Rileggo Simone Weil 71

Ci siamo separati da Dio per il desiderio di partecipare alla divinità mediante la potenza e non mediante l’amore, mediante l’essere e non mediante il non essere. (III, 250)

Bisogna intendere ciò che significa “potenza”, altrimenti l’espressione “potenza dell’amore” diviene un ossimoro insostenibile. Perché se l’amore è causa di qualcosa esso è una potenza, che è il contrario dell’impotenza. E bisogna intendere cosa sia la divinità, altrimenti si porrebbe la questione dell’ a che cosa dovremmo partecipare. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 70

weilquaderni

L’agnello di Dio, sgozzato sin dall’inizio del mondo.

Dio si mostra sotto l’aspetto di una vittima sacrificata e morta. Continua a leggere

Il potere del cane

copj13Settecento pagine scritte impeccabilmente, una macchina narrativa perfetta. Il potere del cane che dà il titolo al poderoso romanzo di Don Winslow The Power of the Dog (2005, trad. it di G. Costigliola, Einaudi 2009) è quello della violenza scatenata, che massacra uomini, donne e bambini nel Messico dei narcotrafficanti. In realtà, qualcosa in questo libro evoca la Trilogia di Cormac McCarthy, benché non vi siano le sue profondità antropologiche e metafisiche: il Messico del sangue sparso e dell’immensa linea di confine continuamente varcata nei due sensi. Ma questo è il Messico dei narcotrafficanti in senso letterale: essi lo possiedono, in un’alleanza diabolica con politici, ecclesiastici, servizi segreti statunitensi e polizie locali e federali. L’insaziabile sete di droga di New York e Los Angeles produce un fiume di denaro che corrompe ogni cosa. Nella vicenda narrata da Winslow ci sono molti personaggi, tutti ben disegnati in chiaroscuro. Alcuni sono vicini ad una bestialità perversa, altri hanno con la violenza un rapporto ambiguo, altri ancora ne sono terrorizzati. Nessuno è del tutto puro. E anche il vescovo Parada, che muore perdonando il suo uccisore, è un uomo di carne con le sue tentazioni. Il denaro qui sembra davvero lo sterco del demonio.
Tuttavia, mi sembra interessante il fatto che questo romanzo non si muova nel solco della cultura popolare animata dal risentimento e dalle tensioni vittimarie. Anche un signore dei narcotrafficanti come Adàn, responsabile di morti e corruzione, è capace di amore,  e vorrebbe essere amato: dalla sua amante e soprattutto dalla figlia disabile, per la quale rischia la vita. Certo, ci sono personaggi  apparentemente a tutto tondo come Art, il messicano-statunitense nemico mortale di Adàn, che  lotta fino allo stremo contro il narcotraffico, e cerca vendetta per il suo collaboratore ucciso, e rinuncia per questo fine alla sua stessa famiglia, e si rende responsabile di un cumulo di morti, per constatare alla fine che la droga imperversa più che mai. Ma anche in essi ci sono incrinature, e lo scontro tra l’umano e il disumano. Il noir raggiunge qui un vertice. La droga infatti  costituisce un potentissimo fattore di dissoluzione della società, che è il tema fondamentale di ogni noir. Molti personaggi trovano morte violenta. Le salvezze individuali non costituiscono per nulla un lieto fine.

Rileggo Simone Weil 69

weilquaderni

Noi non possiamo mai, in nessun caso, fabbricare qualcosa che sia migliore di noi. (III, 238)

Né più bello di noi. Né possiamo immaginare una creatura più bella di quelle che già esistono e che riconosciamo come belle. Nessun essere immaginario partorito dalla fantasia di un umano è 1) totalmente diverso da esseri esistenti su questa terra, 2) più bello senza che questo sia una semplice intensificazione della bellezza conosciuta sotto specie umana o animale. Così l’angelo non può essere raffigurato altrimenti che come un bellissimo giovinetto, nessun alieno della fantascienza è bello, e gli Elfi tolkieniani possono essere immaginati solo come umani superbelli (e superbuoni). Questo significa che la mente umana non è creatrice, ma solo capace di invenzioni, cioè di ritrovamenti. Possiamo solo riconoscere la bellezza dove esiste, non crearla dal nulla. Come ben argomenta Alessandro Manzoni nel suo Dialogo dell’invenzione.

