Ipazia, scena XVII

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La grande strada finisce sul molo. Allo sguardo incantato di Filemone si presenta un ampio semicerchio di mare blu. Tutto intorno, palazzi e torri. Involontariamente si ferma, e anche il suo accompagnatore si ferma e rivolge al giovane monaco uno sguardo obliquo, a cogliere gli effetti che lo spettacolo dovrebbe provocare in lui.
Guarda! Guarda cosa abbiamo fatto noi Greci! Noi, pagani, che viviamo nella tenebra! Guarda questa bellezza, e vediti per quello che sei: un giovane piccolo uomo presuntuoso e ignorante. Uno che pensa che la sua nuova religione gli dia il diritto di disprezzare tutte le altre. Lo hanno fatto i cristiani tutto questo? Lo hanno edificato i cristiani il Faro che vedi là a sinistra, una delle meraviglie del mondo? L’hanno costruita i cristiani questa diga lunga un miglio, coi suoi due ponti mobili, che connette i due porti? Sono stati i cristiani a costruire questo lungomare? O questa Porta del Sole, sotto cui ci troviamo ora? O il Cesareo, là a destra? Guarda! Guarda! E sentiti piccolo! Davvero molto piccolo. Lo hanno edificato i cristiani tutto questo? Hanno scolpito e inciso loro, con la sapienza degli antichi? Lo hanno costruito i cristiani il Museo, ne hanno concepito loro le statue e gli affreschi? Sotto i quali, ahinoi, aleggia ormai solo un soffio dell’antica sapienza… Hanno fatto sorgere loro dal mare quel palazzo là? Hanno riempito loro il tempio di Nettuno di statue che sembrano vive? Parla! Tu, figlio di pipistrelli e di talpe. Tu, sei piedi di sabbia! Tu, mummia fuoruscita da una caverna delle colline! Sono capaci i monaci di fare cose come queste?
Filemone è abbagliato dallo splendore intorno a lui, dalla grandiosità dello scenario. Troppo meravigliato per arrabbiarsi con qualcuno. Esita a rispondere al facchino, e dice: Altri uomini prima di noi hanno faticato, e noi come successori abbiamo preso il loro posto…
Ma il contrasto tra il riposo senza fine delle grandi masse di pietra delle costruzioni e il movimento della superficie scintillante del porto, con le innumerevoli imbarcazioni e vele in movimento sciamanti verso l’aperto mare, questo contrasto lo tocca profondamente, lo schiaccia, e lo riempie di tristezza. Dunque questo è il mondo… Non è meraviglioso? E gli uomini che hanno fatto tutto questo… se non sono stati grandi… allora cosa sono stati? Sicuramente avevano in loro grandi anime e nobili pensieri! Per creare cose simili bisogna avere in sé qualcosa di divino! Qualcosa che ha illuminato nazioni, generazioni… E là c’è il mare. E al di là del mare nazioni innumerevoli. La sua fantasia si accende, si smarrisce. Tutti questi popoli sono destinati alla dannazione? Dio non ha alcun amore per loro?
Infine Filemone riesce a rimettere in ordine i suoi pensieri, e chiede di nuovo alla sua guida qual è la strada per la casa dell’arcivescovo.
Da questa parte, seguimi, giovane nullità, risponde l’omino. E procedono lungo la grande facciata del Cesareo, ai piedi degli obelischi.
Lo sguardo di Filemone cade sul frontone, che ha ornamenti che paiono aggiunti da poco: simboli cristiani.
Ma come? Una basilica?
No, è il Cesareo. Solo temporaneamente è un luogo di adunanza dei cristiani. Gli Dei immortali sono stati condiscendenti, ma rimane il Cesareo. Da questa parte, in fondo alla strada, a destra. Guarda, dice l’omino indicando un portone sul lato del Museo, là c’è l’ultimo ritrovo delle Muse, la sala dove Ipazia tiene le sue lezioni, dove io sono un allievo clandestino, indegno… E si ferma presso la porta di una splendida casa, sull’altro lato della strada: Qui è la residenza della favorita di Atena… ora puoi deporre a terra il cesto. E bussa alla porta, e consegna il cesto a un portinaio nero, e con un cortese inchino a Filemone sembra volersi congedare.
Ma la casa dell’arcivescovo dov’è? chiede il giovane.
Vicino al Serapeo. Non puoi sbagliarti: quattrocento colonne di marmo, anche se rovinate dai cristiani persecutori. Sono ben visibili.
Ma quanto lontana è?
Circa tre miglia, vicino alla Porta della Luna, risponde l’omino.
