Mediautistici

chiara_ori_crop_MASTER__0x0-593x443Sappiamo che l’Internet ha dato un contributo importante, a livello globale, alla consapevolezza dell’autismo. Qualcuno ha anche detto che l’autismo come oggi è raccontato è una creazione del Web. Sicuramente le famiglie degli autistici, e anche una parte delle persone nello Spettro, quelle ad altissimo funzionamento e asperger, hanno trovato nella Rete strumenti di comunicazione, e di azione e influenza, importantissimi. Ma anche cinema e televisione oggi sono forti attori nel campo dell’autismo, e la sfera mediatica nel suo insieme non può essere trascurata da chi si occupi di autismo come fatto sociale.
La sfera mediatica è la sfera della presenza-agli-altri, della visibilità. Questa sfera, in cui la televisione continua a svolgere un ruolo privilegiato, esplicita e porta all’estremo la tendenza generalmente umana ad abbandonare la periferia del gruppo sociale, e della società di massa odierna, per occupare il Centro, dove si è resi visibili agli infiniti membri della periferia, e dove mediante la visibilità si esercitano i poteri, reali o illusori che siano. Non ci si deve dunque meravigliare se anche nel mondo dell’autismo si manifestano fenomeni analoghi a quelli che si possono osservare in ogni altro campo: fenomeni di ricerca della visibilità, tentativi di acquisire una posizione tale da poter esercitare una influenza. E in questo l’immagine è fondamentale, e sull’immagine si gioca molto.
Come meravigliarsi, dunque, se i padri e le madri delle persone con autismo che ne hanno la possibilità e i mezzi fanno di tutto per acquisire visibilità nel sistema mediatico? È in corso, che lo vogliamo o no, che ci piaccia o meno, una vera e propria lotta darwiniana: in un mondo di scarsità di risorse, e quelle per l’autismo non sono certo destinate ad aumentare, sopravvivranno i più abili e forti, i più adatti, quelli che riescono a interagire meglio con l’ambiente, che nel nostro caso è plasmato dai media. Alcuni genitori lo sanno benissimo, e si stanno buttando nella mischia: occorre richiamare l’attenzione sul proprio figlio, possibilmente facendolo diventare un eroe mediatico, cioè un eroe-vittima. Ed ecco l’autistico di bell’aspetto, addirittura sexy, usato in campagne pubblicitarie, ed ecco l’autistica a basso funzionamento candidata alle elezioni comunali. Ecco, ad un livello inferiore, la moltitudine di mamme e papà che scrivono libri sulla storia del figlio, libri per lo più autopubblicati e che nessuno leggerà.
Leopardi notava come il dolore di una persona di bell’aspetto ci colpisca assai più di quello di un individuo brutto, anche se le sventure di quest’ultimo sono più gravi: questo elemento della psicologia umana è ben tenuto presente nel marketing dell’autismo. Cercansi autistici di bell’aspetto, chioma fluente e sorriso ammiccante. Questo marketing finora è stato solo economico. Ora sembra che possa diventare anche politico. Si tratta sempre di utilizzazione dei figli come strumenti: la libertà essenziale di questi non è messa in discussione, non è considerata, come la loro dignità umana, non sembra fare problema. Come se sempre il fine giustificasse i mezzi. E così l’Italia è come sempre un Paese ipocrita e diviso: da un lato un gran numero di disabili chiusi in strutture lager, senza reale controllo, affidate a personale-aguzzino. Dall’altra riflettori accesi su pochi autistici piacenti, danarosi e figli di genitori che ci sanno fare. Propongo un concorso per il mediautistico dell’anno.

 

 

Autismo e pessimismo (1)

