Nelle tempeste d’acciaio

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 temp.jpgAnni di guerra in trincea nel 73° reggimento di fucilieri d’assalto Gibraltar, tutte le terrificanti battaglie del Fronte Occidentale, una infinità di bombardamenti, spesso con i gas asfissianti, innumerevoli attacchi e azioni di pattuglia sotto le posizioni nemiche, molte ferite, la morte evitata per un soffio in molte occasioni: il racconto delle esperienze dell’alfiere e poi tenente Ernst Jünger ci conduce alle soglie dell’indicibile. Ai confini dell’impossibilità di giudicare. Nelle tempeste d’acciaio (In Stahlgewittern, prima ed. 1920, trad. it. dell’ed. 1978 di G. Zampaglione, Guanda, Parma 2000) è un libro in grado di spiazzare qualsiasi lettore. Saltano le categorie politiche e morali, in un certo senso siamo proiettati dentro uno sconvolgente epos fatalistico, in cui la guerra è, puramente e semplicemente è: trascende il singolo, collocandolo in un mondo altro, un mondo in cui la sua unica possibilità di scelta sta nell’accettazione o nel rifiuto del coraggio…

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La strada

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La chiave di lettura dell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, The Road (Vintage Books, New York 2006), ci è data alla fine. Nell’ultimo paragrafo. Poiché questo è un libro sulla bellezza del mondo, e la bellezza per McCarthy si dà solo nella perdita, si rivela solo nella contemplazione di ciò che non è più. Come i salmerini nelle acque cristalline.

Once there were brook trout in the streams in the mountains. You could see them standing in the amber current where the white edges of their fins wimpled softly in the flow. They smelled of moss in your hand. Polished and muscular and torsional. On their backs were vermiculate patterns that were maps of the world in its becoming. Maps and mazes. Of a thing which could not be put back. Not be made right again. In the deep glens where they lived all things were older than man and they…

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Il velo di Draupadi

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drau.jpgIl velo di Draupadi (Le voile de Draupadi, 1993, trad. it. di M. Ferrara, Edizioni Lavoro, Roma 2004) di Ananda Devi è un romanzo che tiene fede al suo titolo. Sebbene sia scritto da un’autrice mauriziana di oggi (fatte salve le differenze, la Mauritius della Devi non può non ricordare la Trinidad di Naipaul: due isole con popolazione mista e molti Indiani immigrati da poche generazioni ), e in francese, esso ha un tema che non mi pare realmente colto dai pochi commenti cui ho potuto accedere, compresa la prefazione di Marie-José Hoyet: la questione del sacrificio della donna, inteso anzitutto nel suo senso più immediato e letterale.
Il riferimento al Mahabharata, di cui Draupadi è la principale figura femminile, è anche il riferimento all’intera cultura indù, cui appartiene la pratica del rogo della vedova, il sāti. La storia è qui quella di Anjali, una donna…

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La bestia umana

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L’imminente caduta del Secondo Impero riverbera una luce sanguinosa sui personaggi de La bestia umana (La Bête humaine, 1890, trad. it. di L. Collodi, Newton Compton, Roma 2003). Insieme al loro desiderio scatenato (sessuale anzitutto, e anche di denaro, di felicità e autoaffermazione – la chimera, lo sfuggente frutto che per tanti rami va perseguendo la fame dei mortali) è posta qui in scena la Modernità travolgente, travolta e sanguinante. Il suo segno è la ferrovia, il treno che passa come una folata di vento, portando con sé centinaia di persone, folla i cui volti appaiono per un attimo al casellante che vive isolato, uomini e donne trascinati nel gorgo della vita. E il treno si muove, è la macchina semovente, che annulla le distanze, che per la prima volta nella storia sembra rendere insignificante ciò che separa gli umani, lo spazio. Jacques Lantier il macchinista e la sua…

