Gli scomparsi

mendelRichiede un lettore paziente Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn (The Lost. A Search for Six of Six Million, 2006, trad. it. di G. Costigliola, Neri Pozza 2007). Perché è un volume di più di 700 pagine, e perché la narrazione è fluviale e tortuosa, con rami secondari e deviazioni. Straordinaria indagine volta a recuperare gli ultimi anni del fratello del nonno materno, un prozio di Mendelsohn rimasto con la sua famiglia nella cittadina galiziana di Bolechow mentre i fratelli erano emigrati, Gli scomparsi attraverso una serie di incontri, alcuni dei quali davvero fortuiti, di dialoghi e di racconti di persone anziane che vivevano laggiù alla fine degli anni Trenta e durante la guerra, riesce a far riemergere, almeno in parte, un mondo totalmente cancellato e sepolto nell’oblio. Mendelsohn è interessato tuttavia a quelle persone, Shmiel Jaeger, la moglie Ester e le quattro figlie Lorka, Frydka, Ruchele e Bronia, e al loro mondo, non al mondo ebraico-orientale in genere. Il sottotitolo, che nella versione italiana non compare, è estremamente eloquente: è una ricerca su quei six, non l’ennesimo libro sui six million. Dalla sua famiglia a New York ha appreso pochissimo, sospetta che vi sia qualcosa di oscuro nel rapporto tra il prozio e i fratelli emigrati, e infatti emergerà infine un motivo antico di conflitto, che tra l’altro ha a che fare con l’osservanza religiosa. Nella sua complessità, avendo sempre sullo sfondo, e talvolta in primo piano, l’orrore dello sterminio nazista, questo è un libro sulla parentela e in particolare sul rapporto tra fratelli. Il frenetico girare per il mondo alla ricerca dei pochi che possono ricordare eventi e persone di sessant’anni prima è contrappuntato da un confronto con le pagine bibliche del Genesi, in un singolare e fruttuoso, e spesso tormentato dialogo.
Questo è anche un libro che pone inquietanti interrogativi sulle convivenze tra culture ed etnie, e sulle loro labili fondamenta anche secolari. Tre gruppi etnici, infatti, tre culture diverse avevano convissuto per secoli a Bolechow. Nel 1941 vi erano tremila ucraini, seimila polacchi e tremila ebrei. Nel 1945 dei tremila ebrei era rimasta in vita qualche decina. Oggi a Bolechow non vive nessun ebreo. Gli abitanti delle tre etnie si conoscevano, avevano rapporti di commercio e amicizia, ma all’improvviso tutto andò in frantumi. Un ennesimo spunto di riflessione per coloro che sono convinti che l’odio e la violenza nascano dalla non-conoscenza:

È storicamente accertato che molte delle efferatezze compiute contro gli ebrei dell’Europa orientale non vennero perpetrate dai tedeschi ma dalle popolazioni locali, polacchi, ucraini, lituani, lettoni; i vicini, persone con cui gli ebrei avevano convissuto intimamente per secoli, fino a quando quel delicato equilibrio si alterò ed essi si rivoltarono contro di loro. Alcuni trovano incredibile questo fenomeno—non da ultimo gli stessi ebrei. Più di un sopravvissuto con il quale ho parlato negli anni successivi a quel primo viaggio a Bolechow ha espresso sconcerto, rabbia o ira all’idea che i loro conterranei si fossero trasformati in assassini.
«Cannibali!» esclamò con stizza una donna a Sidney. «Per me sono cannibali. Avevamo vissuto porta a porta per anni—e poi ecco cosa è successo».
Un altro australiano conosciuto in seguito in modo del tutto casuale definiva «macellai» gli ucraini collaborazionisti, con il tono in cui si qualifica un informatore della polizia segreta o una spia. Un pomeriggio mi disse: «Strutinski era un noto macellaio, uccise molte persone. E ce n’era un altro, Matwiejecki, che si vantava di aver ammazzato con le proprie mani quattrocento ebrei. C’era anche una famiglia, i Manjuk—erano ucraini e parlavano perfettamente in yiddish, due fratelli che diedero la caccia agli ebrei durante l’Olocausto, uccidendone parecchi».
«Parlavano perfettamente in yiddish?» chiesi stupito. L’australiano annuì, e mi spiegò che parecchi cristiani di Bolechow, polacchi e ucraini, conoscevano molto bene l’yiddish: tanto stretti erano i loro rapporti con gli ebrei.
Con un mesto sorriso commentò: «Eravamo il primo esempio di società multietnica».
Avevo l’impressione che, al di là della dolorosa e amara disillusione, per non dire dello sconcerto, che molti manifestano di fronte al fatto che delle persone che hanno convissuto per lungo tempo in una certa intimità possano come niente fosse ammazzarsi a vicenda, appena se ne presenti l’occasione—evento cui abbiamo assistito in tempi ben più recenti rispetto al 1941—dietro l’amarezza e lo sconcerto si celasse la convinzione generica e forse ottimistica che sia più facile uccidere dei perfetti estranei rispetto a chi conosciamo meglio. Io non ne sono così sicuro. (…) L’unica volta che ebbi l’ardire di chiedere a mio padre perché non rivolgesse più la parola al fratello, un silenzio annichilente che durò gran parte della mia vita, mi rispose: «A volte è più facile avere a che fare con degli estranei».
In, interior, intimus. L’intimità può generare ben altre emozioni che non l’amore. Le persone con cui si è vissuto in grande intimità e promiscuità, che conoscono bene i tuoi sentimenti, soprattutto le tue debolezze: saranno proprio loro, nel momento cruciale, le prime a essere escluse, allontanate, scacciate, definitivamente cancellate. (pp. 188-189)

 

Suite inglese

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suiteanglaise.jpgGrande, grandissima scrittura quella di Julien Green in Suite inglese (Suite anglaise, 1972, trad. it. di R. Lucchese, Adelphi 1994). Cinque sintetiche biografie, in cui nessuna parola è di troppo, e cinque scrittori sono presentati nella loro vita. Sono Samuel Johnson, William Blake, Charles Lamb, Charlotte Brontë e Nathaniel Hawthorne. Tra i cinque mirabili ritratti, quello che preferisco è quello di Charlotte Brontë, che mi pare un microromanzo di assoluta bellezza. Comincia così:

Haworth, nello Yorkshire, è un malinconico villaggio situato in una delle province più tristi d’Inghilterra. Le sue case basse hanno quell’aria tozza e corrucciata che si ritrova nei contadini della regione; ammassate intorno a una chiesa dal campanile quadrato, esse coronano una collinetta e conferiscono a questa altura l’aspetto severo di una fortezza. Il luogo più tetro di Haworth è certamente la canonica, che gli abitanti non hanno esitato a costruire ai margini di un cimitero…

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L’Occidente e gli altri

Un testo di Roger Scruton che mantiene una grande forza.

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È un testo del 2002, uscito in Italia nel 2004, nella traduzione di R. Caruso per Vita e Pensiero, L’Occidente e gli altri (The West and the Rest) di Roger Scruton.  È un testo che fa pensare, e si discosta dalle tendenze semplificatrici che si sono manifestate nell’intellighenzia occidentale, sovente animata da forme di risentimento parossistiche.
Lo sforzo di Scruton è quello di comprendere la differenza, di individuare i punti in cui l’Islam e l’Occidente sono reciprocamente irriducibili. Questo punto è la natura dello Stato e la relativa nozione di cittadinanza. Una dottrina dello Stato sovrano e dotato di personalità nell’Islam non c’è mai stata, e nessun musulmano può pronunciare qualcosa di analogo al paolino “Civis Romanus sum”. Poiché l’unica fonte di sovranità è Allah, il governo pienamente legittimo può essere solo quello religioso, ma quello religioso tanto più sarà religioso tanto più tenderà al nichilismo. Questo apre…

