Del noir 4

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Il romanzo Scirocco di Girolamo de Michele (Einaudi, Torino 2005) mi pare degno di nota per diverse ragioni. Intanto, si presenta come un noir (sub-genere sulla cui natura e funzione sto attualmente cercando di riflettere alla luce dell’antropologia generativa). Poi, è scritto chiaramente da un reduce del 77, che si sente e professa un compagno e vede nello Stato italiano—che gli appare dominato da oscure forze fasciste e consorterie—un nemico. (E quelle di 77ino e compagno sono categorie da investigare soprattutto per quel che riguarda il concetto della violenza e della sua legittimità all’interno di un contesto di relazioni complesse—modi di vivere, pensare, rapportarsi agli altri, ecc.—che possiamo chiamare paradigma). Continua a leggere

Del noir 3

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È poco più che una sceneggiatura per una fiction televisiva questo Nordest (edizioni e/o, Roma 2005) di Massimo Carlotto e Marco Videtta (che è infatti uno sceneggiatore) e credo voglia esser tale. Pure, e benché io non sia affatto un appassionato di noir, giudico la lettura di questo testo un’esperienza interessante. Esso pone delle questioni gravi, e anche abbastanza angoscianti per chi come me vive nel cuore dello stesso Nordest, a Treviso. Continua a leggere

Del noir 2

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La lettura del romanzo di Osvaldo Capraro Né padri né figli (edizioni E/O, Roma 2005) pone, cosa che di per sé già rappresenta un merito, alcune importanti questioni. Si tratta della storia di una mala formazione, evocata già dal titolo-negazione, nel senso di una formazione mancata di un ragazzo sfortunato, che ha un padre che vive di commercio illegale e abusa sessualmente di lui, e che finisce in quello che un tempo si chiamava riformatorio, e in seguito inevitabilmente tra le file della malavita organizzata. Continua a leggere

Del noir 1

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Negli ultimi tempi (un concetto per me alquanto relativo) ho letto, per interesse antropologico-letterario, alcuni noir italiani. Mi rileggo gli scritti relativi, in sequenza. Ho infatti cercato di individuarne la legge. Continua a leggere

Addii

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«L’amore nasce per ragioni incongrue, ogni tanto per equivoco, è intempestivo, non è contemporaneo di se stesso e certe volte solo per caso si rivela» si legge a pag. 76 del bel romanzo di Elisabetta Rasy La scienza degli addii (Rizzoli, Milano 2005). Questo si può dire dell’amore tra due persone, ma anche dell’amore per un’attività, come quella dell’insegnante. Possiamo amare però solo quello che ai nostri occhi appare bello.  Di qualunque bellezza si tratti, magari solo illusoria (ma perché quel “solo”, ogni bellezza non è illusione?). E la frattura del tempo è sempre associata alla bellezza, di cui si afferra la presenza solo quando essa si oscura e svanisce. Saper dire addio a ciò che abbiamo amato intensamente proprio perché era perduto, e forse illusorio fin dalle origini, è una delle forme superiori di sapienza.

Loto

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“Non posso narrare quel che accadde a Hócin nelle lontane terre russe. Non perché non ricordi, bensì perché non voglio. Non vale la pena raccontare di terribili massacri, della paura dell’uomo, della bestialità degli uni e degli altri, non bisognerebbe ricordare né compiangere né glorificare. La cosa migliore è dimenticare, affinché muoia il ricordo umano di tutto ciò che è brutto e i bambini non intonino canti di vendetta”. Continua a leggere

