Tutti col teschio in mano, alba lontana,
un vento freddo e un cielo senza stelle.-
Ricordo che nei miei anni giovanili esisteva un feticcio negativo, un atteggiamento che veniva vissuto come una sorta di mana, un quid che poteva contaminare chiunque trasformandolo in peggio, un miasma che promanava dalle famiglie borghesi: il conformismo. Dove sta oggi? Chi ne è massimamente affetto? Dopo decenni di esaltazione di ciò che è provocatorio, irregolare, ecc., dopo l’innalzamento culturale e sociale di ciò che è stravagante, ribelle, e anticonformista, dove sta il conformismo? Si rigenera continuamente, si trasferisce, assume nuovi connotati, si mantiene sempre micidiale.
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Dell’omosessualità presente nella Chiesa cattolica è emersa solo la superficie dell’iceberg. Attendete qualche anno.
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Dentro l’anima di molti italiani c’è una divisa fascista in naftalina.
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La maggior parte degli antifascisti accesi che ho conosciuto erano solo fascisti rivoltati: giacca nera con fodera rossa.
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E così l’Italia è come sempre un Paese ipocrita e diviso: da un lato un gran numero di disabili chiusi in strutture lager, senza reale controllo, affidate a personale-aguzzino. Dall’altra riflettori accesi su pochi autistici piacenti, danarosi e figli di genitori che ci sanno fare. Propongo un concorso per il mediautistico dell’anno.
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La classe politica italiana da sempre appare più interessata alle simbologie che ai processi reali. O meglio: appare convinta che mediante le simbologie si possano governare le masse facendo ingoiare loro di tutto, e promuovendo così quei processi reali che alla classe politica stanno a cuore. E questa impostazione appartiene ad ogni schieramento, ad ogni fazione. Ma non solo la classe politica appare così disposta…
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Non si può vivere di soli diritti. Riprendiamoci i doveri!
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Per noi nichilisti questa è un’epoca meravigliosa.
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Torno dalla passeggiata con Guido e penso: Camminare tenendo qualcuno per mano. Da giovane la morosa, da anziano il figlio disabile mentale. La vita umana come una infinita matrice di metafore.
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Un’ondata migratoria non è di per se stessa una cosa buona.
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L’idea positiva del migrante ha lo stesso valore dell’idea positiva dello stanziale: valore zero. C’è migrante e migrante. Come c’è stanziale e stanziale E le migrazioni possono essere fermate: come fecero i Romani (imperialisti e schiavisti) coi Cimbri e i Teutoni (popoli barbarissimi). Che erano migranti. Nel presente di ogni popolo le proiezioni su beni futuri lontani secoli o anche solo decenni non hanno alcuna efficacia, alcun senso e alcun valore. Nella storia conta solo il presente in cui si agisce e reagisce: il passato è un fantasma, il futuro una nebulosa.
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L’unica ricerca che l’italiano medio possa capire è quella del piacere.
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Soprattutto tra gli intellettuali molti sono afflitti dalla Sindrome Apocalittico Sacrificale (SAS).
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Epoca di somma incertezza, la nostra, in cui circolano e si scontrano nugoli di certezze senza fondamento.
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Il carisma non è una virtù.
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L’erotismo è una poetica dell’intero, la pornografia è bassa cucina del particolare.
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E io continuo a chiedermi: se una unione civile conferisce diritti e doveri in tutto e per tutto equivalenti a quelli di un matrimonio, è dunque solo una questione nominalistica? Nomina sola tenemus?
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Poveri discepoli di terzo grado di Lacan e Heidegger pronunciano oscure sentenze pensando che l’oscuro e il profondo coincidano. O forse pensando che la gente lo pensi.
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Molti parlano di sacralità della vita intendendo la sua intangibilità. Quindi, niente pena di morte perché la vita è sacra. Chi pensa così del sacro non sa nulla. Risulta da ciò questa stranezza: in società con un senso del sacro immensamente superiore a quello di noi occidentali moderni laici, come quella degli Aztechi (o quelle islamiche di oggi) non vi sarebbe una vera percezione della sacralità della vita. Sacrifici umani, pena di morte, guerra santa…
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È molto difficile trovare un progressista che riconosca a chi non condivide le sue idee la buona fede, il senso della giustizia, e l’intelligenza. È molto difficile trovare un conservatore che riconosca a chi non condivide le sue idee la buona fede, il senso della giustizia, e l’intelligenza. In verità, in Italia è anche difficile trovare uno che si dica conservatore.
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Si dice uniti in matrimonio. Si dirà anche uniti in unione civile. Uniti in unione, una bella espressione. Popolo di ipocriti, che non vuole riconoscere che la questione vera è quella del matrimonio omosessuale, che di fatto la Cirinnà istituisce. Gli italiani sono convinti che chiamando la cosa in un altro modo essa sia anche in un altro modo, ovvero che insieme sia e non sia. La stessa cosa vale per la guerra, che gli italiani non chiamano mai col suo nome quando vi sono in qualche modo implicati. Questa è la cifra della politica italiana. A questo punto, devo riconoscere che gli inglesi, avvezzi a chiamare le cose col loro nome, sono più seri: matrimonio per tutti, e amen.
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Società della comunicazione e dell’esibizione. Ognuno esibisce quello che ha. O quello che pensa di avere. O quello che pensa che gli altri debbano pensare che lui abbia.
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“Il personale è politico”, dicevano le femministe un tempo. Nell’era del Politicamente Corretto, il personale a volte è politico, a volte no. Secondo inimicizia.
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Perché il sonno della ragione generi mostri, occorre che essa prima di addormentarsi abbia molto vegliato. Come è accaduto in Occidente.
