Rileggo Simone Weil 48

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Dio ci ha rivestito di una personalità – ciò che noi siamo – affinché noi ce ne svestiamo. (II, 214)
Lebbrosi. (…). La lebbra sono io. Tutto ciò che io sono è lebbra. L’io come tale è lebbra. (II, 215)

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Dunque ciò cui l’uomo spirituale aspira è l’estinzione.

Il linguaggio mistico-poetico in Simone Weil tende sempre a prevalere su quello metafisico. E dunque ella può attribuire a Dio un fine (“affinché”) che riguarda una creatura che Egli originerebbe perché essa tornasse a confondersi in Lui, o sparisse nel nulla, anzi nel Nulla divino. Se l’io come tale fosse lebbra, Gesù non userebbe il pronome, cosa che invece fa spesso, e con forza: ma io vi dico… Né si rivolgerebbe all’uomo con un tu, che è l’io visto dialogicamente dall’esterno. La riduzione dell’io come tale (non dell’io deviato, ipertrofico e satanico) a lebbra e negatività assoluta è una follia. Ma una follia dalle radici gnostiche.

 

Un pensiero su “Rileggo Simone Weil 48

  1. Queste sono tra le più spiazzanti della Weil…
    però, sfruttando la possibilità di interpretazione, io lo svestire a cui fa riferimento lo interpreterei non necessariamente come un: annullarsi o estinguersi o negarsi…ma come un denudarsi di fronte a Dio.
    Riconoscere la propria umiltà di fronte alla grandezza.

    Buon Week end Fabio

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