Ma…non era la porta attraverso la quale siamo entrati in città dall’altro lato?
Proprio così. Siccome hai già percorso la strada per arrivare qui, sarà facile per te ripercorrerla nella direzione opposta.
Filemone lo strozzerebbe, sbatterebbe il suo cranio contro il muro, ma si controlla: Allora tu, maledetto pagano, intendi dire che mi hai volutamente allontanato dalla mia meta?
Calma, giovanotto. Se mi tocchi, io chiamo aiuto. Siamo vicini al quartiere ebraico, e là ci sono migliaia di uomini che piomberanno qui come uno sciame di vespe e non gli parrà vero di poter massacrare un monaco. E poi, quello che ho fatto l’ho fatto a fin di bene. Per il mio bene anzitutto, un bene inteso secondo saggezza pratica, al fine che tu, e non io, avessi a portare il peso del cesto. E poi secondo saggezza filosofica, secondo ciò che vedo della pura ragione: al fine che tu, messo di fronte allo splendore di questa grande civiltà, che voialtri vorreste distruggere totalmente, tu imparassi che sei un somaro, una tartaruga, una nullità, e così, rendendoti conto di non essere nulla, potessi essere spinto a diventare qualcosa. E fa per andarsene.
Filemone lo afferra per la tunica, e lo blocca. L’omino tenta di svincolarsi, vanamente.
Pacificamente, se vuoi, altrimenti a forza, in ogni caso tu ora mi riporti indietro, alla mia meta!
Il filosofo, risponde l’omino, vince le circostanze sottomettendosi ad esse. Verrò pacificamente. In verità, sono proprio le basse necessità della mia esistenza che mi riportano verso la Porta della Luna, per un’altra faccenda di frutta.
E così i due tornano indietro insieme.
Mezzo miglio camminano in silenzio, i pensieri di Filemone non si staccano dalla strana donna che ha sentito esaltare, di cui non sa nulla. All’improvviso sbotta: Ma chi è questa Ipazia, di cui parli sempre?
Chi è Ipazia, bifolco? La regina di Alessandria! Per sapienza è Atena! Per maestà è Era! Per bellezza è Afrodite!
E chi sono queste? chiede Filemone.
Il facchino si ferma, lo squadra dalla testa ai piedi con un’espressione mista di pietà e disprezzo, e nell’estasi del suo sdegno fa per allontanarsi. Ma il forte braccio di Filemone lo blocca.
Ah, già, abbiamo un accordo… Chi è Atena? La dea che dona la saggezza. Era è la sposa di Zeus e regina dei Celesti. Afrodite è la madre dell’amore…Non mi aspetto che tu capisca.
Filemone tuttavia capisce almeno questo: che nella mente dell’omino che lo guida Ipazia è una persona unica e meravigliosa. Perciò gli fa l’unica domanda con cui al momento può valutare qualsiasi fenomeno di Alessandria: E lei è amica del patriarca?
Il facchino sbarra gli occhi, fa con la mano un complicato gesto di scongiuro verso Filemone, su cui non ha alcun effetto. Poi si ferma, contempla ancora la possente figura del monaco e risponde: Mio giovane amico, lei è amica della stirpe degli umani in generale. Il filosofo deve innalzarsi al di sopra dell’individuo, alla contemplazione dell’universale… Aha! Ecco qualcosa che merita di essere visto, e le porte sono aperte. E si ferma all’entrata di un vasto edificio.
È questa la casa del patriarca?
I gusti del patriarca sono più plebei. Dicono che viva in due stanze sporche… consapevole di quello che gli si addice. La casa del patriarca? È l’opposto di questa, non vi è arte né spirito. Questa, questa è il tempio dell’arte e della bellezza, il tripode delfico dell’ispirazione poetica, il conforto dell’uomo affaticato: in una parola, il teatro. Se il tuo patriarca potesse, domani stesso lo ridurrebbe a un cumulo di rovine. Invece il filosofo non deve disprezzarlo. Ah, vedo all’entrata i messi del prefetto. Sta preparando la lista dei piatti del giorno, per così dire, assecondando il palato del popolo. Questo è il giorno in cui ogni settimana qui si esibisce una mima molto spiritosa, molto ammirata, soprattutto dai Giudei. Per il gusto più classico, molte delle sue movenze, certi ancheggiamenti, sono privi dell’antico decoro… nell’insieme potrebbe essere definita indecente. Tuttavia, il pellegrino stanco potrebbe anche trovarla piacevole. Entriamo a vedere lo spettacolo.

