Comunicazione facilitata 2

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Ma venne il momento in cui la comunicazione facilitata si svelò per quello che era.
Una dei facilitatori di Matthew Gherardi, Susan Rand, mostrò a Cathy (la mamma) un messaggio di Matthew che sosteneva di aver subito abusi sessuali da suo padre, Gerry. La Rand riportò le affermazioni di Matthew alla polizia. Gerry Gherardi, farmacista presso un ospedale per veterani, non sapeva nulla delle accuse contro di lui. “Andai a casa intorno alle 9.30”, disse. “Parcheggiai l’auto e subito Cathy venne di corsa e iniziò a parlarmi. Immediatamente mi disse di non entrare in casa, che c’era un mandato d’arresto per me, e che mi veniva mossa l’imputazione di aver abusato sessualmente di Matthew”. Gherardi proclamò la sua innocenza. Ma la scuola, i servizi sociali e la polizia credevano che le accuse venissero da Matthew. Gerry Gherardi trascorse i sei mesi successivi a casa di un amico. Ricorda: “Dissi a Cathy: ‘Qui ci dev’essere qualcosa che non va. Probabilmente sta capitando anche altrove. Dobbiamo chiamare la Autism Society a Washington e trovare se hanno qualcosa su comunicazione facilitata e imputazioni di abusi sessuali’. Quando lei li chiamò, loro mandarono subito del materiale, che ci mostrò che cose del genere stavano capitando in tutta la nazione”.
Mediante la comunicazione facilitata, bambini autistici in California, Texas, Georgia, Indiana, Oklahoma, New York avevano affermato di aver subito abusi sessuali. Alcuni genitori, come Gerry Gherardi, erano stati obbligati a lasciare le loro case, mentre altri erano stati arrestati e messi in prigione. Bambini erano stati allontanati dalla loro famiglia. Alla fine una ragazza autistica di diciassette anni di nome Betsy Wheaton mise in moto una serie di eventi che posero fine alla comunicazione facilitata.

Secondo il suo facilitatore, Betsy aveva accusato suo padre, la madre, i nonni e il fratello di aver abusato di lei. Ma il procuratore distrettuale prima di poter mettere sotto inchiesta l’intera famiglia Wheaton doveva determinare chi stesse facendo la comunicazione. Così egli chiese a Howard Shane, un esperto in comunicazione del Boston Children’s Hospital, di creare un’apparecchiatura semplice, e a Douglas Wheeler, psicologo all’ O.D. Heck Center, di testarla. “Avevamo semplicemente un tavolo con una separazione nel mezzo”, racconta Wheeler, che credeva nella comunicazione facilitata. “Il facilitatore poteva vedere solo dalla sua parte e lo studente solo dalla sua. L’uno non poteva vedere dalla parte dell’altro”.
Uno dei primi ad essere testati fu Betsy Wheaton. Quando a Betsy e al suo facilitatore venne mostrata contemporaneamente l’immagine di una chiave, Betsy digitò la parola chiave. Ma quando a Betsy fu mostrata l’immagine di una tazza e al suo facilitatore quella di un cappello, Betsy digitò la parola cappello. Chiaramente, il facilitatore in modo inconscio faceva la digitazione. Wheeler testò altri soggetti, ma i risultati furono i medesimi. “Il risultato fu davvero drammatico”, dice Wheeler. “Gli studenti fornirono zero risposte corrette”. Ray Paglieri, direttore del programma autismo all’O.D. Heck Center, dice: “Letteralmente non abbiamo avuto una sola risposta corretta. Intendo dire che era incredibile, dato il nostro precedente sistema di credenze sull’intera faccenda”. Nel giro di pochi anni, dodici studi realizzati in tre paesi evidenziarono risultati analoghi. “Era devastante da vedere”, dice Phil Warden, tutore di Betsy. “Perché quello che vedevi era che le parole che venivano digitate venivano da quello che vedeva il facilitatore. Era proprio chiaro e inequivocabile. Io ero seduto là guardando questo e dicendo: “Mio Dio, è proprio vero. Questa roba è fasulla”.
Doug Wheeler sapeva che il bubbone era scoppiato. Sapeva anche quanto duro sarebbe stato per migliaia di facilitatori in tutta la nazione accettare quel che lui aveva scoperto. “Ci furono 180 processi in cui si sarebbe potuta dimostrare la validità della comunicazione, ma in nessuno si riuscì”, dice Wheeler. “Avevamo un’evidenza schiacciante del controllo da parte del facilitatore. Cominciammo a pensare che l’impatto sui facilitatori sarebbe stato traumatico. La comunicazione facilitata era divenuta parte del loro sistema di credenze, una parte essenziale della loro personalità. C’era gente che diceva ‘la comunicazione facilitata è tutta la mia vita’. Erano persone che ci credevano veramente. Avevano speso tempo e denaro per formarsi. Sapevamo che il loro controllo era inconscio. Sapevamo che non avevano alcuna idea di esercitarlo.”

