Un’area di tenebra

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V.S. Naipaul pubblicò Un’area di tenebra (An Area of Darkness) nel 1964. La prima edizione Adelphi, con la traduzione di F.Salvatorelli, è del 1999. Lo spazio di tempo è notevole, ma si può capire. Il centro concettuale del libro è rappresentato dal defecare umano, che in India avviene tradizionalmente all’aperto, in ogni dove. Questa defecazione senza legge e misura, ma nello stesso tempo invisibile, su cui Naipaul insiste a più riprese, è indice di un ritardo culturale forse incolmabile del Paese dell’Anima, dove molti occidentali vanno a cercare il senso della propria vita, trovandolo in una tradizione immobile e immobilizzante.

«Un concetto orientale della dignità e della funzione, fondato sull’agire simbolico: questo il pragmatismo corrotto e pericoloso della casta. Abito simbolico, cibo simbolico, culto simbolico: l’India è esperta di simboli e di inazione. L’inazione nasce dalla funzione proclamata, la funzione dalla casta. L’intoccabilità non è l’effetto più importante del sistema: solo un concetto occidentale della dignità l’ha resa tale. Ma al cuore del sistema c’è la degradazione del pulitore di latrine, e quel noncurante defecare su una veranda osservato da Gandhi nel 1901.
“Non appena caduta l’intoccabilità, il sistema castale sarà purficato”. Sembra un esempio di ambivalenza gandhiana e indiana. Si potrebbe anche interpretare la frase come un riconoscimento dell’inevitabilità della casta. Ma è un giudizio rivoluzionario. La riforma agraria non convince il bramino di poter mettere mano all’aratro senza disonorarsi. Assegnare premi ai bambini per atti di coraggio non elimina l’idea che è imperdonabile rischiare la propria vita per salvarne un’altra. Riservare impieghi pubblici agli intoccabili non aiuta nessuno. È un attribuire responsabilità a persone non qualificate; e la situazione dei funzionari intoccabili, sempre preceduti da questa nomea, è intollerabile. È il sistema che va rigenerato, la mentalità di casta che va distrutta. Così Gandhi batte e ribatte sugli stessi punti, la sporcizia e gli escrementi dell’India, la dignità del pulire latrine, lo spirito di servizio, il lavoro fisico. Visto dall’Occidente il suo messaggio appare limitato e bizzarro; ma è solo che a una partecipe visione coloniale dell’India egli applica elementari criteri occidentali.
Dall’India Gandhi fu distrutto. Diventò un “mahatma”. Andava venerato per ciò che egli era; il suo messaggio era irrilevante. Gandhi eccitò l'”informe spiritualità” dell’India; risvegliò tutta la passione indiana per l’autoumiliazione al cospetto del virtuoso, autoumiliazione che il Kāmasūtra avrebbe approvato, in quanto favorisce le sorti oltremondane di un uomo, non lo induce a lunghe e difficili fatiche, ed è nel contempo gradevole. L’azione simbolica era la maledizione dell’India. Pure, Gandhi era abbastanza indiano per aver commercio con i simboli. Così, la pulitura delle latrine diventò un rito occasionale, virtuoso perché sancito dalla grande anima; la degradazione del pulitore di latrine continuò. L’arcolaio, il filatoio a mano, non conferì dignità al lavoro manuale; fu soltanto assorbito nel grande simbolismo indiano, e il suo significato rapidamente svanì. Gandhi rimane un tragico paradosso. Il nazionalismo indiano si sviluppò dal revivalismo indù; questo revivalismo, da lui ampiamente promosso, rese certo il suo definitivo fallimento. Gandhi fu politicamente vittorioso perché era venerato; fallì perché era venerato. Il suo fallimento è lì, nei suoi scritti: egli è ancora la guida migliore all’India. È come se in Inghilterra Florence Nightingale fosse diventata una santa, con dappertutto statue in suo onore, il suo nome su tutte le labbra; e gli ospedali fossero rimasti come lei li aveva descritti.
Il fallimento di Gandhi è più profondo. Perché nulla scuote tanto l’indiano in modo da renderlo più saldamente statico, nulla lo istupidisce e lo spoglia della sua grazia abituale, quanto il possesso di un sant’uomo.» (p. 96-97).

Lo stendardo

Lo stendardcopo (Die Standarte 1934, trad. it. di E. Dell’Anna Ciancia, Adelphi, 2014) è un romanzo di Alexander Lernet-Holenia, in cui una storia d’amore romantica fin nel ruolo sociale dei protagonisti (un alfiere, una giovane donna di corte) è incastonata nel crollo del fronte balcanico del novembre 1918 e nel disfacimento dell’Impero Austro-Ungarico. C’è un artificio classico: quello del narratore che si imbatte in un personaggio (qui l’alfiere Menis) il quale finisce per narrare la propria storia. La storia di Menis, narrata 10 anni dopo gli eventi, è quella del suo amore, nato miracolosamente a Belgrado nel caos dei giorni finali del conflitto, e dello stendardo del suo reggimento di cavalleria, l’insegna in cui sembra coagularsi e terminare la storia stessa dell’Impero. La scena culminante del romanzo è quella dell’ammuntinamento dei reggimenti sul Danubio, quando le varie nazionalità si separano, e ognuno vuole tornare a casa: Ruteni, Rumeni, Cechi, Slovacchi, Italiani, Polacchi non intendono più combattere e morire per un Impero che non sentono più come un valore supremo. E sul reggimento dell’alfiere Menis, che si rifiuta di muovere, un altro reggimento composto solo di tedeschi, l’unico ligio agli ordini, apre il fuoco. Così lo stendardo si trova in una situazione assurda, degna di rappresentare la Finis Austriae nel modo più coerente: «Lo stendardo schioccava in quell’uragano di piombo, e per un attimo ebbi l’impressione che non fosse Lott a porgermelo ma Hackenberg. Infatti i visi di entrambi scomparvero nello stesso momento: avevo appena afferrato l’asta rivestita di velluto, quando un colpo fece cadere da cavallo il caporale. Ma io quasi non me ne resi conto. Ora tenevo lo stendardo. Intorno a me le vite umane si disperdevano come pula al vento, ma io tenevo lo stendardo. Intorno a me c’era l’inferno, ma io tenevo lo stendardo. E tosto compresi che fin dal primo momento in cui l’avevo visto ero stato sicuro che sarebbe toccato a me. Lo ricevevo nello stesso istante in cui il reggimento, di cui esso era simbolo, aveva cessato di esistere, ma io tenevo in pugno lo stendardo!»
Storia di un tempo altro, di sentimenti tramontati da lungo tempo: quali sono i suoi elementi di interesse? Perché indubbiamente il lettore è preso dalla narrazione, anche se è molto lontano dal rimpianto di passati imperi, di antichi usi militari, di ulani, ussari e dragoni, e se vede la guerra mondiale come un assurdo macello. L’interesse è dato dal fascino  che promana dai momenti di crisi e di sfacelo. E il tramonto dell’Europa orientale asburgica nel 1918 continua a sussurrare alle orecchie degli Europei di oggi. E, del resto, anche oggi la scommessa della felicità personale su uno sfondo cupo, come quella di Resa Lang e dell’alfiere Menis, rimane un elemento della realtà, un elemento della vita possibile. Mentre in tutto l’Occidente si manifesta, abissale, l’assenza di uno Stendardo paragonabile a quello che l’alfiere di Lernet-Holenia cerca disperatamente di conservare.