Gli scomparsi

mendelRichiede un lettore paziente Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn (The Lost. A Search for Six of Six Million, 2006, trad. it. di G. Costigliola, Neri Pozza 2007). Perché è un volume di più di 700 pagine, e perché la narrazione è fluviale e tortuosa, con rami secondari e deviazioni. Straordinaria indagine volta a recuperare gli ultimi anni del fratello del nonno materno, un prozio di Mendelsohn rimasto con la sua famiglia nella cittadina galiziana di Bolechow mentre i fratelli erano emigrati, Gli scomparsi attraverso una serie di incontri, alcuni dei quali davvero fortuiti, di dialoghi e di racconti di persone anziane che vivevano laggiù alla fine degli anni Trenta e durante la guerra, riesce a far riemergere, almeno in parte, un mondo totalmente cancellato e sepolto nell’oblio. Mendelsohn è interessato tuttavia a quelle persone, Shmiel Jaeger, la moglie Ester e le quattro figlie Lorka, Frydka, Ruchele e Bronia, e al loro mondo, non al mondo ebraico-orientale in genere. Il sottotitolo, che nella versione italiana non compare, è estremamente eloquente: è una ricerca su quei six, non l’ennesimo libro sui six million. Dalla sua famiglia a New York ha appreso pochissimo, sospetta che vi sia qualcosa di oscuro nel rapporto tra il prozio e i fratelli emigrati, e infatti emergerà infine un motivo antico di conflitto, che tra l’altro ha a che fare con l’osservanza religiosa. Nella sua complessità, avendo sempre sullo sfondo, e talvolta in primo piano, l’orrore dello sterminio nazista, questo è un libro sulla parentela e in particolare sul rapporto tra fratelli. Il frenetico girare per il mondo alla ricerca dei pochi che possono ricordare eventi e persone di sessant’anni prima è contrappuntato da un confronto con le pagine bibliche del Genesi, in un singolare e fruttuoso, e spesso tormentato dialogo.
Questo è anche un libro che pone inquietanti interrogativi sulle convivenze tra culture ed etnie, e sulle loro labili fondamenta anche secolari. Tre gruppi etnici, infatti, tre culture diverse avevano convissuto per secoli a Bolechow. Nel 1941 vi erano tremila ucraini, seimila polacchi e tremila ebrei. Nel 1945 dei tremila ebrei era rimasta in vita qualche decina. Oggi a Bolechow non vive nessun ebreo. Gli abitanti delle tre etnie si conoscevano, avevano rapporti di commercio e amicizia, ma all’improvviso tutto andò in frantumi. Un ennesimo spunto di riflessione per coloro che sono convinti che l’odio e la violenza nascano dalla non-conoscenza:

È storicamente accertato che molte delle efferatezze compiute contro gli ebrei dell’Europa orientale non vennero perpetrate dai tedeschi ma dalle popolazioni locali, polacchi, ucraini, lituani, lettoni; i vicini, persone con cui gli ebrei avevano convissuto intimamente per secoli, fino a quando quel delicato equilibrio si alterò ed essi si rivoltarono contro di loro. Alcuni trovano incredibile questo fenomeno—non da ultimo gli stessi ebrei. Più di un sopravvissuto con il quale ho parlato negli anni successivi a quel primo viaggio a Bolechow ha espresso sconcerto, rabbia o ira all’idea che i loro conterranei si fossero trasformati in assassini.
«Cannibali!» esclamò con stizza una donna a Sidney. «Per me sono cannibali. Avevamo vissuto porta a porta per anni—e poi ecco cosa è successo».
Un altro australiano conosciuto in seguito in modo del tutto casuale definiva «macellai» gli ucraini collaborazionisti, con il tono in cui si qualifica un informatore della polizia segreta o una spia. Un pomeriggio mi disse: «Strutinski era un noto macellaio, uccise molte persone. E ce n’era un altro, Matwiejecki, che si vantava di aver ammazzato con le proprie mani quattrocento ebrei. C’era anche una famiglia, i Manjuk—erano ucraini e parlavano perfettamente in yiddish, due fratelli che diedero la caccia agli ebrei durante l’Olocausto, uccidendone parecchi».
«Parlavano perfettamente in yiddish?» chiesi stupito. L’australiano annuì, e mi spiegò che parecchi cristiani di Bolechow, polacchi e ucraini, conoscevano molto bene l’yiddish: tanto stretti erano i loro rapporti con gli ebrei.
Con un mesto sorriso commentò: «Eravamo il primo esempio di società multietnica».
Avevo l’impressione che, al di là della dolorosa e amara disillusione, per non dire dello sconcerto, che molti manifestano di fronte al fatto che delle persone che hanno convissuto per lungo tempo in una certa intimità possano come niente fosse ammazzarsi a vicenda, appena se ne presenti l’occasione—evento cui abbiamo assistito in tempi ben più recenti rispetto al 1941—dietro l’amarezza e lo sconcerto si celasse la convinzione generica e forse ottimistica che sia più facile uccidere dei perfetti estranei rispetto a chi conosciamo meglio. Io non ne sono così sicuro. (…) L’unica volta che ebbi l’ardire di chiedere a mio padre perché non rivolgesse più la parola al fratello, un silenzio annichilente che durò gran parte della mia vita, mi rispose: «A volte è più facile avere a che fare con degli estranei».
In, interior, intimus. L’intimità può generare ben altre emozioni che non l’amore. Le persone con cui si è vissuto in grande intimità e promiscuità, che conoscono bene i tuoi sentimenti, soprattutto le tue debolezze: saranno proprio loro, nel momento cruciale, le prime a essere escluse, allontanate, scacciate, definitivamente cancellate. (pp. 188-189)

