La distinzione fra moneta e denaro (2)

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La condizione necessaria dell’oggetto sociale moneta, il modo in cui esso si costituisce a seguito di un atto compiuto da almeno due individui, è una iscrizione che gli conferisce una riconosciuta validità-legalità. Tant’è che in alcune società primitive la merce utilizzata come moneta veniva “segnata” in modo da inibirne l’uso originario (conchiglie, sale, e attualmente la firma del governatore della Banca centrale europea). Unicamente il segno distintivo permette che la merce sia accettata come moneta e svolga le funzioni assegnatele. (p. 19) Continua a leggere

La distinzione fra moneta e denaro (1)

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Un testo molto stimolante anche per chi come me non è uomo di studi economici è La distinzione fra moneta e denaro. Ontologia sociale ed economia, di Maria Grazia Turri (Carocci 2009). Si tratta di un saggio impegnativo e di grande portata. Vi dedicherò una breve serie di post, citando i passi più significativi e illuminanti. Continua a leggere

Il ragazzo che credeva in Dio

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Se non riuscivo a spiegarle qual è il senso del dolore, almeno potevo condividere il suo. Era l’unica possibilità che mi era rimasta per uscire dal vicolo cieco in cui mi ero cacciato (p. 342). Forse questa è la frase in cui possiamo vedere concentrato il senso del romanzo di Vito Bruno Il ragazzo che credeva in Dio (Fazi 2009). La storia è quella di un prete, Carmine, che vive in una città allo sbando come Taranto, e che sta per compiere 50 anni. Come la città, anche lui non sa dove andrà a parare: da un lato Dio non gli dice più quello che gli diceva da ragazzo, ovvero il senso del divino per lui si è ridotto a niente, rimanendogli solo il rituale da un lato e  dall’altro l’impulso ad agire per il bene degli altri. E gli altri sono tanti: i parrocchiani e coloro che arrivano di lontano, i nuovi schiavi come la prostituta montenegrina Alena, che diviene il fulcro della narrazione e dell’azione. Quello di Bruno è a mio parere un romanzo medio, in tutti i sensi. Mi pare un tipico esempio di buon romanzo italiano contemporaneo, scritto con un certo mestiere, ma privo di vette e abissi. Naturalmente mi aspettavo un io narrante, e non manca: è quello dello stesso prete. Non mi aspettavo il passato remoto, ed ecco qui un passato prossimo (medio tra remoto e presente). Non mi aspettavo un prete che ragionasse da prete, e infatti il simpatico Carmine si narra come si narrerebbe uno che ha una certa familiarità esteriore coi preti in jeans e maglione, attivi nel sociale, ma non ne sa abbastanza da poter coglierne l’essenza dall’interno, in cui si colloca. Il divino qui è assente, in tutti i sensi, e sembrerebbe che Carmine di Scrittura, Salmi, teologia ecc. ne sapesse come un qualsiasi laico, ovvero quasi nulla. Un prete di cinquant’anni alle prese col venir meno delle proprie convinzioni più alte sperimenterebbe un dibattito interiore di ben altra lacerante profondità, e nutrito di riferimenti che in un romanzo rivolto ad un pubblico medio sarebbero difficili, ma la cui assenza toglie, in realtà, realismo alla rappresentazione. Se la questione qui è quella del male compiuto dagli uomini e del senso del dolore, ovvero la questione di Giobbe, diciamo che le penne di Bruno non appaiono atte al grande volo.
Su altri versanti le cose vanno meglio. Si può aggiungere che questo è un romanzo su Taranto (città devastata e dominata dal complesso mostruosamente grande dell’ILVA), sui Tarantini (che sono propensi a vivere nell’immediato presente, anche dal punto di vista dei soldi), e sulla figura paterna. Nel libro ci sono diversi padri: quello di Carmine, morto ma ben presente nel ricordo del figlio; quello del giovane Nino, capitano di navi oceaniche, sempre assente; quello di Pietro, gravemente malato; quello di Cataldo, che nel suo oscillare tra povera attività di pescatore e attraente ruolo nella malavita emergente si pone come cifra di ambigui sviluppi; e altri ancora. E ovviamente Carmine si pone come figura paterna, anche se incompiuta e lacerata. Su questo piano, il romanzo funziona.