Micronote 40

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1. Per quale ragione Caino uccide Abele? Lo uccide non per una donna, né per un oggetto, né per un animale: lo uccide per Dio. Il primo omicidio è religioso. La religione è omicida fin dall’inizio.

2. La Madonna che durante la processione fa l’inchino al boss mafioso? Vi meravigliate? Chi ha compiuto il gesto in teoria dovrebbe essere scomunicato immediatamente. Sono riti pagani che la Chiesa cattolica ha accettato e assorbito. In quei riti magici di cristiano non c’è nulla. Tutti i boss venerano santi, santini e santoni. E il boss è un patrono terreno, il meccanismo psichico del patronato-padrinato è lo stesso, in terra e in cielo.

3. Una legge: la sicurezza di meritarsi pienamente i soldi che si guadagnano è direttamente proporzionale alla loro quantità.

4. Tutto ciò che è costruito è anche destinato a crollare.

5. Di “coscienza puttana” hanno parlato catto-conservatori: aggiungerei che l’interpretazione dei testi sacri può essere una puttana ben peggiore.

6. Vedere una partita di calcio come uno scontro di visioni del mondo è una forma di follia.

7. L’idea di radicalità si presenta sempre come una forma della semplificazione. Il termine, applicato alla politica, è radicalmente sbagliato. Le radici sono intricate, sono spesso un groviglio, e il loro essere profondo è nascosto alla vista, nelle viscere della terra. Così è delle radici storiche, delle radici delle cose grandi. Le ideologie le fanno rettilinee, esse vedono solo il fittone, la carota, le cose piccole. E mostrano la carota alla gente.

8. Ogni gruppo umano, classe sociale, ecc. ha avuto, ha, e avrà sempre come primo fine quello della propria sopravvivenza e del proprio benessere (comprendente gli eventuali privilegi di cui gode). Perché la classe politica dovrebbe funzionare diversamente?

9. Difficile essere disincantati, in Italia. Gli Italiani sono in uno stato di incantamento permanente, per natura loro.

10. Una coda di un’ora in un ufficio postale consente di vedere come molte anziane signore di Treviso, certo non bisognose, abbiano un legame viscerale con gli schei. Il denaro è componente fondamentale, strutturale della loro anima. La civiltà veneta ha radici cristiane fortissime, ben si vedono.

11. L’irrigidirsi della verità nello stereotipo non produce la totale cancellazione della verità. Essa rimane come non-vivente, e come mortale pharmakon, ma rimane.

12. Gli dissero: «Maestro, i veleni sono ovunque, ce li mettono nei cibi, nell’aria, nelle parole. Cosa possiamo fare?» Rispose : «Voi che siete ossessionati dal bisogno di purificarvi e di purificare, di espellere le tossine da voi stessi e dal mondo, che temete le contaminazioni, i veleni inoculati da potenti nemici, voi ricordate che nulla purifica come il fuoco. Ma ricordate anche che dopo il fuoco rimane la cenere. Amate voi la cenere?»

13. Se ognuno parlasse di ciò che sa, il silenzio regnerebbe sovrano. Ma ognuno parla di ciò che crede di sapere. Dunque tutti parlano, e gli ignoranti dominano il mondo.

14. Disse il Maestro: «Se le sorgenti dei fiumi scendessero alle foci, non riconoscerebbero le loro acque. Così è delle Tradizioni e delle loro origini».

15. Non è difficile che le camicie bianche ridiventino brune.

16. Occorrerebbe ritrovare e ripensare il dismesso concetto di alienazione. Per farlo occorrono intelligenza, coraggio, indifferenza al successo mediatico immediato. Difficile oggi trovarli insieme in un pensatore. D’altra parte, ciò che non ha successo mediatico immediato appare privo di forza. La situazione perciò è senza uscita.

17. Quante persone di sinistra amano ripetere l’espressione di Brecht sull’esser sventurato di chi ha bisogno di eroi, e poi venerano appassionatamente una sfilza di eroi, dal Che a Berlinguer, e di eroi-vittime mostrano un’inesausta fame…

18. Per millenni la religione non è stata una faccenda della coscienza individuale, ma il fondamento delle società umane. Tutte, senza distinzione alcuna. Questo elemento costitutivo essenziale sfugge a tutti coloro che vedono nel ruolo del fattore religioso in Medio Oriente (tanto per citare un luogo) un mero pretesto che coprirebbe i veri interessi (che sarebbero sempre meramente economici). Il nesso tra religione, politica ed economia è sempre stato fortissimo. Pensiamo solo al mito di Caino ed Abele, di cui la Bibbia specifica le rispettive attività economiche.

19. L’Europa a livello della sua coscienza diffusa, a differenza dell’America (di una parte dell’America almeno), ha con le armi e la potenza militare un rapporto ambiguo e tendenzialmente schizofrenico. Non si rende nemmeno conto che i suoi 70 anni di pace sono stati garantiti esclusivamente dalla forza militare della NATO. E a maggior ragione non si rende conto che la sopravvivenza di Israele è dipesa soltanto dalle armi. Aggiungiamo le fascinazioni terzomondiste, l’anticolonialismo come ideologia che annebbia ogni differenza, ecc. E un antigiudaismo che cova sotto la cenere…

20. L’incultura di massa, o meglio la semi-cultura o para-cultura di massa che domina i social media genera continuamente maestri di semi-pensiero o similpensiero, che trionfa e trascina con sé innumerevoli seguaci.