 

Questi sono i nomi

WierQuesto è il primo romanzo da me letto in cui un aspetto fondamentale della storia sia direttamente ispirato alla teoria girardiana dell’origine del sacro, ovvero alla divinizzazione della vittima successiva al suo linciaggio. In Questi sono i nomi (De Bezige Bij, 2012, trad. it. di C. Cozzi e C. Di Palermo, Iperborea 2014) Tommy Wieringa costruisce un intreccio di due storie, una collettiva ed una personale, che alla fine si intrecciano e generano qualcosa di nuovo. La storia collettiva—e corale—è quella di un gruppo di profughi che cercano di raggiungere una terra promessa, un qualche paese sviluppato, e si ritrovano sperduti nella steppa, in un deserto privo di qualsiasi traccia di umani, i cui unici segni sono ruderi abbandonati, e procedono in una marcia disperata per giorni e giorni, perdendo gradualmente ogni traccia di ciò che generalmente si attribuisce all’uomo civile, e infine semplicemente all’essere umano. La seconda storia, individuale, è quella di Pontus Beg, capo della polizia nella città di Michailopoli, dove trionfa la corruzione successiva al crollo dell’URSS, dalla quale lui stesso è almeno in parte contaminato. Romanzo robusto e sottile sulla sottile linea che divide l’umano dal disumano, Questi sono i nomi (dei figli di Israele, il riferimento alla Bibbia è chiarissimo) è anche un romanzo duro, che a tratti evoca il McCarthy de La strada. Infine il personale di Beg e il collettivo dei profughi troverà una unicità di significato nel religioso: ma in modo estremamente problematico. Beg scopre gradualmente la propria identità: che sua madre era ebrea, e quindi lo è anche lui. E c’è un parallelismo tra la marcia nella steppa di quei profughi e i giorni nel deserto dei figli di Israele. Anche i profughi trovano una guida, cui attribuiscono un potere salvifico, ma questa guida è la testa, staccata dal busto e portata in una borsa, di uno dei profughi, un africano, diverso per colore della pelle e cultura, cui gli altri membri del gruppo attribuiscono poteri malefici, e che perciò linciano, realizzando con questo una unità perfetta tra loro, che si tramuta in gratitudine per la vittima, che appare dunque rivestita dei caratteri del sacro. Che è duplice, e ambivalente, come insegna Girard. Ed è evidente che qui si tratta di un idolo, costruito da mani umane mediante l’atto più semplice: una uccisione. Non si tratta qui però di una malaccorta e superficiale traduzione narrativa di una teoria: Wieringa  sviluppa una narrazione magistrale, condotta con un linguaggio secco ed efficacissimo, dimostrando davvero un grande talento.

Economy and the Future

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Economy and the Future, di Jean-Pierre Dupuy, è la traduzione in inglese (Michigan State University 2014) di un libro uscito in Francia nel 2012 col titolo L’Avenir de l’économie e con un sottotitolo eloquentissimo: Sortir de l’économystification. Anche il sottotitolo inglese è eloquente: A Crisis of Faith. Questo è un libro apocalittico, per esplicita dichiarazione dell’autore, che parla di un profetico enlightened doomsaying  (Pour un catastrophisme éclairé è il titolo di una sua opera del 2002) come unico modo per infrangere la cappa di piombo imposta globalmente da una visione radicalmente distorta del rapporto tra l’economico e il politico, l’economistificazione regnante oggi di cui il libro tratta ampiamente.  Alcune citazioni dalla prima parte sono sufficienti a far comprendere come si muova l’argomentazione di Dupuy, che ha tra i suoi punti di riferimento Ivan Illich e René Girard. Nemico del liberismo globale, Dupuy vede nell’Economia (con la E maiuscola) un mostro, anzi un idolo creato dagli umani, al quale essi offrono sacrifici, e a cui la politica vigliaccamente ha scelto di prostituirsi, rinunciando ad ogni sua prerogativa (all’inizio fa l’esempio di Mario Monti…).