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Questi sono i nomi

WierQuesto è il primo romanzo da me letto in cui un aspetto fondamentale della storia sia direttamente ispirato alla teoria girardiana dell’origine del sacro, ovvero alla divinizzazione della vittima successiva al suo linciaggio. In Questi sono i nomi (De Bezige Bij, 2012, trad. it. di C. Cozzi e C. Di Palermo, Iperborea 2014) Tommy Wieringa costruisce un intreccio di due storie, una collettiva ed una personale, che alla fine si intrecciano e generano qualcosa di nuovo. La storia collettiva—e corale—è quella di un gruppo di profughi che cercano di raggiungere una terra promessa, un qualche paese sviluppato, e si ritrovano sperduti nella steppa, in un deserto privo di qualsiasi traccia di umani, i cui unici segni sono ruderi abbandonati, e procedono in una marcia disperata per giorni e giorni, perdendo gradualmente ogni traccia di ciò che generalmente si attribuisce all’uomo civile, e infine semplicemente all’essere umano. La seconda storia, individuale, è quella di Pontus Beg, capo della polizia nella città di Michailopoli, dove trionfa la corruzione successiva al crollo dell’URSS, dalla quale lui stesso è almeno in parte contaminato. Romanzo robusto e sottile sulla sottile linea che divide l’umano dal disumano, Questi sono i nomi (dei figli di Israele, il riferimento alla Bibbia è chiarissimo) è anche un romanzo duro, che a tratti evoca il McCarthy de La strada. Infine il personale di Beg e il collettivo dei profughi troverà una unicità di significato nel religioso: ma in modo estremamente problematico. Beg scopre gradualmente la propria identità: che sua madre era ebrea, e quindi lo è anche lui. E c’è un parallelismo tra la marcia nella steppa di quei profughi e i giorni nel deserto dei figli di Israele. Anche i profughi trovano una guida, cui attribuiscono un potere salvifico, ma questa guida è la testa, staccata dal busto e portata in una borsa, di uno dei profughi, un africano, diverso per colore della pelle e cultura, cui gli altri membri del gruppo attribuiscono poteri malefici, e che perciò linciano, realizzando con questo una unità perfetta tra loro, che si tramuta in gratitudine per la vittima, che appare dunque rivestita dei caratteri del sacro. Che è duplice, e ambivalente, come insegna Girard. Ed è evidente che qui si tratta di un idolo, costruito da mani umane mediante l’atto più semplice: una uccisione. Non si tratta qui però di una malaccorta e superficiale traduzione narrativa di una teoria: Wieringa  sviluppa una narrazione magistrale, condotta con un linguaggio secco ed efficacissimo, dimostrando davvero un grande talento.

Perché La Grande Bellezza è un capolavoro

Ho appena visto “La grande bellezza” e mi ritrovo in questa analisi di Cotroneo. E’ un film sul tempo, quello di Roma e quello di ogni umano, il resto è puro accidente.

Il libro dell’orologio a polvere

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Il libro dell’orologio a polvere (Das Sanduhrbuch, 1954, trad. it. di A. La Rocca e G. Russo, Adelphi, Milano 1994) è senz’altro uno dei più suggestivi libri di Ernst Jünger. Richiede lettori meditativi, portati alla contemplazione e ad una certa, moderata, dose di melanconia. In ogni caso, lettori disposti a rileggere le pagine e le singole frasi, perché in Jünger c’è sempre qualcosa che sfugge al primo passaggio, e il lettore veloce non può apprezzare la scrittura di questo tedesco dalla lunga vita.
Molte riproduzioni di stampe e immagini varie costellano questo testo, che segue le trasformazioni della misura del tempo nel passare delle civiltà e delle culture e dei variati modi di segnare e concepire il trascorrere. (Nell’iconografia non manca la Melancholia di Dürer, icona del mio sito Bibliosofia). L’orologio a polvere è un misuratore del tempo che ha una grande forza di rappresentazione ed una…

