Due di Stefánsson

stef1stef2I pesci non hanno gambe (Fiskarnir hafa enga fætur, 2013, trad. it. di S. Cosimini, Iperborea 2015) e Grande come l’universo (Eitthvað á stærð við alheiminn, 2015, tradotto anch’esso da S. Cosimini, Iperborea 2016) sono un unico grande romanzo in due parti. Nella galleria di personaggi, con tre generazioni di islandesi uomini e donne, e molte storie che si intrecciano in un continuo farsi presente qui e ora di ogni vicenda, si erge un protagonista, la cui anima è esplorata fino in fondo. Ma da chi? perché l’amico che narra anche i particolari più intimi e minuti non è l’autore onnisciente, e nemmeno una pura voce narrante, ma è un vero personaggio. La sua natura, tuttavia, è sfuggente e fantasmatica, e ci vorranno più di ottocento pagine per una conclusione sulla sua identità. Problematica, però, come il senso stesso della vita. Jón Kalman Stefánsson si conferma qui un narratore robusto, dalla forte presa: per quanto l’Islanda sia una terra diversa da ogni altra terra d’Europa,  e tra un italiano e un islandese la distanza sia grande, lo scrittore la fa scomparire. Ma è solo merito suo, o non sarà effetto della globalizzazione, in forza della quale differenze una volta sostanziali diventano piccole increspature di una tela monocolore?

Il cuore dell’uomo

Il cuore dell'uomo

Ultimo di questa trilogia islandese, Il cuore dell’uomo ( 2011, trad. it. di Silvia Cosimini, Iperborea 2014) segue Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli. Jón Kalman Stefánsson porta qui a compimento l’educazione sentimentale e la formazione generale del suo protagonista, il ragazzo innominato, in una Islanda di fine Ottocento che si presta al ruolo di metafora della precarietà della condizione umana. Il giovane attraversa una serie di iniziazioni, nello schema simbolico morte-rinascita, ripreso a vari livelli – compreso quello amoroso – e con diversa approssimazione alla morte vera e definitiva. Testo fortemente unitario, pur se frazionato in tre parti, questa trilogia della precarietà e della resistenza in faccia al nulla è tramata dalla voce del gruppo dei morti, che narrano. Ma se narrano non sono nel nulla, sono nello spazio dell’ombra in cui ancora sono. E la loro preoccupazione principale è quella della condizione di morto, in cui la morte scaglia il vivente, nei modi più diversi, e alle età più diverse: vecchi e bambini e uomini e donne maturi possono tutti scendere nello Sheol. Poiché «la morte calpesta i nostri desideri, le nostre preghiere, la nostra disperazione e le nostre forze, lo fa quando le pare e piace» (p. 418), ponendo la questione seria della dignità dell’umano. Di fronte al destino di un vecchio marinaio che ha perso la vista e il gusto della vita fino a scegliere di sprofondare in mare ci si può chiedere: «dov’è adesso la dignità, allora non esiste proprio, né in vita né in morte?» (p.425) Inevitabilmente, Stefánsson qui sfiora il nichilismo, nella constatazione amarissima che «alla fine diventiamo solo silenzio». (p. 429) Ma il finale dialettico e aperto, che realizza un’intensificazione e una concentrazione assolute del tema della solidarietà fra gli umani che percorre l’intera trilogia, non vede nell’annichilimento la parola decisiva, «perché dove comincia la vita e si ferma la morte, se non in un bacio?» (p. 445)

Luce d’estate ed è subito notte

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Dice già tutto Luce d’estate ed è subito notte, il titolo di questo romanzo di Jón Kalman Stefánsson (2005, tradotto dalla brava e instancabile Silvia Cosimini per Iperborea, 2013). Dice che la vita è una breve luce, cui segue subito la notte, echeggiando Catullo e Quasimodo. Lo dice nei modi di un leggiadro nichilismo nordeuropeo postmillenniale, dipingendo la vita di un paesetto di quattrocento anime, che fornisce un’umanità variegata ed esemplare, sospesa tra la concretezza della vita quotidiana e il sogno di altre vite, di altre possibilità. Il capitolo-racconto finale, Che senso avrebbe il mondo senza di lei, è una bellissima storia di uno strano amore, che percepiamo destinato ad una realizzazione positiva e alla felicità, su cui nelle ultime righe incide il caso, con un imprevedibile accidente mortale. Storia bellissima, magistralmente narrata, che nel lettore crea una imprevista voragine. Il senso della vita si gioca tutto nella soggettività di una relazione o di una passione erotica o intellettuale, il resto è buio, secondo Stefánsson.

La tristezza degli angeli

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La tristezza degli angeli (Harmur englanna, 2009, trad. it. di Silvia Cosimini, Iperborea 2012) di Jón Kalman Stefánsson è il secondo capitolo della trilogia iniziata con Paradiso e inferno. Si configura come un’odissea in condizioni estreme: il ragazzo senza nome che abbiamo conosciuto nel primo libro accompagna il gigantesco e taciturno postino Jens in un folle giro di consegna della posta ai casolari isolati dell’Islanda del nord, in una fine dell’inverno che non vuol finire, mentre cadono enormi quantità di neve, e il vento del Mar Glaciale spira con tutta la sua forza omicida. Continua a leggere