autism-maloneys-zooLe polemiche come sfogo non mi interessano, non godo a farle, e se talvolta polemizzo è con le idee, non con le persone. Mi interessa, piuttosto, comprendere le altrui argomentazioni e far capire le mie. Per questo, entro solo marginalmente nella discussione tra Gianluca Nicoletti e la dirigenza dell’ANGSA, e solo per mettere in luce quelli che secondo me sono alcuni nodi della questione autismo, che quella discussione pone in luce. In particolare, vedo questi nodi nella risposta di Liana Baroni a Nicoletti, che si può leggere qui.
Il pessimismo. Qui bisogna distinguere con cura, perché la nozione di pessimismo è molto legata alla soggettività, e il suo concetto è sdrucciolevole. Un conto è il pessimismo di coloro che pensavano e pensano che con gli autistici gravi non ci sia nulla da fare, che siano immodificabili in tutto e per tutto, dunque non occorre far nulla. Questo pessimismo non è il mio. Il mio è quello di chi sa bene che il lavoro con le persone con autismo deve essere all life long, non deve avere mai fine, e che un autistico grave può apprendere cose importanti per la sua vita anche a quarant’anni, ma sa, anche, che per quell’obiettivo occorrono cultura e risorse materiali e umane che non ci sono, e che non si vedono all’orizzonte.
Molto spesso gli ottimisti sono quei genitori che per motivi geografici e familiari, anche legati alla condizione sociale, si sono trovati in una situazione che ha consentito loro di collocare il proprio figlio in una rete di servizi adeguata. Che, bisogna ripeterlo senza mai stancarsi, esiste solo in pochi luoghi. Bisognerà poi vedere se il loro può essere un ottimismo che si estenda legittimamente su tutta la vita del figlio, o solo sul periodo in cui è bambino. Spesso vengono accusati di pessimismo, di contro, quelli che denunciano situazioni insopportabili, condizioni esistenziali disperate e senza via di uscita. Nel mondo dell’autismo sono molti, e il loro atteggiamento ha spesso ragioni solidissime e ben giustificate. Vengono anche accusati di pessimismo coloro che per i loro figli prospettano un futuro difficilissimo e forse indegno di un essere umano. E io sono tra questi. Non hanno alcuna ragione per questo loro pessimismo? Il futuro per gli autistici gravi, in termini di residenze, risorse, personale e cultura adeguata deve essere forse visto come roseo? Parlo ora della mia esperienza, ma simili alla mia sono sicuramente quelle di molti genitori. Guido fra qualche mese compirà 18 anni: va ancora a scuola, la mattina, e con risultati positivi. Ma tutto dipende da circostanze casuali: essere capitato con una brava insegnante di sostegno, con un’assistente preparata, e aver avuto assegnato dal preside, per le sue necessità corporali (ovvero l’evacuazione, che in bagno deve assolutamente essere assistita) un eccellente membro del personale ausiliario. Ma se costui non ci fosse? Allora Guido avrebbe serie difficoltà a frequentare regolarmente la scuola, perché lui, banalmente, ogni mattina deve fare la cacca, e talvolta se la fa pure addosso. Ed è un uomo ormai, di 1.80, forzutissimo, e in bagno a scuola vuole che si occupi di lui un uomo. Tanto per dire di una difficoltà che non è certo la più grave. Ma: Guido da bambino e per anni è andato in piscina. Da qualche anno non ci può più andare, perché è diventato incontenibile: si diverte a saltare come un salmone da una corsia all’altra, esce dall’acqua e si mette a correre intorno alla vasca, tenta la fuga. Si diverte come un matto a correre verso l’infinito (ed è per questo che in passeggiata dobbiamo tenerlo assicurato ad un cavo). Si dirà che è per il fatto che in quella piscina mancavano personale preparato nella gestione di soggetti autistici. Errore! Due anni fa, al centro estivo per autistici dell’ULSS 9 di Treviso, anche il personale formato, e anche molto esperto, e gli psicologi del Centro autismo non è stato in grado di controllarlo in piscina, e così Guido ha dovuto rinunciare a quell’attività. Rinuncia anche, per motivi analoghi, alle attività di basket integrato cui il ragazzo aveva partecipato per diversi anni. Dunque, per anni Guido ha avuto una settimana piena: alla mattina scuola, al pomeriggio piscina, basket, e le attività educativo-terapeutiche presso il Centro Autismo. Ora non ha più nulla, solo la scuola. La sua settimana si è progressivamente svuotata. E quando, tra due anni, la scuola non ci sarà più? Ci sono forse percorsi personalizzati in preparazione, seriamente e realmente in preparazione, per quelli come mio figlio? Dall’ULSS tutto tace, le famiglie sono lasciate sole. Del loro grado di stress chi si cura? Finché tengono… poi vedremo. E uno dovrebbe essere ottimista perché in qualche zona dell’Emilia Romagna si sono fatti progressi. Ma sì, all’opinione pubblica mostriamo pure casi positivi, di buone prassi. Ma ricordiamoci, però, che soprattutto per gli autistici in età post-scolare, le buone prassi sono rarissime, e che la stragrande maggioranza delle famiglie con autistici gravi mena una vita dura, molto dura, e non vedere alcuno sbocco ad una situazione pesantissima non genera, ovviamente, alcuna forma di ottimismo.

The Barren Sacrifice

51KMJ6c9DfL__SX336_BO1,204,203,200_Il sottotitolo di questo eccellente saggio di Paul Dumouchel (comparso in francese da Flammarion nel 2011, pubblicato in versione inglese dalla Michigan University Press nel 2015) è An Essay on Political Violence. Esso tratta dunque di un tema oggi prioritario nel mondo, e mi verrebbe da dire che gli uomini politici dovrebbero leggerlo, perché è davvero illuminante, ma temo che ben pochi tra loro, almeno in Italia, sarebbero in grado di farlo. Purtroppo, i nostri politici sembrano anche del tutto privi dell’attrezzatura concettuale per comprendere il mondo in genere, al di là dei loro interessi di bottega elettorale.
Il libro di Dumouchel affronta il tema della violenza politica indagando le origini storiche dello Stato moderno, in rapporto soprattutto al controllo dei gruppi sociali operato dal potere sovrano e alla necessaria territorialità dello Stato medesimo. Lo Stato appare da un lato coincidente con un territorio, e quindi con confini riconosciuti dagli altri Stati, dall’altro si manifesta come l’unico detentore legittimo della violenza, (che essendo legittima viene chiamata forza). Il discorso diventa particolarmente stimolante e critico quando Dumouchel affronta esplicitamente il sottotesto che percorre l’intera sua argomentazione: la crisi dello Stato contemporaneo nel momento in cui da un lato compare il fenomeno della globalizzazione, dall’altro un attore senza confini come il terrorismo islamico. Quella del nemico interno non è una novità storica, ma la sua declinazione odierna, in cui questo nemico non ha un preciso referente in un altro Stato o in un movimento internazionale riconosciuto e strutturato, appare problematica, e la estrema difficoltà della sua gestione spiega la crisi profonda in cui l’Europa è destinata a sprofondare sempre più. Il terrore islamico è infatti una novità assoluta. E la guerra che gli si muove è un novum assoluto.

