Scuola e non scuola 23

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana e postgelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte.

23 dicembre 2004 A.D.

DELFI. Aprire Delfi? Far sì che almeno una parte degli studenti delle ultime generazioni abbia accesso al mondo della cultura alta, e non sia relegata in sub-culture più o meno impermeabili tra loro, tutte assoggettate agli idola fori della società mediatizzata e bloccata in cui viviamo? Una missione quasi impossibile, in cui oggi non crede quasi nessuno, a cominciare dai sommi gradi. Soprattutto se ne vengono incaricati i professori. Centinaia di migliaia di persone, questi, una massa, in grande maggioranza donne: persone per la maggior parte smarrite, depresse, senza prospettive al di fuori di un’agognata pensione che appare insufficiente, insicura, inadeguata (tre i molto più reali di quelle morattian-berlusconiane tanto sbandierate un tempo, e oggi cadute nell’oblio), e purtroppo spesso anche lontana nel tempo. Il dislivello tra la retorica degli apparati e la realtà cruda della vita scolastica è diventato così grande da presentarsi oggi come vicino alla condizione di assolutezza. Penso che ciò dipenda in larga parte dall’asfissia intellettuale che ha colpito le classi dirigenti, in Italia forse in forma più grave rispetto al resto dell’Occidente. Sarebbe pudico della scuola tacere, e pensare, ed invece se ne parla, e non si pensa, mentre essa sta crollando, insieme all’università. L’enorme quantità di discorsi e discorsetti, un chiacchiericcio che si diffonde dovunque, copre l’immenso silenzio delle idee, il loro abissale nulla.

Nell’ultimo libro di George Steiner pubblicato in Italia, La lezione dei maestri (Lessons of the Masters, trad.i it. di F. Santovetti e S. Velotti, Garzanti, Milano 2004), si coglie il dramma di un passaggio epocale che per la prima volta pone in questione il fondamento della trasmissione del sapere nel rapporto diretto, nel vivente faccia a faccia tra maestro ed allievo. Perché, come scrisse Yĕhūdāh ha-Lēwī ne Il re dei Khàzari (Kūzārī, 1140 circa, trad. it. E. Piattelli, Boringhieri, Torino 1991), «… lo scopo del linguaggio è che ciò che sta nell’animo di colui che parla entri nell’animo di colui che ascolta; e questo scopo non si raggiunge interamente se non faccia a faccia; perché le parole dette sono superiori a quelle scritte; e come dissero i nostri savi: “dalla bocca dei savi, e non dalla bocca dei libri” …» (p. 113)

Bisogna però che i savi esistano. Nella società dei consumi di massa non vi sono luoghi della sapienza, ma solo competenze e conoscenze settoriali. Non vi sono savi, ma esperti o, nel caso migliore, studiosi.

Non vi è alcun dubbio sul fatto che la stragrande maggioranza dei professori sia inadeguata al proprio ruolo. Forse l’abolizione, alcuni anni fa, col governo di Sinistra se non ricordo male, del ruolo, aveva una valenza metaforica potentissima, che alla categoria degli insegnanti è sfuggita. Ma è anche probabile che la mia affermazione sia viziata da una logical fallacy, una fallacia logica del tipo del falso bersaglio, ovvero straw man argument , per cui ci si costruisce un nemico facile da abbattere, che però non è quello reale, assai più coriaceo. Infatti, la proposizione “la stragrande maggioranza dei docenti è inadeguata al proprio ruolo” dà per scontata la condivisione di una certa idea circa il ruolo. Ed è proprio questo che oggi è estremamente problematico. Io penso che il ruolo dovrebbe essere quello di aprire Delfi. Una Delfi, minimale, certo, e il successo di questa azione potrebbe essere misurabile, ad esempio, con l’aumento dei lettori in questo Paese. E invece, come abbiamo detto altrove, il numero dei libri letti in Italia resta basso, e tutti pensano che la scuola non formi lettori, che anzi addirittura scoraggi la lettura. Scrive George Steiner, nel libro sopra citato: «Il mestiere del “professore”, un termine in qualche misura di per sé opaco, abbraccia ogni sfumatura possibile tra gli estremi di una vita di routine, disincantata, e un esaltato senso di vocazione. È un termine che comprende diverse tipologie, da quella del pedagogo distruttore di anime a quella del maestro carismatico.» (p.9)

