Le sventure della caccia 2

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Nell’interpretazione “storico-religiosa” del mito di Adone sviluppata da G. Piccaluga, la comparazione con differenti società arcaiche (dal Nord-ovest canadese ai pigmei della foresta equatoriale) porta a delineare una configurazione mitica della caccia, un mitologema costruito sulla divisione tra due periodi culturali nella Storia dell’uomo. Da una parte, la caccia autentica: l’attività cinegetica nella sua funzione primordiale e fondamentale quale s’impone ad un’umanità la cui economia dipende interamente dalla caccia, alla quale vengono ad aggiungersi solo in via complementare i frutti della raccolta. Dall’altra, in un’epoca culturale della storia dell’uomo dominata dalla produzione di piante coltivate, la caccia regressiva come attività che l’economia incentrata sui cereali rende desueta e anacronistica. Continua a leggere

Le sventure della caccia 1

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Con G. Piccaluga la critica si fa radicale, in nome di una Storia la cui originalità di fondo pare essere costituita dalla vocazione comparativa. Partendo dal principio per cui la comparazione è legittima quando “si applica a ciò che è comparabile storicamente perché radicato in tradizioni culturali simili”, l’analisi “storico-religiosa” della scuola di Roma cui si rifà G. Piccaluga afferma in linea di principio che un sistema di pensiero religioso è sempre una realtà storica la cui formazione e il cui sviluppo non si lasciano precisare se non quando si siano spiegate le corrispondenze e le intersezioni storico-culturali offerte dall’etnologia. Continua a leggere

Il grand’uomo della massa

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Nella mia visione, il duraturo successo politico di Berlusconi, e il il favore con cui gli Italiani guardano alla sua figura pubblico-privata di uomo di potere che coniuga l’esercizio del medesimo coi piaceri della carne, dipendono in larga misura dal fatto che nelle genti italiche il cattolicesimo è sempre stato anzitutto una superstitio e un paganesimo riverniciato. Infatti la fede religiosa italiana è anzitutto rivolta ai protettori (dalla Madonna a Padre Pio), e si costituisce come pratica rivolta all’ottenimento di grazie e protezione. Continua a leggere

Brucia la città

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Di fronte al romanzo di Giuseppe Culicchia Brucia la città (Mondadori 2009) la prima parola che mi viene in mente è distanza. In effetti i modelli letterari cui Culicchia guarda sono lontani dai miei gusti, ma soprattutto mi sono totalmente estranei il mondo dei dj, la loro musica, la società che vive intorno a loro, e l’ambiente dei creativi che si intreccia alla politica. E il romanzo narra questo mondo dei dj cocainomani e sessuomani, totalmente dominati dalle mode e dal culto dell’immagine.  Nella città di Torino. Il mondo culturale dei talebani probabilmente mi sarebbe più vicino. Ma forse la distanza aiuta la comprensione, o consente una visione più distaccata e oggettiva.

Prima annotazione: il romanzo è tutto in prima persona, il dj Iaio è la voce narrante. I cinque punti fermi della sua vita sono il mostruoso SUV Hummer H3 e i capi d’abbigliamento limited edition; la sua ragazza Allegra, tossicodipendente e disperata, che è scomparsa; la sua (per me orribile e nefanda) musica; la cocaina da cui dice di volersi liberare ma che assume a dosi massicce; il sesso – ridotto a rituale vuoto e ripetitivo. Iaio dipinge un ambiente frenetico, stravolto dal denaro che scorre come la coca, privo di qualsiasi freno morale. Ma appunto, l’ambiente è descritto attraverso la coscienza di Iaio: che garanzie vi sono circa la sua realtà oggettiva? Nessuna. E i dubbi aumentano di fronte ai cognomi fumettistici degli assessori Mintasco, Mincenso ecc., dell’onnipotente famiglia Deturpi ecc.

