Violenza maschile e femminile

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Ritrovo un mio vecchio intervento sul Gazzettino, in cui rispondevo ad un precedente intervento di A. Giuffrida.

Vorrei intervenire nel dibattito sulla violenza maschile e femminile, che a mio avviso richiede, per essere sensato, un trasferimento dal piano del risentimento di genere, che anima molta parte dell’approccio femminista (come anche della reazione maschile a tale approccio), ad un piano seriamente scientifico-antropologico. Trovo infatti che l’interessante scritto della collega Angela Giuffrida , che pur coglie i pesanti limiti concettuali di coloro che l’hanno preceduta sulle pagine del Gazzettino, sia in parte inficiato da una forte carica di risentimento femminista che non consente uno sviluppo pienamente razionale delle idee.
Chiedersi se sia più crudele il maschio o la femmina entro una data specie è insensato, se si parla di animali. Dal fatto che i leoni maschi sono estremamente aggressivi verso i maschi della stessa specie (ma ciò accade anche presso molti altri animali, anche erbivori, dove ai maschi è affidata la difesa delle femmine e dei piccoli) giustamente non si suole derivare l’affermazione di una loro natura violenta e crudele. Violenza e crudeltà sono caratteristiche della specie umana, sono cioè dei fatti culturali. La loro percezione e la loro interpretazione si modificano quindi nel corso del tempo e appaiono diverse da società a società. Se ne potrebbero dare infiniti esempi. Per gli Spartani e per i Romani l’esposizione dell’infante debole o handicappato era a certe condizioni legittima. Tra i Greci si aveva il fenomeno religioso-culturale del menadismo, implicante l’uccisione violenta e lo smembramento di un essere vivente, talvolta un umano, da parte di un gruppo di donne invasate (menadi). Questo fenomeno, ad esempio, non sarebbe stato possibile se le donne, in quanto tali – femmine portatrici di vita – , fossero totalmente esenti dal contagio della violenza, come la collega sembra ritenere. Se lo fossero, le donne negli U.S.A. sarebbero in quanto tali contrarie alla pena di morte. Si pensi invece a quante volte, nella storia e anche ora, le donne abbiano chiesto vendetta su altri uomini ai loro uomini. Si pensi ai guerrieri celti e germanici incitati dalle loro donne durante la battaglia. Si pensi poi a quanto l’uomo-guerriero (in tutti i suoi travestimenti anche sportivi, dal gladiatore all’ussaro all’aviatore ecc.) sia sempre piaciuto alle donne. E’ ovvio, ed è un’eredità arcaica: il miglior compagno è il più forte, il più atto alla difesa del gruppo.
In realtà il discorso sulla violenza, sulla sua natura, e sulla diversa interpretazione e regolazione sociale che se ne sono date nei secoli, è estremamente complesso, e non può essere banalizzato attribuendo una sorta di cieca bestialità, una incapacità di controllo degli impulsi e di mediazione ad uno solo dei generi che compongono l’umanità. Quando la collega Giuffrida ricorre alla scienza contemporanea per affermare che il cervello della donna è migliore di quello del maschio si mette su di un sentiero pericoloso, che in forme diverse è già stato percorso, con risultati aberranti – e se vogliamo, per rimanere sul suo terreno, cioè quello della scienza analitica occidentale, creata da cervelli in grandissima parte maschili, proprio questo sentiero dovrebbe apparirle viziato alla base. Poiché ad es. non si capirebbe come i più insigni esponenti del modo di essere non violento, da Buddha a Cristo a Gandhi ecc. possano essere stati maschi. Erano in realtà donne? Avevano un basso tasso di testosterone? Non semplifichiamo.
Il problema va posto in modo del tutto diverso. Occorre prendere atto che il maschile e il femminile, nel corso delle ere, sono stati uniti in modo dialettico ed inestricabile, e che non si possono attribuire responsabilità in chiave di genere, a prezzo di una sterile serie di recriminazioni. Se l’aggressività è per natura una dote prevalentemente maschile nella nostra specie, essa può essere indirizzata e controllata in diversi modi, affinché la violenza che può innescare non divenga devastante: tramite la pratica sacrificale delle religioni antiche, la funzione del capro espiatorio (nel caso della collega l’intero genere maschile è il capro espiatorio dei mali dell’umanità), l’ascesi religioso-filosofica, e i loro succedanei moderni più o meno secolarizzati. Se infine ha ragione Eric Gans, e lo stesso linguaggio, caratteristica fondamentale dell’umano, nasce nella preistoria come segno di differimento della violenza, e nasce come tale fra cacciatori maschi, allora ci sono buone speranze di conciliazione tra i generi. Per questo occorre che ciascuno dei due, invece che accusare l’altro, chieda perdono delle sue colpe. In questo noi maschi un vantaggio lo abbiamo: le nostre colpe sono più evidenti.

[Pubblicato sul Gazzettino in risposta ad un precedente intervento di Angela Giuffrida. Maggio 2001]

2 risposte a "Violenza maschile e femminile"

  1. Nelle prime righe dell’ articolo riportato Fabio Brotto auspicava una lettura del fenomeno della violenza maschile e femminile in chiave antropologica e scientifica, anzichè prettamente umorale.
    Non ho letto l’ intervento citato cui egli risponde e non posso, pertanto, pronunciarmi al riguardo.
    E’ importante però ricordare che, a prescindere da qualsiasi giudizio di merito o morale, uomini e donne hanno cervelli diversi e le sempre più affinate acquisizioni scientifiche in campo neurologico e chimico, ne consentono oggi una maggiore e più precisa conoscenza.
    Il cervello maschile e quello femminile hanno lo stesso numero di cellule (nelle donne più fitte in una scatola cranica più piccola), ma le diverse aree sono sviluppate in modo che ciascuno dei due possa ottemperare alle finalità ancestrali biologiche legate all’ appartenenza a quel dato genere.
    L’ amigdala, ad esempio, che può essere considerata la belva che sonnecchia in noi ed ospita il nucleo istintivo (aggressività e paura) è più sviluppata nell’ uomo.
    La corteccia prefrontale, che la tiene a freno e governa le emozioni impedendo loro di diventare ingovernabili, non solo è più sviluppata nella donna, ma matura anche uno o due anni prima che nell’ uomo.
    Se non è corretto affermare che l’ aggressività sia esclusivo appannaggio maschile, è pur anche vero che la donna ne risulta oggettivamente meno dotata.
    Dopodichè, mi trovo sostanzialmente d’ accordo con le osservazioni di Fabio, nonché con il buon Aristotele quando sentenzia: “Colui quindi che si adira per ciò che deve e con chi deve, e inoltre come, quando e per quanto tempo si deve, può essere lodato!”

  2. Se non ritenessi una estrema semplificazione la suddivisione del cervello umano in poche aree, ognuna con poche peculiarità (quasi saremmo dei robot), aspetterei con ansia il giorno in cui la scienza ci localizzerà e quantizzerà nel cervello d’uomini e donne le aree dove si cela l’attitudine alla provocazione e alla litigiosità; intendo quelle che sono all’origine di molte violenze.Pure interessante sarebbero altre aree, ad esempio l’area della capacità di convincere altri ad uccidere per proprio conto o l’area di un malcelato rancore istintivo verso l’altro sesso.

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