«I mentitori, e particolarmente quelli che mentono a se stessi, sono spesso i più abili sofisti. Nel vagliare attentamente il linguaggio della malafede parlato dagli economisti, noi impareremo di più sulle verità nascoste dell’Economia che accettando al suo valore nominale la pretesa che gli economisti stessi avanzano di aver spiegato il mondo per quello che è veramente.» (p. XX)

«L’Economia ha in sé violenza. Si potrebbe dire che la violenza le inerisce. Ma essa agisce anche come una barriera contro la violenza. È come se la violenza trovasse nel commercio e nell’industria i mezzi per limitarsi, e quindi per proteggere l’ordine sociale dal collasso. In altre parole, l’ambivalenza della vita economica in relazione al male rispecchia esattamente l’ambivalenza del sacro rispetto alla violenza. »(p. 11)

«Come si legge in Adam Smith, se noi desideriamo la ricchezza, non è per l’illusoria soddisfazione materiale che essa può dare, ma perché la ricchezza ci porta l’ammirazione degli altri, un’ammirazione fatalmente tinta d’invidia. Inevitabilmente, allora, la pubblica prosperità ha come prezzo la corruzione dei nostri sentimenti morali» (p. 12)

Il comportamento umano—questo è uno dei cardini del pensiero di Dupuy—non può essere trattato come una variabile indipendente, anche perché «Il modo in cui il futuro è descritto e compreso è parte di quello che determina il futuro.» (p. 41)

«Se gli esseri umani fossero razionali nel senso inteso dagli economisti, essi semplicemente non potrebbero formare un’entità politica, perché sarebbero incapaci di porre fiducia l’uno nell’altro o di trattare i loro conflitti in un modo che non sia distruttivo per ciascuno. […] Se gli umani riescono a vivere insieme in società, è solo perché sono in grado di liberarsi del giogo della razionalità economica.»(p. 55)

«Nella sfera economica ogni cosa ha il suo prezzo—anche la politica. Sempre più apertamente oggi l’Economia compra i politici, senza celare nemmeno per un attimo il piacere che prova nel far questo. Talvolta si vanta di essere in grado di fare del tutto a meno dei politici; altre volte si limita ad affidare loro dei compiti minori. (…) Nulla le dà maggior piacere che veder strisciare queste deboli creature, terrorizzate all’idea di fare il minimo passo falso o di fare qualcosa che possa scatenare la sua ira. Ma l’Economia compie un grave errore. Col degradare e neutralizzare la politica essa si priva dei mezzi con cui si potrebbe sollevare sopra la palude del managerialismo nella quale si trova impantanata, senza nemmeno accorgersene. Condannata all’immanenza senza scopo di una gestione aziendalistica, e senza avere alcun altro orizzonte oltre quello del futuro immediato,  essa si ritira in se stessa, senza preoccuparsi di offrire ai giovani una ragione per vivere, senza essere toccata dallo spettacolo di intere popolazioni ridotte alla miseria e alla fame. Non più in grado di contenere la violenza, essa  baldanzosamente prende per mano il mondo, e lo conduce nel futuro—un futuro ancora più orribile del presente.» (p. 63)

Curia

imagesLa Curia romana, cui il papa ha rivolto un discorso di inaudita durezza, porta su di sé lo stigma della sua origine: potere romano, non Vangelo. Questo discorso di Bergoglio è direttamente legato ad un altro inauditum: le dimissioni di Benedetto XVI, che solo uno sprovveduto può pensare motivate ingravescente aetate. Oggi mi capita di trovarmi d’accordo con Vito Mancuso, cosa che non avviene spesso: la Curia è un parto del papato, l’inevitabile creazione dei papi pontefici (pontifex, altra parola del linguaggio religioso-politico della Roma pagana). Mancuso oggi si chiede, e me lo chiedo anch’io, dove siano stati tutti questi papi santi dell’ultimo secolo, così vicini a Dio in quanto santi, mentre intorno a loro si diffondeva, si insinuava, formicolava tutto questo. Non vedevano? Non capivano? Erano santi ingenui o papi politici? O non avevano forze sufficienti per affrontare il drago nella sua caverna? Infine è vero: il problema della Curia è il problema del pontificato romano, cioè del potere dentro la Chiesa, delle sue incarnazioni e dei suoi travestimenti. Quanto ad una purificazione di questo organismo, lunghi secoli hanno dimostrato che è impossibile. Una Curia sarà sempre una Curia.