Il terrorista islamico ci appare insieme come il più straniero, perché capace della violenza più estrema, e il più simile, perché lui o lei è invisibile, è uguale a qualunque altro o altra: uno sconosciuto tra altri sconosciuti fino al momento della detonazione finale. Questa invisibilità ci angoscia. Noi vorremmo rispedire il “nemico” in un altrove identificabile, conferirgli un visibile essere straniero, come si può vedere dall’ossessione per il velo che, a cominciare dalla Francia, si sta spargendo per l’Europa. La doppiezza dei terroristi trasgredisce l’ordine territoriale. E lo stesso vale per la guerra che noi conduciamo contro di loro. Noi violiamo i confini di paesi con cui abbiamo relazioni amichevoli per bombardare luoghi che si suppongono ospitare terroristi, e scuole in cui essi vengono indottrinati. Questa guerra non bada alla nazionalità degli agenti ed uccide cittadini di nazioni con cui non siamo in conflitto. (p. 175)

Così ha inizio il male

JavPresente e passato, le colpa e la sua non-espiazione, il desiderio di dimenticare e l’oblio su cui si reggono i rapporti umani, il seme del male che germina dal male più grave, cioè dal peggio, e il continuo sbocciare di giovani che si tramutano in vecchi e disincantati agenti della stagnazione e del nulla: una infinità di temi si annoda nella obliqua e sinuosa scrittura di Javier Marías nello sfaccettato Così ha inizio il male (Así  empieza lo malo, 2014, trad. it. di M. Nicola, Einaudi 2015). Un romanzo che richiede lettori pazienti, disposti alla riflessione, e sensibili ai chiaroscuri della coscienza. Insomma, lettori non comuni, esenti dalla fretta tipica del consumo culturale di oggi. Questa è la storia di una doppia indagine da parte del protagonista (giovane nei primi anni ottanta – il tempo della storia narrata –  e voce narrante oggi, quando ormai è uomo maturo), indagine sulla crisi di un matrimonio, quello di Beatriz col regista Muriel, e contemporaneamente su un pediatra di successo, su cui pesa un sospetto di gravi colpe risalenti all’epoca franchista. I temi sono numerosi, la prosa è quella che il passo che ho ritagliato mostra in tutti i suoi caratteri distintivi.

«Il suo letto è sconsolato, – pensai – per questo ne visita altri, o non fa neppure uso di letti, così non corre il rischio di avvertire il contrasto con il suo, solo e freddo, al quale torna ogni notte. Non sta ferma e non si accontenta, si procura scorribande e avventure. Vorrebbe averle con Muriel, ma per quanto lui le manchi, non si perde d’animo, non si consuma chiusa in casa, nei periodi di maggiore energia si cerca dei surrogati, come quasi tutti fanno, ben pochi ottengono ciò che desiderano, o se ci riescono non riescono a conservarlo per molto, chissà per quanto tempo lo avrà avuto lei». Ci affanniamo per conquistarci le cose senza pensare, mentre ci sforziamo per averle, che non saranno mai sicure, raramente dureranno, saranno sempre suscettibili di perdita, nulla è conquistato per l’eternità, spesso combattiamo battaglie e ordiamo macchinazioni o ricorriamo a menzogne, commettiamo bassezze o tradimenti o ci rendiamo complici di crimini, senza pensare che qualunque cosa otteniamo durerà poco (è un antico difetto di tutti noi, vedere come definitivo il presente e dimenticare quanto sia necessariamente e desolantemente transitorio), e tutte le battaglie e le macchinazioni, le menzogne e le bassezze e i tradimenti e i crimini ci appariranno sterili una volta che il loro effetto sarà svanito o esaurito, o peggio, superflui: nulla sarebbe cambiato se ce li fossimo risparmiati, quanta fatica inutile e sprecata. Ci facciamo guidare dalla fretta malvagia e ci consegniamo alla velenosa impazienza, come un giorno avevo sentito dire a Muriel, senza capire se stesse citando qualcuno. Non riusciamo a vedere più in là del domani e vediamo il domani come se fosse la fine del tempo, come i bambini piccoli, convinti che una momentanea assenza della madre sia definitiva e irreversibile, un abbandono in piena regola; che se hanno fame e sete e non vi pongono immediato rimedio ne soffriranno per sempre; che se si fanno un graffietto quel dolore non finirà mai, non arrivano neppure a immaginare la crosta; ma anche fermamente persuasi , se si sentono protetti e al riparo, che quella condizione non cambierà mai, per tutta la loro vita, che riescono a concepire solo di giorno in giorno o di ora in ora o di cinque minuti in cinque minuti. Da adulti non siamo molto diversi, sotto questo aspetto, e nemmeno da vecchi, quando quello che resta della nostra vita è ormai così breve. Il passato non conta, è tempo scaduto e negato, è tempo di errore o di candore e di inesperienza, e finisce per meritare solo compassione; a svuotarlo di significato e a riassumerlo è in definitiva questa idea: «Quanto poco sapevamo allora, che sciocchi siamo stati, che ingenui, ignoravamo quello che ci attendeva e invece adesso sappiamo». E in questo sapere del presente non siamo capaci di mettere in conto che domani sapremo una cosa ancora diversa e che l’oggi ci apparirà altrettanto sciocco dei giorni passati e del giorno in cui siamo stati gettati nel mondo, forse in piena notte sotto questa luna sdegnosa e stanca. Andiamo di inganno in inganno e su questo non ci inganniamo, e tuttavia ogni nuovo inganno che viviamo lo prendiamo per vero. (pp. 157-158)

