
Dio ci ha rivestito di una personalità – ciò che noi siamo – affinché noi ce ne svestiamo. (II, 214)
Lebbrosi. (…). La lebbra sono io. Tutto ciò che io sono è lebbra. L’io come tale è lebbra. (II, 215)
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Dunque ciò cui l’uomo spirituale aspira è l’estinzione.
Il linguaggio mistico-poetico in Simone Weil tende sempre a prevalere su quello metafisico. E dunque ella può attribuire a Dio un fine (“affinché”) che riguarda una creatura che Egli originerebbe perché essa tornasse a confondersi in Lui, o sparisse nel nulla, anzi nel Nulla divino. Se l’io come tale fosse lebbra, Gesù non userebbe il pronome, cosa che invece fa spesso, e con forza: ma io vi dico… Né si rivolgerebbe all’uomo con un tu, che è l’io visto dialogicamente dall’esterno. La riduzione dell’io come tale (non dell’io deviato, ipertrofico e satanico) a lebbra e negatività assoluta è una follia. Ma una follia dalle radici gnostiche.
Queste sono tra le più spiazzanti della Weil…
però, sfruttando la possibilità di interpretazione, io lo svestire a cui fa riferimento lo interpreterei non necessariamente come un: annullarsi o estinguersi o negarsi…ma come un denudarsi di fronte a Dio.
Riconoscere la propria umiltà di fronte alla grandezza.
Buon Week end Fabio