Zabaione
Micronote 53
Ci sono temi, in Italia, sui quali sembra non lecito concedere all’avversario la dignità di un ragionamento, la serietà delle argomentazioni. Perché l’aspirazione di tutti qui da noi, massime degli intellettuali, non è al dibattito vero, né all’approfondimento, e prima alla comprensione, delle ragioni dell’altro: l’aspirazione è al linciaggio, e la brama è quella di essere nel gruppo dei linciatori, e non in quello dei linciati.-
Le rose di Aleppo bruciate intonano un canto vagante.
Dal turbine un demone irato distende il suo braccio gigante.
E il gregge di smemorati che popola il curvo occidente
distoglie lo sguardo impaurito, ad altro rivolge la mente. -
Se non piangere su quello che poteva essere e non è stato fosse naturale negli umani, e non una conquista di saggezza, allora essi non sarebbero umani ma pura ragione incarnata.
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Se di fronte allo Stato e alla società il matrimonio e l’essere una coppia di fatto conferiscono esattamente tutti gli stessi diritti e gli stessi doveri, perché sposarsi? Per spendere un po’ di soldi in una cerimonia senza senso? E se per lo Stato una convivenza qualsivoglia equivale al matrimonio, perché non abolire il matrimonio civile, perché non chiamare tutte le coppie “sposate”? Rem tene, verba volant.
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Gazzettieri e pennivendoli, un quartino di potere.
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La forza e il valore di un’istituzione si misurano anche dalla qualità dei suoi difensori. La famiglia tradizionale in Italia è difesa dagli Adinolfi. E tanto basta. Il suo concetto non è difeso da nessuno che non sia religioso. E anche dai religiosi con argomentazioni prive di alcuna sostanza antropologica e culturale.
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La profezia si sta avverando. Alla fine, sulla miriade di soggetti-monade convinti di avere solo il diritto di avere molti diritti dominerà come sovrana assoluta la tecnica scatenata. Le macchine divenute autosufficienti, che da sole gestiranno il software. L’umano sarà una variabile del tutto trascurabile, una immensa periferia di cenciosi ignoranti, preda della mimesi più violenta e sterile.
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In tutti i campi della nostra esistenza, la nostra ignoranza è abissale. Sono infinitamente di più le cose che ignoriamo di quelle che sappiamo. Quindi, in ogni campo in cui ci muoviamo noi più che sul sapere ci fondiamo sul credere. Crediamo alle persone che sanno questo o quello. Crediamo al meccanico, al bancario, al dentista, all’idraulico, ecc. ecc. Ci fidiamo. Altrimenti non vivremmo. Vale anche in politica, in religione, ecc. Ed è possibile giudicare le persone dalla qualità di coloro di cui si fidano.
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Perché gli Italiani di fronte alla morte di massa dei bambini nell’Egeo volgono altrove lo sguardo? Io lo so. Perché quei bambini odorano di guerra, e nulla terrorizza gli Italiani di oggi più della guerra. Non pronunciano nemmeno la parola. Non la pronuncerebbero nemmeno se il Califfato tentasse di invadere la Sicilia. Gli italiani sono così disperatamente attaccati alla loro pace che preferiscono non vedere il naufragio di un popolo e una strage di innocenti.
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Se esistesse qualcosa come la famiglia naturale, allora in tutte le culture la famiglia avrebbe una struttura molto simile. Ma, anche rimanendo nella tradizione dei grandi monoteismi, vediamo che le famiglie del santo patriarca Giacobbe, con le sue mogli e concubine, e quella di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), e di moltissimi altri, sono ben differenti da quella monogamica e nucleare di Fabio Brotto. Quale modello di famiglia è innaturale?
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Personalmente, io sono contrario all’idea di un matrimonio gay come puro calco del matrimonio eterosessuale, e lo sono (è un discorso complicato) perché non mi piace quel venir meno di ogni differenza (fatto salvo il censo) che caratterizza l’Occidente odierno. Sono invece favorevole ad un intervento legislativo dello stato che normi una realtà che, volenti o nolenti, esiste e chiede un riconoscimento. Per questo, credo necessaria l’esistenza di una forma di unione civile. Che, a meno di imprevedibili catastrofi, sarà comunque solo una tappa. A me la cosa non va, ma sono realista.
Penso che la battaglia dei cattolici (perché solo loro, e non tutti, la stanno combattendo, con pochi e sparuti non credenti al seguito) sia persa in partenza. Bergoglio lo sa perfettamente. È tutta la cultura occidentale che si muove, inesorabilmente, nel senso di una pari dignità di tutte le famiglie, comunque composte, e del diritto universale di avere figli supportato dalla tecnologia e dal mercato. Come già per il divorzio e l’aborto, prevarrà lo Zeigeist, vincerà chi è più attrezzato culturalmente e mediaticamente. -
Ciascun essere umano è il centro del mondo, ma tutti gli altri non lo sanno.
- Il cattolicesimo nel corso degli ultimi secoli ha perduto gradualmente la sua presa sui ceti intellettuali. Una realtà, questa, di cui Paolo VI era dolorosamente consapevole. La fedeltà delle masse contadine, rimaste per duemila anni sostanzialmente estranee agli elementi dottrinali della religione, era legata ai cicli naturali. Una religiosità pagana (detto senza alcun disprezzo del paganesimo). La riduzione della popolazione contadina ai minimi termini nell’Europa occidentale, insieme ad altri fattori sociali, economici e culturali, ha determinato l’eclissi del cattolicesimo, la cui pervasività in Italia è residuale, ed essenzialmente politica. Senza Santa Sede, l’Italia sarebbe nelle condizioni della Francia. Ma anche il protestantesimo in Europa sta dileguando. I Paesi del Nord sono post-cristiani. È il pensiero cristiano che fa acqua, non riesce a diventare pensiero di gruppi sociali estesi. Patisce il suo esser stato appaltato totalmente al clero. Il processo mi appare irreversibile. Il wojtylismo, con la sua spaventosa dilatazione (viaggi, canonizzazioni) è stato un abbaglio, un fuoco artificiale. L’intellettualismo di Benedetto XVI un segno di impotenza. Il papa attuale mi è simpatico, ma ha troppi nemici e soprattutto non sembra in grado di indicare una strada chiaramente definita: cosa peraltro impossibile, se il papa deve essere segno di unità di una moltitudine di differenze, alcune tra loro decisamente incompatibili.