Micronote 50

gufo

  1. La prima preoccupazione del riformista italiano è cambiare il nome delle cose.
  2.  Da quando mi interesso alla politica, da mezzo secolo, ho sempre sentito i politici italiani riempirsi la bocca di “si deve”. Un “si deve” quasi mai legato ad una precisa determinazione di tempo. I ministri e gli uomini politici in carica non dovrebbero mai parlare in termini di generico dover fare. “Si deve fare questo”, “si deve fare quello” è la lingua dell’uomo della strada, del singolo cittadino che invoca interventi. Il dovere del politico nelle circostanze normali è agire nell’ora presente, senza esprimere vaghi desideri, speranze, auspici o “dovere”.
  3. Per me i Beatles sono sempre stati pecore belanti, anche quando ero adolescente. Canzoncine per bambini, come del resto poi quelle di Battisti e di quell’ipocrita di De André. Ero esterno alla mia generazione, lo ammetto.
  4. Ci vorrebbe un undicesimo comandamento: non farti prete invano.
  5. Disse il Maestro: “Il potere sopra gli altri umani, che è ciò che l’essere umano desidera più di ogni cosa, si può raggiungere in due modi principali: mediante la ricchezza di forza o di beni materiali o mediante la povertà di forza o di beni materiali. Più sincero è il primo modo. Perché anche l’asceta che si priva di tutto può conseguire l’ammirazione dei molti, può divenirne l’idolo, e dirigerli a proprio piacimento, e mascherare come assoluta indifferenza la sua sconfinata brama di potere”.
  6. Anche se chi lo emana è l’uomo più povero del mondo, il potere sacro, finché è tale, attira il denaro come la calamita il ferro, come il miele le mosche.
  7. Una folla di persone libere è impensabile. Se sei in una folla diventi folla, perdi l’individualità, perdi te stesso, e applaudi Salvini, o Grillo, o il ducetto di turno.
  8. Un fenomeno di questi anni targato Facebook: l’ingiunzione di condividere.
  9. Si può toccare il fondo solo se il fondo esiste, ma la sua esistenza non è mai stata inconfutabilmente provata.
  10. Ma quanto si è lavorato nel corso dei millenni nelle curie e negli episcopati, affinché attraverso la cruna dell’ago evangelico passino anche i cammelli?
  11. Episcopi contra Papam pugnantes. Per un non-papista come me, che attende da sempre una riforma del papato dall’interno, il tempo presente è gioioso. Ma penso che la guerra interna alla Chiesa iniziata con l’invenzione del Modernismo da parte di Pio X, e continuata con alterne vicende passando attraverso il Vaticano II, durerà due secoli.
  12. La tragedia della filosofia è stata il suo divorzio dal coraggio.
  13. È una visione ingenua, che sento riproporre fin da quando, negli anni Cinquanta, si diffuse nelle famiglie la TV, quella di un tempo felice, pre-tecnologico, in cui le famiglie raccolte intorno al desco per il pranzo e la cena avrebbero vissuto intensi momenti di comunicazione e dialogo tra le generazioni, mentre la televisione avrebbe ucciso la conversazione. Non è affatto vero che il televisore sia causa di silenzio: guardando insieme un programma nelle famiglie nucleari moderne si comunica di più di quel che accadeva nelle antiche famiglie patriarcali contadine, in cui spesso anche i sessi erano separati, le donne silenziose servivano il cibo agli uomini, e solo il patriarca e i maggiori tra i figli maschi prendevano ogni tanto, parcamente, la parola. La cena era luogo di silenzio, non di dialogo nella civiltà contadina. E marito e moglie si parlavano pochissimo, comunicavano realmente ancora meno. E la separazione tra i sessi era visibile anche nelle chiese. Ma eterna nell’umanità è l’idealizzazione del passato.
  14. Il vero scontro nella Chiesa oggi è uno scontro di ecclesiologie. Chi non capisce questo non capisce nulla. Lo sapete, nevvero, che ci sono due papi viventi? Col suo ritiro, Ratzinger ha compiuto un gesto infinitamente più rivoluzionario di tutti quelli che potrà compiere Bergoglio.
  15. “Abbiamo diritto anche noi a una vita normale”, ripetevano i Cartaginesi assediati dall’esercito romano.
  16. E però una differenza essenziale c’è tra l’usare le etichette come kalashnikov e l’usare i kalashnikov contro le etichette. Tra l’usare le parole come pietre e l’usare le pietre come parole.
  17. Poche espressioni sono tanto fallaci quanto “farsi un’opinione”. L’opinione uno non “se la fa”: nessuno, o quasi nessuno, ha questo potere di autonomo costruttore di pensieri, per quanto volatili. Noi le opinioni le prendiamo a prestito di qua e di là, le imitiamo. Anche in questo gli umani sono mimetici. E gli “opinion maker” giornalistici sono generalmente solo maneggiatori di idee altrui, in una spirale senza fine. “Ho le mie idee”. Ma sei sicuro che siano tue? Quando te le sei fabbricate? Da chi le hai prese? “Leggi questo per farti un’opinione”. Vorrai dire: “Prova un po’ a copiare quello che scrive costui”.
  18. La realtà è immensamente complessa. La sua complessità genera dubbio e incertezza. Gli umani non amano vivere nel dubbio e nell’incertezza. Dunque gli umani si ritagliano piccoli frammenti della realtà, li definiscono l’unica Verità, vi si appigliano con tutte le loro forze, ed espellono e perseguitano quelli che non riconoscono lo stesso valore allo stesso frammento a cui essi hanno legato la loro vita.
  19. I nodi della guerra attuale sono così intricati e numerosi che chi si impegna a scioglierne uno ne aggroviglia altri. Qualsiasi posizione venga assunta, ha un risvolto di falsità, o anche più d’uno. Non c’è scampo, e non c’è alcuna giustizia possibile, perché qui il più giusto si muta in ingiusto. E’ una situazione di carattere mitologico, violento e sacrificale, che i nostri occhi di occidentali si rifiutano di vedere. Intravediamo appena i morti di Beirut, quelli africani per noi non esistono, e tuttavia siamo pronti a flagellarci per la nostra scarsa sensibilità. Mai una civiltà nell’intero universo è stata così avanzata e così ipocrita.
  20. A che giova chiedersi di chi siano le maggiori responsabilità,? A che serve cercare capri espiatori contro cui indirizzare la propria rabbia impotente, scagionando sempre se stessi da ogni colpa? A che serve accusare questi e quelli, quando i denti del drago sono stati da tempo seminati, e dal suolo iniziano a sorgere guerrieri? Ovunque emergeranno idre di Lerna, le loro teste tagliate rispunteranno incessantemente. Non è più il tempo di Eracle, e nemmeno dei suoi pallidi e presuntuosi imitatori: è il tempo di tragici clown.
  21. Sono nato in casa, estratto dal medico condotto col forcipe. Nascita traumatica, esperienza sensoriale negativa, diciamo. Poi il seno materno negato, perché non digerivo il latte umano, sostituito da quello di capra. Che non era Amaltea. Ciò non è stato senza conseguenze fisiche e psichiche: si determinarono allora i presupposti per la mia insofferenza della psicoanalisi, e la mia tendenza ad una visione seria del mondo.
  22. Vedo un gran dibattere sulle cause del terrorismo jihadista. C’è chi le individua nella povertà dovuta allo sfruttamento capitalistico, all’emarginazione di grandi masse, e in definitiva accusa l’Occidente; c’è chi ne incolpa l’Islam in generale, e chi mette sotto accusa gli interessi dei Paesi del Golfo, ecc. Da tutte le analisi manca il convitato di pietra: mai un’analisi dei testi fondanti dell’islamismo radicale, mai appare l’auto-comprensione dei jihadisti, non si discutono mai i loro riferimenti teorici. Come se i fondamentalisti islamici non avessero né voce né pensieri. Inquietante.
  23. Difficile ragionare con gente abituata al benessere e alla bambagia occidentale che all’improvviso urla il bisogno di Radicalismo e Ideali, invoca la mobilitazione contro il Male, e scambia per anelito spirituale il sussulto delle proprie interiora.
  24. Nessun essere umano può permanere in una condizione di empatia generalizzata con tutti i perseguitati, gli sventurati, i sofferenti e i disgraziati del mondo. Sono troppi. Non c’è sopravvivenza senza un grande oblio. Chi accusa questo e quello, o un generico “noi”, di falsa coscienza perché dimentichiamo questa o quella sventura di questo o quel popolo è, lui sì, in una condizione di falsa coscienza. Da sempre, un certo grado di indifferenza alle sofferenze degli altri è ambivalente, perché le sofferenze sono causate in parte dalla natura, in parte da altri umani: partecipazione emotiva significa dunque anche disposizione a difendere e vendicare l’altro, ed è principio anche di guerra, non solo di pace.
  25. Se la vita è così dura
    è perché c’è la Congiura,
    la Congiura Universale:
    Loro vogliono il tuo male,
    e programmano Invasioni,
    scie chimiche, esplosioni,
    e collassi finanziari,
    per fregarti i tuoi denari.
    Sono Ebrei e Americani,
    sono Turchi e Musulmani,
    sono Negri ed Emigranti,
    di sicuro sono tanti,
    tutto il giorno a congiurare
    sopra e anche sotto il mare,
    ed in mezzo c’è Big Pharma
    che vuol trasformarti in tarma,
    con scienziati compiacenti
    che coi loro esperimenti
    intontiscono le menti.
    Ma tu certo non la bevi,
    voti Grillo, a lui sì credi.
  26. Pulvis et umbra sumus, et in internet navigantes.
  27. Per mesi quelli del PD hanno ripetuto il mantra “quarantuno per cento alle europee”. Il mio mantra è invece “quarantasette per cento di analfabeti funzionali”. Perché questo Paese sta sprofondando nell’ignoranza e nell’emotività, confuse e intrecciate insieme.
  28. Il Vangelo comanda di non odiare nessuno, anzi di fare del bene a coloro che ci odiano. Ma non comanda di stimare tutti nella stessa misura. Perché i talenti non sono distribuiti in misura uguale, e anche il loro uso non è lo stesso da parte di tutti.
  29. L’idea di “ponte” viene spesso opposta a quella di “muro”. Il ponte unisce, il muro separa. Ma ci sono separazioni buone e unioni cattive. E ci sono anche i ponti come strumento di guerra, da più di duemila anni. Ponti fissi e ponti mobili. Chi si ricorda di Caio Duilio?
  30. Quando si dimentica l’irriducibile complessità del mondo, ci si fissa sopra un’idea particolare, si dichiara guerra ad un Nemico in suo nome, ci si accanisce contro i suoi critici e avversari, allora quell’idea particolare perde i caratteri della razionalità, si trasforma in agente del contagio mimetico e si volge in menzogna. La sfera mediatica è impregnata di idee particolari, ovvero di menzogne in lotta tra loro.

