Rileggo Simone Weil 59

weilquaderni

Mito dell’uomo rotondo, che si muoveva roteando, e che è stato tagliato in due e costretto a camminare eretto per effetto del peccato originale d’orgoglio. L’amore è il bisogno di uscire da ciò che gli Indù chiamano stato di dualità, la separazione tra il soggetto e l’oggetto; di imitare la Trinità in cui amato e amante sono una cosa sola, in cui l’amante. mediante il medesimo atto,   crea, conosce e ama l’amato che è lui stesso. In primo luogo, il desiderio carnale, assorbendo tutta l’energia vitale, fa sì che vi sia un unico oggetto e che il resto non esista; quindi divenire una sola e medesima cosa con questo oggetto significherebbe uscire completamente dallo stato di dualità; l’amore, se realizzasse il suo desiderio, metterebbe dunque in atto il pensiero vedantico. Ma quaggiù non può realizzarlo. Esso è costretto a salire lassù, dall’altra parte del cielo. Se non lo fa, si muta parzialmente in odio. Come perdonare all’altro di restare l’altro?
Anche qui, è l’impossibilità a condurre a Dio. Lucrezio, rimproverando all’amore l’impossibilità che gli è essenziale, non capisce che proprio qui è il principio della sua finalità provvidenziale.
I Greci mettevano così in alto l’amore omosessuale proprio perché è impossibile, dal momento che la sua realizzazione comporta una macchia troppo grande. Unicamente per questo, infatti Platone colloca l’amore fra donne allo stesso livello dell’amore tra uomini. E Saffo… Nei costumi di quella società, l’amore tra uomo e donna non incontrava sufficienti ostacoli. Più tardi il cristianesimo, e soprattutto i costumi casti apportati dai Germani, fecero dell’amore tra uomo e donna una cosa impossibile. Così l’Amore omosessuale platonico diventò l’amore cavalleresco e cortese.
(III, 123-124)

*  *  *  *  *  *  *

 La mistica non può essere argomentata. Se l’impulso mistico è anzitutto quello dello sprofondamento in cui le differenze sono annullate, poiché la differenza è il fondamento di tutto quel che è umano (il dare il nome alle cose è il primo atto di Adamo e implica la differenza del nominato dal nominante), la mistica è l’annullamento dell’umano.

L’amore non è uno solo. Infatti i Greci distinguevano, ad esempio eros e filia. L’amore carnale di cui parla Simone Weil è evidentemente la passione, che come ha mostrato Denis De Rougemont è essenzialmente una costruzione culturale, con molti elementi di derivazione religiosa. La passione, in effetti, ha una sua propria mistica. Eppure, è opportuno distinguere, sempre. Infatti nell’eros è ineludibile la componente del dominio, che alla Weil sfugge. E nel dominio si persegue il mantenimento della distanza tra il dominante e il dominato (che i Greci declinavano nella distinzione tra l’agente e il paziente – identificando nel primo il maschio, o chi è erastes attivo nel rapporto omosessuale e si distingue dall’eromenos che ne subisce l’azione, posizione giudicata sconvenientissima per un maschio adulto). La cultura antica assegnava il (pre)dominio al maschio, anche nell’atto sessuale. L’essere femminile è paziente in quanto subisce l’azione del phallus. E passione, è la condizione del paziente, di chi subisce l’azione. Passione, dunque, è originariamente del femminile-dominato.

Ma se l’amore inevitabilmente comportasse il desiderio della sparizione dell’alterità dell’altro, e non l’accettazione piena della sua manifestazione, esso porterebbe ad un supremo nichilismo ammantato di mistica unitiva. Porterebbe a  preferire il nulla assoluto all’essere delle cose che sono.

12 risposte a "Rileggo Simone Weil 59"

