
La fede (quando si tratta di un’interpretazione soprannaturale del naturale) è una congettura per analogia fondata sulle esperienze soprannaturali. Così coloro che posseggono il privilegio della contemplazione mistica, avendo sperimentato la misericordia di Dio, e sapendo di avere questa esperienza in comune con altri, suppongono che, poiché Dio è misericordia, il mondo creato è opera di misericordia – πίστις, credenza. Ma quanto a constatare direttamente questa misericordia nella natura, bisogna rendersi ciechi, sordi, empi per credere che sia possibile. Anche gli Ebrei e i Musulmani, che vogliono trovare nella natura le prove della misericordia divina, sono spietati. E spesso anche i cristiani.
Per questo la mistica è l’unica fonte della virtù di umanità. Perché non credere che dietro il sipario del mondo vi sia una misericordia infinita, o credere che questa misericordia sia davanti al sipario, l’uno e l’altro rendono crudeli. (III, 117-118)
Dunque la misericordia divina si riversa solo su alcuni privilegiati, i mistici, che però finiscono per supporre erroneamente che questa misericordia da loro sperimentata si riversi su tutto ciò che esiste, sulla natura, sui corpi. Ma ciò che si è unito con Dio nell’unione mistica non è il corpo, ma lo spirito. E, se vogliamo portare il pensiero weiliano ad una assoluta coerenza, non è nemmeno l’io psicologico o empirico a sperimentare Dio, ma l’elemento divino in noi, in base all’assunto che Dio si ama in noi perché non può amare altro oggetto che se stesso. E’ vero che la nostra idea di misericordia è una idea umana, ragione per cui il serpente che stritola e ingoia una preda ancora viva ci appare difficilmente come compatibile con quella misericordia, e che il pensiero che occorra una visione universale per poter sentenziare sul particolare senza fraintenderne il senso (argomento filosofico-teologico; teodicea) può apparirci astratto e privo di virtù consolatoria. Mi pare evidente, sempre di più, la difficoltà di maneggiare un’idea cosmologica di Dio, mentre sempre più forte mi sembra il pensiero della sua natura e funzione antropologica. Lo si vede benissimo in tutti i cattolici tradizionalisti che conosco. Per essi la questione fondamentale è l’appartenenza alla Chiesa (ovvero al gruppo umano così denominato), e la sua determinazione in termini di obbedienza all’autorità che la governa. Quest’ultima è il criterio dell’inclusione/esclusione. Ma sull’antropologia che vi è sottesa devo ancora ragionare.
leggere questo passo della Weil mi ha fatto pensare a questo:
– L’anima che vuole salire sul monte della perfezione deve rinunciare a tutte le cose –
(Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo, 1579-1585)
la misericordia è contenuta in questa frase?
io credo di si, perchè è con la rinuncia che ci avviciniamo all’essenza delle cose, che sentiamo Dio dentro di noi…