Rileggo Simone Weil 65

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La sofferenza come koan. Dio è il maestro che fornisce questo koan, lo colloca nell’anima come una cosa irriducibile, un corpo estraneo non assimilabile, e costringe a pensarci. Il pensiero della sofferenza non è discorsivo. Il pensiero urta contro il dolore fisico, contro la sventura, come la mosca contro il vetro, senza poter progredire in alcun modo né scoprirvi nulla di nuovo, e senza potersi impedire di tornarvi. Così si esercita e si sviluppa la facoltà intuitiva. Eschilo: “Mediante la sofferenza la conoscenza”.
Fare della sofferenza un’offerta è una consolazione, e quindi un velo gettato sulla realtà della sofferenza. Ma lo è anche considerare la sofferenza come una punizione. La sofferenza non ha significato. E’ questa l’essenza stessa della sua realtà. Occorre amarla nella sua realtà, che è assenza di significato. Altrimenti non si ama Dio. (III, 179) Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 64

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Roma è il grosso animale ateo, materialista, che adora solo se stesso. Israele è il grosso animale religioso. Nessuno dei due è amabile. Il grosso animale è sempre ripugnante. Non c’è spiritualità se non là dove il grosso animale si dissolve; e allora, inevitabilmente, la vulnerabilità rispetto ai pericoli esterni è grande. E tuttavia è l’imperialismo, non il disordine, che ha rovinato Atene e di conseguenza la Grecia. (III, 177) Continua a leggere

Si fa presto a dire cotto

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Si fa presto a dire cotto è il titolo di un gustosissimo e nutriente saggio di Marino Niola (sottotitolo Un antropologo in cucina, il Mulino 2009). In brevi ben pepati capitoletti Niola esplora la valenza antropologica del cibo, della sua preparazione, e dell’interpretazione che le culture umane forniscono di una attività, quella del nutrirsi, che solo la nostra specie, padrona del fuoco, ha introdotto nell’orizzonte della rappresentazione, senza la quale rimarrebbe cosa puramente animale. Dal libretto si apprende molto, anche, ad esempio che la tempura giapponese, ovvero quel fritto di verdure sminuzzatissime oggi di moda, ha un nome che deriva dal latino tempora, e ha a che fare coi missionari cattolici che nel Cinquecento tentarono l’evangelizzazione del Giappone. Durante i periodi dell’anno liturgico (tempora in latino) in cui ci si doveva limitare nel cibo, mangiando di magro, i Portoghesi preparavano verdure fritte impastellate. I Giapponesi copiarono la tecnica, aggiungendovi il loro genius del minimo, ed ecco la tempura oggi glocally trendy. Il libro offre una infinità di spunti di riflessione. Eccone un passo.

È molto diffusa in quasi tutte le culture la convinzione che la carne arrostita sia strettamente associata alla forza, alla caccia e al sesso maschile, mentre il bollito sia particolarmente adatto alla vita sedentaria e al sesso femminile. Tra gli Yagua, i Cubeo e gli Jivaro dell’Amazzonia, come del resto in numerosissime società, vige una netta e rigorosa distinzione di competenze nella preparazione del cibo. Gli uomini arrostiscono e affumicano le carni mentre le donne le fanno bollire. L’associazione tra l’arrostitura, la carne e la virilità è una costante che percorre i tempi e le culture. Si tratta di un cibo che si addice ai guerrieri, soprattutto se parliamo di selvaggina nobile e di grandi dimensioni, in quanto frutto dello scontro fra un uomo e un animale egualmente coraggiosi. Come nel caso delle ideologie che circondano la caccia al cinghiale in Europa e che fanno dell’uccisione della bestia un confronto tra un cacciatore umano e un animale cacciatore. In molti paesi europei l’abbattimento dell’animale era seguito non a caso dal rito solenne della spartizione e della dístríbuzione delle sue carni, che riflettevano le gerarchie di forza e di rango e avevano il loro coronamento nella distribuzione del fegato, il ferum, considerato la sede della forza e del coraggio. Questi usi tradizionali sembrano echeggiare nei nostri barbecue all’aperto, o nelle grigliate al fuoco del camino della taverna – nuovo sancta sanctorum alimentare dell’Italia del benessere – dove gli uomini badano alle braci mentre le donne, che durante tutta la settimana hanno l’onere del cibo quotidiano, preparano altre pietanze di contorno. Un lungo filo rosso unisce dunque gli accampamenti primitivi ai camping moderni, e gli uomini delle caverne a quelli delle taverne. (p.45)

