I fatti del 1960

Ricordando l’insurrezione popolare antifascista del 1960

di Eros Barone

“…A diciannove anni è morto Ovidio Franchi
per quelli che son stanchi o sono ancora incerti.
Lauro Farioli è morto per riparare al torto
di chi si è già scordato di Duccio Galimberti…”

Fausto Amodei, Canzone per i morti di Reggio Emilia, 1961.

Cinquant’anni fa vi fu un passaggio decisivo nella storia del nostro Paese. In un certo senso, ciò che accadde, l’insurrezione popolare antifascista, la “nuova Resistenza”, bisognava che accadesse; ciò che invece allora sfuggì alla capacità di previsione di tutti gli osservatori della realtà italiana fu l’erompere, a fianco (ma anche più avanti) del movimento operaio e di quello antifascista, di un possente movimento giovanile: la generazione delle ‘magliette a strisce’. A distanza di soli quindici anni dalla fine della seconda guerra mondiale e della Resistenza, l’Italia aveva infatti condotto a termine la ricostruzione e conosceva un grande sviluppo economico, ma soffriva ancora a causa del permanere, sia nello Stato sia nella società civile, di sovrastrutture giuridiche, politiche e culturali che risalivano al periodo del fascismo.

Come non vedere che oggi, per molti aspetti, siamo nella stessa situazione di allora? Anche oggi deve accadere qualcosa, perché non è possibile andare avanti così. Vi è bisogno, in altri termini, di un vigoroso sussulto democratico e antifascista che spazzi via un sistema di potere putrido, che non solo difenda la Costituzione ma la attui, riaprendo la strada allo sviluppo di una convivenza civile fondata sullo Stato di diritto, sulla coesione nazionale, sulla giustizia sociale e sulla libertà sostanziale. Così, proprio oggi, in questo regno dell’arbitrio, dell’illegalità, della secessione, dell’impudenza e dell’intimidazione, di fronte al quotidiano spettacolo dei soprusi, della corruzione, dei ricatti e della sopraffazione, regno e spettacolo che rivelano entrambi il volto demoniaco del potere, proprio oggi, come mezzo secolo fa, stiamo per giungere, pagando un prezzo assai alto, a riscoprire una fondamentale verità intorno alla democrazia, che fu enunciata a suo tempo dal filosofo Piero Martinetti, e cioè che la democrazia ha questo solo senso, se ha un senso: che tutti nella società ‘devono vivere’ come uomini e perciò ‘debbono poter vivere’ come uomini.

Le magliette a strisce, che potevano essere bianche e blu o bianche e rosse, furono il distintivo di quella insurrezione popolare poiché erano così alla moda che venivano indossate non solo dai giovani e dai lavoratori portuali di Genova, la città che fu l’epicentro dei moti del 1960, ma anche da Pablo Picasso e da Brigitte Bardot, come ricorda nell’avvincente ricostruzione di quell’‘annus mirabilis’ Annibale Paloscia, autore del libro intitolato «Al tempo di Tambroni. Genova 1960: la Costituzione salvata dai ragazzi in maglietta a strisce». Dopo molti anni di appannamento, se non di estinzione, della memoria civile e della stessa letteratura storica sui fatti che si verificarono tra la fine di giugno e l’inizio di luglio del 1960, il merito di questo libro è quello di riconoscere e ricordare l’importanza cruciale che tali fatti ebbero nella vita di un popolo che oggi nella sua stragrande maggioranza, se si eccettuano le celebrazioni svolte a Genova e in qualche altra città, sembra esserne, come i Lotofagi omerici, del tutto dimentico. Del resto, una singolare coincidenza fa sì che due grandi svolte nella storia d’Italia, quali furono l’Unità, di cui si sta per celebrare il centocinquantesimo anniversario, e i moti antifascisti di Genova, Reggio Emilia, Roma e Catania, di cui è da poco ricorso il cinquantesimo anniversario, siano quasi concomitanti e siano entrambe ignorate, a parte alcune lodevoli eccezioni, dalla quasi totalità delle forze politiche, dal sistema dei mass media e dall’opinione pubblica che tale sistema influenza e orienta. Orbene, se si vuol capire la portata epocale e mondiale che ebbero gli eventi che si verificarono intorno al 1960, eventi che precedettero e, in qualche modo, prepararono quelli del Sessantotto, occorre riandare con la memoria ad un contesto che abbracciava e faceva interagire fra di loro molteplici fattori: sul piano internazionale, la elezione di Kennedy negli Usa, la battaglia per i diritti civili dei neri condotta da Martin Luther King, la direzione di Krusciov in Urss, la lotta di Lumumba in Africa e di Fidel Castro a Cuba contro il neocolonialismo; sul piano interno, l’‘apertura’ che condurrà alle prime riforme del centro-sinistra (nazionalizzazione dell’energia elettrica, scuola media unica, programmazione urbanistica); sul piano religioso, il rinnovamento radicale della Chiesa cattolica promosso da papa Giovanni XXIII con l’enciclica “Pacem in terris” e con il Concilio Vaticano II; sul piano del costume, i Beatles, la “Dolce vita” di Fellini, Modugno e Mina; sul piano sindacale, infine, il grande sciopero dei metalmeccanici che, in occasione del rinnovo contrattuale, avanzavano rivendicazioni non solo economiche ma anche politiche, dischiudendo la via alla conquista dello Statuto dei lavoratori.

Cinquant’anni fa, i giovani dettero un contributo decisivo alla lotta per il rinnovamento del nostro Paese, per l’applicazione della Costituzione e per lo sviluppo della democrazia, rompendo quell’involucro autoritario e illiberale delle istituzioni che, come una insopportabile camicia di forza, imprigionava le energie civili, politiche e culturali del Paese, il quale era stato peraltro, nel secondo dopoguerra, protagonista della ricostruzione e, successivamente, di una crescita economica travolgente.

La domanda che questa riflessione sui fatti del 1960 fa sorgere è allora questa: che fanno oggi i giovani? Vi è chi risponde: evadono e dormono, ciascuno a fianco del suo telefonino, dopo essersi storditi nelle discoteche; vi è chi invece risponde: sono attenti e cercano, ma nessuno li ascolta. Io ritengo che entrambe le risposte siano parzialmente vere. Spetterà al Quarantotto o al Sessanta o al Sessantotto, spetterà all’“anno che ritorna” far suonare la squilla e, quando la pressione aumenterà fino ad essere insostenibile, far saltare via il tappo della bottiglia. Nella storia è sempre avvenuto che le rivoluzioni hanno vinto non quando sono stati gli uomini a cercare le rivoluzioni, ma quando le rivoluzioni hanno cercato e trovato gli uomini.

Un pensiero su “I fatti del 1960

  1. Credo che un giovane prima di farsi lanciare (con tutta probabilità a spiacciccarsi) in uno scontro mortale con lo Stato, dovrebbe chiarir bene a se stesso in vista di che cosa. E non mi addolora che oggi risulti più difficile ingegnerizzare un qualche “meme del cavolo” che operi in tal senso.Penso che le possibilità di confronto e verifica preventiva delle idee offerte da Internet siano in questo senso estremamente salutari, prevenendo le ossessività paranoidi che si formano così potentemente nel chiuso delle sette.

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