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La terza guerra mondiale è in corso, e sarà la Terza Guerra Mondiale dei Cento Anni.
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Uomini che sposano uomini, uomini che si reputano pari in valore e diritto di vivere a ratti e conigli. Questo poteva accadere solo in una cultura in cui il fantasma chiamato psiche è stato affidato alla cura di filosofi abortiti chiamati psicoanalisti.
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La libertà di coscienza ha come presupposto l’esistenza di una coscienza. Che nel caso di molti parlamentari è dubbia.
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In margine alle “targhe alterne” a Treviso.
L’idea che il cittadino vada educato che esprimono certe amministrazioni in tutte le interviste rilasciate dai loro componenti, dal sindaco in giù, non mi sembra propria di una democrazia liberale, di una compiuta democrazia occidentale. Mi sembra tipica dei regimi totalitari. Tipica di quelli che considerano il cittadino non un essere libero, ma un minore, bisognoso di essere tutelato e formato. Tipica di quelli che vogliono costruire l’uomo nuovo. Con esiti grotteschi ai nostri giorni in Italia, dato il livello morale e la miseria intellettuale delle stesse amministrazioni. -
Due bambini all’uscita da scuola.
– Guarda, oggi è venuto a prenderti il tuo papà.
– No, quello non è il mio papà, è la mia funzione materna. -
Certo, l’idea del male come assenza di bene, come vuoto d’essere, ha una sua nobile storia intellettuale. Di fronte alla sofferenza di un disabile indifeso, picchiato da chi dovrebbe accudirlo, questa idea vacilla, e il male sembra acquisire una sua corposità, un suo essere palpabilmente presente, come una forza oscura. E tuttavia siamo sempre noi umani a dire cosa sia bene e cosa sia male, talvolta riferendoci a questa o quella divinità, e nel tempo la nostra visione muta. Per gli antichi Greci l’eliminazione di un bambino malformato dopo la nascita era cosa lecita e necessaria. Per molti oggi lo sarebbe, se fosse possibile una diagnosi prenatale, anche quella di un feto con il marker di un autismo severo. Su questi temi noi umani ci dividiamo, combattiamo e ci scomunichiamo. Un leone maschio che uccide tutti i leoncini figli del suo rivale, l’aquilotto che uccide e mangia il fratello minore nel nido, la questione etica non se la pongono, la natura è moralmente indifferente.
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Il successo di un’associazione o di una fondazione non dipendono, massime in Italia, né dalla chiarezza e correttezza delle idee né dall’onestà e importanza dei fini, ma da due fattori ben diversi: anzitutto il fare, l’agire senza sosta dei promotori, e poi la qualità e potenza delle relazioni sociali e politiche.
E una delle forme del fare è l’intrallazzare: non la più commendevole, ma in Italia la più efficace.
I migranti come i Troiani?
Distinguo i discorsi che oggi si fanno sulla questione migranti in due fondamentali categorie, che prescindono dall’orientamento politico generale di chi li fa: quella dei discorsi semplici e rozzi, e quella dei discorsi argomentati e fondati. Ovviamente, nel circuito mediatico prevalgono di gran lunga i primi. Personalmente, credo di essere una persona razionale con una visione tragica dell’esistenza (che non significa banalmente pessimistica). Sul grande fenomeno di migrazione in corso non assumo posizioni viscerali, ma vedo chiaramente la problematicità estrema della questione. E se mi capita di criticare severamente certa faciloneria della sinistra progressiva è perché vorrei una sinistra più capace di critica seria e meno bisognosa di mitologie.
Ogni tanto mi capita di sentire discorsi sull’immigrazione in cui l’intellettuale di sinistra di turno dice cose incredibili, che confermano la mia convinzione che i saperi specialistici, cioè gli unici che oggi abbiano un valore, non esentino chi li possiede, quando esce dal loro campo ristretto, dall’incorrere in errori e fare figure pietose. Ad esempio, ecco che alcuni, per dire che la migrazione c’è sempre stata, e due o più popoli mescolandosi hanno prodotto nuove bellissime civiltà, si rifanno all’Eneide e alla sua narrazione dell’arrivo in Italia dei Troiani profughi da Troia distrutta. Come dire: accogliamo i Siriani e gli altri, perché fondendosi con gli Europei daranno vita ad una nuova civiltà. Mai fu scelto esempio più infelice.
In primis, i Troiani che nell’Eneide sbarcano nel Lazio sono guerrieri, e non sono certo ben accolti da tutti. La seconda parte del poema di Virgilio, infatti, è la descrizione di una guerra così violenta e atroce da far impallidire quella cantata da Omero. Il sangue scorre a fiumi: il poema termina col duello di Enea e Turno, con la morte di quest’ultimo.
In secondo luogo, l’orizzonte religioso di Troiani, Greci e Latini è lo stesso: un paganesimo che può integrare tranquillamente le divinità minori di ciascuna tradizione. La guerra tra Troiani e Latini non è uno scontro di civiltà, come non lo è quella precedente tra Troiani e Greci. Essi non si vedono come diversi ma come rivali, che è tutta un’altra faccenda. Il loro essere sostanzialmente uguali non attenua lo scontro, anzi lo determina e lo rende più feroce.
Infine, Virgilio vede la vicenda dei Troiani come il seme dell’impero di Roma, un impero basato sulla forza, inserito in un ciclo immenso di lotte tra popoli e potenze: i Greci distruggono Troia, i Troiani vincono i Latini e si fondono con essi generando Roma, Roma soggioga la Grecia vendicando i Troiani.