Rileggo Simone Weil 68

weilquaderni

Adorazione della croce in epoca precristiana. Perché l’uso della croce come strumento di supplizio non potrebbe derivare dal suo carattere sacro? E’ naturale desiderare che lo strumento di supplizio abbia un carattere sacro che purifica la violenza compiuta. Così la virtù purificatrice del fuoco aveva certo la sua parte nella scelta del rogo come supplizio per gli eretici del Medioevo. (III, 220) Continua a leggere

Pulce non c’è

copj13

L’autrice di Pulce non c’è (Einaudi 2009), Gaia Rayneri, è molto giovane ma la sua scrittura è matura, spigliata e ricca di umorismo. La storia narrata è vera, al di là del travestimento letterario, e di una verità dura che fa riflettere amaramente.
Questa è una storia di autismo, e come padre di un ragazzino autistico mi sento coinvolto, e come presidente di una associazione di familiari di persone autistiche mi sento ancor più coinvolto.
In una famiglia di buon livello culturale, in cui entrambi i genitori sono medici, vive una figlia autistica, Margherita – affettuosamente chiamata Pulce – che al tempo in cui si svolge la vicenda ha 9 anni. La figlia maggiore, voce narrante, è una ragazzina di 13 anni, intelligente e spiritosa, e anche combattiva. La famiglia di Pulce ha fatto la trafila che tutte le famiglie con problemi di autismo ben conoscono, sperimentando neuropsichiatri incompetenti, servizi sociali privi di ogni nozione di autismo, burocrazie impreparate e disumane, ciarlatani che offrono soluzioni e rimedi senza valore scientifico.
La vicenda di Pulce ha molto in comune con quella di Matthew Gherardi e Betsy Wheaton, per cui rimando al pezzo de libro di Paul Offit che ho tradotto sotto il titolo La bufala della comunicazione facilitata. Accade dunque che con Pulce si inizi ad utilizzare la tecnica della Comunicazione Facilitata (CF). Questa tecnica, priva di reali basi scientifiche, e in America screditata da anni, postula che nella mente delle persone autistiche esistano pensieri e sentimenti che esse non riescono a formulare ed esprimere autonomamente con la loro parola  (della quale sono spesso totalmente prive), e che con opportuni accorgimenti, grazie alla tastiera di un computer e alla mediazione di un facilitatore, questo mondo interiore possa uscire fuori, manifestarsi, assumendo forma di parole scritte sullo schermo (stampabili a futura memoria). Così accade che autistici a basso funzionamento, dall’età mentale di due anni, come Pulce, scrivano poesie o dicano ai loro cari che li amano e soffrono di non poter parlare con loro come tutte le persone. Gaia Rayneri la presenta brillantemente in questo modo:  «Funziona così: tu prendi un bambino autistico, lo fai sedere davanti a un computer o, meglio, a una macchina da scrivere con display elettronico, gli metti una mano sotto il polso, prima, poi quando diventa più bravo la mano si sposta, va al gomito, poi alla spalla, poi alla testa, poi – miracolo! – addirittura senza mani. Tu lo tocchi e come per magia gli dai sicurezza, e lui scrive tutto quello che per tutta la vita si è sempre tenuto dentro». (p. 30) Ovviamente, per le famiglie la scoperta di questa presunta ricchezza interiore dei figli è consolante e appagante. E le famiglie pagano volentieri facilitatori, consulenti e computer.
Ma, come è accaduto spesso in America, così anche da noi doveva pur capitare. Ad un certo punto, Pulce a scuola scrive che suo padre ha abusato sessualmente di lei. La bambina di punto in bianco  e senza spiegazioni viene strappata alla famiglia e chiusa in una comunità priva di qualsiasi competenza specifica sull’autismo. Al padre è fatto divieto assoluto di vederla, la madre e la sorella possono andare  a visitarla una sola volta alla settimana. Tutto perché con la piccola è stata usata la CF, smascherata e invalidata da tempo! Essa nel caso migliore veicola una percentuale del pensiero del soggetto autistico, nel peggiore nulla: quello che passa, come è ovvio, è ciò che si trova nella testa del facilitatore, conscio o inconscio che sia. Si tratta dunque di una tecnica estremamente pericolosa, da mettere al bando soprattutto quando la persona con autismo non è verbale.
La giustizia italiana ha tempi lunghi, ma arriva il giorno in cui i riscontri medici mostrano che Pulce non ha subito alcuna violenza, assolvono il padre, smontano ancora una volta le pretese della CF.
Una considerazione finale: si sarebbe imposta la CF senza l’aura che circonda l’oggetto computer, feticcio dei tempi nostri, soluzione di ogni problema, vero dio in terra? Ne dubito, visto che i fondamenti scientifici, o anche soltanto logici, della CF sono debolissimi. Ma la disperazione delle famiglie con figli autistici è tale che esse sono indotte a credere a qualsiasi imbonitore, a dar credito a qualsiasi tecnica e pratica, a qualsiasi pillola, esattamente come a responsabilità inesistenti (vaccini) o a cure vane (camere iperbariche, trattamenti biomedici assortiti, ecc. ecc.). Arruoliamo dunque questo bel romanzetto nella buona battaglia contro Comunicazione Facilitata, venditori di illusioni e ottusità e inerzie degli apparati sociosanitari e giudiziari.

