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A volte mentre vado solo al sole
e gli aspetti del mondo accolgo e il cuore
quasi m’opprime l’amorosa ressa,
ombra il sole ecco farsi e l’ombra, gelo. Continua a leggere
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A volte mentre vado solo al sole
e gli aspetti del mondo accolgo e il cuore
quasi m’opprime l’amorosa ressa,
ombra il sole ecco farsi e l’ombra, gelo. Continua a leggere
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L’ultimo racconto è di 70 pagine, ed è quasi un romanzetto, molto più lungo degli altri 14 che compongono le 300 pagine di Hotel Allah, la raccolta di Giorgio Gigliotti pubblicata dalla Coniglio Editore nel 2008 con la prefazione di Khaled Fouad Allam. Quest’ultimo racconto s’intitola Il mondo di Uqbar, ed ha una chiara ascendenza borgesiana: un esercizio di abilità letteraria che si apprezza rimanendo sempre sul filo dell’incertezza: quanto sul serio prendere le sue esercitazioni stilistico-metafisiche? Continua a leggere
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Taci, anima stanca di godere
e di soffrire – all’uno, all’altro vai
rassegnata –
Ascolto e mi giunge una tua voce.
Non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di rivolta
e neppure di tedio. Continua a leggere

La diciottesima notte dopo capodanno—il ventiquattresimo giorno dell’assedio di Budapest—, una giovane donna decise di abbandonare il rifugio in un grande edificio accerchiato nel cuore della città, di attraversare la strada trasformata in campo di battaglia e di raggiungere, in ogni modo e a qualsiasi costo, l’uomo che quattro settimane prima era stato murato, insieme a cinque compagni, in un angusto scantinato dell’edificio di fronte. Quell’uomo era suo padre, e la polizia politica si ostinava, pur nel culmine del caos e dello sfacelo, a cercarlo con un zelante e puntiglioso accanimento.
Quello di Liberazione di Sandor Marai (Szabadulás, 1945, trad. it. di L. Sgarioto, Adelphi 2008) è un incipit in cui è contenuto un romanzo intero, uno di quegli incipit che promettono una lettura forte. Scritto nei mesi immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando il destino dell’Ungheria si stava delineando agli occhi attoniti dei suoi figli, Liberazione racconta il momento in cui su Budapest passa il fronte tedesco-sovietico, e per molti giorni i suoi abitanti vivono nel sottosuolo, mentre sulle loro teste si combatte di casa in casa.
La protagonista assoluta è una giovane donna, Erzsébet Sós secondo i suoi documenti falsi, un personaggio femminile disegnato con grande finezza, minutamente ombreggiato, per così dire, e rappresentato in tutte le sue tensioni emotive e intellettuali. Lei attende l’arrivo dei sovietici come portatori della fine della guerra, passa gli ultimi giorni dell’assedio in un grande locale sotterraneo, assieme ad una folla di rifugiati, tra incursioni dei tedeschi e delle “croci frecciate” ungheresi, finché, rimasta sola in compagnia di un paralitico, incontra un giovane ed elegante soldato dell’Armata Rossa. Il primo “liberatore”. Il disperato tentativo di dialogo con lui finisce in una violenza sessuale. Ma questa violenza e le sue conseguenze sono rappresentate in modo molto complesso, perché complesso è l’animo della ragazza, nel quale su tutto domina la pietà, anche quella nei confronti del giovane siberiano, che uscita all’aperto troverà ucciso da una pallottola in testa.
Le tragedie del Novecento, l’abisso nichilistico sotteso alle ideologie rumoreggianti, le pulsioni elementari degli umani e il mistero del loro comporsi nella guerra e del loro sfociare nella trascendenza: in questo romanzo compatto e lineare tutto è trattato con equilibrio quasi miracoloso. Lo ritengo un capolavoro.
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Oggi si leggono romanzi a milioni, si vedono film a centinaia, si guardano fotografie o si scrutano “documenti” a migliaia, e il risultato è che il pubblico è invaso e sommerso dalle immagini eteroclite di una “realtà” di cui non è più possibile sapere che cosa sia né che cosa significhi; tanto è vero che si finisce col dovervi appendere dei cartelli indicativi o dei commenti ideologici più o meno banali e più o meno improvvisati. Della società cui egli si rivolgeva con la sua narrazione, invece, il romanziere dell’Ottocento supponeva non soltanto che essa fosse disposta ad ascoltare senza pregiudizi il suo racconto, ma una vera e propria comunità di esperienze e di aspirazioni. Stendhal diceva che i suoi romanzi aspettavano il lettore del 1935; e anche se l’osservazione non fosse sardonica, sarebbe pur sempre per una “società” di happy few che egli avrebbe scritto; ma in realtà quello che glieli faceva scrivere, quei romanzi, era la fiducia nei pochi con cui egli si sentiva in comunità di spirito già nel 1830 e, ancora più sicuramente, lo stato degli animi e delle fortune nella società post-napoleonica. Continua a leggere
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“Questo gli Dei causarono, e ordirono sventura agli uomini / perché ci fosse per le genti avvenire materia di canto” dice Alcinoo in Omero a tutto commento del racconto di Ulisse.
Non che la parola – il canto – sia il solo modo di esprimere la realtà qual è veramente vissuta. Ma le forme d’espressione non verbali, dal gesto alle istituzioni e ai costumi (ethos) di una società, fino agli edifici, alle pitture e alla musica, sono certo sottese e sostenute dall’impulso della parola, che è impulso di scelta, di ordine e di comunicazione: logica. Continua a leggere
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“Per quanto cammini, i confini dell’anima non li puoi trovare” dice Eraclito.
Siccome è escluso che Eraclito concepisse l’anima come un luogo di complicazioni “psicologiche”, noi possiamo forse commentare le sue parole dicendo: “Non puoi trovare nell’anima altro che l’anima, non certo mai lo scontro con i limiti di una cosiddetta realtà, giacché a ogni moto dell’anima corrisponde precisamente un allontanarsi di tali limiti”. Nei pensieri non si trova mai altro che la necessità del loro concatenarsi, nei sentimenti il modo del loro associarsi e variare, nelle passioni altro che la natura del loro impeto. Continua a leggere