L’espressione pedagogo distruttore di anime mi piace pazzamente. Intanto perché associa il termine pedagogo—che rimanda alla facoltà di Pedagogia, ai Vertecchi e Codignola et ceteri—a qualcosa di orribile come la distruzione delle anime, operazione davvero satanica. Poi, perché fa riferimento alla cosa più preziosa dell’essere umano, a ciò che il totalitarismo in tutte le sue forme vuole annientare, l’anima appunto. Certo, io sono convinto che solo un’antropologia mimetico-generativa possa dare pienamente conto delle dinamiche che alimentano la relazione maestro-allievo, la cui natura presenta necessariamente un aspetto di ambiguità. Nessun rapporto tra umani, infatti, può sottrarsi alla mimesi, e non tener conto di questo dato essenziale porta a continui fraintendimenti: in tutti i docenti coesistono la tendenza ad e-ducare, a condurre fuori, a liberare l’anima dello studente, e la tendenza opposta a distruggere la libertà, a oggettivare il soggetto, conformandolo a modelli che non sono altro che incrostazioni ideologiche cui ci si appiglia per non naufragare, forme di autoconservazione, di autoattaccamento. Ogni genitore, d’altra parte, (anch’io lo sono) sa, con indefettibile sicuro sapere, che gran parte degli insegnanti sono scadenti. Tra le loro mani, infatti, ogni entusiasmo per la conoscenza si spegne, ogni possibile fervore si smorza. Essi si perdono nel marginale, nei dettagli, nella costruzione di edifici burocratico-pseudopedagogici, nell’inessenziale. Sono i profeti del grigiore, gli impiegati dello stato produttore di diplomi. Sono la stragrande maggioranza. Scrive ancora Steiner:

« Insegnare seriamen­te è toccare ciò che vi è di più vitale in un essere umano. È cercare un accesso all’integrità più viva e intima di un bambi­no o di un adulto. Un maestro invade, dischiude, può anche distruggere per purificare e ricostruire. Un insegnamento sca­dente, una pedagogia di routine, uno stile di istruzione che è, consapevolmente o meno, cinico nei suoi obiettivi meramen­te utilitari, sono rovinosi. Distruggono la speranza alle radici. Un insegnamento di cattiva qualità è, quasi letteralmente, un assassinio e, metaforicamente, un peccato. Immiserisce lo stu­dente, riduce a grigia inanità la materia insegnata. Insinua nella sensibilità del bambino o dell’adulto il più corrosivo de­gli acidi, la noia, le esalazioni dell’ennui. Un insegnamento morto, esercitato dalla mediocrità forse inconsciamente ven­dicativa di pedagoghi frustrati, ha ucciso per milioni di per­sone la matematica, la poesia, il pensiero logico. Gli schizzi di Molière sono implacabili.

L’anti-insegnamento è statisticamente quasi la norma. Inse­gnanti eccellenti, capaci di accendere un fuoco nelle anime nascenti dei loro allievi sono forse più rari degli artisti vir­tuosi o dei saggi. Maestri di scuola, allenatori di mente e cor­po, consapevoli della posta in gioco, del rapporto tra fiducia e vulnerabilità, della fusione organica tra responsabilità e ri­sposta (che io chiamerei «respondibilità», answerability) sono pericolosamente rari. Ovidio ci ricorda che «non c’è mistero più grande». In realtà, come sappiamo, la maggioranza di co­loro ai quali affidiamo i nostri bambini nell’educazione se­condaria, a cui guardiamo perché siano di guida e di esempio nell’accademia, sono becchini più o meno amabili. Faticano per immiserire gli studenti al loro livello di stanca indifferen­za. Non «aprono Delfi» ma la chiudono.» (pp. 24-25)

 Nulla però uguaglia l’impudenza di coloro che pensano di essere atti all’insegnamento dell’insegnamento. Si sentono al passo coi tempi della téchne trionfante, possiedono la tecnica dell’insegnamento. Hanno fatto l’istituto tecnico per insegnanti. Sono in grado di prendere un giovane laureato in lettere, ad esempio, e di formarlo, facendone un nuovo insegnante. Sarebbe bello sentire l’opinioni degli allievi di quei formatori, gli studenti, dico, che per anni hanno seguito le loro lezioni, ammesso che ci siano state, e siano state davvero lezioni….