Rileggo Simone Weil 61

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Oc, Grecia, civiltà senza adorazione della forza. Perché la temporalità è per esse un ponte. E  inoltre non cercano l’intensità negli stati d’animo, ma amano la purezza dei sentimenti.
E’ puro ciò che è sottratto alla forza.
L’amore era per essi puro desiderio, senza spirito di conquista. Tale è l’amore che l’uomo ha per Dio. (III, 142)
Statue greche. Il punto di equilibrio su cui la gravità non ha presa, benché sia rispettata. L’Amore del Simposio.
I Greci avevano orrore della forza e sapevano che tutto è forza, salvo un punto.
L’equilibrio, rapporto di pesi, è sottratto alla gravità. (III, 151)

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Achille

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Mi riconobbe l’anima del celere Eacide
e piangendo mi rivolse alate parole:
“Divino figlio di Laerte, Odisseo pieno di astuzie,
temerario, quale impresa più audace penserai nella mente?
Come ardisti venire nell’Ade, dove i morti
privi di sensi dimorano, le ombre degli uomini estinti?”. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 60

weilquaderni

La grande sventura della religione cattolica è stata la condanna di Galileo. Non a motivo della sua ingiustizia, ma al contrario perché pur essendo, in certo senso, fondamentalmente del tutto giusta, è stata talmente ingiusta nella forma che la giustizia ne è stata irrimediabilmente offuscata.
Avendo come suo principio il movimento retto illimitato, e non più il movimento circolare, la scienza non poteva più essere un ponte verso Dio.
Restituire alla scienza la sua finalità di ponte verso Dio. (III, 137) Continua a leggere

La misura delle cose

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Può capitare che leggendo un libro ti si illumini la ragione del tuo amore per un altro libro, per la scrittura di un altro autore. Mi è capitato così, leggendo La misura delle cose di Eduardo Rebulla (Sellerio 2008), di capire perché io ami tanto l’opera di Cormac McCarthy. Uno dei motivi è senz’altro nel fatto che nei romanzi del grande scrittore americano l’interiorità dei personaggi è assente, non vi compaiono i loro pensieri, ma il senso sta e si manifesta in quel che i personaggi fanno e in quel che dicono. L’accesso diretto al pensiero del personaggio pone il narratore come onnisciente, posizione oggi rifiutata dalla maggioranza degli scrittori. Ma poiché quasi tutti gli scrittori con ambizioni artistiche pensano di dover mettere in scena l’interiorità, ecco il prevalere degli io narranti nella narrativa contemporanea. Perché se l’interior homo è quello di chi narra, la questione dell’onniscienza non si pone. Ed emerge, invece, quella dell’oggettività, dell’inter-soggettività, del soggettivismo e del relativismo.
La misura delle cose fin dal titolo si offre come un libro dalle alte pretese, col suo riferimento ad uno dei passaggi critici della filosofia greca antica, e col suo porre la protagonista Tea come attuale incarnazione di Antigone. La storia è quella di un uomo, Nick, che a Stoccolma giace in una bara-contenitore, in ospedale, colpito da una malattia invalidante, di cui si trova allo stadio estremo. Nick, ridotto ad una mente senza più corpo, manda un messaggio alla sorellastra Tea perché venga a liberarlo. E Tea sente il dovere di farlo, va a Stoccolma, lo trasporta quindi all’isola della loro giovinezza, la greca Lindos, e là, secondo la volontà di lui, gli stacca la spina. Intorno ai due personaggi principali si muove una piccola schiera di comprimari, messa in scena con una tecnica particolare, ovvero mediante una oscillazione tra narratore onnisciente e plurale, che dice noi, e gli io narranti dei personaggi principali. Ove l’interiorità è comunque ben lontana da un flusso di coscienza e si presenta invece come interiorità ordinata.
Questo è certamente un romanzo di idee, anzi di idea. L’idea fondamentale è che in un mondo senza Dio (scritto da Rebulla con la d minuscola), l’uomo essendo la misura delle cose, la dignità sta dove ciascuno la pone, e il diritto fondativo non può che essere quello del soggetto. Tuttavia, il soggetto singolo individuo essendo una costruzione sociale e storica, ed una finzione, e la realtà essendo costituita inter-soggettivamente, il singolo ha pur bisogno di una rete di relazioni, attraverso la quale soltanto si può compiere il suo destino.
Che il conflitto narrato da Sofocle sia come pretende Rebulla “tutto interno alle complicate vicende umane” (p. 209), esattamente come quello tra Tea e il mondo esterno-interno che rende difficile l’esecuzione dell’eutanasia di Nick, mi pare dubbio. Ma Rebulla parte dal dogma che “dio non c’è” (ibidem), e quindi colei che ironicamente si chiama Tea, ovvero Dea, non si confronta col trascendente e con la legge divina, ma solo con l’immanenza dei regolamenti e delle leggi umane. La sua decisione di staccare la spina del fratello finisce per apparire al lettore una decisione senza adeguato fondamento, mera adesione ad un richiamo del (mezzo) sangue, del fratello che avrebbe ugualmente potuto chiederle di salvarlo da una eutanasia organizzata da altri, se la sua mente fosse differente.
Che il mondo sia privo di senso è ovviamente un’affermazione nichilistica. Da cui se si fosse buoni filosofi occorrerebbe trarre tutte le conseguenze logiche, cosa che naturalmente il narratore-filosofo Rebulla non fa. Ma se davvero si fosse buoni filosofi, non si potrebbe sostenere l’onnipervasività del non senso. Al massimo, egli può approdare a filosofemi del genere:

Di fronte all’insensatezza del mondo non c’è una terapia. Qualche rimedio, questo sì, ma buono solo a ridurre l’attrito, a rintracciare una forma, un’abitudine, anche in mezzo alle macerie. (p. 130)

Le bombe che dilaniano la stazione di Madrid sono nel libro la cifra dell’insensatezza. Ma questa può apparire come tale solo a chi guarda l’evento da troppo vicino. L’azione terroristica appartiene alla sfera del tremendo, non a quella dell’insensato. Essa ha sempre un senso, e un obiettivo, che può essere quello di seminare il terrore. Quelli che hanno messo le bombe su quei treni avevano chiaro un obiettivo e un senso. L’obiettivo è stato infatti raggiunto, e la Spagna ha ritirato le truppe dall’Iraq. Ma l’esclusione rebulliana di “dio” è anche una rinuncia ad una comprensione della storia e degli eventi – una ritirata nichilistica che non può portare grandi frutti.

Viaggi da Fermo

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Un sillabario piceno è il sottotitolo del piacevole Viaggi da Fermo di Angelo Ferracuti (Laterza 2009). Sono memorie, riflessioni e descrizioni brevi, incontri con una varia umanità sul suolo piceno, dal famoso artista alla prostituta(o) di strada. È insieme il ritratto di una regione e una narrazione di una vita, di un uomo Ferracuti che è stato militante di una sinistra anarcoide-libertaria e ora si trova in difficoltà col mondo presente, dominato da un capitalismo amorale e famelico, e ha una forte nostalgia di tempi antropologicamente differenti (incarnati dal volto del contadino comunista buono). Il fondo del libro è un forte senso di nostalgia per ciò che è tramontato. E mi viene in mente ciò che scrive Marco Santagata in Voglio una vita come la mia, parlando dei cinquanta-sessantenni italiani come l’ultima generazione che ha avuto un vero contatto con la natura.
Riporto una pagina che trovo molto bella, e conferma quanto ho scritto.

Adesso abito in un appartamento al terzo piano di questa casa. Intorno l’assedio di palazzine tutte uguali, che sembrano disegnate con lo stampo. Quello che forse non è mai cambiato davvero è il paesaggio che si scorge in lontananza da queste finestre. Una campagna dolce che sempre mi rassicura e accoglie con i suoi alberelli sparsi, e sul fondo sempre loro, le cime dei Sibillini che svettano come Giganti della Montagna nelle giornate limpide, quando si vede veramente tutto. Le mie sfingi sono sempre stati loro. La mia patria è questa. Qualcosa di arcaico che riesce a conservarsi come luogo antico delle radici. Quand’ero bambino mi perdevo laggiù, seguendo randagio i solchi dove una volta c’erano distese le rotaie della vecchia ferrovia e dove correva il trenino Fermo-Amandola. Camminavo e camminavo lungo quel percorso, magari stringendo un coniglio malato, o una zampa di gallina avuta in regalo da mia zia, e ogni volta andavo sempre più lontano, sempre più lontano, perdendomi. A volte succedeva che mi scampagnassi troppo, e al tramonto mi sembrava di sentire l’eco della voce di mia madre che si sgolava chiamandomi. Il buio avvolgeva in un attimo la campagna. Non la sentivo veramente quella voce, ma sapevo che c’era. L’eco risuonava nelle mie orecchie calde. Allora capivo che s’era fatto tardi, e cominciavo a correre verso casa con tutte le energie possibili. Il cuore batteva forte come il pestare delle scarpe, e quelle boscaglie diventavano subito sinistre. Correvo scappando da qualcosa che non conoscevo ma che mi figuravo incredibilmente mostruoso. Animali feroci, uomini maligni come quelli di certi libri che avevo letto, come il pirata Long John Silver dell’ Isola del tesoro. Vedevo già i volti, le mani prensili e ossute che volevano afferrarmi. Il vento che ululava diventava un personaggio vero nelle mie fantasie mentre scappavo. Quelli erano tempi di paura e di natura. Lontani, bellissimi.. (p. 55)

Una verità eterna

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Una verità eterna è esposta da Baldessar Castiglione nel I capitolo del secondo libro del Cortegiano.

