3 novembre 1943. Giorni tristi che ricordano le famiglie e i nostri cari trapassati. Memorie rievocate dai nostri cuori con malinconica tristezza. Si rivà con la mente ai giorni trascorsi nella pace delle nostre famiglie e vien voglia di piangere.
Ieri sono arrivati altri ufficiali, circa 300. Dicono che a Spalato ufficiali della Bergamo siano stati fucilati perché passati coi reparti di ribelli.
Mario ha procurato cavoli e patate. Ho fatto stamane la fila per le bucce di patata.
familiaria
Taccuino di prigionia (5)
28 ottobre 1943. Stamane mi svegliai per il chiacchericcio dei miei vicini di letto tutti capitani meridionali anzi siciliani. Ricordavano il XXVIII ottobre, data da pronunciare dopo i debiti scongiuri. Si scherzò un po’ tutti, e qualcuno disse anche che ci sarebbe stato rancio speciale.
Nei giorni scorsi non ho scritto niente poiché ci fu la demolizione delle vecchie lettiere e la sistemazione dei lettini biposto. Io dormo sopra, Mario sotto. Non c’è male. Abbiamo lavorato però. Anche i capitani vecchiotti lavorarono. Anzi lavorarono forse anche più di noi. Sto fumando una sigaretta di quelle che ci hanno dato, che porcheria! Si dice che non siano fatte con tabacco. Oggi in qualche baracca fu distribuita la birra. 1/2 litro a testa. L’altro giorno vicino al campo delle adunate vidi dei ragazzini polacchi che lanciavano sopra il reticolato delle mele. Gli ufficiali che stavano più vicini si gettarono a tuffo per prenderle. Come i ragazzi si buttano sui confetti che gli sposi distribuiscono all’uscita di chiesa. Continua a leggere
Taccuino di prigionia (4)
23 ottobre 1943. Oggi mi sono abbuffato. Eh, sì! Mario non voleva ch’io mi mangiassi il minestrone di cavoli che ci siamo fatti stamane perché diceva bisogna conservarlo per stasera. Invece non fui capace di resistere. Fu così che dopo il minestrone mi mangiai pure la “sbobba”. Almeno una volta tanto sentirsi lo stomaco pieno. Questo stomaco che non è contento mai e inveisce contro di me e mi butta in debolezza sì che le ginocchia talvolta non mi reggono ed ho vuota la testa. Continua a leggere
Taccuino di prigionia (3)
20 ottobre 1943. Stamane siamo stati al solito appello biquotidiano. Mario s’è dato da fare per trovare il sale per cuocere il gatto che abbiamo ucciso ieri. Ora è a bagno. Speriamo venga fuori qualche cosa di buono. Ci leviamo di bocca quella specie di burro che ci danno alla sera per condire il gatto. Ho sentito da quel capitano dei granatieri che parla col megafono le spettanze. Credo si dovrebbe tirare meno la cinghia se andasse tutto dentro le pentole.
Quei due capitani di aviazione che si assomigliano stanno facendosi i capelli con la ‹RASELET›. Figuriamoci come risulteranno le capigliature.
Il colonnello italiano Biglia lamenta ancora furti di patate in cucina.
Ho visto ufficiali cuocere le bucce e raccogliere cicche a terra. Ce n’era uno l’altra notte che girava per la baracca circospetto e raccoglieva. Povero vecchio, chi sa quanta voglia di fumare oppure quanta fame. Perché a volte si fuma per non sentire i morsi della fame.
Taccuino di prigionia (2)
16 ottobre 1943. Stasera mi è saltato in testa di scrivere qualche appunto. Dio sa quando avrò la fortuna di rileggerlo a casa. Da otto giorni siamo qui in questo campo vicino a Varsavia. Stasera c’è stato il prete dell’Aviazione. Ha spiegato il vangelo. Domani a Messa non lo avrebbe potuto spiegare data la proibizione dei tedeschi. Ho perso l’abitudine di scrivere. Non so coordinare. Dei giorni passati il più doloroso è stato il 12/9; quello del versamento delle armi. Saputa la notizia volevo scappare in montagna con Palmieri e i nostri attendenti, Pasquazio e X di Venezia. Ricordo come ora quei momenti: ordini, contrordini. Disordine. La strada a Bergut ingombra di mezzi e armi. Qualche motocarrozzella tedesca di transito sollevò mille congetture. Continua a leggere
Taccuino di prigionia (1)
Un quadernino del 1943, un Viktoria notes presumibilmente tedesco, mi capita in mano mentre rovisto nei cassetti di un vecchio mobile, nella cantina della casa di mio padre a Venezia. È un taccuino del tenente Nino Brotto, che dal 1941 al 1943 aveva comandato un plotone in Jugoslavia, internato in un campo di prigionia nei dintorni di Varsavia. Scritto a matita, ogni spazio è riempito da una scrittura minuta, e c’è un po’ di tutto, note varie e minute di lettere. C’è anche un breve diario, che restituisce un clima storico ed una condizione disperata in cui moltissimi soldati italiani si sono trovati dopo l’8 settembre. Ne trarrò alcuni post.