Conclusione: prima di evocare Enea profugo e i Troiani, si leggano tutti i libri dell’Eneide e si rifletta.
Vogliamo la verità!
Nel Vangelo secondo Giovanni (18, 38) Pilato, che di politica molto si intendeva, e il cui pensiero stava tutto dentro la politica, chiede a Gesù “Che cos’è la verità?”. Il Gesù giovanneo, solitamente eloquente, a questa domanda radicale non risponde.Se la politica fosse il luogo della verità, avrebbe senso il “vogliamo la verità!” sull’omicidio Regeni. Come lo avrebbero tutti i “vogliamo la verità!” che in questi decenni si sono succeduti in Italia: sull’incidente di Ustica, sull’omicidio Moro, sulla strage dell’Italicus (e potrei continuare). Ma la politica non è il luogo della verità. La politica è il luogo del conflitto e della mediazione del conflitto.
Quando qualcuno, in genere collocato a sinistra, grida “vogliamo la verità!”, intende dire “vogliamo la verità che sappiamo già benissimo!”, perché è la verità del nemico, che il nemico nasconde, appunto perché è il nemico. L’emergere della verità, dunque, coincide con la sconfitta del nemico, ed è per questo che quella verità viene reclamata con tanta forza. L’ideale sarebbe il manifestarsi come incontrovertibile aletheia quella che la morte di Regeni è stata causata da funzionari della CIA e del Mossad: allora la fame di verità sarebbe saziata.
Il regime militare di Abdel-Fatah al-Sisi è avvertito come nemico, e questo è dovuto non alla sua natura spietata di per sé – il regime degli Ayatollah in Iran e quello saudita lo sono anche di più, gli oppositori in Cina sono spediti in galera e spariscono come in Egitto, ma contro di loro la mobilitazione di sinistra è sempre stata scarsissima – ma al fatto che non appare abbastanza nemico di Israele e dell’Occidente. Si tratta sempre della oicofobia di sinistra, ancorata al risentimento.
Francesco e i mercanti
Dice il Papa: «Tre giorni fa un gesto di guerra, di distruzione in una citta’ dell’Europa, gente che non vuol vivere in pace. Ma dietro di quel gesto c’erano altri, come dietro Giuda c’erano quelli che gli hanno dato denaro. Dietro quel gesto i fabbricanti di armi che vogliono non la pace, ma la guerra, non la fratellanza ma l’odio. Poveri quelli che comprano le armi contro la pace». Dunque, secondo il Papa, dietro eventi come questo, non c’è anzitutto un certo tipo di predicazione islamista, non c’è una certa interpretazione del Corano. Ci sono i mercanti. Ma se io odio gli infedeli, e per ucciderli mi compro un economico kalashnikov, la colpa delle morti è del trafficante che me lo vende o mia, quando sono io che premo il grilletto? E se pugnalo una ragazza ebrea per strada a Gerusalemme, la colpa è del fabbricante di coltelli da cucina?Quello che mi preoccupa in queste estemporanee ma significative espressioni del pensiero bergogliano non è tanto l’idea che dietro il gesto dei terroristi ci siano altri, e questi siano i fabbricanti di armi. (Che le bombe dei terroristi islamici siano quasi sempre fatte in casa con ricette alquanto semplici, e non raffinati ordigni di industria bellica attuale, non sembra far riflettere il pontefice.) Quello che sommamente mi preoccupa è il riferimento a Giuda. Tutti gli studiosi seri sanno benissimo che i trenta denari, come tantissimi altri particolari delle narrazioni evangeliche, non sono un elemento storico ma una costruzione ideologico-teologica della comunità cristiana primitiva. In ogni caso, quelli che glieli avrebbero dati non sono mercanti o affaristi, sono persone molto, molto religiose. Quello che è certo è che la morte di Gesù è stata voluta dalle autorità religiose del suo tempo: lo scontro tra Gesù e quelle autorità religiose è stato fortissimo, e assolutamente determinante nella vicenda che lo portò alla morte. Nella narrazione evangelica, del resto, Gesù non si scontra mai con peccatori, affaristi, gente di malaffare, ma sempre e soltanto con uomini religiosi: farisei, sadducei, dottori della legge: gente pia, gelosa custode della tradizione. È stata la religione, e non il denaro, a portare Gesù alla sua fine. Le turbolenze che i Romani temevano, e che hanno portato Pilato alla sua decisione, erano suscitate nel popolo dall’attesa messianica. Certo, la religione non è mai allo stato puro, perché essa è sempre anche (e soprattutto) un fatto sociale: ci sono sempre anche intrecci di interessi di ogni tipo, soprattutto economici e politici. Ma allora, Francesco, per comprendere questo ti basta guardare dentro le mura vaticane.
Schianto antico
Oggi è la Giornata Mondiale della Poesia. E io la celebro rifacendo il verso in chiave autistica alla famosa poesia “Pianto antico” di Carducci, pensando a Guido, che spesso tenta di toccare le auto che gli passano vicino.
L’auto a cui tendevi
l’autistica tua mano,
quella Nissan Terrano
dal grigio color
sulla nostra stradina
passò veloce or ora,
e tu tentasti ancora
di toccarne il motor.
E se io penso a quanta
forza hai nelle dita,
e a quando la tua vita
esplode nel furor,
tutto mi si raffredda,
nulla più mi rallegra;
nemmen la cinciallegra
che canta il suo amor.
Micronote 52

- Quanto l’Europa sia provveduta è dimostrato da quel che è accaduto e accade intorno alla questione dei migranti. Quanto alle forze onnipotenti che nella visione di molti governerebbero il mondo secondo una propria perversa razionalità, io non ho una visione teologica della storia, nemmeno nella versione laica e complottista. La storia è il luogo della potenza dell’accidente. Chi lo ignora ne è schiacciato, oggi come sempre: innanzitutto con l’ottenebramento intellettuale causato da quella che egli crede la sua astuta luce.
