Super eroe

Ho scritto in passato un paio di post sul fenomeno della violenza nel calcio, qui e qui. Gli eventi di ieri a Genova, con la partita interrotta dal gruppo violento dei Serbi, mi conferma nell’analisi che riporta il fenomeno della violenza intorno allo sport all’origine stessa dell’umano e al ruolo fondativo della rappresentazione, oggi magnificato dai media tecnologici.



Ivan, il capo dei tifosi serbi (e già il termine tifoso, che si riferisce ad una malattia che a sua volta rimanda a febbre e invasamento, denota la dimensione violenta e sacrificale latente), appare in tutti i media mondiali come una  immagine, oscillante tra quella di un super-eroe dei fumetti e quella di un eroe del wrestling. In ogni caso con un’aura che lo circonda. In entrambi i casi, si tratta di eroi, ovvero figure destinate a produrre effetti mimetici a cascata. Questi non sono legati al fatto che il giudizio sociale maggioritario sia positivo o negativo, dato che comunque a livello globale, e anche nelle singole società complesse, non esiste un punto di vista unico. Del resto, la violenza esercita un fascino irresistibile, che contagia sia chi si ritrae inorridito sia chi nell’orrore si tuffa.

Vecchio pensiero

Lo ripenso. La debolezza del pensiero attuale si verifica anche in questo, nella sua assoluta incapacità di porre la relazione tra arte (letteratura in primis) e giustizia. Poiché l’artista moderno è fondamentalmente un apostata, un rinunciatario o un velleitario servo delle emozioni (ovvero della parte bassa dell’umano), egli si pensa come uno scuotitore della società, un ribelle o un anarca, mai come uno che debba rappresentare la giustizia come virtù dell’anima. Etica ed arte sono scisse concettualmente da secoli, e coincidono talvolta solo per accidens. Ma questo non può che accadere necessariamente, nel momento in cui il sistema culturale di riferimento si intende come fluido, mutevole, incostante, ed è diffusa universalmente la convinzione dell’arbitrarietà, convenzionalità e relatività delle tavole dei valori. Il valore etico di un comportamento e di un’azione può essere misurato solo in rapporto ad una legge intesa come assoluta (in quanto libera dal flusso caotico degli eventi e delle passioni), da cui le norme positive attingono forza. Nel momento in cui quell’assolutezza diviene impensabile, allora restano solo le pretese della singolarità, le brame del soggetto, e infine il mero prevalere della forza. Come si vede nell’Italia contemporanea.

Il dio denaro

Scrive Massimo Cacciari nel breve Regina Pecunia, che sta ne Il dio denaro (a cura di Ivano Dionigi, Rizzoli 2010):

Capitalismo è perciò contraddizione e il denaro segno di crisi. Anche per l’individuo. Gli enti-merce di cui il denaro è l’universale equivalente sono tutti perituri. Lui solo appare come l’indistruttibile. E dunque il desiderio nei suoi confronti non può placarsi nel possesso. Il denaro produce un illimitato desiderio, che nessuno dei prodotti in cui si incarna potrà mai soddisfare. Il pastore poteva “restar contento” del suo pecus. Mai potrà esserlo chi possiede denaro ed è costretto a “gettarlo” nella circolazione, a “perderlo” per cercare di ritrovarlo moltiplicato, né lo potrà chi, grazie all’infinita potenza del denaro, non acquista che la “miseria” di queste effimere merci. Tra quell’ “infinito” e la creaturale finitezza di questi “beni” vi è una distanza incommensurabile. (p.26) Continua a leggere

Sentimento nazionale europeo

Se gli europeisti hanno mai pensato l’Europa come destinata a diventare, da comunità di interessi economici, una nazione sul modello degli USA, si sono sbagliati. L’Europa rimarrà una lega di Stati interessati (e non è poco, davvero) a mantenere prospero e pacifico il Continente. Avere una prova di questo è semplicissimo. Si tratta di un elemento non quantificabile ma fondamentale: il sentimento nazionale. Esso è  forte in Paesi come la Francia, l’Inghilterra e la Spagna (nonostante la presenza di indipendentismi locali), meno forte in Italia. Ed emerge con particolare chiarezza in relazione alle forze armate, quando dei soldati di un Paese cadono in combattimento. Ma anche quando una sciagura colpisce quel Paese, soprattutto se le cause non sono naturali. Insomma: il sentimento nazionale emerge nel lutto. Lo vediamo quando dei nostri soldati cadono in Afghanistan. O se in una sciagura muoiono degli italiani. Appare evidente come la morte di un soldato italiano ci turbi, quella di dieci francesi o inglesi o tedeschi ci lasci indifferenti o quasi. Lo si vede da come i media nazionali trattano questi eventi. Questa è la prova lampante ed assoluta della totale mancanza di un sentimento nazionale europeo.