
Autismo ideologia


La strada interrotta (The Broken Road. From the Iron Gates to Mount Athos, 2013, trad. it. di J. M. Colucci, Adelphi 2015). Il terzo libro del viaggio di Fermor si interrompe a metà di una frase. L’autore ormai vecchio e vicino alla morte non riesce a concludere la sua meravigliosa rievocazione di eventi e persone lontani nel tempo. L’immane lavoro dei curatori produce infine un testo che è lontano dallo splendore dei primi due, Tempo di regali e Fra i boschi e l’acqua, ma che riesce ancora a comunicare qualcosa di molto fermoriano.
Non che sia importante, ma è strano come la memoria possa essere tanto evasiva riguardo ai volti e alle scene di questo memorabile incontro e appaia invece così cristallina riguardo a dettagli irrilevanti: per esempio, l’ombra verde della vite all’esterno e, sulle lastre del selciato, il gioco casuale di stelle e diamanti creato dalla luce; e il fatto che poco dopo ci fossimo seduti sotto un enorme platano a parlare delle Fleurs du mal. Solo occasionalmente ci si rende conto della cruciale importanza di un processo appena iniziato: che, cioè, quei particolari dipinti, poemi, generi musicali, libri o idee stanno per cambiare ogni cosa, o magari ci si sta per innamorare o si sta stringendo l’amicizia della vita; sono questi i molti, lunghi fili che, intrecciati assieme, compongono un’esistenza. Ci si aspetterebbe di sentire lo sparo attutito di un segnale di partenza. L’intero viaggio fu punteggiato di questi impercettibili scoppi: aurore velate ed epifanie in abiti borghesi. (p. 57)
Non ho mai fatto volare un falco dal mio pugno, né richiamato a me un lanario o un pellegrino roteando un logoro, ma in passato avrei molto desiderato praticare la falconeria. Ma sono vissuto in luoghi non adatti, e non ho mai avuto un maestro nell’arte, e in verità non ho mai avuto alcun vero maestro in nulla, né per la caccia né per la pesca né per altre espressioni dello spirito, un misero autodidatta. Ma mi sono sempre interessato ai falchi, il cui destino nella Padania degli anni Settanta sembrava segnato dai pesticidi e dalle fucilate a protezione della selvaggina, e che ora sono in ripresa: ne vedo continuamente nella campagna trevigiana e addirittura dentro la città di Treviso. Giorni fa, durante una passeggiata in periferia ho visto uno sparviero volare tra gli alberi a pochi metri da terra, lungo un piccolo corso d’acqua. Lo sparviero è un rapace, ma non è un falco: appartiene al genere accipiter (nome latino della specie è accipiter nisus). Lo sparviero è piccolo, sembra una miniatura dell’astore (accipiter gentilis), che in inglese si dice goshawk, un rapace diffuso nel mondo con alcune sottospecie, e che ama il folto dei boschi, abilissimo nel volare a bassissima quota tra ostacoli di ogni genere, e potentissimo: riesce a uccidere anche le lepri. Ne ho visti, per pochi istanti, solo un paio in tutta la mia vita. E un astore (una femmina, tra i rapaci la femmina è più grande, forte e aggressiva del maschio), di nome Mabel, è la protagonista del libro di Helen Macdonald H is for Hawk (Jonathan Cape 2014), che io ho letto nell’edizione originale ma che è disponibile anche in italiano col titolo Io e Mabel (da Rusconi).
L’ho letto in inglese per diffidenza verso i traduttori italiani quando affrontano temi legati alla caccia, alla natura selvaggia e agli animali: se sono letterati senza conoscenze naturalistiche serie, come spesso capita, le traduzioni non mi soddisfano.
Ma cos’è questo libro? Un romanzo? Forse, ma un romanzo verità, un romanzo-analisi, un diario romanzato, una discesa nell’anima enfatizzata dalla letteratura… Quel che è certo è che questa ricostruzione di lunghi mesi di convivenza con una femmina di astore, una creatura naturalmente, per ragioni biologiche di specie, bisognosa di prede, di sangue caldo e di carne strappata col becco affilato, è una vera e propria discesa nell’abisso, con risalita finale. Una discesa nell’abisso accompagnata e contrappuntata da un continuo confronto con la tragica figura di T.H. White, uno studioso e scrittore dalla vita assai difficile, che si era negli anni Trenta dato alla falconeria e aveva con scarso successo tentato di addestrare un astore, raccontandone in un suo libro.