Seconda annotazione: il tempo della narrazione è il presente. Come ho già rilevato altrove, l’uso del presente è problematico, quando coinvolge l’intera storia. Esso presuppone infatti una contemporaneità della coscienza dell’io narrante agli eventi narrati, e una non conoscenza della fine della catena degli eventi che costituiscono l’oggetto  narrato, che quindi si costituisce come potenzialmente in-finito. La narrazione è per sua natura post eventum, anche nel caso che esso sia fictum. La narrazione contemporanea all’evento è l’enunciazione dei fatti quali sono visti da un testimone, è cronaca. E in effetti questo romanzo è privo di una fine vera e propria. E tuttavia esso non ha un finale aperto, perché la coscienza di Iaio non subisce alcuna modificazione nel corso degli eventi. Ma il modificarsi del personaggio durante la vicenda narrata è essenziale al romanzesco. Se nulla cambia non c’è romanzo. Qui nulla cambia. E questa è la terza annotazione.

Una quarta: Iaio è l’unico personaggio, gli altri sono sue proiezioni. Ma qui troviamo una qualche – remota – somiglianza con la Coscienza di Zeno. Tra l’autore e la Torino del testo c’è Iaio che filtra ambienti ed eventi. E alcune epifanie distruttive, come lo straripamento delle acque che trascinano tutto con sé, che il protagonista vive, sembrano evocare lo sprofondamento della società nell’abisso dell’indifferenziazione. Ci sono passi  che presentano segni particolarmente significativi dell’indifferenziazione caotica che è il terrore di ogni gruppo umano organizzato: le cameriere che portano tutte i capelli allo stesso modo e gli stessi tatuaggi sul fondo schiena, le ragazzine che tutte sono disposte a fare sesso per una riga di coca, la massa dei discotecari, le orge sessuali in cui tutti portano una parrucca colorata che li rende indistinguibili… Se c’è questo, le vittime sacrificali non possono mancare, e in effetti ci sono.

The Invisible Dragon

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Come Americani, noi siamo cittadini di una democrazia ampia, secolare e commerciale: senza sosta siamo portati innnanzi sulla corrente del mutamento storico e continuamente siamo spinti a lato dalle esigenze dei sogni e del commercio. Noi siamo privi degli elementi comuni interiorizzati della razza, della cultura, del linguaggio, della regione e della religione che tradizionalmente definiscono i “popoli”. Come tali, noi siamo creature sociali gravate del compito di inventarsi le condizioni della loro stessa socialità a partire dalla fragile risorsa dei loro piaceri privati e desideri segreti. Così, mancando dei termini per la comunicazione, noi ci correliamo.
Ci raduniamo intorno ad icone del mondo della moda, dello sport, delle arti e dell’intrattenimento come intorno ad un focolare. E intorno a questi oggetti attraenti tracciamo infinite linee di transito. Ci organizziamo in comunità di desiderio non-esclusive, entro le quali rimaniamo o da cui usciamo seguendo i capricci della passione o il clima dei tempi. Questo modello di organizzazione sociale del tipo “carta meteorologica”  potrebbe essere interpretato come affascinante o sconvolgente, ma non può essere negata la sua efficacia, né la sua pertinenza, né la sua origine.

Dave Hickey, The Invisible Dragon. Essays on Beauty (revised and expanded), The University of Chicago Press, 2009,  pp. 74-75.

Rileggo Simone Weil 59

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Mito dell’uomo rotondo, che si muoveva roteando, e che è stato tagliato in due e costretto a camminare eretto per effetto del peccato originale d’orgoglio. L’amore è il bisogno di uscire da ciò che gli Indù chiamano stato di dualità, la separazione tra il soggetto e l’oggetto; di imitare la Trinità in cui amato e amante sono una cosa sola, in cui l’amante. mediante il medesimo atto,   crea, conosce e ama l’amato che è lui stesso. Continua a leggere