Marian Pitsas, logopedista e facilitatore all’O.D. Heck Center, partecipò ai primi studi che hanno dimostrato che la comunicazione facilitata era un’illusione di massa su scala nazionale. “È stato devastante vedere i dati là, nero su bianco”, dice Pitsas. “Sbalorditivo. Era inconfutabile. Vedere la faccia di Doug Wheeler, uno con cui avevo lavorato. Della cui opinione mi fido. È stato devastante. Avrei voluto che la terra si aprisse”. La Pitsas ritornò dai bambini a cui aveva dato voce, realizzando ora che la comunicazione che aveva pensato che ci fosse tra lei e il suo paziente in realtà era stata tra lei e lei stessa. “Quello che mi angustiava ancor più di questo era il pensiero dei genitori”, dice la Pitsas. “Noi gli avevamo dato false speranze e adesso dovevamo dirgli che non erano reali. Ritornai da tutti gli individui nel nostro programma con cui avevo usato la comunicazione facilitata e tentai di facilitarli con la stessa strumentazione che avevano usato in precedenza, che fosse una tastiera o una lavagna o altro, senza che io guardassi la tastiera. Tutto quello che ottenni furono sequenze di lettere. E non tentai una volta sola, ci provai per diversi giorni”.

Douglas Biklen, il fondatore della comunicazione facilitata, si rifiutò di credere ai risultati degli studi. “La gente dice che devono essere gli insegnanti a guidare in modo non intenzionale”, affermò Biklen. “In realtà non è possibile. Gli studenti ci forniscono informazioni che noi non possediamo. Ci dicono quello che è capitato nel fine settimana e chi sono i loro parenti. Così noi abbiamo tutti questi casi in cui i bambini ci dicono cose che noi non abbiamo alcun modo di conoscere”. La comunicazione facilitata è una questione di fiducia, sostenne. Quando la fiducia viene spezzata dal rigore degli studi, la cosa non funziona più. “Io credo che i test presentino diversi problemi”, disse Bliken. “Si mettono le persone in quella che si potrebbe dire una situazione di confronto. Vale a dire che si chiede loro di mettere alla prova se stesse. Nel mio metodo la fiducia risulta essere un elemento critico. Se le persone sono in ansia, esse potrebbero, in effetti, bloccare la loro capacità di rispondere. Potrebbero perdere fiducia. Potrebbero sentirsi inadeguate”. Bliken affermò che il suo metodo funzionava solo quando non veniva testato. Morley Safer, intervistando Bliken nel programma di attualità della CBS 60 Minutes, contestò la pretesa che la comunicazione facilitata non sia testabile: “Equivale a dire: ‘Tutti i maiali possono volare, ma possono volare solo quando noi non li guardiamo’”.

Howard Shane, lo specialista in comunicazione che ha organizzato lo studio, fu colpito dalla falsa promessa della comunicazione facilitata—che in nome del dare ai bambini autistici una voce, gliel’aveva rubata. “Penso che sia stata una ferita e un danno”, afferma Shane. “Ha privato i bambini del loro diritto di comunicare in modo indipendente”. Gerry Gherardi fu duramente colpito dalla sua esperienza: “Io penso che un mucchio di genitori si stia arrampicando sugli specchi, e pensi che la comunicazione facilitata sia una risposta per loro, e penso che li abbia accecati. E soffro per loro, perché posso certamente capire da che esperienze vengano fuori.” Douglas Wheeler era anche cauto: “Se soltanto avessi pensato alla letteratura sull’autismo e agli studi con cui avevo familiarità, avrei riconosciuto che il fenomeno della comunicazione facilitata era illogico, che probabilmente non poteva esistere. Ma ero così preso dalla sua emozionalità”.

Sebbene si sia rivelata una bufala, alcuni genitori credono ancora al miracolo della comunicazione facilitata. “ Qui capita qualcosa che è meraviglioso per tutti noi”, dice una mamma. “E se è un sogno o un’illusione, continuerò a usare questo narcotico”.

