Islam

Queste considerazioni rimangono attuali, penso.

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In un momento tanto critico per le relazioni tra Occidente e mondo islamico qual è quello che stiamo vivendo, in cui si pubblicano in un Paese europeo vignette satiriche su Maometto e a queste nel mondo islamico si risponde con sdegno e anche con azioni violente, la poderosa opera di Hans Küng Islam. Passato presente e futuro (Der Islam, 2004, tra. it. di S. De Maria, G. Giri, S. Gualdi, V. Rossi e L. Santini, Rizzoli, Milano 2005) si presenta come uno sforzo titanico di pacificazione, in un’ottica opposta a quella del Clash of Civilizations.
Per ottenere una condizione di pace, Küng sa che non bastano i buoni sentimenti, di cui in apparenza grondano tutti i mezzi di comunicazione di massa (in Occidente), ma occorre un duro lavoro del concetto. Questo è chiaro nell’epigrafe iniziale.

Non c’è pace tra le nazioni
senza pace tra le religioni.
Non…

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Padre Pio

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Il culto di Padre Pio è un fenomeno di massa e fortemente mediatizzato. La comunicazione di massa ha oggi una particolare fame di sacro, e lo cerca dappertutto, perché sa che il sacro attrae gli umani. Anzi, il sacro è propriamente l’essere attratti degli umani intorno ad un Centro, che acquista per questo la caratteristica di sacro, ma pretende nello stesso tempo di averla a priori.

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Una miriade di associazioni per l’autismo

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escher-casa-di-scale-particolareUn articolo di Gianfranco Vitale, Rappresentativi solo se…, delinea bene la problematica di base delle associazioni che in Italia tutelano gli interessi delle persone con autismo. Sono una miriade, continuano a spuntare come funghi, spesso sono addirittura concepite per un singolo bambino. Certamente questa proliferazione non aiuta la causa generale, anzi la indebolisce moltissimo. Si tratta tuttavia di un fenomeno forse inarrestabile, che va studiato a fondo, per comprenderlo in tutti i suoi aspetti, altrimenti il rischio è quello di doversi limitare a deprecazioni improduttive e vane esortazioni. È vero che esiste anzitutto una spaccatura di fondo tra le famiglie: tra quelle che aderiscono alle indicazioni della scienza ufficiale, e alla linea guida dell’Istituto Superiore di Sanità, e quelle che si muovono in ogni direzione, prestando orecchio alle numerose sirene che promuovono cure senza fondamento scientifico e talvolta diffondono idee che rasentano la paranoia. Il primo gruppo di famiglie, io…

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Le anime forti

GionFIl romanzo Le anime forti (Les âmes fortes, 1949, trad. it. di R. Fedriga, Neri Pozza editore 2011) è il più spietato che Jean Giono abbia scritto. Ed è anche quello in cui lo scrittore scende più in profondità nell’analisi dei meccanismi rivalitari che funestano la vita degli umani. Sebbene la narrazione sia a più voci, il senso della vicenda è trasparente: si intreccia la storia della vita di due coppie, l’una benestante e anziana, l’altra povera e giovane. La prima appare governata da un’idea di magnanima generosità, l’altra da una brama di arricchimento e di possesso. In entrambe l’elemento forte è quello femminile, la signora Numance e la popolana Thérèse, mentre i due uomini—il ricco e benevolo signor Numance e il povero e a tratti bestiale Firmin—subiscono in diverso modo la supremazia delle rispettive mogli, le anime forti. La relazione tra le due donne, che a tratti pare assumere una natura materna-filiale, si snoda attraverso una serie di fasi delineate da Giono con sapienti chiaroscuri: alla fine si manifesta come pura lotta per il dominio, perché, come sapevano bene già gli antichi, anche l’atto di donare senza limiti, e al limite l’atto di donare tutto quello che si possiede, può celare un intento di auto-affermazione, e di umiliazione di chi il dono riceve e non è in grado di contraccambiare. Non v’è dubbio che la giovane Thérèse sia portatrice di una nietzchiana volontà di potenza, a cui tutto, compresi i sentimenti e il sesso, viene asservito. Giono conosce perfettamente, e lo evidenzia in molte delle sue narrazioni, quale sia la potenza del mimetismo, e come la dialettica dell’imitazione porti spesso ad esiti funesti. In numerose pagine de Le anime forti vediamo chiaramente all’opera la lex mimetica: la scaltra Thérèse subisce la potente attrazione della signora Numance, e finisce per imitarla nelle movenze e negli atteggiamenti. Ma vale anche il contrario: ad un certo punto la signora Numance rinuncia al suo costoso profumo per adottare l’economica fragranza di violetta di Thérèse. D’altra parte il fatto stesso che inizialmente la signora Numance appaia agli occhi di Thérèse come totalmente indipendente dagli altri, indifferente alla pubblica opinione su di lei, e quasi chiusa in un guscio di autosufficienza narcisistica, e proprio per questo scateni l’appetito mimetico della giovane, questo fatto rientra perfettamente nella teoria mimetica di René Girard, che non mi risulta aver frequentato Giono, nella cui opera avrebbe trovato abbondante materiale di grande interesse antropologico.