 Lo sprezzo di Goethe per gli accademici era noto. “Chi può, fa. Chi non può, insegna”. Qualche buontempone moderno ha aggiunto: “Chi non sa insegnare, insegna a insegnare”.» (p.70)

BANCHETTO. Il risentimento omnium erga omnes è un dato di fatto della nostra società di massa, ne rappresenta uno dei caratteri distintivi. Proprio perché sono venute meno le gerarchie (il 1968 in ciò è stato un passaggio importantissimo) la situazione è ora tale per cui tutti possono sentirsi pari a tutti gli altri, e la parità, l’uguaglianza sentita come assoluta, può generare soltanto rivalità. E così è. Il totalmente diverso infatti non è veramente rivale, e le lotte più feroci sono quelle tra coloro che ben si conoscono. Quanto più vicini si è all’identità, tanto maggiore e più violenta è la rivalità. Anche la vita politica italiana ne è oggi l’illustrazione: Destra e Sinistra presentano molti più aspetti di somiglianza che di differenza, massime sul terreno della scuola, come abbiamo sempre sostenuto. Ma proprio perché si assomigliano, si odiano. Questo principio fondante dell’antropologia mimetica è ben presente nel libro di Stefano Tomelleri, La società del risentimento, Meltemi editore, Roma 2004. La tavola imbandita della Modernità può essere paragonata al sapienziale convito che Dante voleva preparare per gli insipienti desiderosi di apprendere del suo tempo, un banchetto da cui molti erano esclusi, elitario e gerarchico, e per questo pacifico. Il banchetto moderno si presenta aperto a tutti, ma proprio per questo è massimamente mimetico e generatore di risentimento. In luogo del dantesco pane degli angeli, vi si serve l’acerba uva della contesa senza fine.

«Dalla lezione dei due autori presi in esame [Nietzsche e Scheler], facciamo l’esperienza di una chiara e lucida immagine del risenti­mento moderno, troppo attento a criticare le imperfezioni altrui per potersi riconoscere esso stesso immerso in tali manchevolezze. È l’immagine di un grande affresco sulla modernità, dove è dipinto un ricco banchetto. Gli invitati sono in molti, ciascuno con una propria biografia, e alcu­ni siedono fronteggiandosi: gli “schiavi”, i “signori” da un lato, gli “asceti”, i “borghesi”, gli “uomini comuni” dal­l’altro. Il banchetto è apparecchiato con cura: sul tavolo sono appoggiati oggetti preziosi, la “morale giudaico-cristiana”, la “democrazia”, il “progresso”. Gli invitati sono al calduccio e con la pancia piena, ma non sono felici, si accusano vicendevolmente, in un andirivieni di rappresa­glie dove ciascuno gioca a essere ostacolo per l’altro: sono in fermento. Il ricco banchetto riserva una scatola a sor­presa che tradisce un inganno: l’unico piatto servito è del­l’uva acerba.» (pp.63-64)

PRESEPE. Qualche giorno fa sui media italiani ha imperversato una disputa sui presepi nelle scuole, e sul rispetto delle altrui sensibilità e fedi. La cosa notevole è che le altrui sensibilità e fedi si presentavano come conosciute. Mentre erano del tutto ignorate. La faciloneria dilaga nei media, e la scuola non è da meno. Quanti insegnanti hanno mai letto qualcosa del Corano? Ma se ignorano anche la Bibbia! Io non sono affatto convinto che reciproca conoscenza generi pace. Questo è un luogo comune contemporaneo, totalmente avulso dalla realtà. Alla radice, esso presuppone che si odii ciò che non si conosce (il che dovrebbe essere dimostrato), e che ciò che si conosce si ami (il che è evidentemente falso): occorrerebbe che la conoscenza ci desse la cosa come è in sé, e che la cosa com’è in sé fosse amabile. Dite: pensate forse che se io conoscessi il dott. Mengele com’era veramente, oltrepassando i pregiudizi antinazisti su di lui, ammesso che lo possa fare, lo amerei? I Cristiani di opposte confessioni si sono massacrati spesso e volentieri nel corso dei secoli, pur conoscendosi, e anche i Musulmani non sono stati da meno per lotte intestine. L’eretico è sempre più odiato dell’infedele. Conoscersi non è riconoscersi. Tuttavia, alla conoscenza non si può rinunciare. Così, in questi giorni di feste natalizie, non sarà male ricordare che una sura del Corano, la 19, è intitolata Maryam (Maria). Ne riporto alcuni versetti. (Il Sacro Corano è disponibile integralmente nel bel sito www.sufi.it ).

