applicato ad altri campi della vita degli umani.

Nella prassi strategica, però, nemmeno le fortezze a stella, costruite e perfezionate dappertutto nel corso del XVIII secolo, raggiunsero il loro obiettivo: tale era la concentrazione su questo schema, infatti, da in­durre a trascurare la circostanza che le fortezze più imponenti attirano, com’è nella natura delle cose, anche le forze nemiche più imponenti; che quanto più ci si trincera, tanto più risolutamente ci si mette sulla difensiva, costretti alla fine ad assistere, da una postazione fortificata con ogni mezzo immaginabile e senza poter fare nulla, a come le truppe nemiche, aprendosi altrove una zona di combattimento scelta da loro, ignorino bellamente le fortificazioni, trasfor­mate in arsenali a regola d’arte, sovraccariche di bocche da fuoco e sovraffollate di uomini. È perciò accaduto più volte che, proprio mentre si intrapren­devano opere di fortificazione, fondamentalmente segnate, disse Austerlitz, da una tendenza allo svi­luppo paranoide, si sia lasciato scoperto un punto decisivo, spalancando così le porte al nemico, per non parlare poi del fatto che, con la crescente com­plessità dei progetti, andava altresì aumentando il tempo di attuazione e quindi la probabilità che, a lavoro appena concluso, se non addirittura prima, le fortificazioni risultassero già superate per via dei nuovi sviluppi prodottisi nell’artiglieria e nei pro­grammi strategici, sempre più consapevoli del fatto che tutto si decide nel movimento e non nella stasi. E se prima o poi la resistenza di una fortezza veniva messa davvero alla prova, la faccenda si chiudeva di regola, dopo uno spaventoso spreco di materiale bellico, per lo più senza risultati. (p. 23)

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