21. Qualsiasi movimento che si auto-concepisca come l’unico pienamente legittimato a rappresentare la società intera è un movimento totalitario.

22. Per quanto possa sembrare strano, oggi manca una idea di natura socialmente condivisa. Per questo ognuno maneggia la sua credendola vera, e si determinano equivoci di ogni sorta. E possono sorgere concezioni folli, come l’animalismo e l’antispecismo. Che sono folli ma umane, e perciò dominate sempre dalla logica ferrea del capro espiatorio.

23. Nascono profeti come funghi. E tutti sono velenosi.

24. La politica ridotta a mera comunicazione corrisponde all’economia ridotta a mera finanza. Alla fine tutto implode, perché il centro è vuoto.

25. Climatologi ed economisti. Cosa avranno in comune?

26. Il fato non è che l’immersione inevitabile dell’umano nel fiume degli accidenti.

27. L’era del libro volge alla fine. Perché sta volgendo alla fine l’epoca del pensiero diffuso.

28. Più preoccupante del crescente divario tra i ricchi e i poveri è il la distanza crescente tra pensanti e non-pensanti.

29. La diffusione delle slide nella comunicazione politica si accompagna alla difficoltà di attenzione, di ragionamento, di pensiero negli umani della stagione presente. In politica le slide sono una variazione dello spot pubblicitario, con una spruzzata di mistificazione e ipocrisia. Il parlar per slide affianca il parlar per cinguettio nei social media. Retorica supercompressa, diciamo.

30. Se tu spari ad un uomo che si trova su un pendio, e il colpo lo raggiunge al cuore, quello ruzzolerà per molti metri, ma il suo sarà il movimento di un cadavere. Così è della scuola italiana. È stata assassinata anni fa, ma il suo cadavere continua a rotolare a valle. “La scuola si muove”. Così.

Il mulino del Po

Le proporzioni colossali di un romanzo non bastano a tenermene lontano, eppure per anni avevo differito la lettura de Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli. Non so perché. Preso il coraggio a due mani, quest’estate l’ho letto dalla prima all’ultima delle sue 2090 (circa) pagine (Oscar classici della Mondadori). È stato uno sforzo notevole, con un che di ascetico da parte mia. Che dirne? Questo romanzo è la mimesi del Po, scorre lento e lutulento, con morte gore e repentine esondazioni, e appare in tutti i sensi tardo, pre-critico per così dire. Forse il suo fascino sta anche qui.
Di tutte le digressioni storiche in cui Bacchelli s’impelaga mi resta il senso della precarietà dell’Italia unita, della marea di ingiustizie che hanno seguito l’unificazione, segnando forse per sempre il carattere della nazione. Ed è interessante, al proposito, la descrizione bacchelliana della lotta tra i mugnai fluviali e la guardia di finanza al tempo della tassa sul macinato, con l’applicazione alle macine di strumenti misuratori del numero dei giri, su cui si sarebbero calcolate le imposte dovute, e le forme di boicottaggio e di evasione fiscale: eterno problema italico.
Nel Mulino del Po non mancano certo le scene grandiose, in cinemascope, di catastrofi storiche e naturali. Le scene iniziali, della campagna napoleonica di Russia sono potenti, l’espediente del satanico dono del capitano Maurelio Mazzacorati al protagonista Lazzaro Scacerni sta tra un certo Balzac e il Rovani di Cento anni. Lazzaro Scacerni mi piace molto, as a character, anche perché ama la caccia ai beccaccini, ma il suo personaggio non è per nulla novecentesco: è, in sostanza, tutto d’un pezzo, e il suo dissidio morale è legato ad un’idea assai tradizionale di peccato. Ci sono poi i cattivi-cattivi, dei veri villains, come il figlio dello stesso Scacerni, tutti brutti e ripugnanti anche nel fisico.
Questo Guerra e pace all’italiana, senza i personaggi complessi di Tolstoj, questo epos della gente molinara, rivela, ancora una volta, l’impossibilità dell’epos nella modernità: esso è possibile solo se la guerra è celebrata in quanto guerra, e se il divino (comunque inteso) vi partecipa come l’umano.

Stagioni

stern_stagioni«Sono nato alle soglie dell’inverno, in montagna, e la neve ha accompagnato la mia vita.» Inizia così Stagioni di Mario Rigoni Stern (Einaudi, Torino 2006). E certo è un incipit che rimanda anche ai libri di questo grande vecchio, che recano il sigillo del Sergente nella neve. E già questo incipit ha nella sua breve misura il ritmo del libro intero, il ritmo di uno che cammina tra le montagne e nei boschi, il ritmo di un uomo saggio, di un antico cacciatore. È questo ritmo che colloca Rigoni Stern fuori dell’orbita della civiltà globalizzata (cui appartengono anche i contestatori vocianti della medesima).
Il mondo che queste pagine evocano non è quello di un eterno presente naturale, ma un mondo al passato, che si sa del tutto perduto, di cui rimangono solo pallide tracce, e qualche anziano testimone. Non v’è dubbio che allo sguardo di Rigoni Stern il mondo duro e faticoso della montagna di un tempo appaia essenzialmente diverso da quello di oggi, corrotto«Erano belle le sere estive con la luna sopra i tetti. Mi pareva di sentire le stelle e invece erano i grilli sui prati. Allora le voci del paese e della natura intorno, gli odori, i rumori, le nuvole e le luci avevano chiaro riferimento con la vita e seguivano le stagioni dei nostri giuochi e del lavoro degli uomini.» (p. 68)
Che la posizione di Rigoni Stern nel mondo attuale sia per certi versi analoga a quella di un sioux confinato in una riserva è rivelato con la maggior chiarezza in tutti i passi della sua opera (e anche di questo libro) in cui egli si presenta in veste di cacciatore. Qui la mia anima vibra con la sua. «Quando viene l’ottobre, con le sue piogge arrivano anche le beccacce che hanno lasciato i luoghi di nidificazione del Settentrione dove il terreno gela e il giorno è sempre più breve; sostano qui prima di raggiungere i luoghi dello sverno nel nostro Sud.  È il momento magico del bosco, dei silenzi, delle albe nebbiose, dei colori smorzati verde-bruno-giallo in tante tonalità che a tratti una luce misteriosa rende evidenti nel sottobosco pre-invernale. Certe volte ti fermi ad ascoltare il campanello e poi il trotto di un cane del cacciatore solitario che passa, si allontana e svanisce dentro il bosco.
Tra i possibili modi di cacciare, questo d’autunno – con la pioggia e con un cane in luoghi che ben conosci, con un fucile che senti tua continuazione, e l’ora e la stagione, e i ricordi che ti accompagnano – ti fa intensamente partecipare a un mondo che senti esclusivamente tuo, che ti aiuta a capire le stagioni della tua vita che nessuno mai potrà rubarti. »(p. 110)

