Dismisura

La Torre di Babele non è un prodotto del moderno. E anche l’impero romano è una espressione di smisuratezza, come tutti gli imperi. La misura è un ideale filosofico per pochi.

Quando si pensa la dismisura, ogni aspetto della vita individuale e collettiva ne appare segnato. E anche la Chiesa cattolica, che ha mantenuto alcuni punti fermissimi, non ne è esente, sia nel suo pensiero che nella sua prassi concreta. Basta pensare alle migliaia di santi di Giovanni Paolo II, alla costruzione di San Pietro con le indulgenze vendute senza limite, all’idea che la popolazione mondiale possa crescere all’infinito, ecc. (cito tre aspetti casualmente, senza ordine temporale, e anche senza una valutazione di merito, come puri fatti). Aspetti che fanno ritenere che la dismisura sia costitutiva dell’umano in quanto tale, e destinata a durare quanto l’umano stesso.

8 pensieri su “Dismisura

  1. a discolpa dell’umano va forse detto che la dismisura oltre che costitutiva sua , lo è anche dell’universo in cui l’umano si trova a campare, eppure riesce a conservare degnamente la propria dose di meschinità. d’altronde le galassie esistono nonostante siano insospettate dai cinghiali. su Girard volevo chiedere quale altro libro possa essere adatto per iniziare,
    e poi mi pirmetterei pure di ricopiare sotto a questo articolo il pezzo di Ezechiele che secondo me ci sta bene per vari motivi

    La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in ispirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa, mi fece passare tutt’intorno ad esse, vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite, mi disse “ figlio dell’uomo potranno queste ossa rivivere?” , io risposi “ Signore Dio tu lo sai” Egli mi replicò “ profetizza su queste ossa e annunzia loro. Ossa inaridite udite la parola del Signore, dice il Signore Dio a queste ossa , ecco io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete metterò su di voi i nervi e farò ricrescere su divoi la carne, stenderò la pelle e infonderò lo spirito e rivivrete, sapete che io sono il Signore” io profetizzai come mi era stato ordinato, mentre profetizzai sentii rumore e movimento tra le ossa che si accostavano l’un altra ciascuno al suo corrispondente, guardai ed ecco sopra di esse i nervi, la carne cresceva e la pelle le ricopriva ma non c’era lo spirito in loro Egli aggiunse “ profetizza allo spirito profetizza figlio dell’uomo e annunzia allo spirito , dice il Signore Dio spirito vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perchè rivivano” io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi un esercito grande sterminato.

    ciao, k.

  2. In realtà la dismisura è intrinsecamente legata alla misura, e le due stanno in un rapporto dialettico, nella rappresentazione umana. Vi è una verità profonda nella sentenza “misura di tutte le cose è l’uomo”. La dismisura cui mi riferisco, quella invisa agli Dei olimpici, è antropologica, non naturale.

  3. Vorrei scrivere qualcosa sul desiderio, sul desiderio o piuttosto l’impulso a scrivere e a durare, quasi in risposta a una voce, a molte voci. Da dove nasce l’autorizzazione a scrivere? E perché ci si sente convocati? Quando l’immaginario entra nello psichismo umano, la natura si trasforma e abbandoniamo la muta orizzontalità dell’animale. Vediamo l’orizzonte, possiamo alzare il capo verso le stelle e desidere più carne da mangiare e più prede, più miele e più luce.
    Andare all’infinito? Va’ bestione ! Non credo di essere talmente rincitrullito da tutta questa luce da volere andare all’infinito. Ma cosa vuole questa Aurora, e quell’altra detta Notte, dove per tanti passi falsi talvolta ho sognato il solito naufragio, augurandomi , con Leopardi,che fosse perlomeno “dolce”.
    Vorrei solo, cosa impossibile, non desiderare più, non trascinare più tante care immagini in una notte che sa d’inchiostro, di selve e d’imboscate. Non una notte come le altre notti, ma La Notte – la sempiterna Notte della letteratura.
    Non fare più letteratura e smettere di “trascinare tante care immagini” era il desiderio di Rimbaud.
    Ecco che, scrivendo, diventi poroso, permeabile a un desiderio che non è esattamente il tuo desiderio. Il desiderio va quindi incontro a strane vicissitudini. Se represso, si distorce e assume strane forme. Se appagato, rinasce. Si confonde talvolta con il bisogno più elementare, oppure si dà come desiderio senza oggetto, desiderio di assoluto.
    Fu Simone Weil, mi pare, a suggerire di “togliere al desiderio il suo orientamento nel tempo”. Così facendo, cosa resta? Forse il rischio di trasformarsi in un mistico mastica mosche ( grazie, Signore, per la tua celeste ironia!).
    Eppure occorre sperare l’invisibile attraverso il visibile, la dismisura attraverso la misura, la beatitudine infinita e senza causa attraverso il dolore d’essere, per così dire, così finito, anzi rifinito e piegato da lontano ai gomiti e ai ginocchi. Perché scrivi? Forse perché a nessuno basta vivere e morire da lontano…ai cosiddetti bordi dell’infinito.
    Mah! Questo infinito, questo resto del famoso abisso, probabilmente fabbricato dal pensiero, somiglia un po’ alla “tromba delle scale”.
    Forse se, simulando un lampo, facciamo precipitare nella materia il tempo, ecco che le particelle elementari cominciano a sognare, se non a desiderare di durare… Un altro passo, ed ecco miriadi di molecole sognare di riprodursi a dismisura nell’abisso.
    Il futuro è aperto da tempi immemorabili tra ripetizione e ripresa, stabilità e instabilità. Entrando nella materia il tempo si fa ponte, porta, apertura e breccia attraverso cui passa il mutamento ad ogni istante nuovo, sorgente.
    Qui dove non c’è dove e vita e morte hanno uguale durata, forse tra i due è possibile riprendere tutto quello che è entropicamente perso.
    A patto di conformarsi all’infinito attraverso il limite. E di scrivere, dico a me stesso, scrivere contro la propria dissipazione.