White, destinato a diventare famoso per il suo La spada nella roccia, è una presenza forte in tutto il libro della Macdonald, ma non c’è da stupirsene più di tanto: benché entrambi strani e marginali (ma fino ad un certo punto), i due appartengono parimenti al mondo accademico britannico. Il secondo polo del libro, e non per importanza, è rappresentato dalla figura paterna, il fotografo e osservatore attento della realtà Alisdair Macdonald, la cui morte improvvisa la scaglia in un tunnel senza uscita, dal quale cerca di emergere insieme a Mabel, il rapace, allontanandosi dalla vita umana per vivere selvaggiamente, adattandosi ai bisogni dell’astore, vivendo una vita accipitrina, tra gli alberi, i conigli, i fagiani, la carne calda e il sangue che sgorga. Perché gli astori non sono come i nobili falchi di alto rango come il pellegrino e il girifalco, che volano alti e colpiscono la preda uccidendola sul colpo: l’astore vola basso tra alberi e i cespugli, afferra la preda con le dita armate di lunghi artigli acuminati, e subito inizia a mangiare, mentre ancora l’animale catturato non è morto. Per questo veniva considerato crudele e sanguinario, e disprezzato dai nobiluomini e usati da persone di basso lignaggio, nel mondo di una volta. Ma questo è un modo puramente umano di vedere le cose.
H is for Hawk è un libro molto più complesso e articolato di quanto si possa pensare, le pagine su White potrebbero essere viste come uno straordinario saggio a sé stante se fossero estratte e collazionate, e la forza narrativa è davvero potente, la carne e il sangue si sentono, e anche gli abissi nichilistici di uno spirito che ad un certo punto pare sprofondare nella depressione. Riporto due brevi passi, in cui si evidenzia il cuore del problema dell’umano che per sfuggire al vuoto si immerge nel non-umano.
The hawk was a fire that burned my hurts away. There could be no regret or mourning in her. No past or future. She lived in the present only, and that was my refuge. My flight from death was on her barred and beating wings. But I had forgotten that the puzzle that was death was caught up in the hawk, and I was caught up in it too. (p. 160)
Hunting with the hawk took me to the very edge of being a human. Then it took me past that place to somewhere I wasn’t human at all. The hawk in flight, me running after her, the land and the air a pattern of deep and curving detail, sufficient to block out anything like the past or the future, so that the only thing that mattered were the next thirty seconds. I felt the curt left of autumn breeze over the hill’s round brow, and the need to tack left, to fall over the leeward slope to where the rabbits were. I crept and walked and ran. I crouched. I looked. I saw more than I’d ever seen. The world gathered around me. It made absolute sense. But the only things I knew were hawkish things, and the lines that drew me across the landscape were the lines that drew the hawk: hunger, desire, fascination, the need to find and fly and kill. (p. 195)
In un certo senso, questo libro racconta la storia di una lunga e durissima tardiva iniziazione alla vita pienamente umana. Dall’abisso si risale, si contempla la realtà del mondo e degli animali come i falchi e gli astori da una prospettiva differente: occorre mantenerli nella loro alterità, poiché confondere l’umano nel non-umano è un male sia per l’umano che per il non-umano. Perché Goshawks are things of death and blood and gore, but they are not excuses for atrocities. Their inhumanity is to be treasured because what they do has nothing to do with us at all. (p. 275)


Dentro l’immensa galassia spettrale dell’autismo esistono due mondi ben distinti, lontani uno dall’altro e separati da innumerevoli altri pianeti e pianetini. Il primo è il pianeta Pride, quello abitato dal popolo degli autistici ad alto-altissimo funzionamento, fra i quali si distingue una particolare setta, quella degli Asperger. Gli abitanti del pianeta Pride hanno sviluppato una tecnologia avanzata, e tengono continui contatti telematici con i mondi dominati dalla potentissima popolazione dei Neurotipici, con i quali a volte commerciano, volendo però mantenersi sempre distinti, orgogliosi come sono della loro neuro-differenza. Il secondo mondo è Depression, abitato dalla reietto popolo degli autistici a basso e bassissimo funzionamento, molti dei quali non conoscono l’uso della parola e non sono in grado di capire discorsi e intenzioni ed espressioni di nessun essere vivente: per sopravvivere, essendo inetti a procurarsi cibo e vestiario e a provvedere ai bisogni minimi, costoro hanno sviluppato la capacità di vincolare a sé i genitori (sempre neurotipici) fino alla loro morte. Il pianeta Depression è dunque abitato da una popolazione mista, che gli studiosi non sono ancora riusciti a classificare. L’unica cosa su cui tutti concordano è che la sopravvivenza degli abitanti del pianeta Depression ha del miracoloso. Un’altra cosa interessante è questa: gli abitanti del pianeta Pride, nonostante la loro intelligenza, non riescono assolutamente a comprendere quelli del pianeta Depression, e tendono a pensare che siano esattamente come loro.