La catastrofe

Nel 1959, a 8 anni, ero diventato un lettore accanitissimo dei romanzi di Verne e Salgari che erano stati del mio sconosciuto zio Gaetano, e che giacevano in soffitta. Li avevo sempre in mano, li leggevo e rileggevo, mi facevano sognare.
Mi madre, Teresa Ghedina, era una maestra elementare, e una donna molto pia. Era molto preoccupata dell’educazione dei suoi due figli, e stava in apprensione, temeva che qualcosa potesse deviarci dalla retta via, aveva una costante paura di commettere sbagli e incorrere in disattenzioni. Temeva, per esempio, che subissimo l’influsso di cattive compagnie, e che leggessimo libri non buoni. Così si preoccupò molto del mio leggere in continuazione romanzi di avventura, e un giorno chiamò a casa il parroco, don Gino, perché esaminasse quello che leggevo e decidesse lui se potessi continuare o no. In quei giorni stavo leggendo Cinque settimane in pallone di Verne, con grande entusiasmo. Don Gino si fece consegnare il libro, lo sfogliò, lesse a voce alta una pagina, e guardandomi fisso mi chiese: «Ti piace ‘sta roba?».
Avevo ricevuto un’educazione cattolica Anni Cinquanta, molto pesante e fondata sull’ossessione del peccato e delle sue gravissime conseguenze. Più che di Cristo, al catechismo mi si era parlato del demonio e di tutte le sue incarnazioni attuali: i comunisti, i protestanti e soprattutto i piaceri di questo mondo. In realtà, devo riconoscere che il cappellano, don Carlo, non era molto su questa linea, ma il catechismo lo facevano alcune piissime signore, che terrorizzavano i bambini con storie di peccatori puniti dal demonio, racconti che mi regalarono molti incubi notturni. Insomma, mai avrei voluto contraddire un prete, da cui dipendeva la salvezza della mia anima dal fuoco dell’inferno. Così, alla domanda di don Gino risposi con un tremante «no…». Fu una catastrofe psicologica e culturale, che mi segnò per moltissimo tempo. La mamma fece sparire tutti i libri di Salgari e Verne, e io non presi più in mano un romanzo fino ai miei sedici anni.
Il secondo libro
Il mio secondo libro dalla soffitta, nel 1958, fu Due anni di vacanze, di Giulio Verne (come si diceva allora, pronunciandolo così com’è scritto). Anche questo lo lessi molte volte, fino a saperne ripetere a memoria alcuni passaggi. Un naufragio lascia a se stesso su di un’isola selvaggia un gruppo di adolescenti. La stessa situazione che investigherà Golding ne Il signore delle mosche, con esiti opposti. Qui i ragazzi si organizzano civilmente, come un Robinson Crusoe collettivo. Nel romanzo non c’è neanche una donna, pura avventura maschile, che bello! E questi ragazzi coi fucili, quelli veri, come li invidiavo, io che mi dovevo accontentare del mio Bengala a pallini di gomma… E quei ragazzi erano seri, così seri, che per tutta la mia vita successiva sono stato anch’io una persona seria.
Inizio assoluto

I miei genitori mi avevano fatto leggere solo libri illustrati per bambini, quando nella primavera del 1958 mi capitò tra le mani il romanzo di Salgari I minatori dell’Alaska. Un libro che faceva parte di una collezione della famiglia di mia mamma, erano libri degli anni 30-40, di mio zio Gaetano Ghedina, che io non conobbi mai, perché a vent’anni nella primavera del 1945 si era arruolato nelle Camicie Nere, e fatto prigioniero dai partigiani fu fucilato dopo il 25 aprile. Gaetano doveva avere amato molto Salgari e Verne, ce n’erano parecchi, tutti rilegati con copertine dure marmorizzate. Dunque, la sorte volle che il primo vero libro in assoluto fosse per me I minatori dell’Alaska. Avventure allo stato puro, tra lupi, orsi, indiani Athabaska e molti animali di ogni sorta. Lo divorai, e lo rilessi poi molte volte, sognando di diventare un cacciatore, bramando una carabina e terre selvagge.
Ortolano
Qualche metro quadrato di terra, ed ecco un orticello familiare, che anche uno come me può coltivare. Partendo da esperienza zero, con qualche consiglio e un pio’ di buon senso. Si scopre che non occorre molto tempo, né molta fatica. Qualche pianta di zucchine ti dà molti chili di prodotto, tanto che per due mesi hai addirittura un surplus da amministrare. Melanzane e peperoni prosperano. E poi i cavoli cappucci che crescono enormi. Speriamo che il capitalismo globalizzato non ci faccia precipitare nel caos sistemico però…