IL  MIO  BLOG  SULL’ AUTISMO

Rileggo Simone Weil 67

weilquaderni

La cristianità è diventata totalitaria, conquistatrice, sterminatrice, perché non ha sviluppato la nozione dell’assenza e della non-azione di Dio quaggiù. Si è attaccata a Yahweh così come al Cristo, ha concepito la Provvidenza alla maniera dell’Antico Testamento. Solo Israele poteva resistere a Roma, perché le rassomigliava, e così il cristianesimo nascente portava la macchia romana ancor prima di diventare la religione ufficiale dell’Impero. Il male fatto da Roma non è mai stato realmente riparato. (III, 205) Continua a leggere

Nomi, cose, città.

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Ha come sottotitolo Viaggio nell’Italia che compra questo simpatico libro di Arnaldo Greco  Nomi, cose, città (Fandango 2009). Scritto con umorismo, è tuttavia molto serio nei suoi contenuti profondi. Dipinge un Paese che non sa dove va, dilaniato tra la ricerca della novità a tutti i costi e una difesa delle tradizioni volonterosa ma spesso ingenua e rozza.
Il quadro che Greco dipinge dell’Italia consumistica di oggi è molto variegato. Da un punto di vista antropologico è anche molto interessante, poiché vi si evidenza l’attuale fondersi di omologazione e frammentazione. Il modo in cui un popolo si nutre, la sua cucina, le sue abitudini alimentari sono sempre altamente significativi del suo ethos. L’Italia è un centone di cucine locali che dialogano tra loro e che mutano nella convinzione errata di rimanere fedeli a se stesse. Con fenomeni strani, come il dilagare del sushi a Milano, o le mutazioni del mercato delle verdure in una città del Sud (che l’autore ben conosce) a seguito della massiccia presenza delle badanti dell’Est, che governano le cucine degli anziani di cui si occupano, determinandone la dieta. Un libro sicuramente da leggere, perché nonostante la sua apparente disorganicità fornisce moltissimi spunti di riflessione.

Rileggo Simone Weil 66

weilquaderni

Bisogna accettare completamente la morte come annientamento.
La credenza nell’immortalità dell’anima è nociva perché non è in nostro potere rappresentarci l’anima come veramente incorporea. Così questa credenza è di fatto credenza nel prolungamento della vita, e nega l’uso della morte. (III, 189) Continua a leggere

Una bambina sbagliata

 copj13Una bambina sbagliata di Cynthia Collu (Mondadori 2009) presenta molti caratteri del romanzo di formazione, con la protagonista (suppongo alquanto autobiografica) che viene seguita dalla prima infanzia ai quarant’anni, ovviamente mediante la tecnica che d’ora in poi chiamerò del ping-pong temporale. Si tratta della tecnica di taglio delle scene che tutti gli scrittori devono usare, e che sicuramente gli editor (questa vil razza dannata) impongono loro nel caso che essi abbiano l’ardire di sottrarvisi. Cioè, perché la narrazione appaia più sapiente e seguirla sia più difficoltoso per il lettore, che deve sudare, si sa, si passa ogni due pagine dal presente al lontano passato, al presente, al passato un po’ meno lontano, finché si giunge al presente-presente. E sempre più spesso la narrazione è tutta o quasi coi verbi al tempo presente (con l’io narrante imperversante, ovviamente), sia che l’evento narrato sia vicino o presente, sia che sia nel passato lontano. È al presente anche nel romanzo della Collu. Ho già scritto altrove che l’uso contempraneo del presente da parte dei narratori è contrario allo spirito profondo della narrazione. Penso che sia invece molto legato al primato del cinema e della TV nell’immaginario anche degli scrittori, i quali naturalmente sentono di aver raggiunto il successo solo quando la loro opera è tradotta in immagine filmica, e tendono anche inconsciamente alla sceneggiatura.
Il romanzo è divisibile in due parti: nella prima, quella dell’infanzia, la Collu riesce meglio. L’unico personaggio del libro che realmente si impone è la maestra Trebuchi, e l’unica scena che rimane indelebile nella memoria è quella del controllo delle merendine delle allieve alle pp. 73-74, con la maestra che ne divora gran parte. Per il resto, man mano che la protagonista Galathea cresce, l’interesse del lettore scema, e infine, nonostante le morti e le sofferenze, nella memoria poco rimane.