In questo piccolo libro, che richiede una lettura lentissima, si trovano dei passi intensamente suggestivi, come il seguente, in cui uno dei narratori più anerotici della nostra tradizione recente dipinge con straordinaria levità il miracoloso apparire, mentre lui se ne sta appostato in attesa di una lepre, di una ragazza che da una casa sperduta scende al paese per la messa. La grazia femminile appare e scompare, e poi passa una capriola. Scena originaria, che ci proietta nella letteratura medievale, con una capacità di incanto inversamente proporzionale alla parsimonia dei mezzi letterari impiegati. (Materia di riflessione per schiere di giovani e non giovani narratori pieni di velleità).

«Per la valle, ora lontani ora vicini, ascoltavo i segugi sulle tracce dei lepri e le campane dei villaggi e le acque che scendevano dai nevai. Ero alla posta che mi avevano assegnato, aspettavo e mi sentivo come gli alberi, i cani, le lepri, gli uccelli: uno vivo nel mondo.
Un passo lieve venne dall’alto; vidi prima due piedi dentro due scarpe di pezza, poi, come avvallava, tutta la figura. Era una giovane donna che scendeva al paese per la messa domenicale. Rimase sorpresa nel vedere uno sconosciuto in posta di caccia dove solitamente incontrava un compaesano, ma pur io ero sorpreso per l’apparizione, perché non credevo che sopra il maso dov’ero passato ce ne fosse un altro: lassù la montagna era inospitale. La donna, passandomi accanto, mi diede il saluto dei cacciatori, sorridendo, e io sorridendo risposi.
Così com’era apparsa, spari alla mia vista con passi agili sulle pietre del sentiero.
Dopo vennero gli scoiattoli; si divertivano a inseguirsi dai rami a terra, poi lungo i tronchi, fra i rami. Passò anche una capriola e mi guardò muovendo le orecchie e poi s’incamminò tranquilla. » (p. 121)

 

Crudo pensiero sulla disabilità

disability-insuranceUna verità cruda sulla condizioni dei disabili è la seguente. Una vita umana degna può essere garantita ai disabili in forma diversa da due tipi di società differenti: da una società tradizionale, in famiglie allargate in cui le donne sono dedite all’assistenza di bambini, vecchi e malati, e da una società avanzata e tecnologica, entro un quadro di welfare basato su risorse crescenti. Quando una società avanzata, in cui le donne hanno conquistato diritti e autonomia, smette di crescere economicamente e si impoverisce, in un contesto di famiglie destrutturate e nucleari, e senza reti sociali di protezione, con risorse per il welfare in decrescita, sognare un futuro positivo per i disabili è semplicemente folle. La divisione del compito di assistenza “a metà”, ovvero l’assunzione del peso da parte della componente maschile, in sé giusta e corrispondente alla sensibilità egualitaria nelle relazioni di genere, presuppone tuttavia una coppia stabile ed efficiente alle spalle del disabile. Il problema è che tale coppia in moltissimi casi e per le cause più varie alle spalle del disabile non c’è.

Strindberg: una vita

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 Uscito nel 1984, il libro di Per Olov Enquist è stato pubblicato da Iperborea nel 1988 nella traduzione di di A. Mazza, riveduta da C. Giorgetti Cima. Leggo la seconda edizione, del 2012. In realtà non è una biografia. Si potrebbe non conoscere nulla del grande drammaturgo svedese, e leggere il libro di Enquist come un puro romanzo. Si tratta infatti di una narrazione, che va ben oltre la ricerca documentaria. La scrittura è secca, essenziale, per quadri e inquadrature, una scrittura filmica. E infatti il lettore quasi vede. Vede un uomo in lotta con se stesso, misogino e affascinato dalle donne, che ne sposa tre e ha figli da loro, assetato di paternità e incapace di gestirla, pensatore scientifico radicale e paradossalmente assetato di trascendenza. Un groviglio di contraddizioni da cui esce una delle voci più alte del teatro degli ultimi due secoli. Tra tutti i temi che si incrociano nel libro, particolare rilievo assume man mano quello dell’autonomia femminile, della emancipazione della donna dalla sua condizione subordinata. In definitiva, è la questione della libertà e della sua natura – che tocca anche le sue donne – quella contro la quale lo Strinberg di Enquist si scontra, finendone lacerato.