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Economy and the Future

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Economy and the Future, di Jean-Pierre Dupuy, è la traduzione in inglese (Michigan State University 2014) di un libro uscito in Francia nel 2012 col titolo L’Avenir de l’économie e con un sottotitolo eloquentissimo: Sortir de l’économystification. Anche il sottotitolo inglese è eloquente: A Crisis of Faith. Questo è un libro apocalittico, per esplicita dichiarazione dell’autore, che parla di un profetico enlightened doomsaying  (Pour un catastrophisme éclairé è il titolo di una sua opera del 2002) come unico modo per infrangere la cappa di piombo imposta globalmente da una visione radicalmente distorta del rapporto tra l’economico e il politico, l’economistificazione regnante oggi di cui il libro tratta ampiamente.  Alcune citazioni dalla prima parte sono sufficienti a far comprendere come si muova l’argomentazione di Dupuy, che ha tra i suoi punti di riferimento Ivan Illich e René Girard. Nemico del liberismo globale, Dupuy vede nell’Economia (con la E maiuscola) un mostro, anzi un idolo creato dagli umani, al quale essi offrono sacrifici, e a cui la politica vigliaccamente ha scelto di prostituirsi, rinunciando ad ogni sua prerogativa (all’inizio fa l’esempio di Mario Monti…).

«I mentitori, e particolarmente quelli che mentono a se stessi, sono spesso i più abili sofisti. Nel vagliare attentamente il linguaggio della malafede parlato dagli economisti, noi impareremo di più sulle verità nascoste dell’Economia che accettando al suo valore nominale la pretesa che gli economisti stessi avanzano di aver spiegato il mondo per quello che è veramente.» (p. XX)

«L’Economia ha in sé violenza. Si potrebbe dire che la violenza le inerisce. Ma essa agisce anche come una barriera contro la violenza. È come se la violenza trovasse nel commercio e nell’industria i mezzi per limitarsi, e quindi per proteggere l’ordine sociale dal collasso. In altre parole, l’ambivalenza della vita economica in relazione al male rispecchia esattamente l’ambivalenza del sacro rispetto alla violenza. »(p. 11)

«Come si legge in Adam Smith, se noi desideriamo la ricchezza, non è per l’illusoria soddisfazione materiale che essa può dare, ma perché la ricchezza ci porta l’ammirazione degli altri, un’ammirazione fatalmente tinta d’invidia. Inevitabilmente, allora, la pubblica prosperità ha come prezzo la corruzione dei nostri sentimenti morali» (p. 12)

Il comportamento umano—questo è uno dei cardini del pensiero di Dupuy—non può essere trattato come una variabile indipendente, anche perché «Il modo in cui il futuro è descritto e compreso è parte di quello che determina il futuro.» (p. 41)

«Se gli esseri umani fossero razionali nel senso inteso dagli economisti, essi semplicemente non potrebbero formare un’entità politica, perché sarebbero incapaci di porre fiducia l’uno nell’altro o di trattare i loro conflitti in un modo che non sia distruttivo per ciascuno. […] Se gli umani riescono a vivere insieme in società, è solo perché sono in grado di liberarsi del giogo della razionalità economica.»(p. 55)

«Nella sfera economica ogni cosa ha il suo prezzo—anche la politica. Sempre più apertamente oggi l’Economia compra i politici, senza celare nemmeno per un attimo il piacere che prova nel far questo. Talvolta si vanta di essere in grado di fare del tutto a meno dei politici; altre volte si limita ad affidare loro dei compiti minori. (…) Nulla le dà maggior piacere che veder strisciare queste deboli creature, terrorizzate all’idea di fare il minimo passo falso o di fare qualcosa che possa scatenare la sua ira. Ma l’Economia compie un grave errore. Col degradare e neutralizzare la politica essa si priva dei mezzi con cui si potrebbe sollevare sopra la palude del managerialismo nella quale si trova impantanata, senza nemmeno accorgersene. Condannata all’immanenza senza scopo di una gestione aziendalistica, e senza avere alcun altro orizzonte oltre quello del futuro immediato,  essa si ritira in se stessa, senza preoccuparsi di offrire ai giovani una ragione per vivere, senza essere toccata dallo spettacolo di intere popolazioni ridotte alla miseria e alla fame. Non più in grado di contenere la violenza, essa  baldanzosamente prende per mano il mondo, e lo conduce nel futuro—un futuro ancora più orribile del presente.» (p. 63)