Le anime forti

GionFIl romanzo Le anime forti (Les âmes fortes, 1949, trad. it. di R. Fedriga, Neri Pozza editore 2011) è il più spietato che Jean Giono abbia scritto. Ed è anche quello in cui lo scrittore scende più in profondità nell’analisi dei meccanismi rivalitari che funestano la vita degli umani. Sebbene la narrazione sia a più voci, il senso della vicenda è trasparente: si intreccia la storia della vita di due coppie, l’una benestante e anziana, l’altra povera e giovane. La prima appare governata da un’idea di magnanima generosità, l’altra da una brama di arricchimento e di possesso. In entrambe l’elemento forte è quello femminile, la signora Numance e la popolana Thérèse, mentre i due uomini—il ricco e benevolo signor Numance e il povero e a tratti bestiale Firmin—subiscono in diverso modo la supremazia delle rispettive mogli, le anime forti. La relazione tra le due donne, che a tratti pare assumere una natura materna-filiale, si snoda attraverso una serie di fasi delineate da Giono con sapienti chiaroscuri: alla fine si manifesta come pura lotta per il dominio, perché, come sapevano bene già gli antichi, anche l’atto di donare senza limiti, e al limite l’atto di donare tutto quello che si possiede, può celare un intento di auto-affermazione, e di umiliazione di chi il dono riceve e non è in grado di contraccambiare. Non v’è dubbio che la giovane Thérèse sia portatrice di una nietzchiana volontà di potenza, a cui tutto, compresi i sentimenti e il sesso, viene asservito. Giono conosce perfettamente, e lo evidenzia in molte delle sue narrazioni, quale sia la potenza del mimetismo, e come la dialettica dell’imitazione porti spesso ad esiti funesti. In numerose pagine de Le anime forti vediamo chiaramente all’opera la lex mimetica: la scaltra Thérèse subisce la potente attrazione della signora Numance, e finisce per imitarla nelle movenze e negli atteggiamenti. Ma vale anche il contrario: ad un certo punto la signora Numance rinuncia al suo costoso profumo per adottare l’economica fragranza di violetta di Thérèse. D’altra parte il fatto stesso che inizialmente la signora Numance appaia agli occhi di Thérèse come totalmente indipendente dagli altri, indifferente alla pubblica opinione su di lei, e quasi chiusa in un guscio di autosufficienza narcisistica, e proprio per questo scateni l’appetito mimetico della giovane, questo fatto rientra perfettamente nella teoria mimetica di René Girard, che non mi risulta aver frequentato Giono, nella cui opera avrebbe trovato abbondante materiale di grande interesse antropologico.

Cinque Stelle in sette punti

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Quello che penso del Movimento 5 Stelle in 7 punti.
1.  Si tratta in primis di una reazione  a ciò che viene avvertito come crollo morale dei partiti tradizionali, alla corruzione pervasiva, e ad un quadro politico-economico insostenibile, da parte della piccola borghesia diffusa e dei ceti medi in decadenza. Il voto alle ultime politiche ha avuto un significato di protesta, più massiccia che in passato.
2. Un movimento non può permanere a lungo nello stato liquido, e tende inevitabilmente a cristallizzarsi in strutture. Accadrà anche al M5S, tra mille convulsioni e lacerazioni.
3. Il M5S ha come primo peccato d’origine lo stesso elemento che è causa della sua forza iniziale: non avere un fondatore, ma un Creatore (in due persone). Se il Creatore ritirasse il suo spirito vitale, il Movimento si ritroverebbe un cadavere disseccato.
4. La Rete viene usata in modo tale che ha assunto i connotati di una entità metafisica più che quelli di uno strumento di democrazia sostanziale, che è resa problematica dal peso smisurato del Creatore e del suo Blog.
5. Il M5S ha come suo secondo peccato d’origine l’avere assunto come fondativa la menzogna dell’uno vale uno. Poiché mai il Creatore può valere quanto uno dei creati, ogni pretesa di realizzare davvero la perfetta uguaglianza è destinata a naufragare. Trionferà invece la falsa coscienza, che si esprime nella realizzazione di un direttorio, ecc.
6. Il M5S ha come suo terzo peccato d’origine il suo culto della differenza come purezza. Questo lo porta al rifiuto di ogni alleanza con le forze impure, e produce la seconda menzogna fondativa, cioè la convinzione di poter guadagnare un consenso elettorale tale da poter governare da soli. La menzogna del 51%. Mentre in Italia si può governare solo nella forma della coalizione, e nessuno avrà mai tanti voti da poterlo fare da solo. Questa menzogna costitutiva porta il M5S all’impotenza politica, e ad una sostanziale sterilità.
7. Data la sua natura, il M5S ha costitutivamente bisogno di capri espiatori e di traditori da espellere. Il M5S è in se stesso espulsione (“mandiamoli tutti a casa”). D’altra parte, è ancora la sua natura essenzialmente piccolo-borghese che lo porta a vedere il grande nemico nell’Euro, che non a caso funge da testa di turco anche per l’altro movimento-partito piccolo-borghese: la Lega di Matteo Salvini.