Questa sciocchezzuola mi è stata ispirata dalla lettura di questo bell’articolo comparso sulla rivista online Spectrum, intitolato The controversy over autism’s most common therapy . Dove esiste una forte auto-advocacy da parte delle persone con autismo ad altissimo funzionamento e Asperger che sono nella galassia spettrale, come avviene negli USA, là c’è anche molto dibattito, spesso lacerante, anche sulle metodologie di abilitazione come ABA.
Tra i romanzi di Tahar Ben Jelloun Il matrimonio di piacere (Le mariage de plaisir, 2016, trad. di A.M. Lorusso, La nave di Teseo 2016) non è certo il migliore: soffre di quell’impulso all’educazione dei lettori che lo scrittore marocchino-francese sta chiaramente manifestando in questi ultimi anni, un impulso che si è tradotto in libri apertamente didattici, come L’Islam spiegato ai nostri figli. Da un punto di vista strettamente formale, il romanzo mi sembra scritto affrettatamente e mal organizzato, e i personaggi mancano di profondità. Quel che sta a cuore a Ben Jelloun è chiaramente fare un discorso sull’Africa e sulle migrazioni, e soprattutto sul razzismo, facendone vedere l’estensione ben oltre l’Occidente. Razzisti appaiono qui soprattutto i Marocchini (che in Europa sono a loro volta oggetto di razzismo da parte nostra – e a questo proposito ricordo che dai Veneti intorno agli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso marocchini venivano chiamati gli Italiani dal Lazio in giù, come testimoniato da Antonio Pennacchi, e come ho trovato anche nel taccuino di prigionia di mio padre). Ed è questo l’aspetto più interessante del libro, che dovrebbe essere letto da molti al di là delle sue imperfezioni: l’onnipervasività del razzismo nelle sue manifestazioni più o meno accese e feroci. Nel Marocco di Ben Jelloun i Marocchini si percepiscono come bianchi, e considerano inferiori i neri, che vedono come gente fatta per la schiavitù (che nel Paese se non di diritto esiste di fatto, come forse avviene anche nelle terre in cui da noi si raccolgono i pomodori). Sotto la species di un romanzo un po’ claudicante una meditazione che val la pena di continuare in proprio.
IL TOPORAGNO
È morto il toporagno nel giardino
era una vita intensa, vita breve:
forse mangiò la lumaca avvelenata
o lo uccise la gatta del vicino.
O l’orologio biologico è scattato.
Tu godi del felino il passo lieve
ma è mortale per molte creature,
anche sazio un gatto è un assassino.
E il toporagno per mangiare ha ucciso,
la vita intensa bruciava molte vite.
È morto il toporagno nel giardino,
ma non c’è lutto, è un fatto naturale,
Senza umani non c’è bene né male.
E tu contempli un grigio corpicino
e tu solo sai del giorno finale
di un toporagno morto in un giardino.
Ho letto questo libro nei giorni in cui veniva svuotato di tutto l’appartamento in cui mio padre visse mezzo secolo, dal 1960 alla sua morte nel 2010, e io dal 1960 al 1978. L’ho letto quindi con una mirabile coincidenza di spirito ed emozione. Sono nato nel 1950, Roberto Michilli è nato nel 1949, dunque abbiamo in comune un’infanzia negli anni Cinquanta. Io a Venezia, lui a Campli (Teramo), due luoghi diversissimi: e tuttavia le nostre sono due infanzie che presentano molte affinità, molti elementi di vicinanza, molti di più rispetto a quelli di lontananza ed estraneità. Questo è stato il mio primo pensiero mentre leggevo le prime pagine di Atlante con figure (Galaad Edizioni 2016), un libro straordinariamente suggestivo, in cui Michilli attraverso una serie di quadri e quadretti, di descrizioni e racconti, di evocazioni e nominazioni, ci offre la sua infanzia e la sua prima giovinezza. Le biografie mi sono sempre piaciute, anche se so benissimo quanto possano essere ingannevoli, anzitutto per chi le scrive, e anzitutto per la loro inevitabile tendenza apologetica. Qui però non siamo davanti ad una biografia tradizionale, e lo scrittore (e poeta) non dimostra il minimo interesse alla difesa-esaltazione del sé: Michilli è spinto a scrivere dei suoi anni di bambino e ragazzo da un insopprimibile bisogno di salvare, nell’unico modo possibile, un mondo che lo scorrere del tempo, e le immani modificazioni socio-culturali che si sono succedute in brevi decenni con un ritmo sempre più incalzante, hanno stravolto e demolito. Quel mondo perduto rimane nella memoria di chi lo ha vissuto, vive ancora una sua vita crepuscolare nella sua memoria, e come realtà vivente sparirà con lui. E qua e là in Atlante con figure Michilli ci fa capire che, insieme a quel mondo, è tramontata anche la sua felicità.
