La paura del laico

Lega, Berlusconismo e Chiesa sono nemici della laicità, e la laicità è assalita da ogni parte nell’Italia di oggi. Potenti forze alimentano la paura dell’Altro, e negano la libertà di autodeterminazione dell’individuo. Questo pensa e scrive nel suo pamphlet La paura del laico Roberto Escobar (il Mulino 2010). Personalmente, detesto la parola laico a causa della sua ambiguità, che nel testo di Escobar emerge pienamente. Preferisco la distinzione americana tra believers e non-believers. Ma tant’è, in Italia va così. È soltanto a p. 90, cioè verso la fine del libretto, che Escobar cerca di definire che cosa si debba intendere per laicità.

Occorre qui distinguere tra due accezioni. La prima – la chiameremo personale – si riferisce al singolo che non consegni la sua conoscenza e le sue speranze alla fede in un dio, ma neppure a quella in un’altra entità sovrumana o extraumana, che si tratti della Natura, della Storia, della Razza, o di una delle innumerevoli Certezze di cui, via via, le nostre paure di animali senza artigli popolano il cielo delle illusioni. In senso personale, dunque, laico è chi sia consapevole della precarietà dell’umano, della sua finitezza fragile, ma non se ne sconforti. Se nessun cielo ci è mai stato davvero sopra la testa, argomenta, neppure possiamo sentircene orfani. Per lui non ci sono mete né verità che non siano del tutto sue, anzi nostre, essendo costruite ed elaborate di continuo nelle relazioni con gli altri. Alla fine, laico è chi abbia coraggio: sia di non illudersi, sia di vivere.
C’è poi un’altra laicità. Anch’essa riguarda i singoli, ma in maniera indiretta. Questa laicità – la chiameremo politica o dello stato – non dipende dalla scelta personale d’affidarsi o non affidarsi a un dio. In questo senso, laico non è lo stesso che agnostico o ateo, né credente equivale a non laico o addirittura a clericale. In primo luogo, la casistica al riguardo è più complessa, e più sfumata. [..] a decidere, piuttosto, è l’immagine che si ha del nostro stare insieme in pubblico, della piazza in cui ognuno e tutti agiamo.
[p. 90-91]
Questo è la laicità politica: l’immagine condivisa di una piazza, di uno spazio pubblico vuoto e recettivo in cui ognuno agisce e gioca con dignità pari a quella di ogni altro. Nella sua scena non stanno contenuti predecisi, sottratti alle scelte dei singoli. Anzi, ce n’è uno, di quei valori, e solo uno. Si tratta del più generale e insieme del più vuoto: quello del rispetto della dignità di tutti, e del loro diritto eguale a vivere secondo le proprie scelte personali. Solo così ognuno può “agire” al cospetto di ognuno e secondo le proprie inclinazioni. [p. 92-93]

Osserviamo che, per quanto concerne il primo concetto, quello individuale, di laicità, Escobar pone l’essenza della laicità stessa in una differenza: quella rispetto a chi si consegna ad un dio o ad altre realtà trascendenti l’individuo. Evidentemente per Escobar l’umano religioso è dominato dalla paura, madre delle sue Certezze illusorie. La matrice della religione è la paura. Quindi il laico sarebbe coraggioso, mentre il religioso sarebbe un pauroso. Mi pare evidente che un credente potrebbe trovare  qualche difficoltà nel dialogo con chi, di fatto, nega una posizione di parità all’altro – considerando sé coraggioso e l’altro pauroso – mentre accusa le religioni di fare la stessa cosa.

Osserviamo in secondo luogo che la separazione tra la laicità del singolo e quella dello stato è troppo netta, e la seconda accezione di laicità non è coerente con la prima. L’immagine di uno spazio vuoto, in cui i singoli agiscono senza trovarvi contenuti predeterminati, salvo quello della eguaglianza dei soggetti, è totalmente e irrimediabilmente astratta. Questo spazio vuoto sembra infatti calare dal cielo, mentre è una immagine convenzionale, determinata storicamente, e condizionata. Per come la pone Escobar, lo spazio vuoto appare absolutus, sciolto da qualsiasi condizionamento, una sorta di apriori. Ma l’uguaglianza, come le  “scelte personali” e le “inclinazioni”, non possono darsi, tra gli umani, qualsiasi sia la configurazione culturale, se non mediate dalla rappresentazione, e quindi connotate di un valore. Questo è, a sua volta, determinato da una relazione, non sta in sé. Anche nel caso che sia pensato come fondato in Dio, il valore rimanda ad altro da sé.

