Dialogo sulla dicotomia tra destra e sinistra nel tempo presente

 

 di Eros Barone

 Parte prima

Caio: carissimo Mevio, oggi, nel riprendere i nostri conversari sullo stato presente del nostro paese e sulle prospettive di quel ‘movimento reale’ che ci sta molto a cuore per la buona ragione che ‘abolisce lo stato di cose presente’, ti propongo, a distanza di due anni dalla catastrofe politico-elettorale della sinistra comunista e all’indomani della manifestazione nazionale della Fiom-Cgil per i diritti, la democrazia, la legalità, il lavoro e il contratto, un motto meritamente celebre, che forse può essere assunto come epigrafe del momento attuale: “È quando il gioco si fa duro che i duri cominciano a giocare”.

Mevio: il motto è certamente adeguato al momento e indica per la sinistra italiana una direttiva di marcia e una conseguente selezione dei quadri politici, il cui senso si può riassumere con due figure mitologiche: è finito il tempo di Proteo, è cominciato il tempo di Anteo.

Caio: immagino che, evocando Proteo, tu intenda riferirti ai comportamenti di tipo trasformistico che hanno segnato la storia del declino della sinistra a partire dal 1989-1991; così come, contrapponendo Anteo a Proteo, simboleggi nel primo quella sorgente inesauribile di forza e determinazione che la sinistra può attingere solamente dal popolo, giacché Anteo fu vinto e strozzato da Ercole allorquando questi riuscì a sollevarlo dopo averlo staccato da quel suolo il cui solo contatto era in grado di rigenerare le forze di Anteo.

Mevio: ma vi è di più, mio caro Caio, tu che ami, come Stalin e come Roosevelt che la usarono nei loro discorsi degli anni Trenta del secolo scorso, questa potente metafora tratta dalla mitologia greca. Io, per me, sono convinto che, malgrado le dure prove che ci toccano, questo è un momento favorevole. Ed è favorevole perché è in corso un passaggio di fase. Non di epoca, poiché non è dato al nostro tempo di vivere un passaggio di epoca. A noi è dato vivere solo un passaggio di fase.

Caio: del resto, i passaggi di epoca sono rari, piombano sugli uomini all’improvviso con balzo di tigre, spezzano la continuità storica, producono formidabili accelerazioni del tempo storico: giorni che valgono anni (come quei “dieci giorni che sconvolsero il mondo”), non anni che valgono giorni, come quelli che attualmente ci è dato di vivere: anni in cui in cui non succede più niente e il meglio che ti possa capitare è un ’68. Gli ‘anni mirabiles’ come il 1648, il 1789, il 1917, il 1945, ossia i momenti in cui rotolano le teste dei re, si dà l’assalto al Palazzo d’Inverno, si porta a termine vittoriosamente una guerra di liberazione, be’, quelli, beato chi ha avuto la fortuna di viverli.

Mevio: ora, però, mettiamo da parte sia la mitologia che la filosofia della storia e facciamo il punto sul passaggio di fase che si sta realizzando. Ebbene, i due processi politici e sociali che hanno caratterizzato l’ultimo ventennio mi pare che si stiano concludendo: da un lato, la trasformazione del sistema politico-istituzionale e, dall’altro, la dissoluzione e trasformazione della sinistra.

Caio: forse possiamo dire che al passaggio di fase corrisponde un passaggio di ciclo, nel senso che è ormai sotto i nostri occhi l’esaurimento del ciclo neoliberista. Eppure, che lo sviluppo capitalistico abbia un andamento ciclico ce lo avevano insegnato i nostri maestri, da Marx a Schumpeter, ma evidentemente ce lo siamo dimenticato.

Mevio: e invece la soluzione neoliberista è stata assolutizzata, come se fosse l’approdo definitivo della storia del capitalismo. Ti ricordi quel dispositivo ideologico, denominato ‘fine della storia’, che fu allestito dopo la sconfitta del socialismo?

Caio: come no? D’altronde, lo sappiamo, la funzione delle ideologie è quella di rovesciare e di occultare la realtà oggettiva. Sennonché la realtà, come ha detto qualcuno (forse uno specialista di fantascienza), è ciò che  si rifiuta di sparire anche quando smetti di crederci.