In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.
1 Kâf, Hâ’, Ya’, ‘Aîn, Sâd .
2 [Questo è il] racconto della Misericordia del tuo Signore verso il Suo servo Zaccaria ,
3 quando invocò il suo Signore con un’invocazione segreta,
4 dicendo: «O Signor mio, già sono stanche le mie ossa e sul mio capo brilla la canizie e non sono mai stato deluso invocandoti, o mio Signore!
5 Mia moglie è sterile e temo [il comportamento] dei miei parenti dopo di me: concedimi, da parte Tua, un erede
6 che erediti da me ed erediti dalla famiglia di Giacobbe. Fa’, mio Signore, che sia a Te gradito!»
7 «O Zaccaria, ti diamo la lieta novella di un figlio. Il suo nome sarà Giovanni A nessuno, in passato, imponemmo lo stesso nome».
8 Disse: « Come potrò mai avere un figlio? Mia moglie è sterile e la vecchiaia mi ha rinsecchito ».
9 Rispose: « E’ così! Il tuo Signore ha detto: ” Ciò è facile per me: già una volta ti ho creato quando non esistevi».
10 Disse [Zaccaria]: « Dammi un segno, mio Signore! ». Rispose: « Il tuo segno sarà che, pur essendo sano, non potrai parlare alla gente per tre notti» .
11 Uscì dall’oratorio verso la sua gente e indicò loro di rendere gloria [al Signore] al mattino e alla sera.
12 «O Giovanni, tienti saldamente alla Scrittura ». E gli demmo la saggezza fin da fanciullo,
13 tenerezza da parte Nostra e purezza. Era uno dei timorati,
14 amorevole con i suoi genitori, né violento né disobbediente .
15 Pace su di lui nel giorno in cui nacque, in quello della sua morte e nel Giorno in cui sarà risuscitato a [nuova] vita.
16 Ricorda Maria nel Libro, quando si allontanò dalla sua famiglia, in un luogo ad oriente.
17 Tese una cortina tra sé e gli altri. Le inviammo il Nostro Spirito , che assunse le sembianze di un uomo perfetto.
18 Disse [Maria]: « Mi rifugio contro di te presso il Compassionevole, se sei [di Lui] timorato! ».
19 Rispose: « Non sono altro che un messaggero del tuo Signore, per darti un figlio puro».
20 Disse: « Come potrei avere un figlio, ché mai un uomo mi ha toccata e non sono certo una libertina?».
21 Rispose:« E’ così. Il tuo Signore ha detto: ” Ciò è facile per Me? Faremo di lui un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra. E’ cosa stabilita”».
22 Lo concepì e, in quello stato, si ritirò in un luogo lontano.
23 I dolori del parto la condussero presso il tronco di una palma. Diceva: «Me disgraziata! Fossi morta prima di ciò e fossi già del tutto dimenticata!».
24 Fu chiamata da sotto : « Non ti affliggere, ché certo il tuo Signore ha posto un ruscello ai tuoi piedi;
25 scuoti il tronco della palma : lascerà cadere su di te datteri freschi e maturi.
26 Mangia, bevi e rinfrancati . Se poi incontrerai qualcuno, di’ : « Ho fatto un voto al Compassionevole e oggi non parlerò a nessuno».
27 Tornò dai suoi portando [il bambino]. Dissero: « O Maria, hai commesso un abominio!
28 O sorella di Aronne , tuo padre non era un empio né tua madre una libertina».
29 Maria indicò loro [il bambino]. Dissero: « Come potremmo parlare con un infante nella culla?»,
30 [Ma Gesù] disse: « In verità sono un servo di Allah. Mi ha dato la Scrittura e ha fatto di me un profeta.
31 Mi ha benedetto ovunque sia e mi ha imposto l’orazione e la decima finché avrò vita,
32 e la bontà verso colei che mi ha generato. Non mi ha fatto né violento né miserabile.
33 Pace su di me il giorno in cui sono nato, il giorno in cui morrò e il Giorno in cui sarò resuscitato a nuova vita» .
34 Questo è Gesù, figlio di Maria, parola di verità della quale essi dubitano.

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