La lettura di questa pagina mi ha richiamato alla mente un rito che io stesso ho subito nel lontano 1969, in Slovenia. Avevo 19 anni, e partecipai, su invito di un lontanissimo parente, ad una caccia invernale al cinghiale, in cui tra l’altro rischiai la pelle, perché da inesperto venni a trovarmi sulla linea del fuoco quando il branco di 12 cinghiali si mise a correre, e tutti i cacciatori slavi (per lo più ex partigiani armati di fucili da guerra) a sparare, e io preso da ardore artemisio pensai bene di tagliare la strada agli irsuti, e mi venni a trovare  in mezzo alle pallottole fischianti. Furono abbattuti tre animali, e subito portati nella casa più vicina vennero squartati, e i fegati tagliati a pezzetti furono saltati in padella con una quantità smisurata di cipolla. E tutti i cacciatori a rimpinzarsi. E io da bravo e audace ma sciocco giovinetto dovetti dimostrare di esser uomo almeno nel mangiare, e dopo il primo piattone di fegato dovetti trangugiarne anche un secondo. Con grappa di prugna a profusione. Cultura maschile, che più maschile non si può.

Rileggo Simone Weil 63

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Il freudismo sarebbe assolutamente vero se il pensiero non vi fosse orientato in modo tale da renderlo assolutamente falso.

Rimproverare i mistici di amare Dio con la facoltà dell’amore sessuale è come rimproverare a un pittore di dipingere con colori che sono fatti di sostanze materiali. Noi non possediamo altro mezzo per amare. Per altro lo stesso rimprovero potrebbe essere fatto anche a un uomo che ama una donna. Il freudismo è interamente impregnato del pregiudizio stesso che si è assunto la missione di combattere, e cioè che tutto ciò che è sessuale è vile. (III, 164-165) Continua a leggere

Una storia di autismo

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Come padre di una persona con autismo e come lettore di libri e presidente di una associazione dedicata (Autismo Treviso onlus), sono molto attento a tutta la letteratura in materia, scientifica e non. Spesso accade che anche nei libri tecnici ci si imbatta in vere e proprie storie, perché gli esempi che si adducono ad illustrare tesi e pratiche hanno spesso carattere di narrazione. Così, leggendo un testo di autori vari pubblicato da Erickson, Adulti con autismo. Bisogni, interventi e servizi, mi sono imbattuto nella storia di Beth e della morte di suo padre. Eccola. Continua a leggere

Illusioni perdute

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Il perché non lo so, ma rileggendo questo passo delle “Illusioni perdute” di Balzac (nella traduzione di A. Michettoni, Garzanti 1966)  mi è venuto in mente Vittorio Feltri. In realtà, il Lousteau che nel romanzo introduce Lucien de Rubempré alle pratiche del giornalismo si occupa di critica letteraria e teatrale, ma… Continua a leggere

C’era una volta una famiglia

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Shivà sono i sette giorni di lutto che gli israeliti osservano per il padre, la madre o un fratello. Durante questi sette giorni si sta in casa, ricevendo parenti, vicini e amici della persona scomparsa. Il romanzo di Lizzie Doron C’era una volta una famiglia (2002, trad. di S. Vogelmann, Giuntina 2009) è il racconto di una shivà, quella della narratrice per sua madre, a Tel Aviv. Durante questa shivà, raccontata giorno per giorno, compaiono numerose figure che evocano il passato della protagonista e della madre. Una madre che viene dal mondo di , quello in cui è avvenuta la Shoah, mentre la figlia è nata qua, in Israele, è una sabra.
Accogliere nuovi immigrati è sempre difficile. Lo è anche quando le differenze sono limitate, ad esempio quando la religione è la stessa, ma l’accento è differente, la lingua è un’altra lingua. È una legge universale degli umani. L’identità si può comprendere e affermare solo nella differenza. Solo affermando la diversità dell’altro posso affermare la mia identità. Ma questo solitamente comporta una forma di esclusione.