- Per Hobbes, la parola Stato indica un’associazione tra umani abbastanza ampia da poter fornire ai suoi membri una sufficiente protezione. È solo a questo livello che vi è sovranità, un potere legittimo al quale i membri della società hanno l’obbligo morale di obbedire.
Cosa accade allora quando quei membri avvertono la protezione offerta dallo Stato come insufficiente? Che è quello che si sta verificando, su scala crescente, in Europa oggi. -
Una delle argomentazioni regolarmente addotte da coloro che sostengono il diritto alla genitorialità delle coppie omosessuali mediante gestazione aliena è di questo tipo: “Ho conosciuto Pinca e Palla, figlie di due donne lesbiche che vivono insieme da tanti anni. La mamma n.1 è andata a prendere il semino e ha fatto Pinca. La mamma n.2 è andata a prendere anche lei il semino per dare una sorellina a Pinca, ed è nata Palla. Non ho mai conosciuto bambine più serene e felici”. Al che uno potrebbe ribattere: “In Africa ho conosciuto Aisha e le sue sorelle e fratelli, figli e figlie delle quattro mogli di un uomo ricco. Non ho mai conosciuto bambini più felici”. Non ti piace quella struttura familiare poligamica? Non sarai mica razzista, vero?
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Amare incondizionatamente significa amare tutto ciò che è dell’oggetto amato. Un amore incondizionato della competizione, poiché ad essa appartengono la vittoria e la sconfitta, significa amare anche la propria sconfitta. Dunque, di fatto l’amore per la competizione è sempre condizionato. La si ama solo a patto di pensare se stessi vincenti.
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Tre categorie di umani: 1) quelli che venerano il Cambiamento, a prescindere (nella nostra cultura quelli che professano apertamente tale venerazione sono moltissimi, la maggioranza assoluta); 2) quelli che detestano il Cambiamento, a prescindere (nella nostra cultura quelli che professano apertamente tale avversione sono pochi, una minoranza); infine, 3) quelli che valutano razionalmente i cambiamenti, senza pregiudizi ideologici: e questi ultimi sono pochissimi, una minoranza invisibile.
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Sarà dura convincermi che il velo obbligatorio per le donne non sia un segno della loro sottomissione, e di dominio del maschile sul femminile, e che il velo liberamente indossato, là dove la scelta è possibile, non sia un segno di libera accettazione della sottomissione al dominio maschile e di libera rinuncia all’emancipazione femminile. Perché anche uno schiavo può scegliere la schiavitù, e determinare dove si collochi la libertà di scelta è sempre difficile.
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Entro qualsiasi forma di unione politica (tra individui, tra comunità, tra stati) sono inevitabilmente i più forti quelli che danno la linea. Pensare che l’Italia in Europa possa contare quanto la Germania e la Francia è una pia illusione, perché noi siamo più deboli, economicamente e militarmente (e proclamare l’illusione come se fosse realtà praticabile è una menzogna strumentale).
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Una classe dirigente all’altezza dei tempi e dei problemi che l’Europa deve affrontare non porrebbe mai, semplicisticamente, l’immigrazione come la cura per eccellenza che guarirà il continente dai processi di invecchiamento della popolazione e dal calo delle nascite. Una classe dirigente all’altezza della situazione promuoverebbe anzitutto in tutti i modi la natalità, sosterrebbe le famiglie, agevolerebbe seriamente le donne che lavorano, ecc. Ma soprattutto si impegnerebbe in una battaglia culturale a favore della fecondità delle coppie. Ma questo potrebbe non essere sufficiente, a causa della cultura dominante in Europa, come la demografia della Germania dimostra. E tuttavia ragionare come se la storia umana si muovesse lungo un percorso predeterminato, come fanno moltissimi, in questo come in altri campi, è pratica quanto mai risibile. Immaginiamoci un demografo, un sociologo e un economista che nel 1916 discutono di quello che sarà il mondo nel 1950. Oggi, con disarmante semplicità, molti discettano del mondo e dei sistemi economici e socio-sanitari come saranno nel 2050. Come se l’umanità non avesse mai conosciuto catastrofi e guerre devastanti. Come se la strada verso il futuro fosse là, un’autostrada diritta. Da sbellicarsi…
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Quando due civiltà, due differenti forme di strutturazione della vita umana si incontrano/scontrano, invariabilmente i tempi della cultura sono infinitamente più lenti di quelli della politica e della società. Con conseguenze disastrose.
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Il battesimo forzato dei Sassoni ordinato da Carlo Magno fa parte integrante di quelle radici cristiane dell’Europa di cui si è discusso. Come ne fa parte l’espansione verso est della Cristianità ad opera degli ordini monastico-militari: l’Ordine Teutonico, i Cavalieri Portaspada… Chi sa qualcosa, oggi, delle “crociate del nord”? O della crociata contro gli Albigesi nel sud della Francia? La Christianitas è inconcepibile senza la croce, ma anche senza la spada, la cui impugnatura era infatti cruciforme. Dunque le radici cristiane dell’Europa non sono tutte non-violente. Se si vuole vedere la realtà, e non sottomettersi in toto all’ideologia, naturalmente.
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La ragione è di per se stessa alternativa alla violenza? Difficile fondare razionalmente questa idea di ragione. In realtà, dietro questa idea c’è quella di reciprocità. Agire razionalmente verso gli altri, ricercare soluzioni pacifiche anziché violente per i conflitti, richiede che anche gli altri siano disposti a fare lo stesso. L’obbligo a comportarsi razionalmente, la razionalità concepita come normativa, non si può stabilire fino a che anche gli altri non sono disposti ad accettare quella normatività.
