Scuola e non scuola 10

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte.

5 marzo 2003 A.D.

ONIRICA.  La vita è sogno. In particolare la vita scolastica. Gli allievi spesso dormono, si sa che vanno a letto a tarda sera, alla mattina mangiano poco o nulla, si tengono su con le sigarette. Dormire, sognare, ascoltare l’insegnante, forse. Peccato che il suo volto non sia racchiuso da uno schermo. Se non appari in televisione non esisti. Questo è uno dei convincimenti più saldi della nostra epoca, un vero e proprio dogma. Sui media la scuola compare raramente, e mai seriamente. C’è quasi da dubitare che esista, dunque. Però, in verità qualche volta compare. Quindi esiste, ma vive un’esistenza umbratile ed intermittente. Compare nell’informazione in occasione di: crolli di edifici fatiscenti o di parti di essi; partecipazione di studenti a cortei allegri e coloratissimi, talvolta per il diritto allo studio, invocato da personaggi che evidentissimamente non hanno mai studiato in vita loro; fatti di cronaca nera implicanti violenza su studenti o di studenti, incidenti stradali oppure suicidi (ma la scuola dov’era? cosa avrebbe dovuto fare? non ha ascoltato il ragazzo sull’orlo dell’abisso, non ha colto i messaggi d’aiuto?); decisioni governative, del tipo due euro ad ogni studente che voglia dotarsi di PC, così a casa si fanno i videogiochi invece di farsi le canne (che farsa!); riordini di cicli proclamati, del tipo ve l’ho detto e morta là. Insomma, i media cartacei ed eterei non parlano volentieri della scuola, in tanto in quanto essa non sia spettacolare, cosa che per sua natura stenta ad essere. Sembra che qualcuno ci provi, i media si son buttati come avvoltoi sul Berchet per l’idea di un video promozionale pensato dalla Dirigenza, che le studentesse avrebbero rifiutato proclamando qualcosa come “vogliamo essere letterate, non letterine”. Bah! Conoscendo il rigore con cui i media vagliano le notizie, la profondità che toccano, la serietà etica del giornalismo, credo che i fatti del Berchet siano esattamente come riportati: tutti sanno, infatti, che la realtà si riflette nei media pura e cruda, senza addomesticamenti, senza filtri, senza tagli. Si evince quindi che al Berchet vi sia stato da un lato un Dirigente propenso alla logica del marketplace (che sia un seguace di Eric Gans, che sia un lettore di Anthropoetics, che sia addirittura un frequentatore della mia pagina GENERATIVA?), di ascendenza liberale e simpatie forzaitaliote, dall’altra un gruppo di studenti e studentesse di sinistra (ma chic), pronto ad applaudire le posizioni di docenti longocriniti benché anzianotti, e quindi chiaramente leftist. Da un lato il Mercato, dall’altra la Cultura. Però non capisco tutto, perché sono un semplice mortale. La scuola-azienda non è forse stata impostata dai governi di centro-sinistra? Chi se lo ricorda quel bianco-barbuto Lombardi di provenienza confindustriale? Mica lo aveva collocato Berlusconi nel Palazzo dei Sogni (bel riferimento a Kadaré, d’ora in poi lo chiamerò così il Ministero, mi congratulo con me stesso).

Chissà com’è andata veramente. Lezioni da trarre? Da noi al Canova di Treviso qualche tempo fa è venuta una troupe (una truppa?)di Ballarò, per dimostrare a tutta l’Italia le conseguenze della Devoluzione, incarnate nel mio liceo, dove si studia Dante in dialetto veneto. In realtà da noi c’è un insegnante (1) che promuove corsi di recupero di storia, cultura, lingua e identità venete, impegnandovi un numero limitato di ore, nell’ambito della sua libertà di insegnamento. Mi si dice che adesso andrà a presiedere l’IRRSAE, in forza della sua militanza leghista – spoil system o qualcosa del genere. Tanto per dire come si gonfiano le cose, e come vanno. Sto meditando di compiere qualche gesto clamoroso che mi consenta di andare in TV. Così magari esisterò anch’io.

