I miei uccelli (4)

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Poiane

Negli anni della mia infanzia, non vedevo molti uccelli. Stavo a Venezia, tranne i mesi di luglio e agosto, che passavo in montagna. In quei due mesi sfogavo tutta la mia fame di natura e di animali. Continua a leggere

L’omicidio di Perugia e la scena originaria

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E se l’Oggetto Centrale, che l’antropologia generativa situa appunto al centro del cerchio dei cacciatori proto-umani come ciò su cui si polarizza la brama di tutti i membri del gruppo, innescando il processo tensivo che porta all’emissione del primo segno e alla conseguente nascita dell’umano, fosse non una preda ma una femmina della stessa specie, ovvero una donna? Continua a leggere

Dell’anima

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 Che cosa sia l’anima non lo sa nessuno. Spirito e anima non sono nozioni scientifiche. Secondo i positivisti di ogni epoca sono balle. Anche a livello del puramente psichico, del resto, la scienza non incontra se stessa, ma il mito, e ne nascono mostruosità come la psicoanalisi.

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Poesia della domenica

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Quattro versi per quattro donne

Mnemosine
Dileguate le vie del silenzio
tu lemure nel giorno sei rimasta
sola in un canto coi grandi occhi scoperti
e ti smemora qui la forte luce.

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Dei Romeni

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Quel che si vede e si sente e si legge in questi giorni in Italia è esemplare. Rivela il carattere nazionale (nostro, non romeno) e quel che già molti sanno dei meccanismi del capro espiatorio. Continua a leggere

Poesia della domenica

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Musa
Dei mille uccelli se si leva il canto
dalle tue rive lungo il fiume, vita
d’ogni parola che nasce poesia,
ci smarrisce la luce della via. Continua a leggere

L’anima e il suo destino 2

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L’impostazione metafisica del libro di Mancuso è chiara fin dall’inizio. A p. 9 egli infatti scrive che il “tema dell’anima e del suo destino è strettamente collegato a quello della verità, all’affermazione cioè che esiste una dimensione immutabile e definitiva dell’essere”. Dell’anima, poi, il teologo ragiona “come qualcosa di naturale, come il principio della vita, come la realtà più concreta che c’è” (ibidem). Si vede subito, quindi, che la questione della natura è, in questo libro, assolutamente decisiva. La natura è “il fondo primordiale dell’essere” (p.10), che Mancuso declina in termini di energia.  Facendo corrispondere senza residui essere ed energia, il teologo pensa di aver superato l’abisso tra la metafisica tradizionale e la scienza moderna. Ma se essere ed energia sono la stessa cosa, che senso ha l’affermazione l’energia è? E, seconda questione, che svilupperemo in seguenti post: il segno, che marca la differenza tra l’umano e l’animale, è solo energia? Perché il segno ha questo di proprio: trascende il piano della realtà puramente mondana e facendo questo pone il tema della trascendenza. Che in questo libro rimane un fondo oscuro oltre il fondo primordiale dell’essere, quasi ci fosse bisogno di una origine personale di tutto oltre il fondo dell’essere impersonale. Quello che più mi ha colpito in questo libro è un difetto di antropologia. Questo risulta evidente nel modo in cui Mancuso tratta la pagina biblica della creazione dell’uomo, a p. 14.

Dobbiamo cambiare prospettiva rispetto al racconto biblico di Genesi 2, 7 secondo cui Dio prese la polvere, plasmò l’uomo e poi infuse il suo soffio vitale nell’uomo. Per stare all’immagine mitica utilizzata dal testo, occorre piuttosto pensare che Dio infuse il suo soffio vitale prima, direttamente nella polvere, nella materia-mater, la quale poi da sé, autonomamente, ha dato origine alla vita in tutte le sue forme, compresa quella dell’uomo. Si tratta di una prospettiva legittima anche a livello biblico alla luce dei racconti di creazione della tradizione sapienziale, in particolare Proverbi 8 e Siracide 24.