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All’inizio Suono e Senso erano bambini, e non si conoscevano, e vagavano nella pianura. Ognuno giocava da solo. Un giorno per caso si incontrarono, fecero amicizia, e cominciarono a giocare. Nacque allora il linguaggio degli umani. E il loro gioco non ha fine.
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La cultura progressista attualmente mainstream in Europa tratta il tema del corpo maschile e femminile in un modo sconcertante per la sua ambiguità. Da un lato invoca la specificità del corpo femminile all’interno di un discorso generale sulla femminilità come differenza positiva (della mascolinità non si può parlare, perché il suo concetto è sfuggente, manca di un proprium e tende alla pura negatività). Dall’altro nega totalmente la relazione tra il femminile e il corpo e il materno, riducendolo a puro ruolo nella maternità e paternità, che – irrelate al corporeo – possono essere quindi assegnate e spartite all’interno di coppie dello stesso sesso. Maternità e paternità deprivate di ogni elemento essenzialista e vincolo alla corporeità, e ridotte a mere funzioni. Dunque, la cultura progressista nega alla radice il senso umano dell’essere l’umano un mammifero tra gli altri mammiferi, cioè un portatore di mammelle, che sono il medium che connette il piccolo alla madre nella nutrizione. Nello stesso momento in cui la cultura progressista, che è radicalmente vittimaria, fa della natura in generale la Vittima del progresso economico e della tecnica, e la costituisce come entità venerabile e idolo di fronte a cui gli umani dovrebbero avere la stessa dignità di tutti gli altri esseri viventi, essa scardina la naturalità come concetto, facendone un fantoccio disponibile ad ogni uso ideologico. Tutto ciò ha radice profonda nell’origine della cultura progressista dal risentimento per ogni differenza che indichi una superiorità, che diventa risentimento per ogni pura e semplice differenza. Ed è sul concetto stesso di differenza che il pensiero progressista va incontro alle contraddizioni più destabilizzanti.
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Nella teoria di René Girard ci sono ancora troppi residui di psicoanalisi, nella quale ci sono ancora troppi residui di Platone. L’idea che dalla rivelazione delle cose nascoste, cioè dalla visione della verità, discenda un mutamento radicale dei comportamenti è in fondo gnostica. Del resto, anche l’idea che vi sia stato un primordiale nascondimento della innocenza della vittima presuppone una preesistente idea di innocenza, come la sua divinizzazione presuppone una qualche idea del divino. Ci sono cose, in Girard, che non mi hanno mai convinto.
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Pensare la solidarietà senza pensare contemporaneamente l’ostilità è possibile solo astrattamente. Chiunque pensi la solidarietà come modo di agire concreto non può evitare di pensare insieme l’ostilità: perché si è solidali con gli sventurati e le le vittime, e dove c’è sventura e vittima l’umano percepisce inevitabilmente la presenza di profittatori, carnefici e oppressori. Anche nell’ultima enciclica papale non si sfugge a questa dialettica, per quanto essa vi sia nascosta.
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Quando mi si convincerà che un animale, quel preciso animale, ha commesso un’ingiustizia, allora sarò disposto ad ammettere che tra l’umano e l’animale non c’è alcuna separazione.
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Esiste una sorta di devastante coitus intellectualis interruptus. Tu sei sprofondato in un libro, sei immerso in un flusso di idee, stai dialogando nella tua mente con l’autore che stai leggendo, stai cercando di afferrare un concetto, e qualcuno ti dice qualcosa, o sei chiamato al telefono, o il tuo figlio autistico ti chiude di colpo il libro o il portatile. Traumi ripetuti, giorno dopo giorno. Sofferenza che chi non ha una vita intellettuale non potrà mai capire.
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La mistura più pericolosa e nefanda: quella tra furbastri e anime belle.
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Dimenticano che gli umani non sono rettili, non sono anfibi, non sono uccelli, non sono insetti: sono mammiferi. Intenda chi può.
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Cosa nel mondo delle idee vi è di più vago, inafferrabile e difficilmente condivisibile del concetto di felicità? Eppure oggi tutti discettano della felicità del bambino come del valore supremo. Ricordate voi se da bambini vi sentivate felici o infelici, perché, quando e per quanto tempo? E da adulti anteponete voi la vostra personale felicità a tutto il resto? Quello attuale è un mondo dominato dal paradosso e dalla contraddizione, sposati in un matrimonio fatale. Da un lato l’individuo è dichiarato valore supremo, la sua felicità un diritto, e la coscienza individuale è proclamata santuario inviolabile; dall’altro si predicano doveri, come quello della solidarietà, che non si sa bene su quale suolo dovrebbero attecchire, o miracolosamente sbocciare superando per magia l’isolamento del singolo e aprendolo al bene degli altri. Da un lato, nella cultura mainstream l’individuo nel discorso corrente è trasceso nel gruppo, inteso come minoranza dallo stigma positivo: i gay, le lesbiche, i migranti, ecc. Dall’altro esso è trasceso nella oscura massa dei moralmente reietti: quelli del Family Day, i Leghisti, gli oscurantisti, ecc. E il bello è che nelle manifestazioni pro unioni civili dell’altro giorno tutti apparivano, come spesso nei cortei colorati, non tesi e preoccupati, ma allegri. Forse perché, riconoscendosi l’un l’altro come moderni, aperti, civili, intelligenti, potevano sentirsi migliori dei loro avversari arretrati, chiusi, incivili e stupidi. Poiché la felicità, o ciò che passa per felicità, non è un assoluto, ma nasce per lo più dal paragone, dal confronto. Che non a caso ha un senso di violenza latente. Felicità dalla vittoria contro i moralmente inferiori, anche solo sperata e anticipata nella mente.