    Qui, nel punto, intenso e feroce, in cui la vita va al di là, ogni mortale ferito e, per così dire, tagliato dal “prima” e dal “poi”, passa per l’annientamento del vivente, se non della scomparsa di un mondo, del sole, della luna e delle stelle da cui proveniva il desiderio di ogni particella e dell’innumerevole esistere di durare e riprodursi.
    Pertanto, l’apocalisse annunciata dalla Scrittura è vera, ma non è niente di speciale, soltanto inevitabile. Non la scrittura, che una goccia d’acqua può cancellare, ma il fatto di aver vissuto, di averlo scritto e di essere morti, questo resta indistruttibile in eterno. Perlomeno a chi scrive così pare. Chi conosce i segreti tirannici del tempo?

  4. Gianni mi faccio largo con il maccete in mezzo alle frasche della tua prosa, e finalmente arrivo a sperare la beatitudine attraverso il dolore d’essere. questa m’è piaciuta. e poi dato che ci sono, sempre con le tue parole ti vorrei chiedere quand’è che l’immaginario entra nello psichismo umano e la natura si trasforma, abbandonando la muta orizzontalità dell’animale? quando, e magari anche come, visto che è anche un punto critico di Girard che parlavamo prima? grazie

    ciao,k.

  5. Una volta sollevatosi da terra ( volendo credere alla teoria dell’evoluzione) il bestione vede l’orizzonte, scruta le stelle e – muovendosi tra fresche frasche, se mi fosse permesso ironizzare, perché no? – dice:
    ” Caro K, non si sa; si va”.
    E’ un po’ come in quei film in cui, agitando il machete o maccete, ci si chiede ” ma quando è cominciata questa guerra?”, e si vedono gruppi di persone brancolare nei pressi dei villaggi come disertori che hanno perso il contatto con il Quartier generale.
    L’ipotesi è che la catastrofe trasformativa sia l’ingresso dell’immaginario nello psichismo umano che trasforma il reale della natura in rappresentazione, linguaggio, segno.
    Non a caso, la prima caduta precede il dramma del desiderio e del frutto proibito tra Adamo, Eva, il Serpente e il quarto immaginato come il Creatore.
    Fu, secondo il Libro, quando la luce si trasformò in « giorno » e la tenebra in
    « notte », non senza un resto di abisso.
    Un abisso nel quale Lucifero non cessa di precipitare, come cadendo continuamente, vale a dire senza misericordia, dalla tromba delle scale. :-)
    L’immaginario, fabbricato dal pensiero, è questo zolfo, questa esatta luce che precipita, questa specie di lucidità.
    Naturalmente le idee più chiare brillano su sfondo oscuro, e l’Origine ( animale? divina?) è senza memoria, senza parole.
    Questo senza parole che – simile a un vuoto di memoria o a un’estasi bianca, pura, immacolata, dove non c’è dove e più niente trascina o spinge – ci precede come invisibilità totale, resta un enigma, se non un mistero, volendo usare un termine religioso.
    Nonostante il solito mare di pus in cui tutto finisce, nonostante tutto, esiste una gioia che, profondamente sepolta nel sistema nervoso, costituisce l’essenza dell’esperienza che si dice umana. Sarebbe una gioia ancor più profonda della morte o dell’entropia che dir si voglia. Penso, per esempio, al “Cristo nella materia”, di cui scriveva Theillard de Chardin. E forse a una terra di tranquillità mentale e fisica, a un regno che mai sarà invaso.
    Ma oltre l’orizzonte, laggiù, troveremo più miele, più luce e forse una grande pace? Non si sa. Si va. E non resta, mi pare, che sperare l’invisibile. Nell’attesa, non inerte e tuttavia senza aspettare alcunché, accanto a miriadi di ossa inaridite e alla fresca traccia di una tomba vuota. Scusate se è poco. :-)

  6. Gianni con la motosega avanzo a fatica tra i mangrovi anacoluti della tua prosa e le domande mi ricadono sulla testa pesanti come ciocchi.
    Sia chiaro che apprezzo la cortese risposta, che però sembra far coincidere l’ominazione con l’esperienza del male, come forse anche Girard, e io in questa sovrapposizione mi ci confondo. Cioè uno potrebbe dire, vabene, se l’uomo fa esperienza del male, vuol dire che conosce anche il bene, ma accettando questa causa , sembra di avallare certe ipotesi nichiliste, per cui la salvezza coincide con la distruzione. Siccome mi pare che alla fine, sia te, che Fabio che anche Girard, non siete proprio del tutto nichilisti, ci dev’essere un qualche tarlo

    ciao,k.

