Il mulino del Po

Le proporzioni colossali di un romanzo non bastano a tenermene lontano, eppure per anni avevo differito la lettura de Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli. Non so perché. Preso il coraggio a due mani, quest’estate l’ho letto dalla prima all’ultima delle sue 2090 (circa) pagine (Oscar classici della Mondadori). È stato uno sforzo notevole, con un che di ascetico da parte mia. Che dirne? Questo romanzo è la mimesi del Po, scorre lento e lutulento, con morte gore e repentine esondazioni, e appare in tutti i sensi tardo, pre-critico per così dire. Forse il suo fascino sta anche qui.
Di tutte le digressioni storiche in cui Bacchelli s’impelaga mi resta il senso della precarietà dell’Italia unita, della marea di ingiustizie che hanno seguito l’unificazione, segnando forse per sempre il carattere della nazione. Ed è interessante, al proposito, la descrizione bacchelliana della lotta tra i mugnai fluviali e la guardia di finanza al tempo della tassa sul macinato, con l’applicazione alle macine di strumenti misuratori del numero dei giri, su cui si sarebbero calcolate le imposte dovute, e le forme di boicottaggio e di evasione fiscale: eterno problema italico.
Nel Mulino del Po non mancano certo le scene grandiose, in cinemascope, di catastrofi storiche e naturali. Le scene iniziali, della campagna napoleonica di Russia sono potenti, l’espediente del satanico dono del capitano Maurelio Mazzacorati al protagonista Lazzaro Scacerni sta tra un certo Balzac e il Rovani di Cento anni. Lazzaro Scacerni mi piace molto, as a character, anche perché ama la caccia ai beccaccini, ma il suo personaggio non è per nulla novecentesco: è, in sostanza, tutto d’un pezzo, e il suo dissidio morale è legato ad un’idea assai tradizionale di peccato. Ci sono poi i cattivi-cattivi, dei veri villains, come il figlio dello stesso Scacerni, tutti brutti e ripugnanti anche nel fisico.
Questo Guerra e pace all’italiana, senza i personaggi complessi di Tolstoj, questo epos della gente molinara, rivela, ancora una volta, l’impossibilità dell’epos nella modernità: esso è possibile solo se la guerra è celebrata in quanto guerra, e se il divino (comunque inteso) vi partecipa come l’umano.

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