Orley Farm

tro.jpgDopo l’età classica del grande romanzo ottocentesco sono venuti molti ismi, e soprattutto il Modernismo, il Postmodernismo, e ora quella situazione che…. chiamiamola Globalismo o Postmillennialismo. Oggi, in teoria, gli scrittori godrebbero di grande libertà, non dovrebbero rispondere a princìpi di scuola, ma solo al pubblico e al Mercato. In realtà al pubblico dei lettori i romanzieri hanno dovuto rispondere sempre, anche quando il romanzo muoveva i primi passi…  pena l’insuccesso.
Quando scriveva Anthony Trollope, il pubblico voleva storie corpose, lunghe, intrecci complessi, e vicende d’amore sfocianti sempre nel matrimonio. Un romanzo, un matrimonio. Pure, il genio di Trollope non è quello dell’ happy end. Nei suoi romanzi c’è sempre qualcuno o qualcuna che infine sposa l’amato o l’amata, ma ci sono anche molti fallimenti, c’è molta infelicità personale, cioè molta infelicità di singole persone, destini individuali legati ai caratteri distintivi delle persone. In fondo, il personaggio è la persona di una persona, cioè la maschera di una maschera. Se i tipi umani sono un numero limitato, quelle variazioni che creano la persona sono infinite, come si vede, nella realtà di tutti i giorni, dai volti: se si escludono i gemelli omozigoti, ogni volto umano è differente dagli altri. Il grande romanziere è un grande creatore di personaggi (in casi estremi di un solo vero personaggio, con una sua evoluzione rigorosa). E la persona-personaggio è legata alla memorabilità. I grandi romanzi ci lasciano la memoria dei personaggi. Se tu non ricordi nulla dei personaggi di un romanzo, quel romanzo è inconsistente. Prendete un romanzo di Trollope, come Orley Farm (trad. it  di C. Mennella, Sellerio1999) : alla fine delle sue 856 pagine i personaggi sono nella vostra mente con autentica consistenza: stanno, insieme, lì, nella vostra mente.
Fate questo esperimento: leggete 10 noir di dieci romanzieri italiani contemporanei, uno dopo l’altro in rapida sequenza. Quindi, provate a richiamare alla mente i personaggi, con le loro caratteristiche di persona di persona: li confonderete l’uno con l’altro: ci sarà sempre l’investigatore mezzo-sfigato, la bella ragazza ecc.: copie di copie, non variazioni entro un tipo umano, ma replicanti, cloni. Se fate la fatica di leggere una decina di romanzi di Trollope, la galleria che avrete nella mente sarà ampia, variegata, e umanamente convincente, anche se si tratta di uomini e donne dell’età vittoriana, la loro vita personale rimane infinitamente più intensa. Si dirà che Trollope è un grande della letteratura, gli autori di noir praticanti di un sotto-genere commerciale. Non importa: il funzionamento del romanzo risponde alle stesse regole di fondo, sempre, nel variare dei sotto-generi e degli stili: ogni epos, per quanto degradato e lontano dall’origine rimanda ad essa: la narrazione nasce dalla memoria e richiede la memorabilità. E non c’è memorabilità se non c’è distinzione.

Dei professori

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Aprire Delfi? Far sì che almeno una parte degli studenti delle ultime generazioni abbia accesso al mondo della cultura alta, e non sia relegata in sub-culture più o meno impermeabili tra loro, tutte assoggettate agli idola fori della società mediatizzata e bloccata in cui viviamo? Una missione quasi impossibile, in cui oggi non crede quasi nessuno, a cominciare dai sommi gradi. Soprattutto se ne vengono incaricati i professori. Continua a leggere

Sapienza

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Non c’è niente da fare. Uscire dall’orizzonte dell’espulsione è difficile per tutti. Questa volta l’espulso è il Papa.
Il discorso che il Papa avrebbe dovuto pronunciare alla Sapienza è molto bello, e molto problematico. Pone questioni fondamentali, come quella della natura della verità e del rapporto tra fede e ragione. Ma è anche un discorso strano, con una fondamentale paradossalità in se stesso, poiché essendo rivolto ad un pubblico di credenti e non credenti si sforza di far accettare l’idea che solo il Cristianesimo consenta la vera scienza, permetta alla ragione di perseguire la verità come bene. Immagino che matematici e fisici sarebbero stati e saranno perplessi. In ogni caso, si tratta indubbiamente di un discorso per la componente umanistica dell’Università. Continua a leggere