Quadrate legioni

Il gruppo che diventa una sola cosa. Il gruppo che combatte come se fosse un individuo. La differenziazione abolita all’interno per essere ricostituita perfettamente all’esterno. Il violento e l’estetico si fondono originariamente in ciò che nel corso della cultura produce la falange, e poi la quadrata legione. Il branco-orda si trasforma in cerchio, le lance volte verso il centro in cui sta la preda/vittima. Ma le lance possono essere volte verso l’esterno a difesa, sono i due movimenti del cerchio umano. E il cerchio si quadra nel momento in cui l’orda diviene ordinamento. La geometria è una creazione dell’umano maschio e guerriero. Continua a leggere

Sant’Uberto

Questo l’ho scritto anni fa, nel 2002, quando ancora insegnavo. Ma l’ho riletto con gusto.   

Ogni domenica e ogni mercoledì, da metà settembre alla fine di dicembre, e cioè per tutta la durata del primo quadrimestre, vado a caccia. Camminare nel bosco dalle prime luci dell’alba, annusando l’aria come un animale, riempiendosi dei profumi, dei silenzi, e dei lievi rumori – canto del pettirosso, scricchiolio di foglie, castagne che cadono, galoppo del cane – fa vedere le cose in un’ottica differente. Oggi, domenica 3 novembre 2002 accanto a me cammina Sant’Uberto, che gli altri non vedono perché è un santo del Paradiso, ma che per grazia divina è amico mio e di pochi altri, e qualche volta mi accompagna. A dire la verità, lui preferisce la caccia ai quadrupedi, ma non sdegna il fagiano. Non è un uomo di molte parole, e poi nella sfera artemisia prevale il silenzio, ma quando il cane non dà segno della presenza di selvatici si può anche scambiare qualche battuta. Del resto, io qui sono il solo a udire le parole di Uberto, che anche cammina senza far rumore. Io sussurro, per non rovinare il silenzio del bosco e per non essere preso per pazzo da qualche raccoglitore di funghi – ma dovrei star tranquillo perché nell’epoca dei telefonini il rischio è inesistente. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 70

weilquaderni

L’agnello di Dio, sgozzato sin dall’inizio del mondo.

Dio si mostra sotto l’aspetto di una vittima sacrificata e morta. Continua a leggere

Uccidere

zab

 

Molti ritengono che gli umani si differenzino dagli animali anche per il fatto che  essi uccidono al di là delle necessità di sopravvivenza, intese strettamente come bisogno di cibo. Insomma, gli animali ucciderebbero solo per fame, mentre gli umani anche per molte altre ragioni. E soprattutto gli animali non ucciderebbero mai quelli della propria specie. Non è così. Continua a leggere

Il potere del cane

copj13Settecento pagine scritte impeccabilmente, una macchina narrativa perfetta. Il potere del cane che dà il titolo al poderoso romanzo di Don Winslow The Power of the Dog (2005, trad. it di G. Costigliola, Einaudi 2009) è quello della violenza scatenata, che massacra uomini, donne e bambini nel Messico dei narcotrafficanti. In realtà, qualcosa in questo libro evoca la Trilogia di Cormac McCarthy, benché non vi siano le sue profondità antropologiche e metafisiche: il Messico del sangue sparso e dell’immensa linea di confine continuamente varcata nei due sensi. Ma questo è il Messico dei narcotrafficanti in senso letterale: essi lo possiedono, in un’alleanza diabolica con politici, ecclesiastici, servizi segreti statunitensi e polizie locali e federali. L’insaziabile sete di droga di New York e Los Angeles produce un fiume di denaro che corrompe ogni cosa. Nella vicenda narrata da Winslow ci sono molti personaggi, tutti ben disegnati in chiaroscuro. Alcuni sono vicini ad una bestialità perversa, altri hanno con la violenza un rapporto ambiguo, altri ancora ne sono terrorizzati. Nessuno è del tutto puro. E anche il vescovo Parada, che muore perdonando il suo uccisore, è un uomo di carne con le sue tentazioni. Il denaro qui sembra davvero lo sterco del demonio.
Tuttavia, mi sembra interessante il fatto che questo romanzo non si muova nel solco della cultura popolare animata dal risentimento e dalle tensioni vittimarie. Anche un signore dei narcotrafficanti come Adàn, responsabile di morti e corruzione, è capace di amore,  e vorrebbe essere amato: dalla sua amante e soprattutto dalla figlia disabile, per la quale rischia la vita. Certo, ci sono personaggi  apparentemente a tutto tondo come Art, il messicano-statunitense nemico mortale di Adàn, che  lotta fino allo stremo contro il narcotraffico, e cerca vendetta per il suo collaboratore ucciso, e rinuncia per questo fine alla sua stessa famiglia, e si rende responsabile di un cumulo di morti, per constatare alla fine che la droga imperversa più che mai. Ma anche in essi ci sono incrinature, e lo scontro tra l’umano e il disumano. Il noir raggiunge qui un vertice. La droga infatti  costituisce un potentissimo fattore di dissoluzione della società, che è il tema fondamentale di ogni noir. Molti personaggi trovano morte violenta. Le salvezze individuali non costituiscono per nulla un lieto fine.

Rileggo Simone Weil 69

weilquaderni

Noi non possiamo mai, in nessun caso, fabbricare qualcosa che sia migliore di noi. (III, 238)

Né più bello di noi. Né possiamo immaginare una creatura più bella di quelle che già esistono e che riconosciamo come belle. Nessun essere immaginario partorito dalla fantasia di un umano è 1) totalmente diverso da esseri esistenti su questa terra, 2) più bello senza che questo sia una semplice intensificazione della bellezza conosciuta sotto specie umana o animale. Così l’angelo non può essere raffigurato altrimenti che come un bellissimo giovinetto, nessun alieno della fantascienza è bello, e gli Elfi tolkieniani possono essere immaginati solo come umani superbelli (e superbuoni). Questo significa che la mente umana non è creatrice, ma solo capace di invenzioni, cioè di ritrovamenti. Possiamo solo riconoscere la bellezza dove esiste, non crearla dal nulla. Come ben argomenta Alessandro Manzoni nel suo Dialogo dell’invenzione.

Poesia della domenica

zab

Initium

Nuda la mano all’occhio dei leoni
riflessa fece la creatura forte.
Il sasso lavorato dagli eoni
dalla sua mano l’ala della morte. Continua a leggere

Mostri

wolfman1Nel mostro è essenziale la doppia natura. La confusione delle nature, che poi è collegata all’idea di impurità, e di caos. Intimamente connesso alla violenza, senza la quale non è pensabile, e di cui è insieme portatore e vittima, il mostro deve, per essere pienamente tale, avere pur sempre un qualche tratto umano, più o meno evidente. Dunque, tanto più orrore suscita in noi un mostro quanto più è vicino a noi. Un uomo-lupo è infinitamente più orrido di una chimera. Così, in ambito religioso, si è soliti detestare maggiormente coloro che si avvertono come vicini non totalmente uguali. Un cattolico integralista detesterà il Protestantesimo più dell’Ebraismo, e l’Ebraismo più dell’Islam, e l’Islam più del paganesimo. Per questo le guerre sono tanto più feroci quanto più i nemici sono avvertiti come simili, e tanto maggiore sarà allora lo sforzo per conferire loro caratteri mostruosi, e impedire che la prossimità si trasformi in riconoscimento reciproco.