Ipazia, scena XI

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Mattina. Nella camera di Ipazia irrompe la sua domestica prediletta, sulla faccia il terrore.
Signora, la vecchia ebrea… quell’arpia… quella che ultimamente non fa che guardare questa casa. Ieri sera ci ha spaventate a morte con le sue occhiate. Noi tutte sappiamo che quella è una strega potentissima, che mette il malocchio…
Ho capito… cosa mi vuoi dire di lei?
Lei ha chiesto di entrare, mia signora… e di parlare con te. Ma io non mi preoccupo mica… Io ho il mio amuleto con me. Tu ne hai uno con te, spero…
Sciocchina! sbotta Ipazia. Quante volte ti ho detto che quelli come me, gli iniziati ai divini misteri, possono sottomettere i demoni e comandarli! E tu pensi ancora che io tema le magie e gli incantesimi? Su di me non hanno potere. Falla venire qui.
La ragazza va, nello sguardo sacro timore e incertezza. Ritorna con la vecchia Miriam, camminando dietro le sue spalle, il suo amuleto forse non la salverebbe dall’occhio di basilisco…
Miriam entra, avanza, guarda Ipazia. Ipazia rimane seduta e la guarda. Miriam le fa un profondo inchino continuando a guardarla. Ipazia fissa gli occhi della vecchia, sguardo nero intenso, sente un’ira non filosofica crescerle dentro.
Silenzio teso. Miriam estrae una lettera dalla veste, si inchina di nuovo profondamente e la porge ad Ipazia.
Chi me la manda?
Forse la lettera stessa lo rivelerà alla signora bellissima, alla signora fortunata, alla signora sapiente… Come potrebbe una povera vecchia ebrea conoscere i segreti dei grandi di questo mondo?
Dei grandi?
Ipazia guarda il sigillo. È quello di Oreste. Anche la scrittura è la sua. Ma perché il prefetto avrebbe scelto un messaggero talmente… irriconoscibile come messaggero? Perché questa segretezza? Batte le mani per chiamare la domestica. Falla attendere in anticamera, le dice. Miriam si ritira con un altro profondo inchino. Ipazia dà un’ultima occhiata alla vecchia e ritrova quello sguardo nero puntato su di lei. Avverte un brivido freddo, e non lo comprende. Pazza che sono! Cosa può significare per me quella strega? Leggiamo la lettera!
«Alla nobilissima e bellissima, la signora della filosofia, la diletta di Atena, il suo allievo e servo manda il suo saluto»… Il mio servo! E non scrive il suo nome! «Alcuni ritengono che la gallina preferita di Onorio, che porta il nome di Città Imperiale, vivrebbe meglio con un nuovo nutritore, e il Conte d’Africa è stato inviato da se stesso e dagli Dei immortali a sovrintendere al pollaio dei Cesari, almeno durante l’assenza di Ataulfo e Placidia. V’è anche qualcuno che ritiene che in sua assenza il leone di Numidia possa essere indotto a farsi compagno di giogo del coccodrillo d’Egitto, e che un podere arato da un siffatto paio si possa estendere dalla Cateratta superiore alle Colonne d’Ercole. Un podere simile potrebbe essere attraente anche agli occhi di un filosofo. Ma l’Arcadia non è perfetta finché il contadino non ha la sua ninfa. Senza Arianna, cosa sarebbe Dioniso, e Ares senza Afrodite? E Zeus senza Era? Perfino Artemide si accompagna ad Endimione. La sola Atena rimane senza sposo, ma solo per il fatto che Efesto è troppo rozzo per lei. Così non è lui ad offrire alla rappresentante di Atena l’opportunità di condividere quello che potrebbe vedere la luce solo con l’aiuto della sua sapienza, e che senza di lei non potrebbe sussistere.»… Mentre legge, Ipazia arrossisce. Col foglio in mano si alza di scatto e si precipita nella biblioteca. Teone è là, in mezzo ai suoi libri.
Papà, sai qualcosa di questa faccenda? Guarda cosa ha l’impudenza di scrivermi Oreste. Me l’ha fatto avere dalle mani di una strega ebrea. Gli porge la lettera, aspetta ansiosa che il vecchio la legga, e lui la legge con estrema attenzione. Ipazia trema dalla rabbia mescolata al suo orgoglio. Teone solleva lo sguardo, e non appare dispiaciuto di quel che ha letto.
Allora, papà, gli chiede lei, non avverti anche tu l’offesa che è stata recata a tua figlia?
Teone stupito: Bambina mia, non vedi che lui ti offre…
Lo so quello che mi offre, papà. Mi offre l’impero d’Africa. Io dovrei discendere dalle altezze della scienza, dalla contemplazione di ciò che non muta, dell’ineffabile, fino al fango della vita terrena. Dovrei diventare una pedina del gioco politico, in mezzo alle ambizioni meschine, alla depravazione e alla falsità del gregge. E il premio che mi offre, che offre a me, che sono pura, senza macchia… è la sua mano! Pallade Atena!
Bambina mia, bambina mia… un impero…
L’impero del mondo non potrebbe restituirmi il mio rispetto di me stessa, né il mio giusto orgoglio. Come potrei impedirmi di arrossire ogni volta al pensiero di essere una moglie? Moglie: che nome odioso e degradante! Proprietà di un uomo… il fantoccio di un uomo… una che deve sottomettersi al suo piacere, e fargli figli… tutte le nauseanti faccende di una moglie. Non sarei più pura, indipendente. Non sarei più io la fonte della mia gloria. La mia bellezza non sarebbe più l’espressione dell’amore di Atena, ma il giocattolo di un uomo. E quell’uomo! Frivolo, lussurioso, senza cuore. Lui mi ha frequentata per anni, ma della filosofia non gli importa nulla. Raccoglie briciole dal banchetto degli Dei, e le piega ai suoi bassi fini. Ma sono stata cieca, io. L’ho incoraggiato, senza volerlo… No, veramente le cose stanno così: è stato solo perché speravo che il fatto che un uomo così in vista, il prefetto, frequentasse la scuola avrebbe sostenuto la causa degli Dei immortali agli occhi della moltitudine. Senza volerlo. Per leggerezza, ho contaminato la purezza sacra con la putredine mondana. E questa è la mia punizione! Devo rispondergli immediatamente. Si merita che la risposta gli sia portata dallo stesso degno messaggero che mi ha inviato… Insulto per insulto!
In nome delle Potenze Supreme, figlia mia! Per la vita di tuo padre! Per la mia vita! Ipazia! Mio orgoglio, mia gioia, mia unica speranza! Abbi pietà dei miei capelli bianchi! Teone si getta ai piedi della figlia e le abbraccia le ginocchia. Disperazione.
Ipazia lo solleva, lo cinge con le braccia, appoggia il capo sulla sua spalla. Le sue lacrime scendono, la sua bocca è serrata. Nulla può piegare la sua determinazione.