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8 risposte a "Comunicazione facilitata 2"

  1. Davvero impressionante. Se gente senza dubbio attenta ed intelligente ha avuto tali difficoltà nel venire a capo di una simile illusione, mi chiedo che speranze abbiano i tanti isolati che si mettono nelle mani di santoni e trickster di ogni genere. Mi consola che l’onestà intellettuale dia comunque prova di esistere, come testimoniano quelle parole: “Sbalorditivo. Era inconfutabile. Vedere la faccia di Doug Wheeler, uno con cui avevo lavorato. Della cui opinione mi fido. È stato devastante. Avrei voluto che la terra si aprisse”

    Avrei voluto che la terra si aprisse..

  2. Caro Elio, la lotta tra buona e cattiva scienza è senza fine. Per quel che riguarda la problematica dell’autismo, che devo seguire da vicino, oggi in Italia dopo la comunicazione facilitata sono arrivate teorie (e pratiche conseguenti) che hanno accusato i vaccini, poi il mercurio contenuto nei vaccini, poi la caseina e il glutine, ecc. Il bello è che spesso queste teorie fallaci nascono in America, trovano spazio nei media, poi sempre in America vengono smontate, e allora approdano da noi, riscuotendo successo e trovando astuti propagandisti e facili vittime…

  3. Ho letto questo servizio e sono rimasta scioccata perchè sono un facilitatore da tre anni e il mio terrore più grande è sempre stata la possibilità di un eventuale influenza nei confronti del facilitato. Anch’io ho fatto un’infinità di prove che consistevano nel non guardare la tastiera ed alcune devo ammettere che hanno dato gli esiti descritti, ma altre no. Altre mi hanno raccontato le vacanze estive, i gusti musicali, episodi particolareggiati che non immaginavo nemmeno, altre ancora mi hanno addirittura insultato,arrivando perfino a discutere….Non credo di essere al punto di litigare o insultarmi da sola e nemmeno di leggere nel pensiero, senza contare che il supporto di facilitazione che uso si limita ad uno sfioramento degli indumenti nella parte alta della schiena, praticamente pochi fili di un maglione tenuti tra pollice e indice, o ancora meglio, in un contesto di scelta multipla, in una mano appoggiata lievemente sulla gamba o ancora in completa autonomia usando solo il supporto verbale che guida la sequenzialità del movimento e il suo ritorno.

  4. In America il discorso sulla CF a livello di comunità scientifica si è chiuso da un pezzo. E’ out, non esiste più la questione, e io non intendo attardarmi in essa: non ha mai superato alcun test scientifico serio. E non è nemmeno compatibile con quello che oggi si sa della mente autistica, che non è una mente normale chiusa in un guscio ma una mente malfunzionante a causa di un cervello malfunzionante. Inoltre, gli autistici devono essere abilitati alla pratica: dal vestirsi al mangiare al comportarsi in modo socialmente accettabile in situazioni “ecologiche”. A ciò la CF non serve affatto.

  5. Totalmente d’accordo con gli obbiettivi sull’autonomia che devono raggiungere i soggetti autistici, ma se c’è anche la remota possibilità che possano scegliere quali abiti mettere o che cosa preferiscono mangiare o ancora meglio scegliersi le persone con cui interagire avendo simpatie e antipatie, amici con cui poter condividere una piccola parte di quella vita così solitaria, chi siamo noi per impedirgli una speranza, chi ci da il diritto di decidere che cosa possono o non possono fare, cosa devono o non devono pensare? Se c’è anche la più piccola possibilità che possa funzionare davvero, qual’è il danno? Qual’è la controindicazione? Non è una medicina, nè una terapia quindi?

  6. La controindicazione, oltre all’assenza totale di fondamento scientifico, sta nel fatto che la CF genera illusioni nelle famiglie (ad esempio quella che il figlio autistico abbia dentro di sé un mondo inespresso – ed eguale a quello nostro – come se fosse dentro un guscio), e rappresenta uno spreco di soldi ed energie, che dovrebbero essere invece impiegati in ciò che è si è dimostrato funzionare, ovvero l’educazione speciale di impostazione cognitivo-comportamentale. L’autistico può imparare a scegliere l’abito da mettere senza la mediazione del computer.

  7. Sig.Fabio, ho letto solo ora la sua biografia e mi rendo conto che sicuramente ne sa più di me sui soggetti autistici e sui loro bisogni primari, quindi mi scuso e le pongo una domanda:” E’ così sbagliato sperare?”

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