Casamonica
Dunque occorre farla finita col pregiudizio per cui la Destra italiana sarebbe razzista, e in particolare ostile agli Zingari. La foto, risalente ad una famosa cena del 2010 in un centro di accoglienza, organizzata da Salvatore Buzzi, numero uno della cooperativa “29 giugno”, cena alla quale partecipò anche Giuliano Poletti, mostra un sorridente Alemanno in compagnia di Luciano Casamonica, cugino del boss Vittorio, del quale sono stati celebrati in gran pompa i funerali. Confermando tutto il mondo nell’altro pregiudizio, quello per cui in Italia tutto sarebbe mafia, e lo Stato nella sua essenza solo un conglomerato di altre mafie, tutte più o meno dialoganti tra loro. La mafia zingaro-romana dei Casamonica con la sua fastosa esibizione di forza ha dimostrato che al ritrarsi dello Stato moderno, o di quel che ne rimane, non corrisponde da noi l’emergere di una realtà sociale post-moderna, ma il precipitare nella socialità pre-moderna, in cui il rapporto essenziale non è quello tra l’individuo e lo Stato, ma quello tra il soggetto e il gruppo, con una serie di obbligazioni personali, riposanti in ultima istanza sul criterio del prestigio e della forza.
Educazione di genere
Si intitola Introduzione all’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università il disegno di legge N. 1680, sul quale il dibattito in corso mi pare stralunato, e connotato da un violento scontro tra cattolicesimo integralista e cultura progressista (ovvero radical-borghese-progressista). Da conservatore razionale, del tutto estraneo al politicamente corretto e alla logica progressista-vittimaria corrente, ma anche lontano dall’integralismo cattolico, mi limito qui a qualche annotazione sul testo del ddl. E in particolare sull’ introduzione, dove si legge:
La cronaca quotidiana dei rapporti conflittuali, e finanche violenti, che spesso connotano le relazioni di genere, anche tra i più giovani, impone di riconsiderare i percorsi formativi offerti dalla scuola, nell’ottica di promuovere il superamento degli stereotipi di genere, educando le nuove generazioni, lungo tutte le fasi del loro apprendimento scolastico, al rispetto della differenza di genere. (sottolineature mie)
Evidentemente il legislatore ritiene che la scuola italiana, nella quale da decenni allieve e allievi si trovano su un piano di assoluta eguaglianza, e nella quale il numero delle donne docenti è superiore a quello dei colleghi maschi, e che vede nelle scuola dell’infanzia e nella primaria l’assenza totale di personale maschile, l’educazione di genere sia quasi assente. In effetti, nei primi anni della scuola anche l’allievo maschio riceve una educazione al femminile, e questa tendenza attuale mi sembra davvero grave in un’ottica di uguaglianza, perché priva tutti gli studenti, maschi come femmine, di un confronto con modelli adulti di ambo i sessi. Questo è tuttavia un problema che l’attuale cultura dominante ritiene del tutto secondario. Ma che cosa intende, esattamente, il testo come educazione di genere? Non lo chiarisce affatto, e in questo modo porta alcuni a pensare che dietro vi sia un’impostazione ideologica, ovvero la cosiddetta ideologia gender. Esiste, o non esiste, questa ideologia? A mio parere esiste una ideologia, ma non nel senso che le attribuiscono i negatori della sua esistenza, che poi sono anche i sostenitori e difensori del progetto di legge in questione. Non esiste come formalizzata, nel senso in cui lo era l’ideologia marxista-leninista nei paesi del socialismo reale. Ma esiste nel senso in cui esisteva, e in parte esiste ancora, l’ideologia borghese, che non si trova in un libro, ma è qualcosa di diffuso e pervasivo. L’ideologia che pervade il progetto di legge non è nemmeno ciò che pensano le Sentinelle in piedi o altre figure o figuri del genere: essa è un’articolazione della concezione vittimaria che sta dando forma all’Occidente attuale. Cioè una articolazione della vittimocrazia. Infatti la presentazione inizia, non a caso, dalla denuncia dei «rapporti conflittuali, e finanche violenti, che spesso connotano le relazioni di genere», assumendo quindi l’ottica della vittima e generalizzandola. Ma questo porre la violenza all’inizio non è neutrale: diviene un fattore determinante che innerva profondamente l’intero discorso pedagogico e la sua normazione. Questo aspetto è sfuggito, mi pare, a tutti gli oppositori della legge.
La scuola dunque dovrebbe promuovere il superamento degli stereotipi di genere. Naturalmente, non si dice quali siano. In una scuola frequentata sempre più massicciamente da allievi e allieve di religione musulmana, ad esempio, in cui le famiglie iniziassero a pretendere il diritto delle loro figlie di indossare il velo, famiglie in cui la tradizione dei rapporti di genere è assai differente dalla nostra, e da quella degli estensori della proposta di legge, quali conflitti potrebbero aprirsi? Ma la mancata indicazione di quali siano gli stereotipi che dovrebbero essere superati rende problematica anche l’educazione al rispetto della differenza di genere. Perché a me, ragazzo italiano dalle idee un po’ confuse, abituato fin dall’asilo al buonismo, alla tolleranza e all’indifferenziazione, da un lato una insegnante spiegherà che l’obbligo di indossare veli e coprire la propria femminilità è uno stereotipo religioso, dall’altro una seconda insegnante inculcherà l’idea che bisogna rispettare tutte le differenze culturali, compreso il niqab. La questione è altamente complessa e problematica, ma le ideologie semplificano sempre, e la semplificazione, comunque ammantata, è sempre un segno che le disvela come tali.
Tra gli obiettivi nazionali dell’insegnamento nella scuola italiana è divenuto, pertanto, indifferibile porre espressamente, come elemento portante e costante, sia la promozione del rispetto delle identità di genere sia il superamento di stereotipi sessisti.