  1. Mi permetto di segnalarti una prossima lettura che interesserà moltissimo il discorso che affronti in questo post. Si tratta della prossima uscita (credo settembre) del libro di Fabrice Adjadj, francese ebreo convertito, 36 anni, radicalmente antignostico, dal titolo «La profondità dei sessi. Per una mistica della carne», per Medusa. Un anticipo dalle bozze proprio sull’uomo rotondo:
    «Il mito di Aristofane, nel Convivio di Platone, non solo accorda all’unione dei sessi lo statuto di dramma fondamentale, ma presenta anche questo dramma sotto le sue due facce: nella sua tragicità lacerante e nella sua comicità irresistibile. Taluni ne parlano come del mito dell’androgino e l’interpretano in termini di complementarità. Si sbagliano due volte. Questa sfera con due volti, con le sue quattro braccia, quattro gambe, che si muove facendo capriole, talvolta era composta da un maschio e da una femmina, ma poteva anche essere ginogina o androandra. Immortalità? Forse, ma non nel senso in cui lo si crede. Presa nel suo contesto, questa affermazione di tre classi equivalenti è piuttosto una rivalutazione dell’unione dell’uomo e della donna, poiché i discorsi precedenti, molti moralizzatori, tendevano a esaltare l’amore del maschio verso un altro maschio. Per quanto concerne la complementarità, si pensa che, divisa in due la sfera, ciascuno cerchi la propria metà per colmare la sua mancanza. Aristofane dice il contrario: in origine, nell’unità senza cuciture, l’assenza di mancanza costituiva la peggior trasgressione. Le due metà erano talmente unite in un tutto unico che questo tutto pensava di «scalare il cielo» (PLATONE, Conv., 190 B-C) e di fare a meno degli dèi. L’androgino è come la torre di Babele. E laddove l’Altissimo risponde con la divisione delle lingue, Zeus, tramite Efesto, procede a dividere i corpi. Quando credevano che la loro coppia fosse sufficiente, gli uomini non mancavano di nulla; e per questo mancavano dell’essenziale, ossia di una trascendenza. Ora che sono privi l’uno dell’altro, la loro boria si sgonfia, sono anche più aperti. Il desiderio della metà insegna loro la dipendenza, e questa dipendenza insegna loro la loro radicale insufficienza: «La nostra unità è stata dissolta dal dio» (PLATONE, Conv., 193 A). Solo il dio può ormai realizzarla. La metà è più un ricordo della lacerazione che un complemento. Essa non ha come fine di riformare un tutto autarchico. Se avesse l’insolenza di provarci, «ci sarebbe da temere – dice Aristofane – di essere ulteriormente scissi in due, finendo per assomigliare a profili di bassorilievi». Fare un assoluto dell’unità della coppia non conduce che a una maggiore divisione interiore. Non vi si commette adulterio, ma la fedeltà stessa risulta adulterata. Ognuno si ritiene abbastanza grande per rendere felice l’altro, o abbastanza piccolo per trovare in lui la propria felicità. In tal modo, la propria arroganza e mediocrità vengono reciprocamente lusingate. È un adulterio verticale, il peggiore di tutti. Nessun perdono è possibile, perché, nel proprio idillio, non si è consci della propria colpa. Le corna, qui, sono quelle del diavolo».

  2. Bello. E mi sovviene che Dante colloca all’inferno Francesca per aver divinizzato la passione (che ha struttura monoteistica e porta a fare dell’essere amato il proprio Dio) e in Paradiso la leggera Cunizza dai molti amanti…

  3. Nel Simposio questo mito precede il discorso di Socrate-Diotima sull’amore. Io ci ho sempre visto una rappresentazione più comica che mistica dell’amore orizzontale (un eros biologico, che aggrega la carne del mondo), che Platone contrappone alla trascendenza dell’Eros verticale (dai corpi alle anime ai valori a Dio), l’eros “filosofico” che è il vero obiettivo del dialogo.

  4. insomma…divinizzare un amore come ha fatto Francesca può essere molto pericoloso…amare liberamente e liberamente darsi…può rivelarsi la carta vincente?
    L’amore è uno stato di grazia, comunque ed ovunque.

  5. Ciò che contrappone radicalmente l’uomo a Dio è l’ idolatria. E molte sono le realtà che possono essere costituite come idoli. Del resto “idol mio” è tipico del linguaggio amoroso poetico e parapoetico dei secoli andati, e dice tutto.

  6. secondo me, e scusami se torno con insistenza sull’argomento, sono i pregiudizi che hanno spinto Dante a far sì che un amore così totale e completo giungesse ad una pena così “ardente”…in fondo il loro legame era totale, niente a che vedere con la generosità elargita dai passionali amori della Cunizza, la quale peraltro ebbe il tempo di redimersi e …contemplarli con distacco.
    Paolo e Francesca avevano riconosciuto l’eternità di un legame.

  7. Il peccato di Paolo e Francesca è appunto nell’aver assolutizzato l’amore umano, il loro, facendone il loro dio. Come mostrano le tre terzine che iniziano con la parola Amor. Esso dice una falsa Trinità che si contrappone alla vera. Struttura idolatrica dell’amore trobadorico e romantico. Dante aveva appunto un pregiudizio di tipo trobadorico, il peccato che lo aveva allontanato da Beatrice, ed è qui abbandonato.

    Il peccato di Paolo e Francesca è appunto nell’aver assolutizzato l’amore umano, il loro, facendone il loro dio. Come mostrano le tre terzine che iniziano con la parola Amor. Esso dice una falsa Trinità che si contrappone alla vera. Struttura idolatrica dell’amore trobadorico e romantico. Dante aveva appunto un pregiudizio di tipo trobadorico, il peccato che lo aveva allontanato da Beatrice, e che è qui abbandonato.

  8. allora la pensiamo uguale…

    (sull’argomento dell’amore trobadorico dobbiamo tornarci sopra, mi hai fatto venire in mente una “leggenda” che lessi tempo fa…chissà se la ritrovo:-)

  9. Continuo a pensarci ma non mi viene in mente il nome della regina che si innamorò di un trovatore alla corte del re, il re li scoprì e ….ricordo che mi rimase impresso che organizzò una cena speciale con la regina e …le fece mangiare il cuore dell’amato…poi lei si gettò dalla torre perchè non potè sopportare una simile colpa.

  10. Quarta Giornata del Decamerone, novella nona

    Messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e amato da lei; il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita.

  11. :-)

    Cosa pensi della balena Fabio?
    La sua simbologia mi affascina da sempre, e mi spaventa la sua dimensione.. c’è qualcosa di sacro in lei.
    Dove andrò in vacanza, la cosa bella che non vedo l’ora di vedere, sono proprio i pesci…

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