Infine, notiamo come Escobar scriva sempre dio con la d minuscola, sia o non sia preceduto dall’articolo. Ma non si sognerebbe di scrivere Allah con la a minuscola. Perché ciò avvenga è un mistero (o forse no?). Dio, infatti, è nome proprio. Al massimo si potrebbe scrivere: il dio (nome comune) dei cristiani è chiamato Dio, il dio (nome comune) dei musulmani è chiamato Allah, ecc. Ma scrivere sempre dio  è offensivo per i credenti, ed è un errore. Possibile che Escobar non se ne renda conto? O forse la sua laicità nasconde un laicismo?

20 pensieri su “La paura del laico

  1. eh sono proprio d’accordo Fabio..c’è una sorta di romanticismo in Escobar, il laico coraggioso, lo Stato virtuoso, vere anime almeno potenzialmente belle…Eppure certe conoscenze antropologiche Escobar non le ignora (mimesi e vittima)…
    Forse quando si hanno cattedra universitaria e spazio pubblico, il successo, è facile, per certi aspetti, avere paura di un Dio cristiano che appeso ad una croce per certi aspetti mette in discussione tutti i nostri traguardi e rischia di inimicarti tutti i colleghi …. Meglio unirsi nascostamente alla folla di coloro che attaccano indirettamente i suoi famigerati simulacri, sicuramente gravemente imperfetti ma che nella loro imperfezioni mostrano come il messaggio di cui sono indegni portavoce li trascenda e non venga da loro… ( peraltro è la persecuzione li rende in un certo modo più cristiani, il clericalismo sarebbe molto pericoloso )…Diceva Agostino che abbiamo paura del male (rivelato anche dal crocifisso) o il male è che abbiamo paura….PS identica critica si può fare al romanticismo cristiano che da altri pulpiti dà per scontata un religioso naturalmente coraggioso e la perfezione dell’istituzione religiosa ..e nel nostro oscillare tra i due poli siamo tutti messi in croce,feriti…ma parafrasando Goethe forse questa croce sfiorata ( intellettualmente) o abbracciata con amore può guarire la ferita..

  2. interessante la tua lettura, la tua interpretazione, quel finale dubbioso che forse nasconde una direzione….
    si tende a scrivere con la maiuscola le cose in cui si crede di più.

  3. Ho trovato questo brano di Escobar, sotto il profilo intellettuale, molto divertente. In altre prospettive, è preoccupante. Almeno, io mi sono divertito leggendo le due accezioni di laicità, termine divenuto insopportabilmente retorico e pretestuoso, ideologico. Posso condividere il mio divertimento? Provate a sostituire, nella definizione delle accezioni, alla parola “laico” la parola “cristiano” e vedrete come la definizione diventa più attendibile, più calzante.
    Cristiano “è chi sia consapevole della precarietà dell’umano, della sua finitezza fragile, ma non se ne sconforti. Se nessun cielo ci è mai stato davvero sopra la testa, argomenta, neppure possiamo sentircene orfani. Per lui non ci sono mete né verità che non siano del tutto sue, anzi nostre, essendo costruite ed elaborate di continuo nelle relazioni con gli altri”.
    Sull’idea di finitezza, precarietà, fragilità, in rapporto all’infinito, mi pare non ci possano esser dubbi. O no? E non se ne sconforta in virtù della speranza.
    D’altronde, anche e soprattutto per il cristiano, non c’è nessun Dio sopra la testa, né sotto né in nessun luogo, se non nello Spirito, il quale si manifesta, propriamente, nella relazione con gli altri, con coloro cioè che i cristiani non si vergognano a chiamare prossimo.
    Non ci sono mete e verità che non siano “sue”, cioè personali, e anzi “nostre”, cioè della comunità dei fedeli che è la Chiesa, verità costruite ed elaborate di continuo nelle relazioni con gli altri, in quanto l’amore del prossimo è la costruzione della verità e anticipazione del regno di Dio.