Nella sua bella prefazione, intitolata Lo sgomento e l’eternità: ritratto dello scrittore da bambino, Tiziano Scarpa mette in luce alcuni elementi fondamentali per una piena comprensione del libro. E tuttavia, se concordo con lui nella sottolineatura della rilevanza e del ruolo dell’imperfetto, tempo verbale cardine di questo mondo di Michilli, non userei la parola sgomento. Certo, il cuore ti si stringe nel rivedere l’interno della casa in cui sei stato bambino, dove non entri da mezzo secolo, o nel rivedere donne che un tempo furono bellissime ragazze, ti si stringe, ma io non lo chiamerei sgomento, ma piuttosto una forma più acuta di malinconia. E il potere di questo libro è quello di riportare il lettore alla sua stessa infanzia, al di là di ogni differenza, e io credo che valga anche per il lettore che non abbia vissuto come me i suoi primi anni di vita nei lontani Cinquanta. Perché, se mi fosse chiesto se vi sia e quale sia l’argomento di questo libro, al di là del livello biografico, io risponderei che sì, posso vedere un tema di fondo, un tema decisivo: quel che rende una vita felice. Sembra che difficilmente una vita felice possa scaturire da un’infanzia infelice: ma cosa ti rende felice l’infanzia? Michilli ci fa capire che i due elementi primi della costruzione di un’infanzia felice, che non sono nella disponibilità del soggetto ma gli sono dati o negati, sono l’affetto dei genitori, la loro cura premurosa, e il senso di sicurezza e protezione che ne deriva, e poi l’appartenenza ad un gruppo di amici, di coetanei con cui vivere giochi e avventure. Ritengo probabile che questi due elementi, a dispetto della maggior povertà economica di quei tempi, fossero molto più diffusi in quei lontani anni Cinquanta.
C’è qui, infine, in questo libro spoglio di retorica e lontano dal sentimentalismo, una vibrante poetica delle piccole cose. Anche un oggetto minimo e insignificante si può caricare di una straordinaria potenza evocativa e consolatrice. Come il gattino di latta bianco e marrone, che dal profondo dell’infanzia ritorna ad essere un compagno, per dare tranquillità e sonno alle difficili notti dello scrittore.

Il re e gli autistici. Una favoletta. C’era una volta un regno le cui finanze andavano malissimo. Da anni il debito cresceva, e tutti i rimedi che venivano tentati fallivano, anzi peggioravano la situazione. Il re era disperato e ormai pensava di abdicare, e di andarsene in esilio. Convocò dunque un ultimo gran consiglio della corona. Di fronte al disastro, tutti i ministri non sapevano proporre …nulla, e tacevano. Allora il primo ministro, che era stato nominato da poco, disse queste parole: “Maestà, il regno è pieno di manicomi, in cui sono rinchiusi i folli, e anche moltissimi individui di ogni età, strani e intrattabili, che vengono chiamati autistici. Mantenerli è costosissimo: mangiano un sacco, richiedono molte cure e attenzione e molto personale, spesso si fanno male, e anche curarli è difficile e costoso”.
“Dimezziamo il personale dei manicomi, usiamo sui reclusi farmaci che li rendano inerti, così un solo infermiere potrà occuparsi di venti o trenta di loro,” propose un ministro.
“È stato già fatto, ma le famiglie protestano violentemente,” disse un il ministro del tesoro reale.
“La mia proposta,” riprese il primo ministro, “è di svuotare del tutto i manicomi. Li chiuderemo tutti!”.
Un mormorio percorse la sala.
“Sì,” disse il primo ministro, “inizieremo una grande campagna di persuasione, con tutti i mezzi disponibili. I sudditi devono convincersi che rinchiudere disabili e matti negli istituti sia una grave violazione dei diritti umani, una pratica barbara e inumana”.
“E dove li metteremo? Dove andranno?” chiese la ministra dell’istruzione.
“Ritorneranno nelle loro famiglie, che noi assisteremo in ogni modo, cui noi forniremo supporti di ogni genere, in modo che disabili e alienati ritrovino la loro dimensione pienamente umana. Diremo questo”.
“Ma tu ci credi davvero a quello che dici?” gli chiese il re.
“No, non ci credo,” rispose il primo ministro. “Ma non ha importanza. Importante è che lo credano i sudditi del regno. Noi all’inizio, per persuaderli della bontà delle nostre intenzioni, apriremo qua e là qualche centro per l’autismo, qualche casa-famiglia per disabili, schizofrenici, ecc. Poi, tra un anno o due, inizieremo a chiudere tutto, un po’ alla volta. Alla fine le famiglie si dovranno arrangiare. Il problema se lo gestiranno loro, e le finanze pubbliche respireranno.”
Il re fu molto soddisfatto del piano, i ministri lo approvarono all’unanimità, e l’abdicazione fu rimandata a tempo indeterminato.