Durante l’intervallo circolò di bocca in bocca la voce che Chaiele e la sua famiglia erano venuti in Israele dalla Polonia a causa della gomulka. Roni Postevskí spiegò a tutti noi che la gomulka era una malattia incurabile, «ma non contagiosa» ci tranquillizzò. «Ignoranti!» lo rimproverò Pola, e ci arringò: «Wladyslaw Gomulka, bambini, sarà per sempre ricordato nella storia del nostro popolo come il primo segretario del Partito dei lavoratori polacco, come colui che consentì ai profughi ebrei rimasti in Polonia di fare ritorno nella propria patria, di emigrare nella Terra d’Israele». Nonostante le spiegazioni di Pola, anch’io corsi dietro a Chaiele e Yudele con i bambini del quartiere a gridare loro: «Gomulka!», «Dobrze!», «Proszg pani!». Prendevamo in giro i nuovi immigrati con grande soddisfazione. Come gli altri bambini anch’io non coinvolgevo Chaiele e Yudele nei nostri giochi, e non li invitavo a casa mia quando facevamo delle feste di classe. Da quando Chaiele e Yudele erano arrivati nel quartiere, finalmente sentii di essere una vera sabra. (p. 59)

Lizzie Doron riesce a creare nel lettore una suggestione profonda, perché tocca corde universali, e riesce a fare di una particolare condizione  storico-personale  e di momenti particolarissimi un precipitato della condizione umana. Come quando nella casa della shivà entra il vecchio fotografo e fa vedere ai presenti un album con una quantità di fotografie.

 Uno spirito di altri tempi riprese possesso della casa. Yiddish e polacco risuonarono di nuovo, i vestiti di una volta tornarono in voga, battute, baci, segreti ormai scaduti riacquisirono colore, volti e nomi di morti svaniti furono per un attimo in vita.
E mentre Mishka sfogliava le pagine del suo album molte cominciarono a piangere. Alcune chiusero i conti con chi non aveva chiuso i conti con loro e ora sorrideva dalle fotografie, altre maledicevano i traditori che avevano accettato i risarcimenti e se n’erano andati, e poche perdonavano offese che avevano tenuto dentro ai propri cuori e ora erano state risvegliate da quelle foto mute.
Nella casa calò nuovamente il silenzio. Solo Gute sospirò: «Una volta c’era una famiglia».

Mishka chiuse l’album e quando lo chiuse fu come chiudere il passato. La casa si riempì nuovamente di voci e ospiti. Tutti conversavano tra di loro, deprecando i reumatismi e la perdita di memoria, scambiandosi consigli e medicine, informandosi sulla sorte dei figli e dei nipoti, parlando di affitti e pensioni, e lamentandosi di quanto ci fosse da soffrire in questa dura vita.
Nonostante fosse ormai buio, le persone non avrebbero voluto abbandonare la casa.
Prima di andarsene Genia mi disse: «Quando qui, di sera, da una delle case si sente ridere e chiacchierare, quando si vede la luce tra le stecche delle persiane e si sente l’odore di caffè e biscotti, allora è segno che un altro dei nostri se n’è andato».
Non risposi.
«Non devi essere triste,» mi incoraggiò «quando uno di noi se ne va è un buon motivo per festeggiare; del resto per noi la morte fa meno male della vita».
(pp. 117-118)

Rileggo Simone Weil 62

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Come ci sono due vuoti, due silenzi, ecc. – quello dall’alto e quello dal basso – è anche possibile, se la morte è annullamento, che si siano due annullamenti, l’annullamento nel nulla e l’annullamento in Dio. (III, 154) Continua a leggere

La distinzione fra moneta e denaro (4)

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La “plastic card”, la moneta elettronica, la moneta scritturale, la moneta web sembrano essere le forme più prossime, se non addirittura equivalenti, all’immaterialità, al totalmente immateriale. In ragione di questa presunta immaterialità, esse sono state scambiate (…) per il convertitore universale di tutti i valori materiali, il denaro, invece di essere analizzate come moneta, individuandone nell’elemento scritturale la prima condizione necessaria della validità e dell’accettabilità della moneta stessa.
Ed è su questa confusione che si fonda l’ambiguità sostanziale della teoria di Searle e non sull’ambiguità terminologica consentita dalla lingua inglese grazie alla possibile doppia accezione del termine “money”.
(…) Continua a leggere

La distinzione fra moneta e denaro (3)

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ll denaro opera pertanto in quanto concetto, in quanto idea, e genera azioni. In primo luogo, fa muovere il pensiero, fa muovere la mente all’idea del suo stesso possesso, fa pensare a come “fare” denaro, a come produrre ricchezza per sé e per altri, e in secondo luogo, come derivato, fa trasferire e moltiplicare le cose nella realtà sociale. (p. 29) Continua a leggere