L’anima e il suo destino 7

mancu.jpgIl bambino nasce con l’anima soltanto vegetativa, secondo Mancuso. La quale ha in sé la potenzialità di divenire anche sensitiva (dopo alcuni giorni si sviluppa “la base biologica per l’anima sensitiva” (p. 98) – è falso, il bambino è immediatamente relazionale, come hanno rilevato gli studi recenti di alcuni neuroscienziati).

È altresì vero che, per quanto allevati dagli uomini e in grado di parlare, vi sono esseri umani che non progrediscono molto oltre la vita animale, sono totalmente in balia dei loro sensi, ora sono fame, ora sonno, ora sesso, ora prestigio sociale, e si muovono nel branco della società con la stessa meccanica necessità che guida per lo più gli animali. (pp. 98 – 99)

È evidente come Mancuso non colga il punto cruciale del passaggio dall’animale all’umano nel segno-parola. Infatti tra l’essere parlante e l’animale c’è un abisso, una distanza infinita. Ma come? “Non progrediscono molto oltre la vita animale”: anche da un punto di vista religioso ed evangelico questa affermazione mi sembra da respingere. Essa, tra l’altro, mi sembra trasudare orgoglio filosofico, e disprezzo per gli uomini-bruti. Sopra il livello degli uomini-bruti (ma il prestigio sociale andrebbe ben investigato, perché la sua connessione col religioso è forte) sta colui che ha sviluppata in sé la ragione, ma in senso puramente strumentale:

Molti esseri umani si trovano a questo livello, più su della vita vegetale e animale, ma senza essere giunti al superiore livello della vita spirituale. La loro ragione è al servizio delle passioni e degli istinti. Si pensa solo ciò che si vuole pensare, schiavi del proprio lo animale e dei suoi appetiti. C’è anche una modalità di vivere la religione che si trova a questo livello, senza alcun contatto con la dimensione spirituale. È la superstizione. Talora vi è anche un’adesione alla Chiesa solo in quanto organismo sociale, dove si milita prestando molta attenzione a onorare i capi, anzi riducendo la religione proprio a questo: “Per il volgo religione significa tributare sommo onore al clero”, ha scritto Spinoza dicendo una profonda, e ancora attuale verità.
Ma esiste un livello superiore, quello dello spirito, della libertà creativa.
(p.99)

Quest’ultimo è il livello raggiunto da chi attua in sè pienamente la giustizia, come adesione all’ordine e amore del bene in quanto bene. L’anima che si realizza così si fa divina. E in questo non c’è alcun mistero.

Più sale il grado di ordine dell’energia che si esprime come anima, più sale il livello raggiunto dall’anima. L’ultimo livello è lo spirito. Il vertice dello spirito è il livello della spiritualità volta al bene, è la santità, dove la frattura che attraversa la dimensione dello spirito viene sanata definitivamente dalla forza del bene. L’anima perfettamente ordinata e disciplinata entra nello Spirito santo, è Spirito santo. Essendo la santità la dimensione propria di Dio, quest’anima, come insegnano gli spirituali e i mistici, è divinizzata. È il momento della theiosis. Il divino, in questa prospettiva, non è nulla di misterioso o di qualitativamente altro rispetto all’essere, ma è la pienezza dell’essere, come sapevano perfettamente i Greci. L’uomo divinizzato non è meno uomo o più uomo, qualcosa di diverso dall’uomo. No, l’uomo divinizzato è l’uomo perfettamente realizzato, che vive la pienezza del suo essere uomo. Esattamente come Cristo, il quale è vero Dio, non contro il fatto che sia vero uomo, ma proprio perché è vero uomo. Detto in altri termini: tutto è contenuto nella creazione, nella provenienza dell’essere da Dio. Se crediamo che l’essere venga da Dio, è sufficiente aderire all’essere per appartenere a Dio, e la pienezza dell’essere sarà precisamente ciò che gli uomini hanno contrassegnato come divino. (p.102)

A me pare che qui la distinzione tra Creatore e creatura venga meno, e ancora una volta si possa comprendere come a ragione nel corso della storia l’ortodossia delle tre grandi religioni monoteistiche sia sempre stata sospettosa verso le tendenze mistiche e filosofico-mistiche che di tempo in tempo si sono sviluppate. E se la distinzione tra Creatore e creatura tende a scomparire, si pone la questione di che cosa sia Dio, cui, occorre ricordarlo, Mancuso attribuisce la personalità senza che ne appaiano pienamente i motivi e i fondamenti. E anche la questione del perché parlare di Dio, e non soltanto dell’Essere universale. In effetti questo di Mancuso è un Deus philosophorum, e non il Dio vivente e sfuggente della tradizione biblica. Infatti Mancuso, constatando che nella Bibbia c’è di tutto, e vi si può trovare sostegno per posizioni anche opposte, pensa che si debba assumere un punto di vista superiore alla Bibbia. E, giustamente allora, quello che manca in toto a questo libro è il concetto di rivelazione.