Le due paci

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La soglia dell’umano. Il passaggio originale dalla bestia all’umano. Quel piccolo ma abissale gradino che pone la differenza tra lo scimpanzé e l’umano nonostante un patrimonio genetico quasi identico. Migliaia e migliaia di anni di crisi mimetiche, di infiniti atti di soppressione violenta di appartenenti a gruppi proto-umani, col conseguente senso di sollievo collettivo, fino ad arrivare al momento in cui (quando?) il benessere collettivo del gruppo, che di volta in volta esso prova dopo aver linciato un proprio membro, viene attribuito alla vittima stessa come agente, ed ecco la sua divinizzazione.
Il mito e il rito. Il religioso violento nasce insieme all’umano, per René Girard, e non è distinguibile dal processo di ominizzazione. Questo è uno dei nodi oscuri del sistema girardiano. Questa divinizzazione della vittima che all’improvviso avviene dopo non essere avvenuta per un tempo lunghissimo mi è sempre apparsa come un inspiegato deus ex machina teorico. L’attribuzione…

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Il canto dell’essere e dell’apparire

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 Ne Il canto dell’essere e dell’apparire (Een lied van schjin en wezen, 1981, trad. it. di F. Ferrari, Iperborea, Milano 1991, 5ª ed. 2000) Cees Nooteboom svolge il tema del rapporto tra la scrittura narrativa e la realtà che vi è rappresentata (che spesso si chiama vita, e sono due termini vaghi, sovrapposti, definire i quali è ardua impresa). Metaletteratura, ma aggraziata direi, e lieve, e breve nella misura delle novanta pagine. La storia è doppia: v’è da un lato una coppia di scrittori, senza nome, uno dei quali concepisce una storia ambientata un secolo prima in un paese a lui del tutto sconosciuto, la Bulgaria, e destinata a concludersi a Roma.
Perché in Bulgaria, perché un secolo prima? Lo scrittore non sa spiegarselo, i personaggi gli sono inspiegabilmente apparsi, e sembrano vivere una vita indipendente, e nello stesso tempo sono senza dubbio sue creature. Sono due…

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Il primo

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Il romanzo di Gaetano Cappelli Il primo (Marsilio, Venezia 2005) è stato scritto per un certo ambiente anzitutto, e ad esso parla in un certo modo, e questo parlare è lo strato più superficiale e immediatamente leggibile del testo. L’ambiente è quello intellettuale cui Cappelli appartiene e che ben conosce (case editrici, salotti, artisti, editors, gente di spettacolo e di televisione, e la folla immensa degli aspiranti scrittori—gente spesso meschina, ignorante e sanza lettere—che premono insistono si fanno in quattro per poter ottenere ciò che tutto il loro essere brama: la pubblicazione).
Ma il libro nel sistema del mercato è un oggetto che potenzialmente si rivolge ad ogni ambiente, ad ogni lettore. E io, che sono un estraneo a quell’ambiente, non mi sono chiesto quali scrittori italiani siano presenti nella storia sotto (parzialmente) mentite spoglie. Mi sono chiesto, invece, quale sia il senso complessivo di questo romanzo…

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Cinque Stelle in sette punti

grill

Quello che penso del Movimento 5 Stelle in 7 punti.
1.  Si tratta in primis di una reazione  a ciò che viene avvertito come crollo morale dei partiti tradizionali, alla corruzione pervasiva, e ad un quadro politico-economico insostenibile, da parte della piccola borghesia diffusa e dei ceti medi in decadenza. Il voto alle ultime politiche ha avuto un significato di protesta, più massiccia che in passato.
2. Un movimento non può permanere a lungo nello stato liquido, e tende inevitabilmente a cristallizzarsi in strutture. Accadrà anche al M5S, tra mille convulsioni e lacerazioni.
3. Il M5S ha come primo peccato d’origine lo stesso elemento che è causa della sua forza iniziale: non avere un fondatore, ma un Creatore (in due persone). Se il Creatore ritirasse il suo spirito vitale, il Movimento si ritroverebbe un cadavere disseccato.
4. La Rete viene usata in modo tale che ha assunto i connotati di una entità metafisica più che quelli di uno strumento di democrazia sostanziale, che è resa problematica dal peso smisurato del Creatore e del suo Blog.
5. Il M5S ha come suo secondo peccato d’origine l’avere assunto come fondativa la menzogna dell’uno vale uno. Poiché mai il Creatore può valere quanto uno dei creati, ogni pretesa di realizzare davvero la perfetta uguaglianza è destinata a naufragare. Trionferà invece la falsa coscienza, che si esprime nella realizzazione di un direttorio, ecc.
6. Il M5S ha come suo terzo peccato d’origine il suo culto della differenza come purezza. Questo lo porta al rifiuto di ogni alleanza con le forze impure, e produce la seconda menzogna fondativa, cioè la convinzione di poter guadagnare un consenso elettorale tale da poter governare da soli. La menzogna del 51%. Mentre in Italia si può governare solo nella forma della coalizione, e nessuno avrà mai tanti voti da poterlo fare da solo. Questa menzogna costitutiva porta il M5S all’impotenza politica, e ad una sostanziale sterilità.
7. Data la sua natura, il M5S ha costitutivamente bisogno di capri espiatori e di traditori da espellere. Il M5S è in se stesso espulsione (“mandiamoli tutti a casa”). D’altra parte, è ancora la sua natura essenzialmente piccolo-borghese che lo porta a vedere il grande nemico nell’Euro, che non a caso funge da testa di turco anche per l’altro movimento-partito piccolo-borghese: la Lega di Matteo Salvini.

