Storia della mia gente

Nel capitolo L’estate di Fitzgerald del suo Storia della mia gente (Bompiani 2010), Edoardo Nesi scrive: “Mi trattenevo a stento dal sottolineare pagine intere, perso nell’ammirazione per quella sublime magia fitzgeraldiana di riuscire a tradurre in parole la materia nebulosa e inafferrabile che spesso costituisce i nostri pensieri più limpidi, quelli migliori, quelli di cui andiamo orgogliosi, quelli sacri, che crediamo nostri e soltanto nostri, privati e inesprimibili, e inesprimibili perché privati: la sostanza stessa della nostra intelligenza e sensibilità e il Sacro Graal di ogni scrittore, perché la loro comprensione dura quanto una scintilla e poi sparisce, fragile e delicatissima come una pianta tropicale del pensiero, e sempre lascia il morso del rimpianto di aver perduto qualcosa d’importante. Ogni volta rimanevo a fissare il vuoto e a battere le palpebre, smarrito, perché ci sono voluti anni ma alla fine ho capito che la ricchezza interiore inespressa vale poco, poco più di nulla, e tutto quello che non si riesce a dire e a scrivere e a vivere è perduto – polvere.” (pp. 41-42)

Personalmente, non sono convinto della verità della conclusione, che mi pare altamente problematica. In ogni caso, quel che conta qui è il tono, e il tono di questo libro è in generale elegiaco, anche se pervaso da una certa forza vitale. Nesi racconta di sé, figlio di un industriale tessile di Prato, e della sua famiglia e della sua impresa, un tempo florida e infine sommersa dal maremoto della globalizzazione. Ci sono note anche forti sull’insipienza degli economisti di fama e dei governanti italiani. E c’è uno sguardo aperto su quel che è effettivamente accaduto a interi settori della manifattura in Italia. Elegia e realismo formano in questo libro un mix particolarmente ben riuscito.

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