Perché allora c’è bisogno di denominare questa realtà onnicomprensiva col termine particolare di Dio, perché non ci si può limitare a dire essere? Perché è una tale festa raggiungere la pienezza dell’essere, della vita buona e bella (la vita, infatti, è bella solo se è anche buona), che per poterla esprimere gli uomini hanno sentito il bisogno di una categoria ontologica speciale e hanno parlato di divino. Meno si comprende la ricchezza e la bellezza della vita per quello che è, più si pensa che il divino sia una cosa diversa, totalmente altra, rispetto alla vita. Viceversa, più si comprende la ricchezza e la bellezza della vita per quello che è, meno si pensa il divino come una cosa diversa e totalmente altra. Il centro speculativo del Cristianesimo, l’incarnazione di Dio in un uomo, è esattamente la massima espressione di questa equazione fondamentale: pienezza della vita = divino. (p. 103)

Lo sguardo mancusiano, ottimista, è tutto sulla creazione, sull’origine buona del reale, la sua festa del cuore e dell’intelletto lo porta a distogliere lo sguardo dall’aspetto tenebroso dell’essere, che per lui è solo luce. Lo sguardo del filosofo, lo si sa, da sempre è distolto dall’altare dei sacrifici, e il sangue che perennemente lo bagna non lo interroga tragicamente. Il filosofo che rifiuta il tragico, monocolo beato, riporta anche il tremendo al tutto-bene. Per questo la croce dell’uomo Gesù, che ne rivela la divinità, per Mancuso non può che essere un accidente. Anche se Gesù fosse morto di morte naturale, infatti, sarebbe stato la massima espressione di una vita umana piena.

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2 thoughts on “L’anima e il suo destino 7

  1. E quindi si capisce meglio anche “scandalo” che per lui è costituito dell’handicap, che invece, in altra ottica, rappresenta semplicemente un dazio che si paga in cambio di una caratteristica (la variabilità genetica – i lievi “errori” di trascrizione) che si pone fra quelle che rendono possibile questa sanguinosa fucina di forme. “Monocolo beato” .. un’espressione efficacissima. Non trovandola su google suppongo tu l’abbia coniata: complimenti :-)

    Un appunto su un passaggio dell’articolo precedente: attenzione a non confondere l’energia “in sé” (con correlato, e “ovvio”, abisso ontologico) con una qualche sua definizione “operativa”, tipo quella adoperata nei calcoli della fisica elementare. A parte gli avanzamenti ormai assodati (come il principio di Heisenberg) che pongono ineluttabili limiti alla “misurabilità” di alcunché di “fisico”, a parte il fatto che l’irriducibilità computazionale (assenza di “scorciatoie teoriche”) – assolutamente prevalente in natura – porrebbe comunque dei limiti altrettanto ferrei alla “computabilità” effettiva di simili misure (se pure le avessimo a disposizione) annoterei soprattutto che Bateson (vedi “Mente e Natura” – cap. “I criteri del processo mentale” – par.” l’interazione fra le parti della mente è attivata dalla differenza”) sarebbe d’accordissimo con il tuo discorso sul segno e sulla sua relativa indipendenza dal piano puramente energetico (che lui associa addirittura al concetto di “pleroma” riutilizzato da Jung) senza però con questo sentirsi costretto ad introdurre alcuna dimensione “trascendentale” – che necessiterà quindi di un più sottile “fondamento”.

  2. Il punto preciso in cui Mancuso abbandona il Cristianesimo è la sua rimozione del concetto di peccato, originale e non, come chiave per comprendere il disordine non solo morale ma anche estetico e psicologico del soggetto.
    Il punto in cui abbandona anche la parvenza di una filosofia cristiana è, forse prima ancora che del segno, la sua rimozione del dialogo, dell’alterità tra soggetti, del carattere personale e non puramente energetico dell’essere.
    Non capisce che il Cristianesimo non rivela solo qualcosa su Dio, ma anche e soprattutto sull’uomo, sulla natura dialogica e non solo sinergica del soggetto.
    L’incanto di Parmenide lo irretisce.

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