La fede (quando si tratta di un’interpretazione soprannaturale del naturale) è una congettura per analogia fondata sulle esperienze soprannaturali. Così coloro che posseggono il privilegio della contemplazione mistica, avendo sperimentato la misericordia di Dio, e sapendo di avere questa esperienza in comune con altri, suppongono che, poiché Dio è misericordia, il mondo creato è opera di misericordia – πίστις, credenza. Ma quanto a constatare direttamente questa misericordia nella natura, bisogna rendersi ciechi, sordi, empi per credere che sia possibile. Anche gli Ebrei e i Musulmani, che vogliono trovare nella natura le prove della misericordia divina, sono spietati. E spesso anche i cristiani.
Per questo la mistica è l’unica fonte della virtù di umanità. Perché non credere che dietro il sipario del mondo vi sia una misericordia infinita, o credere che questa misericordia sia davanti al sipario, l’uno e l’altro rendono crudeli. (III, 117-118) Continua a leggere

È un romanzo-saggio Tutto scorre… di Vasilij Grossman (1963, trad. it. di G. Venturi, Adelphi 1987). La storia di un anziano prigioniero politico che alla morte di Stalin torna alla vita civile dopo 27 anni di gulag serve a rivelare la natura dello stato sovietico e la condizione della Russia, sempre priva di ciò che per gli esseri umani è la cosa più importante, la libertà. Sono poco più di duecento pagine, ma di che densità e problematicità! Bellissimo il ritratto delle molte facce di Lenin, tragica la descrizione della persecuzione dei contadini e della morte per fame imposta agli Ucraini. Il tutto sospeso tra il ricordo infantile delle terre del sud dove il protagonista ragazzo, vagando tra boschi e radure, scorgeva le tracce lasciate dalla popolazione che abitava quei luoghi un secolo prima, i Circassi annientati dalla colonizzazione russa dell’Ottocento, e la contemplazione dei luoghi ove si è abbattuto il furore dello Stato comunista, dove non è rimasto niente.
Tutto passa, il senso del titolo è quello di un tragico divenire, ove nessuno dei colpevoli di crimini orrendi è veramente inchiodato alle proprie tremende responsabilità per le inumane violenze, per la distruzione colpevole nessuno è chiamato a pagare. Non c’è una compensazione: il protagonista che infine ritrova anche la casa della sua infanzia ridotta ad un cumulo di macerie, rimane però intimamente libero, è rimasto un essere umano.
E improvvisamente, il cinque marzo, Stalin morì. Quella morte venne a intrufolarsi nel gigantesco sistema di entusiasmo meccanizzato, d’ira e d’amore popolare, stabiliti su ordine del comitato di rione. Stalin morì senza che ciò fosse pianificato, senza istruzione degli organi direttivi. Morì senza l’ordine personale dello stesso compagno Stalin. Quella libertà, quella autonomia della morte conteneva qualcosa di esplosivo che contraddiceva la più recondita essenza dello Stato. Lo sconcerto invase le menti e i cuori. (p. 33)
È chiaro che l’essenza divina, infallibile, dello Stato immortale non solo opprimeva l’uomo, ma lo difendeva anche, lo consolava della sua debolezza, ne scusava la nullità; lo Stato assumeva sulle sue ferree spalle tutto il peso della responsabilità, liberava gli uomini dalla chimera della coscienza. (p. 36)
Quante cose aveva visto la Russia nei mille anni della sua storia. Negli anni sovietici poi, aveva veduto formidabili vittorie militari, grandiosi cantieri, nuove città, dighe che sbarravano il corso del Dnepr e della Volga, un canale che univa i mari, e possenti trattori, e grattacieli… Una sola cosa la Russia non aveva visto in mille anni: la libertà. (p. 59)
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«Il sacrificio è la forma più antica della pratica religiosa» . Da questo fatto si è cercato di dedurre l’esistenza di una sorta di «monoteismo primordiale», una rivelazione originaria dell’idea di Dio. Ma nella ripartizione «prometeica» e nel fascino orrendo per il sangue versato si manifesta qualcosa di meno edificante. Sarebbe forse consigliabile rinunciare del tutto a qualsiasi tentativo di spiegazione, dal momento che siamo chiaramente ricondotti in pieno Paleolitico. Non potremo mai disporre di testimonianze dirette sulle credenze religiose di questa epoca. Continua a leggere