 

 

 

Ipazia, scena XVI

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Ecco un omino addossato ad una catasta di legna. Ai suoi piedi una cesta di frutta, smilzo, occhi neri ridenti, medita osservando gli stranieri. La casa del patriarca? risponde. La conosco. Certo che la conosco. Tutta Alessandria la conosce, per forza. Tu sei un monaco?
Sì.
Allora chiedi ai monaci, se fai tre passi ne trovi subito uno.
Ma io non conosco nemmeno la direzione giusta…, dice Filemone. Ma tu, amico, perché ce l’hai coi monaci?
Giovanotto, mi sembri un po’ ingenuo, per essere un monaco. Non pensare che rimarrai così candido se resterai in Alessandria. Se continuerai a vestirti di pelle, e ad andare di chiesa in chiesa per un mese qui, senza imparare a mentire, a calunniare, ad applaudire e urlare invettive, e magari a partecipare a qualche atto di violenza… o assassinio… vorrà dire che sei un uomo migliore di quello che mi sembri adesso. Mio caro, io sono un greco, e sebbene il vortice della materia abbia imprigionato la mia scintilla spirituale in un corpo di facchino, sono un filosofo. L’omino si drizza in posa di oratore e continua: Perciò, giovanotto, io detesto la tribù dei monaci. Anzitutto la detesto come uomo e come marito. Essi odiano la bellezza del mondo, e la bellezza delle donne. Odiano le donne. Se i monaci ne avessero la forza, farebbero sparire il sesso dal mondo, non vi lascerebbero né uomini né donne, e tutti sarebbero angeli, come li chiamano loro, per una generazione soltanto, che sarebbe l’ultima. Essi imporrebbero all’umanità un suicidio volontario! In secondo luogo, li detesto come facchino, poiché se tutti gli uomini diventassero monaci, non avrei più clienti, lo stesso mestiere di facchino sarebbe cancellato. Infine li detesto come filosofo, perché come la moneta falsa di fronte alla moneta autentica, così è spregevole l’ascetismo irrazionale e animalesco del monaco di fronte al dominio di sé logico e metodico del più umile dei filosofi, quale sono io, che aspira ad una vita regolata dalla pura ragione.
Dimmi, ti prego, chiede Filemone sorridendo, chi è stato il tuo maestro di filosofia?
La fonte stessa della sapienza intramontabile: Ipazia. Io, guardiano di mantelli e parasoli, non oltrepasso mai le sacre porte dell’aula dove lei insegna, resto fermo lì alla soglia, ascolto, mi imbevo della conoscenza suprema. Fin dalla mia giovinezza ho percepito in me un’anima che si libra al di sopra della mandria degli uomini intrappolati nella materia. E Lei mi ha rivelato la splendida verità: io sono una scintilla della divinità. Sono una stella caduta, mio caro. E continua, meditabondo, accarezzandosi lo stomaco: una stella caduta… caduta… se la dignità della filosofia mi consente di usare queste parole… caduta tra i porci del mondo inferiore. Anzi, proprio nel truogolo dei porci. Va bene. Ti mostrerò la strada per l’arcivescovato. Aprire il proprio tesoro ad un giovane modesto dà una sorta di piacere filosofico! E l’omino si leva, mette la sua cesta di frutta in braccio al monaco e si avvia.
Filemone lo segue, imbarazzato ma anche curioso di questa strana filosofia, di cui non sa nulla. Questa filosofia, che sembra tanto elevare la stima di sé di un individuo così misero, basso, straccione, che lo sta guidando. Questa filosofia… Ma la via rumoreggia, fiume di corpi e di volti, file di carri, portantine, asini carichi, cammelli. Da una parte e dall’altra urti, botte, mentre passano la Porta della Luna e imboccano l’ampia strada. La filosofia evapora dalla sua mente, sostituita da una curiosità insaziata, e da una vaga persistente paura di quella grande realtà cittadina vivente selvaggia, più terribile di ogni landa deserta piena di morte che lui ha conosciuto, e che si è lasciato alle spalle. Ancora una volta Filemone avverte la nostalgia della tranquillità silenziosa della laura, dei volti sorridenti dei fratelli, ma è troppo tardi, non c’è ritorno. L’omino lo conduce per la grande strada, più di un miglio, attraversano il centro della città. Da lì si scorgono in lontananza le colline che fanno arco intorno, e la foresta degli alberi maestri nel porto dalle mille navi.