A mio avviso, il senso fondamentale dei primi capitoli del Genesi sta nella differenza radicale che viene posta tra l’umano e il resto della natura. In termini mitici, ciò che viene scandito dalla Bibbia è la trascendenza dell’umano, legata alla parola, il segno, che pone l’umano di fronte alla natura come parte di essa e insieme come suo specchio cosciente, dotato di consapevolezza, responsabilità e capacità di azione (di bene e di male). Il sorgere dell’umano è una rottura dell’ordine animale: il soffio significa questo. È una liberazione dell’umano dalle catene animali. Dio, fin dall’inizio è un liberatore.

L’anima e il suo destino 1

mancu.jpgA partire da questo, dedicherò una serie di post ad una lettura dell’ultimo libro di Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, da poco nelle librerie, che secondo me costituisce un passo decisivo da parte dell’autore – anche se ben preparato e da me atteso – di uscita dal Cristianesimo in quanto fondato sulla passione e morte di Gesù, per abbracciare una visione che è puramente e soltanto metafisica nel senso più classico e universale del termine. E perché questo sia chiaro fin dall’inizio andiamo, come spesso è utile fare, alla fine, a p. 311 e leggiamo:

La soteriologia è stata da me radicalmente ripensata, sottraendola alla dipendenza da un singolo evento del passato, per venire invece legata alla logica ordinata dell’essere di cui la giustizia è la traduzione a livello interpersonale. Io sono convinto che la salvezza dell’anima non dipende dall’adesione della mente a un evento storico esteriore, sia esso pure la morte di croce di Cristo, né tanto meno dipende da una misteriosa grazia che discende dal cielo eleggendo alcuni e trascurando altri senza altro criterio se non un volere insondabile che farebbe della vita una lotteria. La salvezza dell’anima dipende dalla riproduzione a livello interiore della logica ordinatrice che è il principio divino del mondo. In questa prospettiva la creazione viene a costituire il più decisivo trattato teologico, nella cui luce tutti gli altri vanno ripensati. Io sostengo che non c’è nulla nella rivelazione storica avvenuta duemila anni fa (o più del doppio, se si parte da Abramo) che aggiunga qualcosa di essenziale dal punto di vista soteriologico alla comparsa dell’uomo a immagine di Dio avvenuta 160.000 anni fa.

Ordine è la parola decisiva in questo libro (questo libro scrive sempre Mancuso). Penso che una mente metafisica di ogni tempo possa proferire insieme a Mancuso questa formula: “la salvezza dell’anima dipende dalla riproduzione a livello interiore della logica ordinatrice che è il principio divino del mondo”. E penso che la passione di Cristo qui non sia proprio necessaria. Infatti a p.312 Mancuso scrive:

La risurrezione di Gesù, a cui aderisco nella fede fiduciale verso i testimoni biblici e verso la tradizione della Chiesa che mi consegna i loro scritti, non ha alcuna conseguenza soteriologica, né soggettivamente, nel senso che salverebbe chi vi aderisce nella fede visto che la salvezza dipende unicamente dalla vita buona e giusta; né oggettivamente, nel senso che a partire da essa qualcosa nel rapporto tra Dio e il genere umano verrebbe a mutare. Non è la risurrezione di Cristo che, per prima, vince la morte; essa semmai è stata solo un segno eclatante del fatto che la vittoria sulla morte, ogni volta che è morto un uomo giusto, è già stata possibile mediante le leggi divine che governano il processo cosmico. La risurrezione di Gesù è un’immagine concreta del destino di vita che attende ogni giusto, è un segno di ciò che avviene ogni giorno. Non ci può essere nulla di straordinario e di inaudito quando si tratta di Dio. Solo l’universale è il linguaggio del divino.

Dunque la resurrezione di Gesù (e la sua passione) non sono propriamente necessarie. Sono qualcosa di eclatante, ma la sapienza di sempre non ha mai avuto bisogno di segni eclatanti. Giunto alla fine del libro, ho capito che la vicenda terrena di Gesù non è essenziale alla salvezza dell’umanità. La natura di questa salvezza è poi tutta da vedere. Per vederla bisogna tornare all’inizio di questo libro e leggerlo con cura e attenzione.