 

Il prigioniero

LermontovNon è un romanzo, e nemmeno una biografia romanzata quella di Michail Lermontov, scritta da Roberto Michilli ne Il prigioniero (Edizioni Galaad 2015). È un’attenta ricostruzione della vita di un grande poeta russo morto in duello nel 1841 a soli 26 anni, animata e sospinta da un lungo amore, da una fortissima passione, che diventa quella che potremmo definire una narrazione documentata, nella quale anche il lettore non particolarmente portato allo studio dei documenti, e ignaro della lingua russa, può essere afferrato dalla forza degli eventi e delle situazioni, per come vengono narrate. Insieme a Quaranta poesie, Il prigioniero forma una sorta di dittico, i due libri sono complementari. E quest’ultimo libro di Michilli appare per più versi un’impresa titanica (sono in tutto 797 pagine), nella quale sono inseriti molti brani di corrispondenza, di diari, ecc., che disegnano un grande quadro della società russa tra gli anni Venti e gli anni Quaranta dell’Ottocento, delle sue tensioni e dei personaggi che la animano. Si tratta di una società bloccata, in cui i grandi spiriti come Lermontov non hanno letteralmente aria da respirare, in cui ogni novità è sospetta e vivere da uomini liberi è impossibile, in cui un anticonformista diventa inevitabilmente un prigioniero, anche se non è in carcere. Nel caso di Lermontov, anzitutto un prigioniero di sé stesso, della insanabile frattura interiore tra l’odio per la vita dell’aristocrazia russa e l’impossibilità di concepire una propria vita al di fuori di quella stessa aristocrazia.
Naturalmente, molti sono i brani poetici che scandiscono i tempi del testo, seguendo lo svolgersi della vita di Lermontov. E molti sono i nessi intertestuali, i rimandi ad altri poeti della letteratura russa ed europea. Sono stato colpito dagli otto versi che Gavríla Románovič Deržàvin scrisse pochi giorni prima di morire, nel 1816, su una lastra di ardesia:

Il fiume dei tempi nel suo scorrere
porta via tutte le umane cure
e annega nell’abisso dell’oblio
popoli potentati e sovrani.
E se pure qualcosa resta
grazie ai suoni della lira e della tromba,
sarà divorato dal cratere dell’eternità
e non fuggirà il comune destino.
(p. 634)

Micronote 49

gufo1. L’indipendenza di uno Stato che per rimanere tale ha bisogno permanente delle armi altrui è un’indipendenza relativa, e può essere anche meramente nominale. L’integrità del vaso di coccio dipende dai movimenti del vaso di ferro. Se poi il vaso di coccio è un vasetto…
2. Riconosco il valore di Ingrao, ma sono contento di non avere mai sognato il suo stesso sogno.
3. La globalizzazione è tale perché non ammette nulla di esterno a se stessa. Ciò che si pensa essere esterno ad essa, fuori di essa, è come il buco in una fetta di formaggio: ne è comunque parte.
4. «Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / nella miseria». Ma la felicità ha questa natura: risplende tanto più viva nel nostro cuore, e con tanta maggiore realtà, quanto più è distante nel tempo, e perduta. Quando è presente la percepiamo a malapena, e a volte ci sfugge. Mentre quella futura è un fantasma, anche se sorridente. Infine, essa è come la sua sorella, la bellezza, che cogliamo nella sua verità solo quando è da noi irrimediabilmente lontana.
5. Guai a voi, preti e vescovi ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci!  (Matteo 23, 13)
6. E dunque antiche sofferenze e risentimenti di altre stagioni possono perdere almeno in parte la loro amarezza se la memoria è investita dalla luce sinistra del presente. Una luce di follia, perché sempre la follia in varie forme pervade gli imperi al tramonto. Tutti, qualsiasi sia la loro forma.
7. C’è un’espressione che condensi tutta la stupidità, coglioneria e spirito di gregge della lingua parlata dall’italiano di oggi, massime se giornalista televisivo? Sì, c’è, ed è questa: il combinato disposto.
8. «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» è una frase certamente pronunciata da Gesù in riferimento al Regno che lui pensava imminente, che avrebbe trasformato radicalmente la vita degli umani. Ma il Regno non è venuto, e le vicende umane continuano secondo la loro ratio: economia, potere politico e religione non sono mai separate, ma si intrecciano. Pensare che nell’attuale scacchiere mediorientale si possano dividere la logica religiosa e i conflitti che instaura dalla logica politico-economica e i conflitti che genera è un pensare futile. Templi, moschee e chiese costano, le fedi regolano la vita di miliardi di umani, e il potere è uno solo in mille forme. I cesari di Roma venivano venerati come dèi, e dopo morti ricevevano l’apoteosi, e Putin si erge a difensore del cristianesimo contro l’Occidente degenerato, che tale è anche secondo gli islamici. E anche la Destra americana innalza vessilli cristiani. Mi fanno pena i laici nostrani, che si pensano intelligenti e non capiscono nulla.
9. Ecco la famiglia secondo Gesù:
– Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti». Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre». (Matteo 12, 46-50)
10. Una verità che quasi tutti gli umani non vogliono avere davanti agli occhi è che tutto ciò che nasce deve anche morire.
11. «Lo Straniero, l’Altro, il Diverso, a cui ti vuoi aprire, che vuoi accogliere, che vuoi vedere simile a te, tuo prossimo, come ti vede?
Ma non importa, lui non viene solo, non vengono solitudini, ma gruppi, comunità, e ovunque vadano cercano il simile. Non giungono atomi dispersi, pronti ad aggregarsi ad altre molecole di atomi differenti. Si formano aggregati di simili. Quartiere ebraico, quartiere cinese, quartiere polacco, quartiere italiano, quartiere greco, quartiere cingalese, quartiere nigeriano. Il diverso è il simile, il simile è il diverso». (John Chung, “Diversity”, 1998)
12. Della parola nichilismo si è abusato quasi tanto quanto della parola emozione. Dal canto mio, preferisco di gran lunga la prima.
13. Come mi piacciono quelli che mi invitano ad ascoltare le loro profonde ragioni e non danno alcun ascolto alle mie, che mi invitano ad avere dubbi e non ne manifestano alcuno, che mi ingiungono di abbandonare le mie certezze, e non danno alcun segno di lasciare le loro.
14. Un fenomeno tipico dell’umano, che lo definisce pienamente, è questo: molti ragionano dell’umanità come se essi stessi appartenessero ad una specie differente.
16. Finalmente il sogno di Paracelso, creare l’Homunculus, viene realizzato su scala planetaria.
17. Dicono che se le tasse fossero più basse, tutti sarebbero meglio disposti a pagarle. Ma è evidente che, se anche vi sono differenze tra un Paese e l’altro nell’etica pubblica e nel senso di appartenenza alla comunità (che in Italia non sono un gran che), la disposizione individuale a pagare le tasse è ben più saldamente legata alla probabilità che l’evasione venga individuata e alla gravità della sanzione penale e sociale cui si andrebbe incontro. L’Italiano medio, potendo, evaderebbe anche una tassa dell’1%. E troverebbe tutte le giustificazioni immaginabili possibili, lo so per certo.
18. E infine mi è del tutto evidente che di Dio singoli e gruppi sempre si fanno l’immagine che più loro si addice, quella che più sentono conveniente ai loro languori o ai loro furori, e quella immagine coltivano scrupolosamente o accarezzano ogni tanto, e sempre difendono come se fosse una realtà trascendente. Perché difendendo quell’immagine difendono se stessi, e la loro anima, o il loro grumo di appetiti e pulsioni. Difendono cioè quello che hanno caro sopra ogni cosa: la loro stessa identità. L’umano è sempre un idolatra.
19. La profonda repulsione che l’italiano prova per ogni regola, anche per quella che gli garantirebbe la sicurezza personale, è particolarmente evidente nel comportamento stradale dei ciclisti.
20. Chiesa e famiglia. Nella prima lettera di Paolo a Timoteo sta scritto: «Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?». C’è del relativo nella Sacra Scrittura…
21. In che cosa la vita di un cattolico borghese medio si distingue da quella di un non-cattolico borghese medio, a parte la frequenza alla messa domenicale? Quella cosa non l’ho mai trovata. Soprattutto non ho trovato un diverso rapporto al denaro.
22. Oscurità che si crede luce, balbettio che si crede parola, asini che profetizzano.
23. Il sentiero della conoscenza è incerto e pieno di insidie. C’è il pericolo costante di scambiare verità parziali e contingenti per verità trascendenti e universali. L’assenza della consapevolezza di questo pericolo definisce l’ignorante.
24. Mi ha sempre commosso l’ansia di esprimere le proprie idee dimostrata da molti che di idee non ne hanno alcuna, né propria né altrui.
25. Se ad un bicchiere di vino aggiungi un bicchier d’acqua, nella bevanda che ottieni il vino è ancora riconoscibile. Se versi un bicchiere di vino in un ettolitro d’acqua, quel che ne esce non può essere chiamato acqua e vino, definirlo così è una frode. Lo stesso è dei concetti. C’è una divulgazione in cui essi rimangono concetti, anche se diluiti, e c’è un’estrema volgarizzazione, in cui non esistono più come tali. Questa estrema volgarizzazione è quella dominante nel mondo contemporaneo.
26. La mia idea è che il cristianesimo istituzionalizzato, massime la Chiesa Cattolica, dovrebbe liberarsi di una immensa quantità di orpelli, soprattutto culturali, che ora impediscono a buona parte del mondo di cogliere il senso profondo del messaggio cristiano, e quindi anche di accoglierlo o rifiutarlo con piena consapevolezza. Ma penso anche che, nonostante ciò che sembra apparire dalle prime scene del nuovo pontificato, la spoliazione necessaria non sarà possibile. Essa richiede un’audacia teologica straordinaria, di portata ben superiore anche ad eventi inauditi e senza precedenti in duemila anni, come quello dei due papi che pregano insieme.
27. Se ci sono persone che, non potendo generare figli, affittano un utero, quanto più numerose sono quelle che, non potendo pensare, dovrebbero affittare un cervello. Ma della prima incapacità ci si accorge, della seconda no.
28. C’è un criterio per distinguere la dotta ignoranza del sapiente dall’ignoranza autentica dello stolto? Il più immediato è questo: la prima è molto difficile da comunicare, la seconda è contagiosissima. Lo si vede nei social media.
29. Tutti contro l’Omologazione. Mai che si senta uno che parli o scriva a suo favore. E quasi tutti contro Questa Società. Omologazione e Questa Società non hanno sostenitori, se non pochissimi. Dunque sono deboli, debolissime, spacciate. Fra poco celebreremo i loro funerali e vivremo felici nell’Altra Società.
30. Perché un intellettuale, poeta, scrittore, artista acquisti uno status superiore, diventi cioè in qualche modo un idolo, ottenga quindi una sorta di divinizzazione, gli è necessaria una di queste due cose: o la morte violenta o la follia.