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La notte bianca dell’amore

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herli.jpgGustaw Herling, La notte bianca dell’amore (biała noc miłości, 1999), a cura di Marta Herling, L’ancora del mediterraneo, Napoli 2004. Dostoevskji , Čechov e e Pirandello sono gli ispiratori dell’unico (breve e tardo) romanzo di Herling.
Si tratta di una narrazione densissima, in cui sono conflate in uno quasi tutte le tematiche fondamentali della Modernità e Postmodernità: dall’impossibilità dell’amore di coppia, che insieme rappresenta l’orizzonte ultimo di senso dell’uomo occidentale, all’assoluta relatività di tutti i significati; dalla teatralità (il protagonista Luca è un uomo di teatro, e il sottotitolo è romanzo teatrale) come ri-presentazione della vita al testo come fonte insieme sacra e manipolabile; dalla visione fisica a quella mentale (il protagonista diventa cieco in tarda età); dal senso di colpa (forse l’amata Ursula è la sorellastra, forse per lei Luca ragazzo ha lasciato morire affogato il rivale) alla fuga dalla realtà nel sogno; dal viaggio (a…

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Religione e scienza

sweReligione è un termine molto ampio, con cui spesso si intendono realtà sociali, personali e spirituali molto distanti tra loro.  Nel libro di Brendan Sweetman Religione e scienza. Un’introduzione (Religion and Science. An Introduction, 2010, trad. it. di A. Aguti, Queriniana 2014) forse è chiaro cosa l’autore intenda per scienza, ma un po’ meno lo statuto della religione, che mi pare un po’ ondeggiante, e non privo di approssimazioni, anche se sicuramente confinato al solo Cristianesimo.
La posizione di Sweetman, che ha come sfondo la situazione nordamericana in cui si scontrano scientismo radicale e fondamentalismo religioso con un accanimento ignoto agli Europei odierni, è conciliante e favorevole ad un dialogo aperto, basato però su una idea di auto-comprensione dello scienziato che forse è oggi minoritaria: «Gli scienziati possono proporre spiegazioni empiriche, mostrarci come raggiungere un risultato, darci fatti e dati, ma non possono in quanto scienziati offrire giudizi di valore basati sul loro lavoro, dirci se i risultati di esso siano moralmente buoni o cattivi e mostrarne le implicazioni etiche per la specie umana» (p. 12) La scienza secondo l’autore dovrebbe fondarsi su un naturalismo metodologico, mentre sovente gli scienziati debordano, sconfinando nel naturalismo metafisico, che non è scienza, ma una visione del mondo. Questa posizione la condivido, mentre trovo difficilmente sostenibile l’idea della realtà cosmica come ordine, ordine intrinsecamente buono, tradizionale nella metafisica cattolica, ma che non dà conto degli evidenti elementi di disordine e radicale sofferenza intrinseci alla natura e ai rapporti tra le specie. Sweetman infine sviluppa una vera apologia della posizione cattolica, interessante, ma non convincente in tutti i passaggi. Alcuni punti sono molto stimolanti e richiedono approfondimento. Come quando Sweetman dice che «… gli scienziati devono essere consapevoli dei pregiudizi naturalistici o secolaristici che stanno dietro a molte delle loro discipline, prendere le misure e superarli, esattamente come farebbero con i pregiudizi religiosi» (p. 252)

Un’area di tenebra

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V.S. Naipaul pubblicò Un’area di tenebra (An Area of Darkness) nel 1964. La prima edizione Adelphi, con la traduzione di F.Salvatorelli, è del 1999. Lo spazio di tempo è notevole, ma si può capire. Il centro concettuale del libro è rappresentato dal defecare umano, che in India avviene tradizionalmente all’aperto, in ogni dove. Questa defecazione senza legge e misura, ma nello stesso tempo invisibile, su cui Naipaul insiste a più riprese, è indice di un ritardo culturale forse incolmabile del Paese dell’Anima, dove molti occidentali vanno a cercare il senso della propria vita, trovandolo in una tradizione immobile e immobilizzante.