Teone singhiozza: Pensa alla mia gloria nella tua gloria! Io penso a te, non a me stesso…Sai bene che non mi sono mai preoccupato per me. Ma l’idea di morire vedendoti sul trono…
Se non muoio prima di parto, padre mio, come capita a molte donne tanto deboli da diventare schiave, che si sottomettono… a torture da schiave.
Ma… ma… balbetta il vecchio filosofo, cercando qualche argomento sufficientemente alto e nobile e lontano dalle idee volgari da poter avere un effetto sulla figlia. Ma pensa alla causa degli Dei! Che cosa potresti fare da sovrana! Ricordati di Giuliano! Pensa alle nobili imprese di colui che i Cristiani chiamano l’Apostata!
Di colpo, le braccia di Ipazia cadono. Sì! È vero! Il pensiero attraversa la sua mente. Una folgore di delizia e terrore. Visioni e sogni della fanciullezza: templi, sacrifici, collegi sacerdotali… Che cosa non potrebbe fare dal trono! Come trasformerebbe l’Africa! Dieci anni di potere, e l’odiato nome di cristiano potrebbe cadere nell’oblio… Una statua colossale di Atena Poliade, luccicante d’oro, potrebbe sovranamente guardare le navi che riempiono il porto di Alessandria… Ma il prezzo! Il prezzo da pagare! Ipazia si copre il volto con le mani e scoppia in lacrime. Lacrime amare. Trema tutto il suo corpo per la lotta in lei. Lentamente ritorna alla sua camera.
Teone la guarda con ansia. È perplesso. Sta fermo un attimo, poi la segue, incerto. Lei è seduta al suo tavolo, la faccia nascosta dalle mani, scossa da tremiti. Non osa disturbarla. Il padre ama la figlia, così bella, così sapiente, così ricca di doni divini. Fermo sulla soglia, continua a guardarla, e prega tutte le potenze divine e demoniche, da Atena allo spirito guardiano di sua figlia. Le prega di non accecarla, di piegare la sua ostinazione irrazionale.
Ma ecco che Ipazia ha vinto la sua battaglia interna. Solleva lo sguardo, nuovamente chiaro, calmo e radioso.
Sia pure. Per la vita degli Dei immortali… per l’arte, la scienza, l’erudizione e la filosofia… sia pure. Se gli Dei richiedono una vittima, eccomi. Se per la seconda volta la flotta greca non può salpare se non col sacrificio di una vergine, offrirò la mia gola al coltello. Padre, come Ifigenia!
Teone piange di gioia e tenta di scherzare: E io dunque sarei un altro Agamennone? Mi vedi come un padre molto crudele, ma…
Risparmiami, papà. Ipazia fredda. Come io ho risparmiato te. E inizia a scrivere la sua risposta.
Il padre rimane in piedi. La guarda scrivere. Lei non alza la testa finché non ha finito.
Ho accettato la sua offerta. Sotto condizione. Vedremo se lui l’accetterà, dipende tutto da… Tu non chiedermi nulla! Finché Cirillo è il capo della marmaglia cristiana, per te, papà, sarà più sicuro essere nelle condizioni di negare qualsiasi conoscenza della mia risposta. Ti dico solo questo: gli ho scritto che se agirà come io vorrei che facesse, io farò come tu vorresti che io facessi.
Non sarai stata troppo… aspra? Non gli avrai chiesto qualcosa che magari lui non oserà garantirti pubblicamente ora, per timore di suscitare l’ira delle folle? Qualcosa che però lui potrebbe darti il modo di fare tu stessa, una volta che…
Gliel’ho chiesto. Se io devo essere una vittima, il sacrificatore deve almeno essere un uomo, e non un codardo, un servitore dello spirito di questi tempi. Se lui crede davvero in questa fede cristiana, che la difenda contro di me! Perché o questa fede sarà annientata, o sarò annientata io. Se non farà la scelta che gli ho chiesto, se continuerà come ora, che viva pure nella sua menzogna, che le sue labbra pronuncino pure per bassi motivi politici bestemmie contro gli Immortali, anche se il suo cuore e la sua ragione si ribellano!
Batte le mani. Subito entra la domestica. Ipazia le consegna la lettera senza una parola. Chiude la porta, si siede. Vorrebbe riprendere le sue riflessioni su Plotino. Vorrebbe tornare nel mondo dei sogni della metafisica. Ma non può uscire dalla lotta troppo umana del suo cuore. La sua anima individuale deve assumersi da sola il peso di un atto di volontà, di una decisione pesante e terribile. Per questa decisione a che le giova aver definito il processo mediante il quale le anime individuali emanano dall’Universale? La sua ragione individuale è abbandonata ad una lotta per la vita, in uno sconfinato oceano in tempesta di oscurità e dubbio. Per questa lotta a che le giova saper scrivere elegantemente sull’immutabilità della suprema Ragione? Tutto le è apparso grande, luminoso e logico, fino ad un’ora fa. Sillogismo dopo sillogismo. Irrefutabilmente… ha dimostrato che il male non esiste. Ha dimostrato come il male non sia altro che una forma inferiore del bene. Come il male non sia che uno degli innumerevoli prodotti della grande Mente che pervade il tutto, Mente immutabile e infallibile, ma recondita tanto che la maggior parte degli umani non la intende. Il filosofo la intende, che ha imparato a vedere il tronco e il ramo che connettono il frutto in apparenza amaro con la radice perfetta dell’albero. Ma in questa situazione, qui e ora, lei può vedere il ramo? La connessione tra la pura Ragione suprema e le odiose carezze di quel vigliacco e debosciato di Oreste… Quello in cui sta cadendo non è un male allo stato puro, senza una sola venatura di bene passato presente o futuro? Vero che lei potrebbe mantenere puro il suo spirito in mezzo a quel marciume. Potrebbe sacrificare il corpo, che non vale nulla, e innalzare la sua anima mediante l’auto-sacrificio… Ma si accrescerebbe l’orrore. Il male presente, reale, inspiegabile… Perché le Potenze lo richiedono, perché la torturano? Lei, l’ultima loro adepta pura… Forse è richiesto a loro che procedano così con lei… senza pietà. Da un potere più alto, del quale esse sono solo le emanazioni. Gli strumenti. E forse a questo stesso potere il suo sacrificio è richiesto da uno ancora più alto, un potere senza nome, che agli umani appare come un destino assoluto. Un destino di cui lei e Oreste e tutti in cielo e in terra sono le vittime, tratte in un vortice ineluttabilmente, senza speranza, senza aiuto, ciascuno verso la sua fine. E questo orrendo destino è il suo. Pensiero che annienta. Ma Ipazia è invasa dall’ira. No! Non si piegherà. Sarà ribelle. Come Prometeo. Sfiderà il destino, come un’eroina tragica. E si precipita per impedire la partenza della lettera. Ma è andata. Miriam è sparita.
Ipazia si appoggia al muro, e piange amaramente.