Guardare avanti

vaccine-historyNel Settecento giunse un momento, anzitutto in Inghilterra, in cui la vita media dei nobili, già più lunga di quella dei contadini, fece un salto in avanti incredibile: la differenza divenne di 25 anni, un quarto di secolo. Merito dei progressi della medicina, e delle pratiche igieniche e sanitarie nuove, tra le quali risalta la vaccinazione antivaiolosa, di cui fruirono i più abbienti. Le distanze tra le classi sociali crebbero. Mi fanno ridere (amaramente) quelli che prevedono per i prossimi decenni una vita media lunghissima indiscriminata per l’intera popolazione, in grado di mettere in crisi il welfare degli Stati. Welfare che già in questi anni da noi è in crisi. Dove l’economia va male, alla fine anche la vita si fa più corta. Dove le differenze sociali aumentano, anche se la ricchezza generale di una nazione cresce, si allarga anche la distanza tra i ceti: anzitutto nel numero di anni che si passano in questo mondo.
E quelli che per i loro figli gravemente disabili sperano un futuro degno di un essere umano? Illusi, se non sono ricchi e in grado di pensarci con le proprie forze. Già ora mancano risorse per l’oggi e piani e investimenti per il futuro, e nessuno è in grado di dire nemmeno quanti autistici gravi adulti vivano in Italia in questo momento. E io, che sono poco propenso al sogno e al vaneggiamento, prevedo per la folta schiera dei disabili gravi, tra i quali è mio figlio Guido, per quelli che non possono vivere senza un’assistenza continua e ravvicinata 24 ore su 24, una vita adulta difficile, difficilissima, forse indegna di un essere umano.