«Un concetto orientale della dignità e della funzione, fondato sull’agire simbolico: questo il pragmatismo corrotto e pericoloso della casta. Abito simbolico, cibo simbolico, culto simbolico: l’India è esperta di simboli e di inazione. L’inazione nasce dalla funzione proclamata, la funzione dalla casta. L’intoccabilità non è l’effetto più importante del sistema: solo un concetto occidentale della dignità l’ha resa tale. Ma al cuore del sistema c’è la degradazione del pulitore di latrine, e quel noncurante defecare su una veranda osservato da Gandhi nel 1901.
“Non appena caduta l’intoccabilità, il sistema castale sarà purficato”. Sembra un esempio di ambivalenza gandhiana e indiana. Si potrebbe anche interpretare la frase come un riconoscimento dell’inevitabilità della casta. Ma è un giudizio rivoluzionario. La riforma agraria non convince il bramino di poter mettere mano all’aratro senza disonorarsi. Assegnare premi ai bambini per atti di coraggio non elimina l’idea che è imperdonabile rischiare la propria vita per salvarne un’altra. Riservare impieghi pubblici agli intoccabili non aiuta nessuno. È un attribuire responsabilità a persone non qualificate; e la situazione dei funzionari intoccabili, sempre preceduti da questa nomea, è intollerabile. È il sistema che va rigenerato, la mentalità di casta che va distrutta. Così Gandhi batte e ribatte sugli stessi punti, la sporcizia e gli escrementi dell’India, la dignità del pulire latrine, lo spirito di servizio, il lavoro fisico. Visto dall’Occidente il suo messaggio appare limitato e bizzarro; ma è solo che a una partecipe visione coloniale dell’India egli applica elementari criteri occidentali.
Dall’India Gandhi fu distrutto. Diventò un “mahatma”. Andava venerato per ciò che egli era; il suo messaggio era irrilevante. Gandhi eccitò l'”informe spiritualità” dell’India; risvegliò tutta la passione indiana per l’autoumiliazione al cospetto del virtuoso, autoumiliazione che il Kāmasūtra avrebbe approvato, in quanto favorisce le sorti oltremondane di un uomo, non lo induce a lunghe e difficili fatiche, ed è nel contempo gradevole. L’azione simbolica era la maledizione dell’India. Pure, Gandhi era abbastanza indiano per aver commercio con i simboli. Così, la pulitura delle latrine diventò un rito occasionale, virtuoso perché sancito dalla grande anima; la degradazione del pulitore di latrine continuò. L’arcolaio, il filatoio a mano, non conferì dignità al lavoro manuale; fu soltanto assorbito nel grande simbolismo indiano, e il suo significato rapidamente svanì. Gandhi rimane un tragico paradosso. Il nazionalismo indiano si sviluppò dal revivalismo indù; questo revivalismo, da lui ampiamente promosso, rese certo il suo definitivo fallimento. Gandhi fu politicamente vittorioso perché era venerato; fallì perché era venerato. Il suo fallimento è lì, nei suoi scritti: egli è ancora la guida migliore all’India. È come se in Inghilterra Florence Nightingale fosse diventata una santa, con dappertutto statue in suo onore, il suo nome su tutte le labbra; e gli ospedali fossero rimasti come lei li aveva descritti.
Il fallimento di Gandhi è più profondo. Perché nulla scuote tanto l’indiano in modo da renderlo più saldamente statico, nulla lo istupidisce e lo spoglia della sua grazia abituale, quanto il possesso di un sant’uomo.» (p. 96-97).