The Prophetic Law

The Prophetic Law: Essays in Judaism, Girardianism, Literary Studies, and the EthicalSandor Goodhart è un girardiano di ferro, profondamente persuaso, uno che scrive che «un giorno le teorie di René si porranno come il fulcro dal quale tutte le altre teorie potranno essere comprese» (p. 87). The Prophetic Law (Michigan State University Press 2014) presenta un lungo sottotitolo che dà immediatamente conto della complessità del testo: Essays in Judaism, Girardianism, Literary Studies, and the Ethical. Si tratta di scritti vari, e a volte addirittura di relazioni su dibattiti a convegni, che tuttavia sono ordinati in modo da offrire un senso generale, che è fondamentalmente questo: il tentativo da parte dell’autore, uno tra i primi seguaci di Girard e tra questi uno dei pochi israeliti, di inserire il girardianesimo, come una posizione profetica del tutto coerente, nel grande spirito del profetismo ebraico. Il personale cristianesimo di Girard, con la sua enfatizzazione del ruolo decisivo e insostituibile di Gesù nello smascheramento del meccanismo sacrificale nascosto fin dalla fondazione del mondo, rappresenta infatti certamente un ostacolo all’accoglimento della teoria mimetica nel suo insieme da parte di coloro che, pur attratti dai suoi punti fondamentali, vogliono rimanere fedeli alla propria religione (o al proprio ateismo, aggiungerei). Per abbattere questo ostacolo, Goodhart svolge una raffinata serie di analisi di testi, soprattutto della Scrittura ebraica, direi con spirito rabbinico e con grande apertura mentale. Il fine è quello di mostrare che Gesù non aggiunge nulla di sostanziale al Giudaismo, ma ne è uno dei possibili inveramenti. Interessanti soprattutto lo studio della storia di Giuseppe e dei suoi fratelli, e quella di Mosè, svolte con una rigorosa applicazione delle categorie mimetologiche girardiane. La figura di Gesù è vista poi come quella di un grande profeta che ha talmente assimilato la profezia di Isaia e la figura del Servo Sofferente da decidere di incarnarle, fino alla morte, e ad una conseguente resurrezione che è una sorta di fulminante evento nella coscienza dei discepoli, che squarcia dopo la morte del maestro l’illusione della realtà sacrificale in cui fino a quel momento erano stati immersi (p.88) .
Gesù è da Goodhart totalmente inserito nell’orizzonte profetico ebraico, e i cristiani sono legittimati, nonostante duemila anni di conflitti, come una componente, per così dire di un ebraismo universale. Nello stesso tempo, tuttavia, Goodhart asserisce che il girardianesimo è praticabile entro qualsiasi cultura, perché svela la verità di tutte, e quindi nessuno dovrebbe rinunciare alla propria, che piuttosto va vista in una nuova ottica. Un’opera già iniziata dallo stesso Girard con le sue riflessioni sul superamento del sacrificio nell’induismo, ma senz’altro ancora molto immatura.
Noto infine come degne di attenzione le parti del libro dedicate all’instaurazione di un dialogo postumo, per così dire, tra René Girard ed Emmanuel Levinas, in cui è in questione la fondazione dell’etica (un punto sul quale Girard non ha scritto molto). Il discorso di Goodhart approda a questa conclusione: «La soggettività nel modo in cui la descrive Levinas e il pensare attraverso la posizione della vittima nel modo descritto da Girard sono una sola e unica cosa.» (p. 227)

 

Il libro delle parabole

Il libro delle paraboleIl sottotitolo di questo romanzo di Per Olov Enquist del 2013 (trad. it. di K. De Marco, Iperborea 2014) è un romanzo d’amore. Ma è un sottotitolo ingannevole: il libro è una sorta di gemmazione del più ampio Un’altra vita, di cui mantiene la sostanza di autobiografia, ma esplora le motivazioni dell’impossibilità della scrittura di un romanzo d’amore da parte dello stesso Enquist. Allo stesso modo si potrebbe definirlo un romanzo sull’attesa della morte, con gli amici anziani dello scrittore anziano che in molti hanno già varcato il fiume, mentre altri lo attendono presso le sue sponde. Due sono i poli: da un lato il rapporto tormentato con l’eros, segnato da una mistica iniziazione sessuale di Enquist quindicenne da parte di una solitaria e misteriosa cinquantenne, episodio che lo segna per sempre; dall’altro il rapporto col cristianesimo rigoroso della madre, una dimensione che lo scrittore oltrepassando il piano autobiografico ha esplorato splendidamente ne Il viaggio di Lewi. Lo sfondo culturale è molto svedese e molto protestante, e alcune sfumature sono comprensibili solo da chi abbia una qualche idea di quei movimenti di Risveglio che hanno animato, problematicamente, l’estremo nord dell’Europa.