African Inferno

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 Una colossale bevuta in compagnia dell’amico congolese artista e seduttore, con conseguente sbornia e notte di sesso con due fanciulle abbordate al bar, provoca la rottura del matrimonio di Sandro, il protagonista di African Inferno di Piersandro Pallavicini (Feltrinelli 2009). La moglie del protagonista e voce narrante, figlia del migliore avvocato di Pavia, non ne vuol  più sapere di lui, che l’ama tuttavia, come ama perdutamente la figlia treenne. Una sbandata irresponsabile gli ha distrutto la vita, e non c’è scampo: le sue fortune sono finite, come dimostra la perdita della lussuosa Bentley pagata dal suocero e il passaggio ad una mini scassata. Finisce per vivere in un appartamento condiviso con due africani, uno evanescente, Modestin, l’altro assai presente e attivo, ma in parte anche lui misterioso, Richard. Quello che appare evidente in tutto il corso della vicenda è il fatto che Sandro è dominato da un impulso di totale benevolenza, di assoluta accondiscendenza nei confronti degli africani, in quanto tali. Può essere che in lui, da giovane militante di sinistra vicino ai Centri Sociali, ciò sia un frutto dell’incosciente senso di colpa bianco nei confronti dei neri immigrati. Che tra l’altro, ci dice questo romanzo, non sono genericamente africani. Sono, ad esempio, camerunesi come Richard o congolesi come Joyce. E camerunesi e congolesi non si amano, preda anch’essi come tutti gli umani di stereotipi culturali e pregiudizi.
African Inferno è un romanzo interessante per i suoi contenuti, per la sua antropologia. Non certo per la forma o la scrittura, che sono di medio livello, possiamo dire, e seguono le leggi non scritte del romanzo italiano di questi anni (narrazione in prima persona, ahimè,  e alternanza temporale, con scene collocate a turno in due anni differenti, particolari inutili – come la descrizione dell’attacco di diarrea del protagonista in questura). Ciò che rende tuttavia interessante questo romanzo è l’abbandono della convenzione narrativa e filmica italiana dell’immigrato buono in quanto tale. Qui ci sono persone brutte e moralmente ripugnanti tanto tra gli africani quanto tra gli italici. Anzi, in fondo vi è un realismo antropologico che inclina semmai verso il pessimismo. L’amico Richard, ad esempio, per cui Sandro sarebbe disposto a dare il sangue, si rivela un pessimo soggetto: la irresistibile tendenza del protagonista a giustificare gli africani in ogni situazione, a comprenderli nel senso di addossarsi, quasi maternamente, ogni loro fallo, è però, a ben guardare, un errore speculare, anche se umanamente ben più perdonabile, rispetto al razzismo di tanti italiani che vediamo nel romanzo. In fondo, è un modo anche questo per non porre il nero sullo stesso piano del bianco. Pallavicini mostra invece che neri e bianchi sono umani allo stesso modo, ovvero pronti al rifiuto dell’altro (anche quando ha lo stesso colore della pelle), e all’affermazione della propria superiorità. Ad esempio il luogo comune della superiorità sessuale dei neri, largamente diffuso tra le loro file, unito ad una misoginia altrettanto diffusa, porta molti africani a pensare che se una nera ama un bianco lo faccia solo per i suoi soldi, visto che i bianchetti sessualmente non valgono nulla: ergo quella ragazza nera è una puttana. Come si vede, presso ogni razza ed etnia i pregiudizi regnano sovrani.
Penso che vi siano limiti artistici (il lieto fine di amore inter-razziale mi sembra un po’ forzato, anche se la ventenne venere africana ben tornita esprime bene anche la reale tendenza erotica del protagonista, il suo desiderio nascosto, che ad un’analisi attenta potrebbe anche confermarsi pregno di pregiudizio analogo a quello africano di cui sopra). Ma nostante questi limiti il romanzo di Pallavicini mi pare un buon segno di vitalità e forza conoscitiva del romanzo italiano contemporaneo.

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La chiarezza enigmatica

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Conversazione su Giuseppe Pontiggia è il sottotitolo de La chiarezza enigmatica, un bel libretto di Roberto Michilli e Simone Gambacorta (Galaad Edizioni, 2009). Attraverso una serie di domande e risposte (le prime di Gambacorta), vi viene delineato un bel ritratto del grande scrittore scomparso nel 2003, un ritratto umano e letterario, nel quale umanità e scrittura si manifestano intrecciate, come inevitabilmente deve accadere  in un autore moralista come Pontiggia. E io qui uso il termine nella sua vera accezione, non in quella italiota.
Gambacorta è un intervistatore abile e non invadente, che consente a Michilli di svelare il suo debito umano e artistico nei confronti di Pontiggia, finendo per illuminare due scrittori, il maestro e l’allievo. Nel corso della conversazione emergono alcune delle questioni fondamentali della letteratura contemporanea, da quella dello stile a quella del rapporto tra scrittore e mondo letterario-editoriale. A me interessa particolarmente quella del rapporto tra scrittura e verità.