Sessanta pensierini irreligiosi

  1. La distinzione tra il puro e l’impuro precede quella tra il giusto e l’ingiusto. Essa è sacrificale, e in ultima analisi radicata nella violenza.
  2. La fede è questo: aver fiducia in altri esseri umani che hanno fede.
  3. Al bisogno religioso si risponde con l’offerta di un wellness religioso, secondo lo spirito dell’epoca.
  4. L’Amore divino creò lo squalo, il coccodrillo, la tigre, la mosca, la zanzara e i virus.
  5. Clericalismo e anticlericalismo sono anche due forme di accecamento.
  6. Occorre riconoscere che Gesù non si è scontrato con atei, empi e anomisti, ma con uomini pii, religiosi e amanti della Legge.
  7. Ciclicamente si celebra il Natale, che è rottura del tempo ciclico.
  8. Penso che sia sbagliato il ragionamento di coloro che di fronte ai fatti di violenza religiosa dicono che la religione c’entra poco, ed è solo usata come pretesto per coprire interessi economici. Come se la religione coincidesse con la fede spirituale, allo stato puro. Religione ed economia sono originariamente connesse, e il legame originario inevitabilmente si manifesta.
  9. Com’è facile per gli umani scambiare per Dio il suo grande imitatore, Satana!
  10. In Vaticano girano molti soldi, lo si sa. E c’è potere, lo si sa. Ergo c’è anche Satana, lo si sa.
  11. Papi santi. Dal Trecento (Celestino nel 1313) all’Ottocento, in cinque secoli, è stato canonizzato solo il promotore dell’Inquisizione Pio V. Nel Novecento si scatena l’inflazione dei papi santi. Urge un’interpretazione.
  12. Il Sacro è il fondamento infondato e infondabile del potere. Di ogni potere, anche di quello più laico.
  13. Dire che “la donna ha un ruolo fondamentale” non significa molto. In quale società umana non ce l’ha? Anche nell’Islam più radicale la donna è indispensabile. Ma anche nelle società schiaviste antiche gli schiavi non avevano un ruolo marginale, perché l’intera economia si fondava sul loro lavoro. Ergo, se un papa afferma che nella Chiesa la donna ha un ruolo fondamentale, tutti i problemi della condizione femminile rimangono.
  14. I due termini laico cattolico sono ormai vuoti, a causa della loro indeterminatezza, e dell’uso improprio che ne è stato fatto per anni. La stessa identità cattolica, al di là di una generica tradizione di appartenenza, è indefinibile dalla maggioranza degli stessi cattolici. Molti dei quali non conoscono nemmeno il catechismo, o sono oggettivamente scismatici o eretici senza alcuna consapevolezza di esserlo.
  15. Agli occhi del Papa i lefebvriani sono comunque fedeli, mentre teologi della liberazione e suore emancipate sono infedeli. Il punto è qui.
  16. Ogni ateismo non può vivere come semplice a-, ma per comprendersi ha bisogno vitale di ciò che lo segue.
  17. “Le porte dell’Inferno non prevarranno contro di essa”. Quelle porte ci sono. Ma dove sono?
  18. Tra santità e fanatismo lo spazio è troppo stretto.
  19. Affidarsi totalmente a Dio è relativamente facile se si pensa che Egli diriga ogni evento, che “non si muova foglia che Dio non voglia”. Molto maggior valore ha l’affidarsi totale a Dio di uno che pensa che il mondo sia dominato dal caso e dagli accidenti.
  20. Per Gesù la massima espressione dell’amore paterno-divino è la festa per il ritorno del figlio prodigo. E per far festa il padre ordina di ammazzare il vitello grasso e di cucinarlo. Certo un Gesù animalista non avrebbe mai usato quell’immagine. Ma un Gesù animalista non avrebbe nemmeno operato pesche miracolose né offerto pani e pesci.
  21. Perché ci sono più fedeli nei santuari che nelle chiese? Perché la gente è superstiziosa, chiede miracoli, ha più fede in Padre Pio che in Gesù, e non vuole diventare migliore, ma solo stare meglio e godersi la vita, o conservarsela.
  22. L’uomo non unisca ciò che Dio ha separato.
  23. La verità è che l’esercizio del papato globale sul modello wojtyliano richiede energie psicofisiche gigantesche. O si fanno papi quarantenni, o si deve ripensare il modello.
  24. Si può pregare per tante cose. Moltissimi santi uomini pregarono incessantemente Dio per la distruzione degli eretici. Tuttavia si può anche pregare senza per.
  25. La gente è sempre stata un problema per il Cristianesimo. E prima per l’Ebraismo. Il bisogno religioso della gente è quello di un vitello d’oro in cui riconoscere la prossimità del divino, e di un re da cui ottenere sicurezza. La risposta di Dio è la distruzione del vitello, la regalità in questo mondo è respinta da Gesù.
  26. Quando gli umani si ammassano, inevitabilmente si esaltano. È l’inesorabile meccanismo della folla, che infine sceglie sempre Barabba e condanna Gesù.
  27. Da notare che il fedele che pregando chiede qualcosa a Dio chiede solitamente salute, salvezza, successo proprio o dei figli, ecc. ecc., ma non chiede mai il dono dell’intelligenza o della saggezza, poiché tutti credono di averne a sufficienza.
  28. Noto che tutti i vescovi a 75 anni devono lasciare. Il nuovo vescovo di Roma a 76 deve iniziare. Qualcosa non mi torna.
  29. La pazienza può appartenere solo a chi vive nel tempo, a colui per il quale esiste un presente ed un futuro, all’essere umano. Attribuire la virtù della pazienza ad un Dio concepito come eterno è una insensatezza.
  30. Fides quaerit intellectum. Si non quaerit, non est fides.
  31. Sono troppi i cristiani che spargono veleno. Ma chi sparge veleno è un cristiano?
  32. Un Dio eterno che si commuove è impensabile. Il tempo è lo scandalo della fede.
  33. Un santo che non è vissuto come esempio di vita ma come meccanismo erogatore di grazie è puro succedaneo di divinità pagane.
  34. Ricordiamoci sempre che il buon Samaritano era religiosamente eterodosso…
  35. C’è una falsa umiltà che è irreale, è solo maschera dell’orgoglio luciferino.
  36. Nel peccato di Lucifero vi è anche un errore intellettuale, l’intendere Dio come ciò che non è: potere mimetico.
  37. Il regno di Dio non espelle nessuno, converte i cuori. Il regno che espelle non è di Dio. Gli umani tra loro si espellono e si escludono.
  38. La maggior fonte di odio non è la lontananza, né la differenza, ma la prossimità e la vicinanza. Le guerre peggiori sono quelle civili, gli scontri religiosi sono tanto più feroci quanto più vicine tra loro sono le religioni in conflitto.
  39. Nelle chiese, dopo il senso del limite e la perfezione del romanico, la smisuratezza del gotico e la metastasi del barocco. Poi la piatta imitazione del passato o la mania di innovazione cementizia del moderno. Che triste parabola architettonico-spirituale.
  40. L’oppio produce torpore e inazione, mentre la religione può spingere ad azioni assai incisive, come sappiamo. Noto poi che anche le posizioni illuministiche e antireligiose hanno causato orrori di ogni tipo, dalla Rivoluzione francese a quella russa. In realtà, il sacro si riproduce sotto mentite spoglie, è inestirpabile, e produce il massacro.
  41. Chi sa quel che è di Cesare, quel che è di Dio? Dopo duemila anni di Cristianesimo non è mica tanto chiaro. Almeno a me, che sono un intelletto limitato.
  42. Meglio professarsi atei che credenti, se l’oggetto della fede è Baal.
  43. Gesù non vestiva di sacco.
  44. L’umile Maria gradualmente nei secoli assume il carattere di Iside, col manto azzurro e la corona di stelle. Certamente il monoteismo ebraico-cristiano in sé non contempla in Dio il genere, poiché Dio non è né maschio né femmina. Però l’incarnazione avviene mediante una donna, ma si realizza in un maschio. Sicché la natura umana assunta in Dio con Cristo è la natura umana al maschile. E il dogma dell’assunzione di Maria in qualche modo sembra correggere lo sbilanciamento. Lo squilibrio però rimane: per Maria non ci può essere adorazione ma solo venerazione, e l’Assunta non impedisce alla Chiesa cattolica di rimanere una istituzione governata dal maschile.
  45. Il paradosso dell’arte religiosa è questo: quanto più grande l’artista, quanto più il suo genio si incarna nell’opera, tanto meno intensa è l’aura religiosa della stessa, la sua capacità ierofanica, la sua forza di suscitare la devozione dei fedeli. Tanto più semplice e anonima e arcaica l’icona, tanto più potente in essa la presenza del sacro. Non si prega una madonna di Raffaello.
  46. Una coppia di papi che scrivono lettere. Inaspettato e stupendo, novità assoluta in duemila anni di Cristianesimo.
  47. Né Gesù né Pietro sono figure ieratiche e distanti. Cioè figure del numinoso, del Sacro-Potenza. E il cristianesimo non è una religione dell’alterità totale: è la fede nel Dio con noi, l’Emmanuele.
  48. Io il chierichetto non lo feci mai. Il parroco mi richiese ai miei per questo compito, ma i miei accamparono scuse. Risultò poi che temevano che io maturassi l’idea di entrare in seminario e farmi prete. Una eventualità temuta da molte famiglie cattolicissime per i loro figli, e che non mi passò mai per l’anticamera del cervello.
  49. I fondamentalisti di ogni risma hanno sempre le idee chiarissime.
  50. La fede è attraversata dalla non-fede, la credulità non è attraversata da nulla. O meglio: è attraversata dal nulla.
  51. Bestemmiano quelli che scrivono “Dio c’è” quando qualcosa gli va bene.
  52. Gli dissero: “Maestro, grassi preti con la jacuzzi in canonica esaltano la povertà della grotta di Betlemme…”. Rispose: “Il vostro cuore è forse una capanna di pastori?”.
  53. A Gesù piaceva il pesce (come cibo). Su questo fatto, e sul suo non-vegetarianesimo, il Nuovo Testamento è chiaro.
  54. Gesù non fu un sacerdote, e nemmeno un francescano ante litteram. Fu un galileo credente, ma laico, del tutto laico.
  55. Personalmente, vedo tutta la tradizione cristiana divisa da due tendenze fondamentali: quella metafisica e mistica, da un lato, e quella che vorrei chiamare storico-tragica. Talvolta si uniscono ma in se stesse sono conflittuali.
  56. Il papato con Wojtyla ha accelerato il suo secolare processo di dilatazione, con una incontinenza santificatoria e auto-santificatoria. Ora tutto questo ha la sua apoteosi con i due papi che canonizzano due papi. Nulla di analogo in duemila anni.
  57. L’umiltà di colui che si trova nel Centro esalta il valore dello stesso Centro proprio con l’affermarsi, mostrandosi, come umiltà. E poiché il Centro è invisibile, mentre visibile è chi lo occupa, questi riceve il massimo di visibilità. Così l’umiltà si carica di potenza, e l’umile centrale si trasforma, anche se non lo vuole, in icona e infine in idolo.
  58. Io, che papista non sono, guardo ammirato tutti questi laici, miscredenti, atei, agnostici e anticlericali che discettano sul papa e sul papato, su come era e come dovrebbe essere, sul destino della Chiesa e del Cattolicesimo.
  59. La maggior parte dei cristiani uccisi per motivi di fede nel corso della storia è stata uccisa da altri cristiani.
  60. Nei personaggi della Bibbia non trovo quasi nulla della spiritualità monastica.