  7. E’ naturale K. che in un ceppo d’albero o ciocco possa esserci un qualche tarlo. Questo animaletto, l’Anobium punctatum, scava gallerie persino nella rosa – come notò, scioccato, il poeta e incisore inglese William Blake, nella celebre poesia The Sick Rose (La Rosa Malata).
    Più vicino a noi, sentendosi improvvisamente vecchio e solo, così scrive, in ‘L’estate di san Martino’, il poeta Carlo Betocchi: “Il tempo ci rapisce, e il cielo è solo/ anche di queste rondini che il volo/intrecciano, pericolosamente,/come chi va cercando nella mente//qualche nome perduto… e il ritrovarlo/nemmeno conta, poichè ormai è già sera./ Eh si! s’invecchia, e ritorna più vera/ la vita che già fu, rosa da un tarlo…”.

    Eh sì! Talvolta un tarlo rode, anche in senso figurato. E a soffrirne, nella maggior parte dei casi, sono specialmente le persone sensibili e riflessive.
    Penso all’apostolo Paolo, per esempio, quando esclama: ” Chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio ad opera del nostro Signore Gesù Cristo ” (Rm 7, 24-25). Al che Agostino, che di tarli pare ne avesse più d’uno, in un suo discorso così commenta: “Cantiamo Alleluia! Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Cantiamo Alleluia! Pungiglione della morte, in effetti, è il peccato, ma: Cercherai dove esso abbia dimora e non lo troverai” ( Discorso 256).
    Dove si annida il male? In questa struttura di morte o entropia che chiamiamo Universo, oppure in questa invenzione tutta cristiana che chiamiamo “la carne” – la carne prudente, impaurita, e che invecchia con il passar del tempo, per finalmente morire, perire del tutto ?
    Non si sa. Si va. E quando non si spera in quell’enormità – al limite, impossibile – che è la tomba vuota del crocifisso-risorto, ci si lascia andare al cinismo di piccole speranze, tuttavia tenaci, come quelle erbacce che crescono ai bordi dei cimiteri. Naturalmente le chiamiamo “erbacce” forse perché, proprio come accade per la speranza, non ne conosciamo ancora le virtù.
    Se proprio dovesse arrivare l’Ora, come arriverà, non essendo un nichilista preferirei affidarmi a una figura con un “cuore”, anch’esso ferito, e tuttavia talmente divino da contenere, sano e salvo, l’innumerevole esistere.
    Alleluia ! L’importante, mi pare, è che l’invisibile verme non si annidi nella testa e, invece di mondarcela, ci rovini la vita.
    Credo che sia per scongiurare una tale sciagurata evenienza che, fin da bambini, ci fu insegnata la nostra preghiera serale, il Pater noster, che non a caso termina con un ” et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo”.
    Ma l’esistenza del Male oggi non ha molto credito, lo si confonde con il dolore e pare un’esagerazione. Invece esiste e non è per niente un “fantasma”, come talvolta si dice per tranquillità. Il Male non è neanche un banale e innocuo tarlo in qualche ciocco o mobile domestico. Anzi, se si considera di quali devastazioni, interne ed esterne, è capace il Male, forse sarebbe più adeguato chiamarlo Satana.
    Spostamenti del diavolo. Quello che volevo dire ( sperando di non provocare la ricaduta di altri pesanti ciocchi sul capo e l’intervento delle motoseghe) è che il bene è ovvio e naturale, mentre il male è una sconcertante e inspiegabile deviazione, legata alla caduta essenziale all’origine dell’umano.
    Forse – prima ancora della colpa e della tentazione del frutto proibito legato alla tragedia del desiderio umano – la caduta è la conseguenza diretta dell’apparizione dell’immaginario che struttura lo psichismo umano.
    Per fortuna o sventura, è proprio questa capacità di far segno e di rappresentare a fare delle creature cosiddette civilizzate degli animali falliti, così instabili e mutevoli come se veramente fossero state tratte dal nulla.
    Continuo a pensare che senza l’abisso e la caduta di Lucifero nell’abisso, non vi sarebbe nè creazione dell’umano, né il tarlo della scrittura, né il Libro.

  8. Aggiungerei una variante. Non essendo un nichilista preferirei – anziché aggrapparmi a qualche radiografia – affidarmi a una figura con un “cuore”, anch’esso ferito, e tuttavia talmente divino da contenere, sano e salvo, in uno spazio di non-morte, l’innumerevole esistere.

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