Curia

imagesLa Curia romana, cui il papa ha rivolto un discorso di inaudita durezza, porta su di sé lo stigma della sua origine: potere romano, non Vangelo. Questo discorso di Bergoglio è direttamente legato ad un altro inauditum: le dimissioni di Benedetto XVI, che solo uno sprovveduto può pensare motivate ingravescente aetate. Oggi mi capita di trovarmi d’accordo con Vito Mancuso, cosa che non avviene spesso: la Curia è un parto del papato, l’inevitabile creazione dei papi pontefici (pontifex, altra parola del linguaggio religioso-politico della Roma pagana). Mancuso oggi si chiede, e me lo chiedo anch’io, dove siano stati tutti questi papi santi dell’ultimo secolo, così vicini a Dio in quanto santi, mentre intorno a loro si diffondeva, si insinuava, formicolava tutto questo. Non vedevano? Non capivano? Erano santi ingenui o papi politici? O non avevano forze sufficienti per affrontare il drago nella sua caverna? Infine è vero: il problema della Curia è il problema del pontificato romano, cioè del potere dentro la Chiesa, delle sue incarnazioni e dei suoi travestimenti. Quanto ad una purificazione di questo organismo, lunghi secoli hanno dimostrato che è impossibile. Una Curia sarà sempre una Curia.

La casa del gelsomino

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La casa del gelsomino (Bayt al-Yasmin, 1986, trad. it. di F. De Angelis, Jouvence 2006) è un romanzo di Ibrahim ‘Abd al-Magid dalla struttura abbastanza singolare. Ognuno dei 10 capitoli è preceduto da un brevissimo testo che è quasi un sintetico racconto: e sono testi differenti per stile e senso e collegamento al flusso narrativo principale. Questo espone le vicende di un personaggio, il mariuolo Shagara, che ad Alessandria conduce una vita eticamente bassa, vivendo di furberie su di un incerto confine tra sindacato e malavita. Interessante, tra le altre cose, per un lettore occidentale, è l’immagine di un Egitto sostanzialmente laico. Sembra qui che la pervasiva e sotterranea presenza dei Fratelli Musulmani non sia neppure avvertita. Ho l’impressione che molti intellettuali e scrittori egiziani se la cavino semplicemente rimuovendo l’Islam radicale dal loro mondo intellettuale e narrativo.
Mi piace citare un passo che rimanda al dibattito…

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Fame

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Fin dai miei primi anni ho amato la pesca. Il mio primo fiume è stato quello che scorre attraverso il paese in cui sono nato, un paese dal nome strano: Zero Branco. Il fiume si chiama Zero. Le sue acque non sono più pulite come un tempo, quando i ragazzini del luogo vi facevano il bagno, e sono anche meno profonde, ma continua ad ospitare una numerosa popolazione di pesci. A parte qualche luccio, si tratta di pesci non particolarmente nobili: alborelle, triotti, scardole, cavedani, rare carpe. Io amo la pesca con l’esca artificiale, la caccia ai pesci predatori, la pesca di movimento: un lancio qui, uno lì, con lunghe scarpinate sulle rive. Qualche volta, però, mi piace ritornare all’infanzia, e allora canna lunga, ametto, galleggiantino, larvette, e pesca per ore fermo in un punto, tirando su un pesce dopo l’altro. Quasi tutte alborelle, buone da friggere e da mangiare…

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