Come Pontiggia ribadisce nel saggio su Daumal, l’uso di un linguaggio corrente per esprimere verità lontane rispetto ai luoghi comuni è il compito principale della narrativa contemporanea. (p. 35)

Michilli ricorda che Pontiggia gli disse che scrivere è anche “fare appello alle proprie risorse etiche”. E alla domanda di chiarimento da parte di Gambacorta risponde:

Nel senso che la voce di uno scrittore, cioè quello che lui scrive sulla pagina, deve essere filtrata e convalidata da quei criteri di verità che hanno dimora nella sua esperienza di uomo. Quindi bisogna essere responsabili del linguaggio che si adopera, riconoscersi in quel linguaggio. Scrivere in modo responsabile significa sforzarsi di non essere acquiescenti e passivi ed evitare che, per imitazione o per suggestione dei modelli, si finisca per usare parole che non corrispondono a quello che noi vogliamo dire, alla nostra esperienza, al nostro mondo. È necessaria pertanto un’attenzione scrupolosa a quello che si fa, e una continua riflessione su quello che s’è scritto. Si scrive per scoprire un linguaggio nel quale riconoscersi; si scopre di avere un mondo da esprimere, e lo si scopre attraverso la costruzione del proprio linguaggio. (p. 36)

Infine questo libro, come per lo più accade in questi casi, è insieme un libro sul maestro Pontiggia e sull’allievo Michilli. Entrambi vedono l’atto dello scrivere narrativa come un atto essenzialmente e prima di tutto etico-conoscitivo. Da ciò la responsabilità dello scrittore. Se guardo il panorama della letteratura italiana contemporanea, in cui predominano una stilistica approssimativa e contenuti narrativi vieti e ritriti, mi vien da pensare che quella delineata in questo libretto sia una posizione di stretta minoranza.

Disputa su Dio

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Ho scritto diffusamente sull’ultimo saggio di Vito Mancuso qui. Disputa su Dio e dintorni (Mondadori 2009), un libro scritto con Corrado Augias, non presenta sviluppi significativi delle idee di Mancuso, e si offre come un cortese, anche se a volte serrato, confronto, evidentemente costituito da scritti che i due autori si sono scambiati via mail. Parlo delle idee di Mancuso, perché sono le uniche a presentare ai miei occhi motivo di interesse, dato che quelle di Augias, che peraltro non è filosofo ma giornalista e divulgatore, si riducono al solito repertorio corrente degli scientisti e dei laici. Il che non significa affatto che io non condivida talune delle critiche mosse da Augias alla religione e alla Chiesa, ma che le trovo prive di fondamento autocritico, non sufficientemente rigorose. Ad esempio, per tutte le sue pagine, Augias sostiene che la funzione della religione sia consolatoria, quindi mirante a pacificare le anime, e quindi che i religiosi siano interiormente tranquilli a differenza dei laici inquieti; ma nello stesso tempo ripete che la religione esercita la sua funzione di dominio terrorizzando gli umani con l’idea dell’inferno e della dannazione. Augias non si accorge nemmeno del problema che qui gli si porrebbe. Che la religione non soltanto non abbia affatto questa funzione pacificatrice, quella di un prolungamento dell’infanzia che chiede di essere rassicurata, è evidente a chiunque conosca davvero la storia delle religioni. Rassicuranti gli Inferi antichi, con gli umani ridotti ad ombre, o lo Sheol ebraico, o la “Terra senza ritorno” sumerica? Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 58

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La scienza e l’arte hanno un solo e medesimo oggetto, provare la realtà del Verbo ordinatore. La scienza è rispetto al Λóγος ciò che l’arte è rispetto a Eρως orfico, ma Λóγος ed Eρως sono uno. (III, 120-121).

Qui mi sembra contenuta in nuce tutta la teo-filosofia di Vito Mancuso. Continua a leggere