    “Alla fine”, Cristiano “è chi abbia coraggio: sia di non illudersi, sia di vivere”.
    Ci vuole in effetti coraggio per essere cristiani, per credere in un Dio che non è a portata di mano, per impegnarsi nella vita in nome di un Dio assente, presente soltanto nello sguardo del prossimo, che non sempre è simpatico.
    Ci vuole coraggio ad esser missionari…ad essere martiri, testimoni persino contro l’istinto naturale della sopravvivenza, coraggio a proiettarsi in altro…

    E il divertimento può continuare anche per la seconda accezione, sostituendo laico con cristiano. A trovare che in questa sostituzione i concetti diventano più significativi, meno generici.

    Un saluto,
    Paolo Casuscelli

    1. Sono perfettamente d’accordo con te, caro Paolo. Quello che debbo constatare nella stragrande maggioranza degli intellettuali “laici” è una forte semplificazione dell’altro da loro, quello che essi vedono come il non-laico. Alla base c’è una loro troppo rapida fuoruscita dal problema posto dal religioso, e una concettualizzazione di questo in termini semplicistici e fondamentalmente rassicuranti, che li porta a rimanere attaccati ad alcune idee, come quella della relazione generativa paura-religione, che andrebbero radicalmente ripensate. Ma questo costa la fatica del concetto, e i “laici” preferiscono di solito adagiarsi su cliché semplici.

  4. Bene. Per il resto, io scrivo con la maiuscola i nome di persona. E dio non è una persona. In ogni caso, il tema fondamentale è la clericalizzazione della nostra politica.

    1. Certo, ognuno si può fare la lingua che crede. Ma in italiano Dio (quello delle religioni monoteistiche) è nome proprio, non nome comune. Dio poi è propriamente persona, secondo il concetto che ne hanno religioni e teologie. In particolare il cristianesimo, in cui Dio è incarnato in un uomo! Non si tratta di crederci o no: tant’è che con la maiuscola è riportato anche nei dizionari. E se si vuol parlare di quel Dio cui si riferiscono le fedi, bisogna scriverlo con la maiuscola, altrimenti se ne ha un concetto erroneo. Certo, se l’antitesi alla clericalizzazione della politica si pone come negazione di un concetto…

        1. Hanno la maiuscola proprio perché intendo indicarne il carrattere (che taluni pretendono) assoluto, e dunque non laico. Insomma, la maiuscola è un artificio retorico, come da una lettura “laica” e non orientata risulterebbe evidente. Ma insisto: il tema centrale la clericalizzazione della politica, e mi stupisco sempre più di come insistiate a evitarlo.

    1. La maiuscola è un artificio retorico solo in certi casi. Normalmente, è un segnalatore di nomi propri. Scriviamo Francia, Ikea, Pinocchio. Il nome allah minuscolo è un errore grossolano. L’uso ideologico delle minuscole è una strategia puerile. Mi perdoni il tono. Quanto al merito del suo libro, temo di non essere in grado di discuterne, per due motivi. Innanzitutto non l’ho letto, né intendo farlo; non sarebbe serio da parte mia imbarcarmi in un confronto sulle sue idee non conoscendole approfonditamente. In secondo luogo, il modo in cui pone la questione della laicità mi scoraggia dall’affrontare una discussione con un interlocutore che considera i credenti come me degli animali senza artigli privi di coraggio e schiavi di paure primitive. Ho una misura di rispetto per me stessa e per i miei compagni in umanità che mi vieta di imbarcarmi in polemiche inutili. Sarebbe una dialogo tra sordi, mi creda. A me interessava intervenire solo sulla questione evidenziata nel brano riportato dal tenutario del blog. Quanto al resto, confido che troverà interlocutori più qualificati ed entusiasti di me. Non me ne voglia, nessuna animosità.

      1. Mi sembra evidente che lei conosca il mio libro per sentito dire: basta il suo accenno agli animali senza artigli che sarebbero i credenti. Per me lo sono invece tutti gli esseri umnani, nel senso che, a differenza degli altri animali, non hanno un ambiente naturale e dunque si costruiscono un mondo culturale. Mi creda, prima di giudicare un libro, conviene leggerlo. Se poi non lo si vuol leggere, cosa più che legittima, almeno non lo si giudichi. Soprattutto non si giudichi l’autore. Per il resto, stia serena.