Sui professionisti dell’autismo

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Per lavorare seriamente e produttivamente con le persone con autismo, e sulle persone con autismo, ai professionisti occorrono qualità che spesso a molti di loro mancano, e talvolta purtroppo mancano quasi tutte. È questo infatti un lavoro molto impegnativo, che può essere anche estremamente complesso e difficile, e che ti mette a confronto con modi di essere, di agire, e di pensare che possono essere anche molto, molto lontani da quelli comuni. Con i quali tu però non devi perdere il contatto, perché per i primi decenni della sua vita l’autistico è inserito in un contesto familiare. Ad un professionista nell’autismo è richiesto un forte e costante impegno intellettuale, egli dovrebbe ogni giorno ripetere come un mantra «scio me nihil scire», so di non sapere nulla. Gli autistici sono inizialmente bambini, ovviamente, e su questa fase della vita si concentrano oggi quasi tutti i progetti, gli interventi, e quasi esclusivamente la ricerca: e su questa fase dell’età vive e guadagna quasi tutto il professionismo attuale. Come in ogni settore lavorativo, tuttavia, anche qui la naturale spinta a cui il professionista è sottoposto è quella di adagiarsi nella routine, nell’applicazione meccanica dei propri schemi operativi a situazioni umane che sono non solo variegate, ma variabili nel corso del tempo, ad adottare una sorta di dogmatismo che infine, sottraendosi al pensiero critico, trasforma la scienza in ideologia. E questo balza agli occhi con particolare evidenza nell’ambito delle pratiche cognitivo-comportamentali come l’ABA. Le quali, intendiamoci, spesso sono l’unico strumento affidabile di cui si dispone, ma richiederebbero da parte di chi le mette in opera una grande flessibilità e capacità di adattamento al soggetto con cui si lavora. Si tratta infatti di un soggetto umano, che può essere anche molto poco dotato dal punto di vista intellettivo, ma cresce anche lui, e ad un certo momento non è più un bambino, e va trattato e compreso come adolescente e adulto. E che inoltre ha una mente con un suo funzionamento particolare, che andrebbe compreso nella sua individualità e non riportato a schemi semplificati e riduttivi. E che infine, come tutti gli umani e a dispetto del significato originale del termine autismo, è umano in quanto immerso in un tessuto di relazioni, al di fuori delle quali non è neppure pensabile come esistente. Dall’adolescenza in poi gli interventi di ogni natura scemano rapidamente, e l’interesse dei professionisti scema anch’esso. Ed essi non sono neppure molti: quanti sono in una singola provincia italiana i veri esperti di autismo a cui una famiglia possa rivolgersi con la sicurezza che il suo caso riceverà attenzione e troverà soluzioni per i molti, e spesso gravissimi, problemi che la affliggono? Generalmente, in una singola provincia abbiamo pochissimi professionisti di valore, talvolta uno solo. E costoro ovviamente seguono una infinità di casi. Si tratta di una situazione che nei prossimi anni, nonostante le piccole iniziative che sorgono qua e là a macchia di leopardo sul territorio, diventerà insostenibile. Quando arriverà il momento in cui per tutte le famiglie la maggiore età del figlio o della figlia con autismo non rappresenterà la soglia di un buco nero?

Uccidere in nome di Dio

p111_0_01_04 (2)Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace.  Se accetta la pace e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà.  Ma se non vuol far pace con te e vorrà la guerra, allora l’assedierai.  Quando il Signore tuo Dio l’avrà data nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi;  ma le donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda; mangerai il bottino dei tuoi nemici, che il Signore tuo Dio ti avrà dato.  Così farai per tutte le città che sono molto lontane da te e che non sono città di queste nazioni. Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché essi non v’insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dei e voi non pecchiate contro il Signore vostro Dio. (Deuteronomio 20, 10-18)

Quanti pronunciano oggi e scrivono le parole «non si può uccidere in nome di Dio»! Un’affermazione assoluta di questo principio, tuttavia, non si trova in tutta la Bibbia, e nemmeno nella tradizione cristiana maggioritaria. Gesù, del resto, non l’ha mai pronunciata. E infatti i cristiani delle diverse confessioni nel corso di duemila anni di storia hanno spessissimo ucciso nel nome di Dio, bruciato eretici, ecc. ecc. E in molte pagine dell’Antico Testamento Dio comanda espressamente ai suoi fedeli di uccidere. La Bibbia contiene passi non meno violenti di quelli che da parte di alcuni  vengono estrapolati dal Corano per denunciare l’Islam come religione di guerra di contro agli altri due monoteismi, che sarebbero (attualmente) di natura pacifica. Da un certo punto di vista, non vi è nulla di più divertente dei salti mortali spiccati da ermeneuti, commentatori e teologi per giustificare, con criteri storicisti e dunque relativisti, l’esistenza nella Bibbia di passi di violenza inaudita, in cui Dio ordina stermini ed esecuzioni capitali. La questione è dunque una questione di lettura e di interpretazione: la lettera uccide. Ma riguarda anche l’attualmente. Perché se una religione come il cattolicesimo appare oggi di natura pacifica, tale non appariva  una volta: e si rivela quindi come soggetta ad evoluzioni, e involuzioni: dunque alla storia e al flusso temporale: al divenire. E, se la lettera uccide, ogni interpretazione necessariamente la de-assolutizza, e apre le porte al relativismo, bestia nera del cattolicesimo. Qui si incontra una contraddizione che per essere pensata radicalmente e rigorosamente richiederebbe una riflessione teologica di una potenza e di una profondità tale per la quale nessuno dei teologi di questi tempi mi sembra avere le penne.