Non senza maraviglia ho piú volte considerato onde nasca un errore, il quale, perciò che universalmente ne’ vecchi si vede, creder si po che ad essi sia proprio e naturale; e questo è che quasi tutti laudano i tempi passati e biasmano i presenti, vituperando le azioni e i modi nostri e tutto quello che essi nella lor gioventú non facevano; affermando ancor ogni bon costume e bona maniera di vivere, ogni virtú, in somma ogni cosa, andar sempre di mal in peggio. Continua a leggere

Filosofie del populismo

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Ho letto l’interessante Filosofie del populismo di Nicolao Merker (Laterza 2009). Eccone tre passaggi.

Si può individuare il populista dal suo ricorrere, più o meno accentuato, a strumenti conoscitivi poco affinati, refrattari alle distínzíoní e analisi, tali dunque da scegliere strade relativamente facili. Sono di solito due: o una affrettata generalizzazione concettuale, cioè un salto logico che tramuta concetti molto particolari in concetti di (falsa) ampiezza universale; o la convinzione che l’unica chiave per capire l’essenza del mondo è rappresentata dall’immediatezza dell’intuizione e della divinazione. (p. 6)

Le varianti delle dottrine populiste sono un labirinto, potenziato anche dai contesti storico-politici in cui le ideologie del populismo si trovano inserite. Ma hanno una componente morfologica di fondo. Consiste, al di là del contenuto specifico di dottrine e programmi, in una opzione mentale: ovvero nella convinzione che il vero strumento per affrontare e risolvere i problemi dell’universo mondo sia il fideismo, inteso nelle sue espressioni più varie. (p. 9)

Nei dialetti l’ideologia dei vecchi localismi traspare tuttora. Basta saperlo; e, usando l’idioma locale, non servirsene come di un veicolo di contenuti e atteggiamenti sociali vecchi, ritenuti ancora funzionali mentre sono anacronistici perché regressivi. Occorre badare ad altro: all’eventuale positivo piacere estetico di coltivare l’idioma, e alle funzioni di sodalità che nei rapporti circoscritti alla sfera privata esso assolve benissimo. Riguardo però ad altre sfere di vita collettiva, di maggiore risonanza e articolazione, il regredire a ferrovie linguistiche di scartamento ridotto spacciate per avveniristíci veicoli di validità generale, sarebbe un ideologismo evidente, un pretendere il futuro retrocedendo non solo alle patrie del passato, ma alle più minuscole tra di esse. Appartiene a quel novero la moda (di strumentale ideologismo) dei cartelli stradali e toponomastici in dialetto locale. La moltiplicazione dei cartelli potrebbe teoricamente andare all’infinito, e assicurare duraturo lavoro ai produttori di cartelli, perché praticamente non c’è valle e agglomerato anche piccolo che non esibisca una qualche sua variante di dialetto e di idioma. Sembra perciò conservare attualità quel che cent’anni addietro notava a proposito del rapporto lingua-dialetto un socialista della Seconda Internazionale, Karl Kautsky. Ovvero che «una valle montana stretta e isolata, lontana dalle strade di grande traffico e che produce quanto basta per gli abitanti, può sviluppare una lingua particolare e mantenerla per secoli; gli abitanti della regione di un grande fiume, che serve loro come strada commerciale, facilmente finiranno invece per formare una più estesa comunità linguistica» [Kautsky 1908/1973: 114]. Quando il processo di genesi di una comunità nazionale culturale si concretizza nella comparsa di una comune lingua scritta, usata e compresa dalle molteplici comunità locali, allora gli idiomi della valle e del bacino fluviale, insomma «le lingue parlate dai singoli popoli nell’ambito di questa nuova comunità nazionale regrediscono a semplici dialetti» [ivi: 118]. Era l’avvertenza, già un secolo fa, che, come tutti gli strumenti, anche quelli linguistici hanno funzionalità diversificate. E che, se non si adopera il sacrosanto criterio delle distinzioni, se dunque il localismo e lo strumentario suo (compreso quello linguistico) vengono confusi con ambiti e strumenti di funzionalità più generale, gli esiti anche qui diventano deleteri. (p. 178)