Mevio: ebbene, di fronte a una crisi  economica mondiale in pieno dispiegamento, con una progressiva contrazione dello sviluppo e una conseguente perdita di competitività, non di questo o quel paese, ma dell’intero Occidente rispetto ad un resto del mondo che comincia a sfuggire alla sua egemonia, io vedo i segni di un risorgente primato della politica. Naturalmente, si tratta di una svolta che è funzionale agli equilibri e agli imperativi del sistema capitalistico e imperialistico, ma che crea, nel contempo, le condizioni per l’estensione di tale primato al campo delle forze antagonistiche.

Caio: seguendo il filo della tua ipotesi, si potrebbe dire allora che le stesse guerre scatenate dagli Usa dopo l’11 settembre 2001 siano meno determinate dagli interessi economici che non dagli obiettivi geopolitici: come è stato detto acutamente, sono guerre la cui posta in gioco è il ‘fattore tempo’, ossia il ‘gap’, che si sta sempre più riducendo, fra la crescita del Drago cinese e la capacità di iniziativa e di controllo dei rapporti internazionali messa in campo dal Gigante americano. Insomma, abbiamo assistito ai prodromi di un ritorno del primato della politica, gestito dalla destra.

Mevio: sì, è esatto. Dal punto di vista della documentazione più significativa, il ‘terminus a quo’ della fase precedente, ossia l’inizio della svolta neoliberista, si può individuare nel Rapporto della Trilaterale, che risale al 1973, mentre le premesse teoriche e culturali della fase attuale si possono individuare nel libro di Huntington sullo scontro di civiltà, che è del 1993.

Caio: stiamo arrivando al ‘cuore di tenebra’ della cosiddetta rivoluzione conservatrice, la quale non va vista come pura reazione, come semplice ritorno al passato, ma è, per così dire, una ‘restaurazione modernizzatrice’. Ancora una volta la dialettica reale ci ha spiazzati.

Mevio: la definizione binaria che hai formulato sembra costituita da due termini inscindibili. Ma se le cose stanno in questi termini, allora è sbagliato, oggi non ieri, ridurre la destra a fascismo. In realtà, la dicotomia non è fra una destra per vocazione premoderna e una sinistra moderna, come sbagliando si è creduto finora, ma fra una destra moderna e una sinistra postmoderna. Se questa è l’alternativa, non desta meraviglia che la sinistra sia stata finora sconfitta.

Caio: seguendo la corretta linea divisoria che l’analisi dialettica ci ha portato a tracciare, quella realtà delle cose si potrebbe dire in tanti altri modi: una destra concreta e una sinistra astratta, una destra pesante e una sinistra leggera, una destra realista e una sinistra ideologica, una destra dei bisogni e una sinistra dei diritti, una destra antropologica e una sinistra sociologica, una destra sul territorio e una sinistra nelle piazze, una destra storica e una sinistra senza storia. Risultato finale, sancito dal terremoto elettorale del 13 e 14 aprile 2008: una destra con il popolo e una sinistra senza popolo.

Mevio: ma se quanto siamo venuti dicendo è esatto, ciò che ne consegue è che i due problemi prioritari della sinistra sono: 1) il primato della politica rettamente inteso (senza la riduzione ‘politicistica’ della politica all’azione puramente istituzionale, ma anche senza la riduzione ‘movimentistica’ della politica all’azione puramente conflittuale nel vivo delle contraddizioni sociali), il che vuol dire il primato della politica fondato, conforme alla lezione di Lenin, sul nesso tra teoria e prassi, tra lotta di classe e organizzazione, tra tattica e strategia, tra economia e società; 2) la selezione qualitativa dei quadri politici cui spetta il compito, dopo un lungo periodo in cui a idee sempre più duramente di destra si è risposto con idee vagamente di sinistra, di capovolgere radicalmente questa linea, contrapponendo a idee sempre più duramente di destra idee sempre più duramente di sinistra.

Caio: mi sembra che il nostro dialogo stia avanzando nella direzione giusta, poiché rispecchia con sufficiente approssimazione la realtà oggettiva e ne fornisce un’interpretazione utile a chi si propone di cambiarla. Per dirla in termini filosofici, se l’utile non coincide con il vero, esso tuttavia è il sigillo inconfondibile del vero.

Mevio: come sempre, il criterio della verità è costituito dalla prassi. È questa che deciderà, in ultima analisi, della correttezza dell’analisi e della rispondenza della teoria nell’attuale passaggio di fase.

 

Eros Barone

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