ONANISTICA. Gli Italiani non conoscono affatto la Bibbia, il testo sacro della religione bimillenaria del proprio paese. Anche per colpa della Chiesa, come si sa. Quest’ignoranza è uno scandalo: a prescindere dalla fede professata o avversata o non presa in considerazione, la conoscenza del testo fondamentale dell’Occidente dovrebbe essere assicurata dal sistema scolastico. Si tratta di cultura di base, ragazzi. Altro che Bibbia, qui non si sa neanche che la concezione verginale di Cristo non coincide con la immacolata concezione di Maria, per non parlare della Trinità, ecc. Gli Italiani in genere, e gli studenti in particolare, anche quelli che frequentano le parrocchie, della religione cristiana non sanno una mazza. Figurarsi quanto deve soffrire il povero cristo che vorrebbe spiegare loro la Divina Commedia. Non ce la fa proprio, ad ogni passo deve fare catechismo di base, per così dire. Incredibile dictu: mentre l’insegnante di religione parla agli studenti di bioetica e terrorismo, di sottosviluppo e globalizzazione, di aids e droga e rock’n’roll, quello di italiano deve spiegare cosa si intende per Incarnazione del Verbo, Redenzione, Resurrezione, ecc. ecc. Meditino i vescovi sulle conseguenze del Concordato, sull’insensatezza che si è generata. Non sarebbe stato meglio chiedere l’inserimento obbligatorio tra le discipline, almeno in certi ordini di scuola, della storia del cristianesimo e soprattutto della lettura critica della Bibbia? Ma in Italia è impossibile operare seriamente su questo terreno, presi come si è tra l’incudine del laicismo e il martello del clericalismo, entrambi ciechi, sordi e idioti (nel senso originario, son blasé e parlo solo a chi conosce il greco).

Dunque, si legge in Genesi 38, 9-10 che Onan, figlio di Giuda, obbligato a congiungersi con la moglie di suo fratello morto per garantirgli una discendenza, preferì fare in modo che i suoi atti sessuali non raggiungessero il loro scopo naturale, con le modalità conosciute allora e praticate per millenni ove la tecnica non fornisse strumenti anticoncezionali, ovvero fino a poco tempo fa. Dal nome di Onan onanismo, termine esteso poi a indicare ogni atto sessuale non strettamente naturale, e quindi anche il vizio solitario. Peraltro si veda l’interessante interpretazione fornita alla pagina http://www.rtforum.org/lt/lt67.html.

 Il termine onanismo può essere usato figuratamente, ad indicare attività inutili, sterili, o interrotte sul più bello (natura non facit saltus, homo saepissime salit). Quest’onanismo figurale nella scuola è assai diffuso, la pervade, e pochi ne sono esenti. Si potrebbero addurre esempi innumerevoli, basti pensare alle riunioni, agli aggiornamenti, al tempo perduto, sottratto alla vita del corpo e della mente. Il bello è che molti colleghi vi si prestano volentieri, e io mi aspetto generazioni future di insegnanti deboli, sterili, e proni ai voleri del Potere Pedagogico Dominante, che peraltro li ha formati. L’abisso chiama l’abisso. Amen.

ORNAMENTALE. L’apparato verbale della Pedagogia Dominante è essenzialmente ornamentale. Le locuzioni che essa usa, e che per li rami scendono fino ai docenti creduli che le adottano e le ripetono, non colgono alcuna verità, ma si avvolgono su se stesse, riproducendosi in una metastasi infernale. Esse appagano chi le ripete convinto di aver capito, e di staccarsi perciò dai colleghi che non parlano quel linguaggio. In fondo, è quasi un esoterismo, ma falso e di grado bassissimo. Il possesso di un linguaggio che crede di essere scientifico, e che distingue chi lo parla come uno che sa, che perciò vale. Confesso di provare un senso di sgomento nel contemplare il formicolio di iniziative nella mia e in altre scuole. Ornamenti dell’oscurità, καλλωπίσματα όρφνης (kallopismata órphnes), lo svuotarsi delle parole, che tendono ad avere solo efficacia immediata in un quadro di relazioni determinate, ferreamente, senza più la minima traccia di libertà. È il destino preannunciato da Michelstaedter ne La persuasione e la rettorica che si sta compiendo. “Tutte le parole saranno termini tecnici quando l’oscurità sarà per tutti allo stesso modo velata, essendo gli uomini tutti allo stesso modo addomesticati”. E andiamo, allora, ad un convegno di questi conduttori del grosso animale, i pedagogisti. Voi sentirete parlare uomini che “si suoneranno vicendevolmente come tastiera”. E il pubblico di docenti, sentendoli suonarsi, affascinato e persuaso, rifluirà nelle scuole, portando il Verbo aggiornato, la Luce che risplende nelle tenebre e che le tenebre hanno accolta, quella, la musica del vuoto. E le scuole, quali casse di risonanza, rimoduleranno quelle note, e gli studenti, ammaliati dalle tecniche su di loro ridondanti, mansuefatti e divenuti vogliosi di apprendere, si tramuteranno in interattivi punti di raccolta e gestione di informazioni, non già fine a se stesse, no, ma mirate a promuovere autocoscienze, consapevolezze e capacità, che riunite e messe in circolo, daranno vita a loro volta a reti di comunicazione dei saperi, e tutto girerà, sempre più velocemente, finché in un lampo di luce, sarà rivelato dove il tanto affaticar fu volto (son blasé e parlo solo a chi conosce Leopardi).