Questo passo dell’introduzione rivela l’intento dei legislatori di lanciare una vera e propria Kulturkampf, la cui violenza latente è ammantata del suo contrario. Chi decide dove si pone il discrimine tra idea, tradizione, visione del mondo, e stereotipo? Anche l’aggettivo sessista pone un problema, come tutte le parole che possono venire usate come clave contro gli avversari, spesso utilizzando straw-man arguments, cioè attribuendo all’interlocutore idee che non ha, magari rozze, per poterlo più facilmente liquidare. Qui davvero sono in gioco princìpi fondamentali di un ordinamento liberale, come quello del diritto alla libera espressione delle idee, che deve riguardare anche le insegnanti. Perché si sa da sempre che l’educazione ha come suo pilastro fondamentale l’esempio, e l’insegnante obbligata ad insegnare una dottrina di Stato non è una persona libera. Perché se per sessismo intendiamo una posizione per cui si giudica inferiore una persona a causa del suo sesso, allora si deve riconoscere che nella scuola italiana, in cui le insegnanti sono la maggioranza, questa posizione non alligna. Se invece per sessismo si intendesse l’atteggiamento di tutti coloro che, come me, sono contrari alle nozze gay, o a ritenere perfettamente equivalenti sotto ogni profilo tutte le forme di espressione della sessualità, allora davvero sprofonderemmo nel pensiero unico e in una sorta di totalitarismo soffice.
E veniamo, per non farla troppo lunga, al comma 2 dell’Art. 1, che recita:
In attuazione di quanto disposto dal comma 1, i piani dell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado adottano misure educative volte alla promozione di cambiamenti nei modelli comportamentali al fine di eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza e sopprimere gli ostacoli che limitano di fatto la complementarità tra i sessi nella società.
Scuole che cambiano i modelli comportamentali degli allievi. Quali modelli? Da dove provengono? Chi li ha promossi? Perché se i modelli sono quelli vigenti nella parte maggioritaria della società stessa e nei suoi mass media, la scuola è impotente nei loro confronti, come sempre è stata. Se invece sono modelli comportamentali legati ad appartenenze minoritarie, allora tutto si fa molto pericoloso, non solo perché ci sono in gioco i cattolici, ma anche perché la maggior parte degli immigrati è portatore di costumi e tradizioni di differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza. Noto, anche, che parole come eliminare e sopprimere sono intrinsecamente cariche di violenza, e che la complementarietà di ciò che è uguale non ha senso. Possono essere complementari solo realtà tra loro differenti. Ma dove si colloca dunque questa differenza estranea allo stereotipo? La realtà è che la cultura progressista può accettare solo la diversità omologata, mentre la diversità autentica le fa solo orrore. La sua divisa è: accetto il diverso che mi appare uguale. In ogni caso, lo Stato che non vuole limitarsi ad istruire, ma pretende di educare, di creare sudditi buoni, questo Leviatano zuccherato, è il peggior nemico di libertà e dignità.
Sui fatti di Quinto di Treviso
La visione di roghi di materassi e suppellettili è una visione che desta sentimenti forti: di angoscia anzitutto, perché ogni rogo è sempre evocatore di violenza, e non di violenza individuale: evoca violenza di massa, come ben sapeva Elias Canetti, che ne parla in modo insuperato in Mass und Macht. Ma quel che è avvenuto nei giorni scorsi a Quinto di Treviso andrebbe analizzato con sobrietà, senza cedere a moti di pancia, e senza utilizzare la categoria di razzismo come una clava. Nel tessuto sociale della provincia di Treviso, infatti, le manifestazioni autentiche di razzismo virulento sono estremamente rare, e la violenza di bianchi contro neri, nordafricani o cinesi è quasi del tutto inesistente. D’altra parte, il fondarsi sulla propria percezione e sulla propria personale esperienza può essere fuorviante, come è fuorviante la convinzione di conoscere a fondo quella realtà imponderabile e sfuggente che è l’anima profonda di una popolazione, ammesso che esista. La presenza di formazioni di estrema destra in Veneto è paragonabile a quella di altre parti d’Italia, e ha carattere parassitario: si manifesta solo là dove viene offerta una occasione su piatto d’argento, come una piaga che attira le mosche carnarie. In questo senso, la decisione della prefetta Maria Augusta Marrosu di collocare 101 giovani uomini non identificati negli appartamenti sfitti di un condominio nella periferia di Quinto è stata una manifestazione di pura insensatezza. E non a caso ho scritto 101 giovani uomini non identificati e non 101 neri. Qui infatti non abbiamo un caso di semplice razzismo anti-africano. Un vero razzista è quello che non accetta che nell’appartamento accanto al suo viva una famiglia di neri. Qui, invece, se gli appartamenti fossero stati comprati o presi in affitto da famiglie di persone africane, come accade in vari condominii della provincia, non sarebbe accaduto assolutamente nulla. Lo stesso allarme, di contro, sarebbe stato generato dalla collocazione in quegli appartamenti, con le stesse modalità, di 101, che so, ucraini biondi e aitanti ma senza documenti di identità. Perché sono il numero alto di giovani maschi adulti e la loro identità sconosciuta anche allo Stato i due fattori di allarme dei residenti, nei confronti dei quali lo Stato stesso dimostra il massimo disprezzo. E questo è un elemento altamente destabilizzante, in un territorio in cui il sentimento antiromano è molto forte. Uno dunque è portato a chiedersi se a Roma siano idioti, e a rispondere di sì. Perché questo è sicuramente vero, che nelle periferie delle nostre città vi è un forte senso di insicurezza, avvertito particolarmente dai ceti medio-bassi, che una classe politica avveduta non lascerebbe mai nelle mani di forze eversive o para-eversive. Ma la gestione della cosiddetta emergenza immigrati dimostra, già solo con la denominazione emergenza, che la nostra classe politica avveduta non è.