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Papa e bombe

SKOREA-RELIGION-POPE

«Dove c’è un’aggressione ingiusta posso solo dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, sottolineo il verbo fermare, non bombardare o fare la guerra. Dico: fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo avere memoria, pure: quante volte, sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una bella guerra di conquista? Una sola nazione non può giudicare come si ferma questo, come si ferma un aggressore ingiusto.»
Queste parole di papa Bergoglio pongono almeno tre gravi questioni:
1. L’ONU, che il pontefice ritiene evidentemente l’unico organismo legittimato all’uso della forza per fermare una aggressione ingiusta, è costantemente bloccato dal conflitto degli interessi geo-strategici delle potenze, e necessita comunque del supporto militare delle stesse per qualsiasi intervento. Quindi invocare l’ONU nel caso di aggressioni fulminee e massacri dilaganti è del tutto inutile.
2. La determinazione della ingiustizia di un’aggressione è altamente problematica. Non esiste infatti aggressore che si definisca tale, ma chi muove guerra si riterrà sempre legittimato alla violenza da oppressione subita o da torti ricevuti in precedenza, e vedrà nella sua azione una risposta giusta, e volta a ristabilire la giustizia. Giustizia e ingiustizia dipendono dal consenso della maggioranza?
3. Un aggressore ingiusto, ammesso che sia possibile una sua individuazione concorde da parte di tutti gli Stati (un’utopia), va fermato, dice il papa. Ma come si ferma un esercito di combattenti fanatici, se non con l’uso delle armi, e quindi anche degli aerei e delle bombe? Dunque, le parole di Bergoglio delineano una concezione astratta. Sotto la quale forse è da ravvisare la diplomazia vaticana con le sue gesuitiche raffinatezze…