        1. Forse non è chiaro. Non intendevo giudicare il suo libro. Non è mai stata mia intenzione. Intendevo giudicare quel singolo particolare che ho commentato. Quanto agli animali senza artigli, avevo naturalmente capito che si riferiva al genere umano in quanto tale. L’enfasi era sulla paura e sulla mancanza di coraggio. E su come definire il proprio altro attraverso una strategia categoriale di questo tipo sia già indicativo di quale tipo di interlocutore si vuole captare. Saluti.

  5. Premesso che queste mie nel blog non sono propriamente recensioni, ma note in cui mi soffermo sugli elementi più interessanti (per me) che trovo nei libri, devo dire che la “clericalizzazione della politica” è un tema in sé interessante e problematico. Credo che da parte della CEI la politica italiana (ma soprattutto la società) sia vista come sprofondante in un abisso di disvalori e di allontanamento dai principii della morale cattolica. Una società desacralizzata, in cui il valore sommo è rappresentato dal trinomio successo-denaro-sesso. Il berlusconismo sarebbe, da questo punto di vista, del tutto anticattolico. Io vedo la realtà presente come assolutamente contraddittoria: Berlusconi cerca l’appoggio della Chiesa mentre da venticinque anni le sue TV sono le massime agenti della diffusione in Italia di una visione della vita totalmente edonistica. La Chiesa, a sua volta, mercanteggia e media (set).

    1. Sto parassitando i commenti di questo blog. Chiedo venia per un’ultima volta. Quello che intendo è, in soldoni, una cosa del genere: ogni discorso (o libro) segue una particolare strategia argomentativa. Io non pretendo di conoscere la sua: ho premesso poco sopra che non sono così sciocca da pensare di poter confrontarmi con qualcuno di cui non ho esaminato seriamente e diffusamente le idee (scritte). Solo che, considerata la mole spaventosa di stimoli e appelli alla riflessione che la moderna civiltà editoriale e mediatica ci sottopone, uno deve scegliere. Avendo (laicamente) una sola vita a disposizione, non posso accoglierli tutti. Scelgo quelli che mi mandano segnali più affidabili, sul piano dell’onestà intellettuale e dell’originalità. Quando le premesse antropologiche di un discorso che vorrebbe essere prevalentemente politico non mi permettono di andare oltre alla superficiale e semplicistica nozione dell’uomo primitivo che ha paura dei fulmini e di morire e quindi si inventa le divinità, sento odore di incomunicabilità. Le premesse decidono molto della sorte di un discorso. E allora preferisco confrontarmi con Locke o con Habermas su questi argomenti, invece che con gli innumerevoli libri che l’editoria italiana sforna annualmente sul tema. Poi può anche essere che sul problema della presenza sulla scena pubblica della Chiesa Cattolica io e lei siamo d’accordo. Molto probabile. Ma i dettagli sono importanti. Soprattutto i dettagli fondanti. Spero di essere stata chiara.

      1. L’uomo primitivo e i fulmini non c’entrano nulla con l’animale senza artigli. La cosa non è così banale. So che non ha il tempo, né la voglia, di leggerlo, in ogni caso, per spirito sportivo, le segnalo il mio Metamorfosi della paura (Mulino). Non so se è originale, ma certo è onesto.

  6. eh interessante l’immagine dell’animale senza artigli..ma non è eccessivamente ottimistica? Penso che dovrò leggere il libro dove potrebbe essere certamente contestualizzata…è un’aspirazione ideale…un utopia che dà un certo senso, non so se sufficente alle dimensioni vitali dell’individuo…Forse come dice Gomez Davila l’uomo è un animale che pensa di essere un un uomo..pertanto certe Scritture ( scritture?) dicono che è bene non confidarci troppo..anche se, d’altro canto, proprio la Bibbia ( bibbia?) non è la parola di Dio ma sempre seguendo Davila la voce di un uomo che l’ha incontrato. Un uomo che conoscendo le sue potenzialità ha addomesticato in parte gli artigli…Dimensione trascendente e immanente si richiamano comunque: una libertà condivisibile implica confini, una verità vivibile ( incarnata) richiede una dimensione umana. Forse indipendentemente dai portavoce siano sedicenti religiosi o laici che quando non sono anche portacroce rischiano di essere talvolta umani, troppo umani…

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