ONORE. Tutti quelli che blaterano di scuola dovrebbero leggersi la parte finale (almeno quella, chi blatera di scuola non legge poi molto, o legge solo masturbazioni intellettuali) de La lingua salvata di Elias Canetti. Il giovane Canetti interveniva molto, durante le lezioni, diceva la sua, si metteva in mostra, e a diversi insegnanti ciò dava fastidio, per non parlare dei compagni. Ma alcuni insegnanti, invece, lo amavano per questo, perché avevano capito che lui così facendo voleva rendere onore al sapere, e alla loro opera. E io, nel mio piccolo, rendo onore a Canetti, che amo.

Io credo infatti che faccia parte del sapere il volersi rendere manifesto e non contentarsi di un’esistenza nascosta. Il sapere muto mi pare pericoloso, perché, ammutolendo sempre più, finisce per diventare un sapere segreto che poi deve vendicarsi della propria segretezza. Il sapere che si fa avanti, in quanto si comunica agli altri, è un sapere buono, che cerca, certo, stima e considerazione, ma non si rivolge contro nessuno. Il contagio che emana dagli insegnanti e dai libri tende a diffondersi. In questa fase di innocenza il sapere non dubita di sé, prende piede e al tempo stesso si dilata, si irradia, e vuole che tutto si dilati con lui. Al sapere sono state attribuite le qualità della luce, la velocità con cui tende a diffondersi è la più grande che si possa immaginare ed è un modo di onorarlo attribuirgli le qualità dei lumi. In questa forma il sapere è stato conosciuto dai greci prima che Aristotele lo inscatolasse a forza. Non è credibile che il sapere fosse pericoloso prima di essere frantumato e poi custodito. Per me Erodoto rappresenta l’espressione più pura di un sapere che era innocente perché doveva assolutamente irradiarsi: le suddivisioni che usa Erodoto sono i popoli, i quali parlano e vivono in forme diverse. Quando racconta di loro, egli non rafforza queste suddivisioni, ma al contrario lascia che in lui stesso trovino spazio le cose più disparate e fa sì che negli altri, i quali apprendono per mezzo suo, si crei lo spazio per accoglierle. In ogni giovane che ascolta mille cose diverse si nasconde un piccolo Erodoto, ed è importante che nessuno tenti di distoglierlo da questo solo perché da lui ci si aspetta che si limiti a una professione.
Ora la parte principale di una vita che si apre ai sapere si svolge nella scuola ed è questa la prima esperienza pubblica di un giovane. Può darsi che egli voglia distinguersi, ma assai più fortemente vuole irradiare il sapere di cui si è appena impadronito, affinché esso non diventi un suo possesso esclusivo. I compagni più lenti pensano per forza ch’egli voglia accattivarsi il favore degli insegnanti e lo considerano un secchione. Il giovane invece non ha un traguardo preciso che vuole raggiungere a tutti i costi, anzi i traguardi non li tollera, vuole sempre andare oltre, e in questo anelito di libertà tende a coinvolgere i suoi insegnanti. Non è coi compagni che egli si misura, ma con gli insegnanti. Sogna di strapparli all’utilitarismo, ch’egli vuole superare. Ama fra loro solo quelli che non si sono votati all’utilità, che lasciano fluire il loro sapere per amore del sapere stesso; ma quelli li ama di un amore smisurato, li onora rispondendo con prontezza alle loro sollecitazioni, e non si stanca mai di ringraziarli per il sapere che da essi si irradia ininterrottamente.
Ma rendendo omaggio agli insegnanti in questo modo egli si isola dagli altri compagni che vi assistono. Si mette in mostra davanti agli insegnanti e intanto dei compagni non si accorge nemmeno; non prova alcun rancore nei loro confronti, semplicemente li esclude dai gioco: è un gioco di cui essi non sono protagonisti, ma solo spettatori. Poiché non sono affascinati come lui dall’intima essenza dell’insegnante, non riescono a farsi una ragione che lui invece lo sia, e pensano perciò che sia impegnato in un gioco losco, per dei bassi scopi. Lo detestano per uno spettacolo nel quale non hanno alcuna parte, forse lo invidiano un po’ per la sua perseveranza. Ma soprattutto lo sentono come un elemento di disturbo, che confonde il loro naturale rapporto di ostilità verso l’insegnante, un rapporto ch’egli, per sé solo, ma pur davanti ai loro occhi,trasforma in reverenza. (La lingua salvata, 280-282)

Meditate, gente pedagogica, meditate.

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