 

 

 

Due cavalieri nella tempesta

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giont«Prima che arrivi la vecchiaia, ci s’immagina che ci saranno ancora una gioia o due. Invece no, non una. Per tutta la vita si fa quel che si deve per diventare vecchi e, quando lo siamo, ci si accorge che si è fatto di tutto per diventare un’assoluta nullità. Se uno muore a quarant’anni, tutti lo piangono; se uno continua a vivere fino a settanta, si pensa che sia una bella cosa. E lui è più infelice che se fosse morto. Quando si è morti, se non altro, non si vede più, non si sa più, non si parla più. Si pensa agli affari propri, non si ha più bisogno di immischiarsi in quelli degli altri. Tutto quel che può succedere, succede: non c’è più bisogno di occuparsene. Ma chi diventa vecchio in mezzo a una famiglia continua ad aver sempre bisogno di fare tutto; è come un asino che…

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Eroi e vittime

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Non si può essere un eroe se non si è una vittima.  Da sempre esiste questa dialettica: lo status di eroe si conquista con grandi fatiche e patimenti. L’eroe è colui che mediante la sofferenza infrange le barriere della propria condizione. Per questo per i Greci antichi era un essere semidivino. Giornata internazionale delle persone con disabilità, oggi 3 dicembre. Mentre torno a casa in auto dopo aver accompagnato a scuola il mio Guido, la cui disabilità intellettiva è radicale, e lo tiene fuori dalla sfera linguistica e concettuale, ascolto la radio. Parlano di un grande disabile, il pianista Michel Petrucciani, del quale hanno appena trasmesso una mirabile interpretazione. La disabilità fisica di Petrucciani, spaventosa, lo ha portato ad una morte precoce, ma la sua breve vita è stata una grande fiammata luminosa: il suo genio si è imposto al corpo, per così dire, volgendone le debolezze in forza creativa. Ma la lista dei disabili che hanno lasciato un segno sul mondo è lunga. Tanto per dirne una, la Nona di Beethoven è stata composta in una condizione di disabilità, quando il musicista era ormai totalmente sordo. E l’idea che nel disabile vi sia qualcosa di divino è antichissima. Pensiamo alla cecità, che priva gli umani di un immenso bene, ma che da sempre è considerata la possibile porta attraverso la quale passa la visione di un più profondo strato della realtà.  Pensiamo al divino Tiresia, l’indovino, o a Omero, il cantore degli eroi. O a Borges, in anni a noi più vicini. Anche la diversità mentale e la follia nelle società tradizionali vengono spesso interpretate come un contatto col divino, che tuttavia può essere anche considerato ambiguo o molto pericoloso… Come quella del cieco, anche la figura dello storpio e dello zoppo (ad es. Edipo) rappresentano archetipi di disabilità ricca di senso, e legata alla sfera trascendente e inquietante del sacro, spesso peraltro connotata dalla violenza. Il discorso sulla disabilità dovrebbe dunque essere molto ben articolato, se non si vuole scadere in una banale retorica del buonismo a buon mercato. Che però è quello che circola oggi sui media, in cui tutti siamo in varia misura invischiati. Anche nel campo della disabilità bisognerebbe procedere operando chiare distinzioni, e misurando bene le parole. Ma questo è impossibile se i concetti di base sono nebbiosi, o se prevalgono interessi non limpidi. Anzitutto occorrerebbe possedere un concetto ben fondato di disabilità, ed invece questo oggi è molto vago. Poi sarebbe necessario sempre ben distinguere i due campi della disabilità fisica e mentale. È del tutto evidente che la retorica della lotta per la vittoria di ascendenza nordamericana predilige nettamente esplicarsi (perché il terreno è più favorevole alla spettacolarizzazione) nella sfera della disabilità fisica. Dove il no limits appare in tutto il suo fulgore, dove è facile la produzione di narrazioni. L’onda della retorica in questa giornata mi è insopportabile, mi infastidisce profondamente l’evocazione di tutte queste individualità geniali che hanno combattuto e infranto i limiti della propria condizione. Sempre limiti fisici, ovviamente. Perché anche in questo campo, come in tutti, sono preferiti i vincenti. Agli sconfitti, a coloro che sono davvero prigionieri di limiti mentali insuperabili, agli annientati, ai disperati si preferisce non pensare, anche se sono legioni. E penso: «sia benedetta la disabilità che non ha bisogno di eroi!»