Lo stendardo

Lo stendardcopo (Die Standarte 1934, trad. it. di E. Dell’Anna Ciancia, Adelphi, 2014) è un romanzo di Alexander Lernet-Holenia, in cui una storia d’amore romantica fin nel ruolo sociale dei protagonisti (un alfiere, una giovane donna di corte) è incastonata nel crollo del fronte balcanico del novembre 1918 e nel disfacimento dell’Impero Austro-Ungarico. C’è un artificio classico: quello del narratore che si imbatte in un personaggio (qui l’alfiere Menis) il quale finisce per narrare la propria storia. La storia di Menis, narrata 10 anni dopo gli eventi, è quella del suo amore, nato miracolosamente a Belgrado nel caos dei giorni finali del conflitto, e dello stendardo del suo reggimento di cavalleria, l’insegna in cui sembra coagularsi e terminare la storia stessa dell’Impero. La scena culminante del romanzo è quella dell’ammuntinamento dei reggimenti sul Danubio, quando le varie nazionalità si separano, e ognuno vuole tornare a casa: Ruteni, Rumeni, Cechi, Slovacchi, Italiani, Polacchi non intendono più combattere e morire per un Impero che non sentono più come un valore supremo. E sul reggimento dell’alfiere Menis, che si rifiuta di muovere, un altro reggimento composto solo di tedeschi, l’unico ligio agli ordini, apre il fuoco. Così lo stendardo si trova in una situazione assurda, degna di rappresentare la Finis Austriae nel modo più coerente: «Lo stendardo schioccava in quell’uragano di piombo, e per un attimo ebbi l’impressione che non fosse Lott a porgermelo ma Hackenberg. Infatti i visi di entrambi scomparvero nello stesso momento: avevo appena afferrato l’asta rivestita di velluto, quando un colpo fece cadere da cavallo il caporale. Ma io quasi non me ne resi conto. Ora tenevo lo stendardo. Intorno a me le vite umane si disperdevano come pula al vento, ma io tenevo lo stendardo. Intorno a me c’era l’inferno, ma io tenevo lo stendardo. E tosto compresi che fin dal primo momento in cui l’avevo visto ero stato sicuro che sarebbe toccato a me. Lo ricevevo nello stesso istante in cui il reggimento, di cui esso era simbolo, aveva cessato di esistere, ma io tenevo in pugno lo stendardo!»
Storia di un tempo altro, di sentimenti tramontati da lungo tempo: quali sono i suoi elementi di interesse? Perché indubbiamente il lettore è preso dalla narrazione, anche se è molto lontano dal rimpianto di passati imperi, di antichi usi militari, di ulani, ussari e dragoni, e se vede la guerra mondiale come un assurdo macello. L’interesse è dato dal fascino  che promana dai momenti di crisi e di sfacelo. E il tramonto dell’Europa orientale asburgica nel 1918 continua a sussurrare alle orecchie degli Europei di oggi. E, del resto, anche oggi la scommessa della felicità personale su uno sfondo cupo, come quella di Resa Lang e dell’alfiere Menis, rimane un elemento della realtà, un elemento della vita possibile. Mentre in tutto l’Occidente si manifesta, abissale, l’assenza di uno Stendardo paragonabile a quello che l’alfiere di Lernet-Holenia cerca disperatamente di conservare.

I paesi lontani

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I paesi lontani di Julien Green (tradotto da F.Bruno per Longanesi, Milano 1988) sono il primo romanzo di una trilogia. Nella Trilogia del Sud (I paesi lontani, Le stelle del Sud, Il canto del Sud, tutti editi in Italia da Longanesi) c’è un gran numero di personaggi. In verità, i tre libri costituiscono un romanzo solo, di più di milleseicento pagine. In esso Green, i cui genitori vennero in Francia nell’anno suo di nascita 1900 provenendo da Savannah, narra una sua saga familiare, che si svolge tra il 1850 e il 1963. I personaggi sono moltissimi, quelli umani dico, ma ce n’è uno che umano non è, e però è pur un personaggio, e fondamentale: il laudano.
Questa bevanda ottocentesca, questa medicina psicagogica-ipnotica-antidolorifica, è ampiamente consumata dalle donne. Sono le donne dell’aristocrazia inglese trapiantata in Virginia e Georgia che ne fanno grande uso. Bevono il laudano…

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Il generale dell’armata morta

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kad.jpgIl generale dell’armata morta di Ismail Kadaré (Le général de l’armée morte, 1970, trad. it. di A. Donaudy, Corbaccio, Milano 2004). Bisognerebbe coniare la categoria di romanzo di esumazione, per poter collocare questo romanzo di Kadaré in un sottogenere adeguato.
La storia narrata è quella di un generale italiano, che in compagnia di un prete che ben conosce gli Albanesi e i loro costumi (e che di cristiano sembra avere ben poco, e pare un semplice funzionario), a vent’anni dalla fine dell’ultima guerra trascorre molti difficili mesi nel paese delle aquile, per recuperare e poi riportare in Italia i corpi di migliaia di caduti. Non è un compito facile, e la popolazione non è amichevole. La storia è quanto mai desolata e lascia nel lettore un profondo senso di vuoto e di estraneità. Il personaggio del generale non è simpatico, è un uomo rigido e ligio al…

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